Archive for the ‘chiesa e case’ Category

Le diverse strade dell’unico amore. La proposta dei cristiani lgbt europei al sinodo

17 ottobre 2014

“Adista”
n. 36, 18 ottobre 2014

Luca Kocci

«Se la Chiesa vuole cambiare atteggiamento nei confronti degli omosessuali, in realtà deve modificare il proprio atteggiamento nei confronti del sesso in generale. Come posso spiegarlo ai padri sinodali?». Così Geoffrey James Robinson, vescovo emerito della diocesi di Sydney, ha concluso il proprio intervento durante la conferenza teologica internazionale “Le strade dell’amore”, organizzata a Roma, lo scorso 3 ottobre, dal Forum europeo di cristiani lgbt.

Un’occasione – a cui hanno partecipato oltre 200 persone arrivate da tutto il mondo – per rilanciare, alla vigilia dell’apertura dell’Assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi, quello che dovrebbe essere uno dei temi portanti del Sinodo: la pastorale per le persone omosessuali e transessuali, anche alla luce – lo ha ricordato Marco Politi, vaticanista del Fatto quotidiano, che ha moderato l’incontro – della ormai famosa affermazione di papa Francesco, «chi sono io per giudicare un gay?». Parole di apertura che, ritiene Politi, potranno diventare riforma solo se ci sarà reale partecipazione da parte di tutto il popolo di Dio, perché «il dibattito non si svolgerà solo nell’aula del Sinodo ma anche al di fuori»: è cominciato con il questionario diffuso fra i cattolici di tutto il mondo lo scorso anno e proseguirà nell’anno che trascorrerà fra la fine dell’Assemblea straordinaria – il prossimo 19 ottobre – e il Sinodo ordinario, nell’ottobre 2015. Solo allora si capirà se i tentativi di riforma avranno successo o se vinceranno «i lupi», ovvero i conservatori, gli oppositori di ogni aggiornamento, come li ha chiamati lo stesso Politi nel suo ultimo libro sul pontificato di Bergoglio (Francesco tra i lupi, Laterza).

Il vescovo Robinson: gli atti gay sono naturali

«L’argomentazione costantemente ripetuta dalla Chiesa cattolica – spiega Robinson – è che Dio ha creato il sesso tra esseri umani per due ragioni: per la procreazione e come mezzo di espressione e nutrimento dell’amore all’interno di una coppia». Insomma ha stabilito che  «l’atto sessuale è “secondo natura” solamente quando adempie ad ambedue questi scopi stabiliti da Dio, che ambedue sono autenticamente presenti solo all’interno del matrimonio e solamente quando il rapporto è aperto alla nuova vita. Tutti gli altri usi della capacità sessuale sono moralmente sbagliati, pertanto, se questo è il punto di partenza, non c’è possibilità di approvazione per gli atti omosessuali». Ma è Dio stesso ad aver creato eterosessuali ed omosessuali, e «non è un errore che gli esseri umani sono incaricati di riparare», prosegue il ragionamento il vescovo emerito di Sydney. «Gli unici atti sessuali naturali per gli omosessuali sono gli atti omosessuali. Non è una libera scelta compiuta tra due cose ugualmente attraenti, ma qualcosa di profondamente impresso nella loro natura, qualcosa di cui non possono semplicemente sbarazzarsi. Gli atti omosessuali sono per loro naturali, gli atti eterosessuali invece no. Gli omosessuali non possono compiere quelli che la Chiesa chiamerebbe atti “naturali” in un modo che sia naturale per loro. Perché allora dovremmo sostenere che gli omosessuali agiscono contro natura quando agiscono in accordo con l’unica natura di cui abbiano mai avuto esperienza?». Pertanto, prosegue Robinson, questo insegnamento della Chiesa è «contro la logica» e «contro la stessa legge naturale». La strada da percorrere allora è diametralmente opposta: abbandonare «un’etica che vede il sesso in termini di offesa rivolta direttamente a Dio, che mette l’accento sull’atto fisico invece che sulla persone e le relazioni, che non deriva dal Vangelo, che si basa su un’asserzione invece che su un’argomentazione logica» e, al contrario, valorizzare la sessualità quando è espressione piena di un amore autentico e genuino fra le persone. «Gli atti sessuali – conclude il vescovo – piacciono a Dio quando collaborano a costruire le persone e le relazioni, dispiacciono a Dio quando danneggiano le persone e le relazioni».


Lo Spirito non attende il permesso di Pietro 

Le persone cattoliche omosessuali non sono «cittadine di seconda classe nella città di Dio, ma cittadine a pieno titolo», ha aggiunto James Alison, prete e teologo cattolico. «Non devono adattarsi a regole scritte da altri, perché fanno parte del popolo di Dio per il sol fatto di esistere. È chi mette paletti a stravolgere l’idea stessa di Dio, quindi non dobbiamo commettere l’errore di pensare che costoro siano i veri interpreti del Vangelo». Anzi, ha proseguito Alison, proprio perché «portatori del carattere di una varianza umana minoritaria, omosessuali e transessuali possono diventare i protagonisti di una nuova evangelizzazione capace di aiutare i loro fratelli a liberarsi di tanti tabù e dal clima di oppressione e di discriminazione che si respira in molte parti del mondo». La Verità, conclude, «irrompe, non attende che qualcuno decida di cambiare le regole, lo Spirito Santo non attende il permesso di Pietro».

«Lo Spirito, da sempre, ha frantumato gli schemi umani e religiosi», rilancia la teologa domenicana Antonietta Potente, il cui intervento verrà pubblicato integralmente nel prossimo numero di Adista Documenti. «Tramite Gesù si percepì appena chi era Dio, ma poi Gesù aprì un altro varco, come il profeta e “uscì” e lasciò lo Spirito. Lo Spirito non ha delle caratteristiche normative, anzi le dis-ordina, le scompiglia, le scompone. Solo una teologia di Gesù secondo lo Spirito, può provocare altri passi nella nostra vita di ecclesia. Non quella di un Gesù dogmatico o moralista». Pertanto, prosegue, «fossi al vostro posto non chiederei molte cose alla comunità ecclesiale, se non che ammetta la sua ottusità e le sue innumerevoli colpe legate a questa problematica, i suoi abusi sulla carne viva delle persone, il suo falso potere che ha bloccato la creatività del bene nella vita di donne e uomini semplicemente umani. Non chiedete solo accompagnamento, comprensione, perché altrimenti la Chiesa farà ciò che ha fatto per secoli con i popoli considerati poveri. Non permettete e non continuate a dare adito a queste relazioni di falsa benevolenza. Nessuno di voi è un “poverino”; ciascuno nell’assemblea cristiana deve entrarci e parlare con parresia e questa sarà la sua autorità, per aiutare a capire, insieme ad altri e altre che fanno scelte diverse, come prenderci cura della storia».

«Tempi di fraternità» batte seminario di Acqui. Vince la libertà di informazione

2 ottobre 2014

“Adista”
n. 34, 4 ottobre 2014

Luca Kocci

Nella vicenda giudiziaria che ha opposto il seminario diocesano di Acqui Terme (Al) al mensile Tempi di fraternità ha vinto la libertà di informazione e il diritto di sapere come la Chiesa cattolica utilizza i propri beni e il proprio patrimonio.

Il seminario di Acqui, che aveva denunciato per diffamazione il mensile cattolico piemontese, dopo aver perso il primo grado di giudizio, ha infatti deciso di ritirare all’ultimo minuto il ricorso. Il processo di appello, fissato al 19 settembre (v. Adista Notizie n. 32/14), non si è svolto. E la disputa si è così definitivamente conclusa, con la vittoria di Tempi di Fraternità e dell’informazione libera e indipendente.

L’articolo incriminato, firmato da Paolo Macina, nell’ambito di un’ampia inchiesta in più puntate sui patrimoni e sulla gestione finanziaria delle diocesi, riguardava in particolare un immobile, “Villa Paradiso”, a Pian d’Invrea, presso Varazze (Sv), sulla riviera ligure, acquistato dal seminario vescovile 40 anni fa, recentemente ristrutturato e trasformato in residenza di lusso da utilizzare per ritiri spirituali, congressi e incontri di seminaristi, preti e religiosi, ma i cui appartamenti, nei mesi estivi e nel periodo natalizio, vengono affittati anche a privati a cifre che vanno dai mille (bassa stagione) ai 2mila euro (alta stagione) a settimana. Ed esente dal pagamento dell’Ici. Un articolo ritenuto diffamatorio dai responsabili del seminario – che avevano chiesto 450mila euro di risarcimento – ma assolutamente corretto secondo la giudice di Alessandria Robertà Poiré, la quale, nella sentenza di primo grado, oltre a dare ragione al periodico cattolico, ha affermato il diritto dei cittadini di sapere come le istituzioni ecclesiastiche gestiscono ed utilizzano i propri patrimoni e se su questi beni pagano le tasse (v. Adista Notizie n. 16/14).

Il ricorso del seminario era già pronto ma, dopo fortissimi pressioni del vescovo di Acqui, mons. Pier Giorgio Micchiardi – di cui Tempi di fraternità ha riconosciuto l’azione di trasparenza in merito alla gestione dell’otto per mille e del patrimonio della diocesi – all’alba del 19 settembre, quindi poche ore prima dell’inizio del processo, è stato ritirato. Adista ha intervistato Paolo Macina. (luca kocci)
Ora che questa storia così poco edificante è conclusa, che impressione complessiva ne hai tratto?

L’articolo si basava su un’affermazione che ancor più, dopo questa vicenda, ritengo veritiera. E cioè che molte diocesi italiane hanno patrimoni ingenti e preziosi; spesso i preti che dovrebbero occuparsene sono anziani e con poca esperienza gestionale, e quindi a volte prestano il fianco ad essere raggirati da personaggi senza scrupoli. A volte purtroppo, nei casi più gravi, le tentazioni rendono anche i religiosi inclini al dolo. Se le diocesi non ammettono questo problema, e non cercano di avere gestioni più trasparenti e con meccanismi di controllo democratico, continueranno periodicamente a comparire nelle cronache dei giornali.
La sentenza di primo grado contiene una forte affermazione del diritto dei cittadini, di sapere come la Chiesa cattolica, che è un soggetto pubblico, utilizza il proprio patrimonio, se paga le tasse, ecc. Si tratta di un incoraggiamento ai mezzi di informazione liberi e indipendenti a proseguire con decisione anche su questo fronte?

La sentenza consegna ai cittadini uno strumento potente che potrà essere utilizzato in futuro da chi volesse chiedere conto del non corretto utilizzo dei beni ecclesiali. Non dimentichiamo che gran parte del patrimonio delle diocesi non piove dal cielo, ma deriva da lasciti testamentari, a volte vincolati da un utilizzo sociale del bene.
Il tuo articolo, e tutto quello che ne è seguito, ha prodotto qualche risultato ad Acqui?

Il vescovo, dopo una riluttanza iniziale ad occuparsi del problema, è intervenuto con decisione, nominando un direttore laico al seminario vescovile. I giornali hanno inoltre riportato la notizia di una sua querela nei confronti della persona che amministra Villa Paradiso per conto del seminario, che forte di un contratto d’affitto pluriennale non vuole abbandonare. Ma la notizia più interessante penso sia la decisione del vescovo di incaricare una società esterna di Genova per valutare beni e bilanci della diocesi, come anche il mio articolo auspicava. Spero di poter vedere a breve i risultati di questo lavoro pubblicati sul sito internet della diocesi, in modo che i fedeli possano essere messi al corrente dell’opera di trasparenza avviata. E auspico che le scelte di mons. Micchiardi vengano replicate in altre diocesi come esempio di buone prassi: altre confessioni religiose sono ben più avanti di quella cattolica su questo terreno.

Contro la speculazione a Caserta, appello al papa: «L’ex Macrico è un bene comune, resti ai cittadini»

26 luglio 2014

“il manifesto”
26 luglio 2014

Luca Kocci

A qualche centinaia di metri dal piazzale della Reggia dove papa Francesco questo pomeriggio celebrerà la messa al termine della sua veloce visita pastorale a Caserta c’è l’ex Macrico (Magazzino centrale ricambi mezzi corazzati), un’area di 33 ettari – la superficie di 30 campi da calcio – di proprietà dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero (Idsc). Un “polmone verde” per una città assediata da cave e discariche. Totalmente inutilizzato, perché l’Idsc tiene ben chiusi i cancelli. In attesa di venderlo a 40 milioni di euro, magari a qualche palazzinaro che poi farebbe presto a costruire e rivendere a caro prezzo case e appartamenti.
Associazioni ambientaliste (Legambiente e Italia Nostra), centri sociali (Ex canapificio e Millepiani), religiosi di frontiera (i sacramentini di Casa Zaccheo e le orsoline di Casa Rut che lavorano con i migranti e con le donne vittime di tratta e di sfruttamento sessuale), cattolici di base e migliaia di cittadini riuniti nel comitato Macrico Verde temono la mega-speculazione edilizia e si oppongono da anni. E oggi che il papa è a Caserta, scrivono a Bergoglio – ma anche al segretario della Cei Galantino, al vescovo della città D’Alise e al presidente dell’Istituto centrale sostentamento clero – una lettera, anticipata ieri dall’agenzia Adista: «La Chiesa restituisca alla città come bene comune indivisibile» il Macrico, per essere coerente con il Vangelo e con la Dottrina sociale della Chiesa secondo la quale «la giustificazione della proprietà privata non ha mai negato la destinazione universale dei beni della terra».
La storia è antica. Il terreno – 324.533 metri quadrati, di cui tre quarti coperti da alberi e prati, nel centro di Caserta – appartiene alla Chiesa dal 1600, quando serviva per mantenere la mensa vescovile. Poi venne dato in affitto ai Borboni, che lo usarono come Campo di Marte per le esercitazioni militari. Infine passò alle Forze armate italiane che vi costruirono magazzini e una caserma logistica per 500mila metri cubi, occupando un quarto della superficie. Nel 1994 tornò alla diocesi e ne divenne proprietario l’Idsc, articolazione periferica dell’Istituto centrale sostentamento clero (nato nel 1985, dopo la revisione del Concordato, per gestire parte dei fondi dell’8 per mille, oggi oltre 1 miliardo di euro all’anno). Gli istituti diocesani sono proprietari ed amministratori di tutti i “benefici ecclesiastici”, vale a dire i beni della diocesi, hanno personalità giuridica autonoma, non dipendono cioè dal vescovo, che deve essere interpellato solo per i “movimenti” superiori ai 250mila euro, mentre sopra 1 milione di euro serve «il preventivo parere» della Cei e «l’autorizzazione» della Santa sede.
Nel 2000 il Macrico stava per essere acquistato dal Comune di Caserta, che non si sa come lo avrebbe utilizzato: si parlava genericamente della costruzione di «infrastrutture primarie». Il vescovo di allora, mons. Raffaele Nogaro – ora in pensione –, sempre schierato perché il Macrico diventasse un bene comune per tutti i cittadini di Caserta, sentì puzza di speculazione e di cemento e bloccò l’operazione. Da allora si sono alternate ipotesi di vendita – si sono interessati all’acquisto costruttori campani come i Coppola (cementificatori del litorale domizio), coop rosse, imprenditori vicini alla Compagnia delle Opere (il braccio economico di Comunione e liberazione), lo Stato per un confuso progetto per i 150 anni dell’Unità d’Italia – e le mobilitazioni del Macrico Verde per la salvaguardia e la restituzione dell’area alla città come parco pubblico. La faccenda sembrò chiudersi quando la Soprintendenza dei beni architettonici e paesaggistici pose il vincolo sull’area, bloccando così qualsiasi programma di edificabilità. Ma nel 2012, accogliendo il ricorso dell’Idsc, il Tar della Campania lo annullò, rimettendo di fatto il terreno sul mercato.
Solo con il Macrico – quindi senza considerare gli altri immobili diocesani – l’Idsc «è il primo e assoluto proprietario del territorio comunale», rileva il comitato: la superficie urbanizzata di Caserta è di 1.339 ettari, il Macrico ne rappresenta il 2,5%, «una percentuale elevatissima nelle mani di un solo ente a fronte della restante parte per 80mila cittadini». Proporzioni da latifondista medievale.
È tutto legale, anche la vendita, risponde l’Idsc. Vero, «ma la legalità è troppo poco quando offende la giustizia. L’Istituto investe, specula, compra, vende per il solo profitto. Tutto legittimo, ma è secondo giustizia?», chiedono i componenti del Macrico Verde a papa Francesco. E ricordano che proprio Bergoglio, nell’esortazione Evangelii Gaudium, ha scritto che la destinazione universale dei beni è «anteriore alla proprietà privata» e che «il possesso privato dei beni si giustifica per custodirli e accrescerli in modo che servano meglio al bene comune, per cui la solidarietà si deve vivere come la decisione di restituire al povero quello che gli corrisponde». E «non è la nostra comunità di Caserta povera di vita e di salute a causa di spietati cavatori che hanno distrutto e distruggono le nostre colline, di discariche legali e illegali che hanno inquinato definitivamente terreni e falde acquifere? – denuncia il comitato –. Non è economicamente povera a causa di amministratori dissennati che l’hanno portata al dissesto finanziario? Non è povera di verde a causa di una cementificazione speculativa che ha creato un deforme ammasso di case? Non è povera di spazi e di servizi a causa dell’indifferenza di chi ha amministrato e amministra la cosa pubblica in nome del partito, del clan, del gruppo, della cordata?». Se l’Idsc agirà «seguendo le leggi del mercato e non quelle del Vangelo», sarà evidente che alle parole del papa corrisponde «una prassi economicistica liberista che le nega nei fatti». La soluzione è una sola: la Chiesa «si assuma le sue responsabilità» e restituisca alla città il Macrico «come bene comune indivisibile e prezioso per la vita di tutti».

“La Chiesa restituisca alla città il Macrico”. I casertani scrivono al papa in visita pastorale

26 luglio 2014

“Adista”
n. 29,2 agosto 2014

Luca Kocci

La Chiesa di Caserta restituisca alla città come «bene comune indivisibile» il Macrico, 33 ettari nel cuore della città, nel XVII secolo proprietà della mensa vescovile, in seguito ceduta in affitto prima ai Borboni come “piazza d’armi” e poi alle Forze armate italiane che lo trasformarono in deposito di mezzi corazzati e vi costruirono una caserma, fino al 1994 quando venne assorbito dall’Istituto diocesano per il sostentamento del clero (Idsc): sarebbe questa l’unica opera di giustizia possibile, coerente con il Vangelo, con la Dottrina sociale della Chiesa e con le parole di papa Francesco. Lo chiedono le associazioni cattoliche e laiche casertane riunite nel comitato Macrico Verde (i padri sacramentini di Casa Zaccheo, le suore orsoline di Casa Rut e della cooperativa NewHope, i centri sociali Ex Canapificio e Millepiani, ma anche Italia Nostra e Legambiente) che da 15 anni si battono per la salvaguardia dell’area e che colgono l’occasione della presenza del papa in città – il 26 luglio in visita pastorale alla diocesi, il 28 luglio in visita privata all’amico pastore pentecostale Giovanni Traettino – per riportare all’attenzione la vicenda del Macrico, su cui incombe sempre il rischio della speculazione edilizia e della cementificazione dal momento che l’Idsc non esclude la possibilità di vendita a privati, contro la quale si è sempre opposto mons. Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta fino al 2009.

33 ettari equivalgono a 1/181 dell’intera superficie comunale. Ma se si considera solo lo spazio urbanizzato di Caserta la percentuale sale al 2,46%, calcola il comitato Macrico Verde in una lettera – che Adista può anticipare – inviata al papa, al segretario della Cei mons. Nunzio Galantino, al vescovo mons. Giovanni D’Alise e al presidente dell’Istituto centrale per il sostentamento per il clero Giovanni Soligo. «L’Istituto è il primo e assoluto proprietario di territorio comunale», «una percentuale elevatissima nelle mani di un solo Ente a fronte della restante parte per 80mila cittadini», «un caso straordinario che va ben al di là di qualsiasi legittima proprietà e che coinvolge concretamente tutti i cittadini di Caserta», scrive il comitato. «La destinazione di questa area non è quindi cosa che possa risultare indifferente alla proprietà considerando soprattutto le singolari caratteristiche non solo dell’Ente attualmente proprietario, ma le origini della proprietà stessa frutto della carità posta a servizio della mensa vescovile, la quale assolveva compiti di sussistenza e solidarietà».

Alla proposta del comitato – fare del Macrico uno spazio pubblico verde – la risposta è stata sempre che l’Idsc sta agendo nella piena legalità. «Ma la legalità è troppo poco quando offende la giustizia», si legge nella lettera. «L’Istituto investe, specula, compra, vende per il solo profitto. Tutto legittimo, ma è secondo giustizia? E il fine buono può giustificare mezzi cattivi? Noi non possiamo credere che questo sia vero perché se lo fosse sarebbe mostruoso e contraddirebbe la parola del Vangelo e la stessa Dottrina sociale della Chiesa». E sarebbe in contraddizione anche con le recenti affermazioni del papa che, nell’esortazione Evangelii gaudium, ha scritto: «La solidarietà è una reazione spontanea di chi riconosce la funzione sociale della proprietà e la destinazione universale dei beni come realtà anteriori alla proprietà privata. Il possesso privato dei beni si giustifica per custodirli e accrescerli in modo che servano meglio al bene comune, per cui la solidarietà si deve vivere come la decisione di restituire al povero quello che gli corrisponde». «Papa Francesco parla di restituire al povero quello che gli corrisponde», si legge ancora nella lettera del comitato Macrico Verde. «E non è la nostra comunità della città di Caserta povera di vita e di salute a causa di spietati cavatori che hanno distrutto e distruggono le nostre colline, di discariche legali e illegali che hanno inquinato definitivamente terreni e falde acquifere? E non è economicamente povera a causa di amministratori dissennati che l’hanno portata al dissesto finanziario? E non è povera di verde a causa di una cementificazione speculativa che ha creato un deforme ammasso di case? E non è povera di spazi e di servizi a causa dell’indifferenza di chi ha amministrato e amministra la cosa pubblica in nome del partito, del clan, del gruppo, della cordata?». «Non possiamo accettare – conclude la lettera – che si dica l’Idsc non è la Chiesa, si tratta evidentemente di una comoda e pericolosa finzione giuridica, quasi la creazione di un Ente autonomo che, perché ufficialmente autonomo, può operare seguendo le leggi del mercato e non quelle del Vangelo (gli Idsc sono infatti articolazioni periferiche dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero, sono proprietari ed amministratori di tutti i “benefici ecclesiastici”, cioè i beni della diocesi, e hanno personalità giuridica autonoma, non dipendono cioè dal vescovo diocesano che deve essere interpellato solo per i movimenti superiori ai 250mila euro, mentre per beni che superano il milione di euro – come il Macrico, il cui prezzo di mercato è di circa 40 milioni – devono avere «il preventivo parere della Cei» e «l’autorizzazione della Santa Sede», ndr). Non possiamo accettare che alle parole del papa corrisponda una prassi economicistica liberista che le nega nei fatti». Per questo «non chiediamo che la Chiesa doni nulla, ma che si assuma le sue responsabilità in ordine a questa proprietà, prendendo in considerazione la possibilità di una cessione solidale del bene alla città o anche una gestione comune del terreno come bene comune indivisibile e prezioso per la vita di tutti».

Eredità marchese Gerini: i salesiani truffati dal loro stesso economo?

7 maggio 2014

“Adista”
n. 17, 10 maggio 2014

Luca Kocci

I salesiani potrebbero essere stati truffati dal loro stesso economo generale. Il condizionale è d’obbligo, ma la chiusura delle indagini preliminari di una delle due inchieste penali sulla vicenda dell’eredità Gerini – che da oltre 20 anni contrappone gli eredi del marchese Alessandro Gerini, la Fondazione Gerini e la Congregazione salesiana (v. Adista Notizie nn. 6 e 10/14 – sembra avviarsi verso il rinvio a giudizio per truffa e falso dell’allora economo generale dei salesiani, don Giovanni Mazzali, Carlo Moisé Silvera (faccendiere siriano che curava gli interessi degli eredi Gerini) e Renato Zanfagna, l’avvocato che fece da “mediatore”.

La chiave di volta della questione è infatti un documento che nel 2007 riaprì il capitolo eredità Gerini e che, secondo l’accusa, sarebbe stato falsificato proprio dai tre. Alla sua morte, nel 1990, il marchese Gerini lasciò il proprio patrimonio – stimato in 660 milioni di euro in beni mobili e immobili – in eredità alla Fondazione Gerini, un ente ecclesiastico fondato nel 1963 e nel cui Consiglio di amministrazione siede anche l’economo generale dei salesiani, con i quali il marchese aveva un saldissimo legame fin dagli anni ‘50. I nipoti di Gerini contestarono il lascito e si affidarono a Silvera che, nel giugno 2007, raggiunse un accordo con don Mazzali, mediato da Zanfagna e benedetto anche dal cardinale salesiano Tarcisio Bertone: Silvera avrebbe accettato il 15% del patrimonio Gerini lasciato alla Fondazione (100 milioni), rinunciando a qualsiasi ulteriore pretesa sul resto delle proprietà del costruttore defunto. I salesiani – “garanti” della Fondazione – però non pagarono quanto pattuito, ritenendo di essere stati truffati. Silvera denunciò la Fondazione per il mancato pagamento, il Tribunale gli diede ragione, emanò un atto ingiuntivo di pagamento e ordinò il sequestro dei beni dei salesiani per un valore di 130 milioni di euro (dal momento che è possibile bloccare fino al 50% in più della somma pretesa dal creditore), stabilendo anche la vendita all’asta della casa generalizia della Congregazione.

Ad essere stato falsificato – aggiungendo interi paragrafi – sarebbe il “nulla osta” del 2007, firmato da don Marian Stempel, segretario del Consiglio generale della congregazione salesiana, con il quale si autorizzava l’economo generale dei salesiani a firmare la transazione con Silvera e gli eredi Gerini. E gli autori del falso, secondo l’ipotesi dell’accusa, sarebbero stati lo stesso economo generale Mazzali, Silvera e Zanfagna. I tre, «con artifici e raggiri», avrebbero fatto credere che la Fondazione Gerini fosse stata autorizzata dalla segreteria di Stato ad effettuare la transazione e soprattutto che la «Direzione Opere Don Bosco» dovesse «garantire le obbligazioni nascenti da questo atto transattivo» con un solo obiettivo: «Ottenere il versamento dei 100 milioni di euro», si legge nelle conclusioni dell’accusa rese note da un articolo di Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera (27/4). Da parte dei salesiani non arriva nessuna difesa “d’ufficio” di don Mazzali, economo generale per due mandati consecutivi (1996-2008), poi, e fino allo scorso mese di gennaio, ispettore (cioè provinciale) dell’Ispettoria salesiana sicula: «La Direzione generale Opere Don Bosco è certa che il giudice, una volta accertata la natura illecita della transazione firmata l’8 giugno 2007 saprà distinguere le posizioni dei soggetti coinvolti affermando le singole responsabilità personali», si legge in una nota della congregazione religiosa. Viene solamente ribadita «l’assoluta fiducia nell’opera della magistratura».

Lo scorso 2 aprile la Procura di Roma ha chiuso le indagini preliminari, per cui a giorni dovrebbe arrivare il prevedibile rinvio a giudizio oppure la meno probabile archiviazione. «Chiederemo anche il sequestro dell’atto di transazione fra Fondazione Gerini e Silvera che, se concesso, farà decadere automaticamente l’atto ingiuntivo e di conseguenza l’asta giudiziaria per la vendita della casa generalizia», spiega ad Adista Michele Gentiloni Silveri, avvocato della Fondazione. Asta intanto che si è aperta lo scorso 30 aprile con un nulla di fatto. Il secondo appuntamento è fissato il prossimo 17 settembre, se non sarà bloccato prima.

Solo dovere di informazione. Il mensile “Tempi di fraternità” vince la causa contro il seminario di Acqui Terme

23 aprile 2014

“Adista”
n. 16, 26 aprile 2014

Luca Kocci

 

Il mensile Tempi di fraternità vince la causa civile contro il seminario della Diocesi di Acqui (Al) che aveva denunciato il periodico cattolico piemontese per diffamazione, chiedendogli un maxi risarcimento di 450mila euro. L’articolo incriminato – un’inchiesta sui patrimoni e sulla gestione finanziaria della Diocesi, e in particolare su un immobile di proprietà del seminario utilizzato anche come albergo di lusso ed esentato dal pagamento dell’Ici – non era diffamatorio perché, spiega il giudice Robertà Poiré, «nessuna delle notizie riportate è risultata falsa» e «ogni notizia è stata professionalmente tratta da fonti originarie di provata affidabilità».

Ma oltre all’assoluzione di Tempi di Fraternità – mensile cattolico “di base” fondato nel 1971 dal frate francescano Elio Celestino Taretto e dal 1976 edito da una cooperativa – la sentenza afferma un principio di grande importanza per l’informazione e per l’informazione religiosa in particolare: i cittadini hanno diritto di sapere come le istituzioni ecclesiastiche gestiscono ed utilizzano i propri patrimoni e se su questi beni pagano le tasse. Pertanto i mezzi di informazione che documentano con correttezza e rigore questi aspetti contribuiscono alla libertà di informazione e, in ultima analisi, alla costruzione della democrazia.

«Ogni cittadino italiano cattolico è parte della Chiesa ed ogni cittadino italiano cattolico ha interesse e diritto ad essere reso edotto di come la Chiesa gestisce ed utilizza i beni di cui dispone», «anche indipendentemente» dalla propria fede, dal momento che «la Chiesa è una istituzione la cui rilevanza pubblica è imprescindibile» e da ciò «consegue l’interesse pubblico delle notizie che ne riguardano le attività istituzionali», afferma la sentenza (interamente leggibile sul sito internet di Tempi di fraternità:www.tempidifraternita.it). Inoltre, poiché «tutti i cittadini concorrono nell’adempimento dell’obbligo tributario, e l’adempimento dello stesso è essenziale per l’erogazione dei servizi pubblici anche di primaria importanza, è ancora più evidente l’interesse pubblico ad ogni notizia relativa alle scelte che i competenti organi effettuano in materia di esenzione fiscale. Non si ravvede quindi – prosegue il giudice – alcun travalicamento del principio di continenza», l’articolo si limita ad esporre «fatti obiettivamente criticabili a carico di chi li pone in essere, e la forma usata non suggerisce o evoca alcun sentimento di riprovazione maggiore di quello che deriva dalla asettica valutazione dei fatti di per sé stessi considerati».

La vicenda comincia nel febbraio del 2013 quando, nell’ambito di una serie di articoli sull’uso dei beni da parte della Chiesa cattolica e di altre confessioni e fedi religiose redatti da Paolo Macina, Tempi di fraternità pubblica un’inchiesta sulla Diocesi di Acqui. Un articolo complessivamente elogiativo dell’azione di trasparenza intrapresa dal vescovo, mons. Pier Giorgio Micchiardi, in merito alla gestione dell’otto per mille, del patrimonio e delle proprietà della Diocesi, all’interno del quale si parla anche di “Villa Paradiso” (www.villaparadiso.org), a Pian d’Invrea, presso Varazze (Sv), sulla riviera ligure, acquistata dal seminario vescovile nel 1974. Ed è questo l’oggetto specifico della denuncia. Si tratta di un immobile ristrutturato come residenza di lusso (dispone di una piscina con idromassaggio, di un piccolo campo da golf e di diversi ettari di parco), utilizzato per i ritiri spirituali, i congressi e gli incontri di seminaristi, preti e religiosi, ma i cui appartamenti, nei periodi di non utilizzo per le attività del seminario (nei mesi estivi e nel periodo natalizio), vengono affittati anche a privati a cifre che vanno dai mille (bassa stagione) ai duemila euro (alta stagione) a settimana. Ed esente dal pagamento dell’Ici, come conferma don Giacomo Rovera, il direttore del seminario: «Non paghiamo perché la finalità prevalente è quella istituzionale». Nell’agosto del 2011 – riferisce Macina nel suo articolo –, dopo un primo sopralluogo dei vigili urbani, al seminario viene recapitata una multa di 5mila euro: alla struttura mancherebbero alcune licenze per la ricettività, inoltre sarebbero stati commessi alcuni abusi edilizi per il frazionamento della villa in 10 unità abitative. Pochi mesi dopo arriva anche la richiesta del pagamento degli arretrati dell’Ici. Il seminario fa ricorso e il giudice di pace gli dà ragione, chiudendo definitivamente la questione anche perché, nota Macina, il Comune di Varazze «stranamente» non fa appello.

Dopo la pubblicazione dell’articolo, il seminario sporge denuncia per diffamazione a mezzo stampa contro Paolo Macina, Brunetto Salvarani (direttore di Tempi di fraternità), la cooperativa editoriale e il direttore del sito internet Trucioli savonesi che aveva rilanciato l’articolo, chiedendo 450mila euro di risarcimento. Ma il Tribunale di Alessandria rigetta la denuncia, dà ragione a Tempi di fraternità e anzi condanna il seminario al pagamento delle spese processuali (8mila e 400 euro).

La sentenza riconosce «il diritto e forse anche il dovere di qualsiasi cittadino di conoscere come vengono gestiti i beni delle Chiese – commentano i redattori di Tempi di fraternità nell’editoriale del fascicolo che uscirà nel prossimo mese di maggio –. Questo non è quindi un fatto privato, e spesso soprattutto noi credenti ci avviciniamo a questi temi con un po’ di timore, come se si andasse in qualche modo a mettere il naso nel “sacro”, e quindi la totale trasparenza delle scelte in campo economico e finanziario delle istituzioni religiose dovrebbe essere la prassi». Ma non solo è giusto conoscere come le Chiese gestiscono i loro patrimoni, «è importante anche fare informazione sulla questione, mai sufficientemente indagata, della esenzione dal pagamento dei tributi da parte di strutture che si possono definire di carattere religioso solo in prima approssimazione. Il fatto di legare, in una sentenza, questi mancati introiti da parte dello Stato alla qualità dell’erogazione dei servizi pubblici ci sembra davvero importante». Appello il prossimo 27 luglio ma, conclude l’editoriale, «ci sentiamo più tranquilli, contenti di aver cercato di fare, nel nostro piccolo e con tutti i nostri limiti, una informazione libera e coerente con i valori che ci caratterizzano».

«Stop agli sfratti dagli immobili ecclesiastici». Noi siamo Chiesa scrive al papa

26 marzo 2014

“Adista”
n. 12, 29 marzo 2014

Luca Kocci

Quello degli inquilini che vivono in affitto in appartamenti di proprietà di enti ecclesiastici e che vengono sfrattati perché non riescono più a pagare canoni di affitto improvvisamente raddoppiati o triplicati è un problema che si trascina da anni.

Soprattutto a Roma dove la Chiesa è proprietaria di quasi un quinto degli immobili della capitale – il Vaticano attraverso Apsa (Amministrazione del patrimonio apostolico della Sede apostolica), Propaganda Fide e Istituto per le opere di religione (Ior), ma anche diocesi, istituti, congregazioni religiose, capitoli e confraternite di vario tipo e di varia natura – e dove, almeno dal 2007, è stata avviata una politica di forte aumento dei canoni di affitto (anche fino al 300%) e di sfratti, talvolta con l’ausilio della forza pubblica (v. Adista nn. 39 e 79/07; 81 e 90/08, 14/11).

Della questione si occupa fin dall’inizio il gruppo romano del movimento Noi Siamo Chiesa, che più volte ha scritto al card. Agostino Vallini, vicario del papa per la diocesi di Roma, senza mai avere risposta (v. Adista Notizie nn. 10 e 51/11). Ora la situazione sembra cambiata, almeno apparentemente: papa Francesco in più occasioni è intervenuto sulla gestione del patrimonio immobiliare ecclesiastico, per esempio quando, in visita al Centro Astalli dei gesuiti, il 10 settembre dello scorso anno, ha chiesto: «A cosa servono alla Chiesa i conventi chiusi? I conventi dovrebbero servire alla carne di Cristo e i rifugiati sono la carne di Cristo». Il gruppo romano di Noi Siamo Chiesa, anche incoraggiato da queste parole e dai gesti e dalle parole del papa in questo primo anno di pontificato, ha allora inviato direttamente a Bergoglio una lettera che Adista è in grado di rendere nota.

«Caro Francesco, ci permettiamo di darti del tu come nostro fratello, in questa nostra lettera, una lettera difficile in questo momento di crisi per molte persone e molte famiglie», si legge. «Siamo da tempo interessati al problema degli sfratti dalle abitazioni di proprietà di vari enti religiosi, anche se molte persone e famiglie sono in regola con il pagamento dell’affitto e per alcune di esse è accertato lo stato di disagio economico. Riteniamo, pertanto, necessario ed urgente che, per il rispetto della persona umana, di cui la tradizione cristiana ha esaltato la dignità, si debba intervenire con provvedimenti adeguati, non procrastinabili. Richiamiamo la tua attenzione su tale problema e sulla sua urgenza – scrivono gli attivisti romani di Noi Siamo Chiesa –, in quanto la prassi seguita sinora nella nostra città da diversi enti ed istituti religiosi ha utilizzato gli stessi metodi previsti dalla legge italiana, ove lo sfratto avviene ai danni di molte famiglie sprovviste del reddito sufficiente per il pagamento dei vigenti canoni di affitto e senza assicurare loro soluzioni alternative. Tali metodi evidenziano un’inequivocabile preferenza per una logica di mero profitto in netta contrapposizione alla carità, espressa nelle moltissime donazioni alla sede apostolica come vincolo di amore per la Chiesa e per i poveri della nostra città. È facilmente intuibile lo stato d’ansia e preoccupazione di famiglie povere, profondamente smarrite e fragili, che vivono sospese fra incapacità di affrontare il presente e ansia per il futuro, particolarmente quelle che sono state indotte dalle istituzioni religiose ad eseguire opere di ristrutturazione degli alloggi con la promessa di ripetuti rinnovi del contratto di locazione. Tali azioni sono in contrasto con ogni principio di solidarietà umana e cristiana, solidarietà troppo spesso auspicata ma di fatto ignorata», perché «crediamo che l’obiettivo della Chiesa non sia di massimizzare i profitti della gestione del suo patrimonio immobiliare, bensì eliminare o alleviare il più possibile le sofferenze che derivano a donne e uomini dalla negazione del loro diritto ad una casa o dalla loro condizione di sfrattati. Altrimenti la Chiesa non adempierà alla sua missione di luce nel mondo».

Sogniamo «una Chiesa povera che si prenda cura degli altri, senza prevalente preoccupazione di se stessa», «una Chiesa che sappia ascoltare, dialogare, aiutare e testimoniare con la carità», «che si fa serva degli esseri umani e ove la persona nella sua individualità non è un numero, non è un anello di una catena, né un ingranaggio di un sistema», conlude la lettera, citando le stesse parole del papa. «Caro Francesco – concludono -, siamo certi che non farai mancare il tuo intervento a favore delle tante persone e famiglie in condizioni economiche disagiate che hanno subito o stanno per subire lo sfratto e non hanno soluzione alternative».

Spunta un documento falsificato nella contesa sull’eredità del marchese Gerini. Salverà i salesiani?

13 marzo 2014

“Adista”
n. 10, 15 marzo 2014

Luca Kocci

Potrebbe essere arrivata ad una svolta la vicenda dell’eredità contesa che da oltre 20 anni contrappone gli eredi del marchese Alessandro Gerini e la Fondazione ecclesiastica marchesi Teresa, Gerino e Lippo Gerini insieme ai salesiani (v. Adista Notizie n. 6/14). Una perizia di parte ha attestato che uno dei documenti chiave dell’affaire – quello che autorizzava i salesiani a versare agli eredi Gerini 99 milioni di euro per chiudere la controversia – è stato falsificato. Pertanto – è la tesi della difesa – la transazione non è valida, perché risulterebbe viziata da una autorizzazione in realtà mai concessa. Se venisse accolta dai magistrati, i salesiani non dovrebbero versare nemmeno 1 euro agli eredi Gerini, e l’asta giudiziaria del prossimo 30 aprile, quando sarà messa in vendita la casa generalizia della congregazione fondata da don Bosco proprio per risarcire gli eredi Gerini, andrebbe annullata.

Insomma il documento contraffatto sarebbe una sorta di “asso nella manica” che consentirebbe alla Fondazione e ai salesiani di vincere una partita che si gioca dal 1990, quando il marchese Gerini muore celibe e senza figli, ma con quattro nipoti, e lascia il proprio patrimonio – stimato in 660 milioni di euro in beni mobili e immobili – in eredità alla Fondazione Gerini, un ente ecclesiastico fondato nel 1963 e nel cui Consiglio di amministrazione siede anche l’economo generale dei salesiani, con i quali il marchese aveva un saldissimo legame affettivo ed affaristico fin dagli anni ‘50.

I nipoti di Gerini contestano il lascito, si affidano al faccendiere siriano Carlo Moisé Silvera e denunciano la Fondazione. Nel giugno 2007, Silvera, don Giovanni Mazzali (economo generale dei salesiani, i quali pochi giorni prima hanno sottoscritto anche un impegno a farsi carico di tutti gli adempimenti patrimoniali e finanziari della Fondazione Gerini) e l’avvocato milanese Renato Zanfagna (uomo di fiducia di don Mazzali) raggiungono un accordo, che ha anche la “benedizione” del card. Bertone: Silvera accetta il 15% del patrimonio Gerini lasciato alla Fondazione (ovvero 99 milioni), rinunciando a qualsiasi ulteriore pretesa sul resto delle proprietà del costruttore defunto.

Ma i salesiani – “garanti” della Fondazione – non pagano quanto pattuito perché ritengono di essere stati truffati: era infatti emerso che la Corte di Cassazione, con una sentenza del marzo 2007, aveva estromesso dall’asse ereditario i nipoti di Gerini, diseredati dallo stesso marchese Alessandro. Silvera denuncia la Fondazione per il mancato pagamento e il Tribunale gli dà ragione: anche se i nipoti di Gerini erano stati esclusi dall’asse ereditario – questa la sostanza della sentenza di primo grado –, l’impegno sottoscritto da Silvera, Mazzali e Zanfagna nel 2007 “supera” questa estromissione, risulta vincolante e quindi i salesiani devono pagare. A questo punto Silvera ottiene prima un decreto ingiuntivo, poi il sequestro dei beni per un valore 130 milioni di euro (dal momento che è possibile bloccare fino al 50% in più della somma pretesa dal creditore) e poi la vendita all’asta della casa generalizia.

Il documento falsificato scoperto in questi giorni è il “nulla osta”, firmato da don Marian Stempel, segretario del Consiglio generale della congregazione salesiana, con il quale si autorizzava l’economo generale dei salesiani a firmare la transazione con Silvera e gli eredi Gerini. «La nostra ipotesi è che quel documento falso sia stato prodotto dal gruppo Silvera-Zanfagna, forse con qualche complicità interna alla stessa Congregazione dei salesiani», spiega ad Adista Michele Gentiloni Silveri, avvocato della Fondazione. Alla domanda se don Mazzali sia vittima – perché truffato – o in qualche modo anche attore nella vicenda, Gentiloni preferisce non rispondere: «Questa domanda – dice – andrebbe rivolta a don Mazzali».

L’inchiesta va avanti e potrebbe essere arrivata alla stretta finale. Nei prossimi mesi la Procura dovrà decidere se archiviare il procedimento (come già fece nel novembre 2012, quando però mancavano molti degli elementi che ci sono oggi) oppure rinviare a giudizio Silvera, Zanfagna e altri presunti complici (fra cui un religioso). Ma nelle prossime settimane ci potrebbe essere anche l’intervento del Tribunale civile: se desse credito all’ipotesi della falsificazione del documento, potrebbe ritenere nulla la transazione del 2007 e quindi annullare l’asta giudiziaria del prossimo 30 aprile.

Intanto, proprio in questi giorni, è in corso il 27.mo Capitolo generale dei salesiani, che si svolge proprio nella casa generalizia messa forzosamente in vendita. «Siamo chiamati a tornare all’essenziale, a essere una congregazione povera per i poveri», ha detto il rettore maggiore della Congregazione fondata da don Bosco, don Pascual Chávez Villanueva, aprendo i lavori.

Contesa salesiani-Gerini: la casa generalizia va all’asta. Ma la vicenda resta aperta

10 febbraio 2014

“Adista”
n. 6, 15 febbraio 2014

Luca Kocci

La casa generalizia dei salesiani andrà all’asta a fine aprile per ordine del Tribunale civile di Roma. Si aggiunge così un nuovo atto – che però non è ancora l’ultimo – alla lunga e complessa vicenda giudiziaria che da oltre vent’anni contrappone gli eredi del marchese Alessandro Gerini – senatore democristiano nelle prime tre legislature della Repubblica, uno dei più importanti “palazzinari” romani degli anni ’50-’70, ribattezzato il “costruttore di Dio” proprio per i suoi rapporti con diversi istituti ed enti religiosi –, da una parte, e la Fondazione ecclesiastica marchesi Teresa, Gerino e Lippo Gerini insieme ai salesiani, dall’altra.

Un’asta da 65 milioni di euro

Ad essere messo forzosamente in vendita, con un’ordinanza della IV sezione civile del Tribunale di Roma, è il “Salesianum”, ovvero l’intero quartier generale dei salesiani, situato in via della Pisana, all’estrema periferia occidentale della città, pochi chilometri oltre il Grande raccordo anulare. Entro il 29 aprile gli eventuali compratori dovranno far pervenire le buste con le offerte alla Cancelleria del Tribunale. Il giorno dopo, ammesso che delle proposte di acquisto siano arrivate, si procederà all’apertura delle buste ed eventualmente, nel caso ci siano più offerte, alla gara al rialzo. Se l’asta «senza incanto» (ovvero immediatamente e irrevocabilmente impegnativa per chi la presenta che, se rinuncia, perde l’intera cauzione versata, nella fattispecie fissata al 10% dell’offerta) andrà deserta, è già fissata una nuova data, il 17 settembre, quando si procederà alla vendita «con incanto» (se l’unico offerente non si presenta all’udienza per la gara perde “solo” un decimo della cauzione versata).

Ad essere messi in vendita sono tre lotti. Un edificio di cinque piani dove ci sono uffici, sale riunioni, archivi, biblioteche, mense, camere ed altri ambienti di lavoro e di servizio (28mila metri quadri e 8mila di terrazzi) più un appartamento di tre camere e cucina (109 metri quadri più 75 metri di corte esterna) e «un vano ripostiglio abusivo» di 13 metri quadri (il tutto costituisce il lotto A, base d’asta fissata a 48 milioni e 700mila euro, in caso di gara al rialzo l’offerta minima è di 40mila euro). Un altro edificio di cinque piani «utilizzato come struttura di accoglienza e alberghiera» in cui ci sono 169 camere con bagno, aula magna, sale conferenze, salette per incontri e sala mensa per un totale di 10mila metri quadrati e 2mila di terrazzi (lotto B, base d’asta fissata a 16milioni e 500mila euro, con rialzo minimo di 30mila euro). Un edificio in disuso di due piani, un «fatiscente manufatto utilitaristico di tipo agricolo», due campi sportivi polivalenti e una pista da bocce, per 13mila metri quadrati totali (lotto C, base d’asta a 500mila euro, rialzo minimo fissato a 10mila euro).

Salesiani senza casa? Difficile ma possibile

Tuttavia che questo sia l’ultimo atto di una vicenda che si trascina da oltre due decenni e che i salesiani ad aprile si ritrovino senza casa è poco probabile. Aste giudiziarie di questa entità solitamente vanno deserte alla prima convocazione e anzi spesso si trascinano per molti anni, riferiscono ad Adista fonti del Tribunale. E nel frattempo potrebbe arrivare la sentenza di appello alla decisione di primo grado che, se fosse favorevole alla Fondazione, annullerebbe tutto il procedimento. Anche se resta tecnicamente possibile che il 30 aprile ci sia un’offerta valida e che la casa generalizia dei salesiani venga immediatamente acquistata. In tal caso anche una sentenza di appello di segno opposto al primo grado non potrebbe più annullare la vendita. I prossimi mesi, quindi, saranno decisivi.

Salesiani-Gerini: lunga storia di una contesa

La vicenda prende avvio nel 1990, quando il marchese Alessandro Gerini muore celibe e senza figli, ma con quattro nipoti, e lascia gran parte del proprio patrimonio – poi stimato in quasi 660 milioni di euro in beni mobili e immobili – in eredità alla Fondazione marchesi Teresa, Gerino e Lippo Gerini, un ente ecclesiastico fondato nel 1963 e nel cui Consiglio di amministrazione siede anche l’economo generale dei salesiani, con i quali il marchese aveva un saldissimo legame affettivo ed affaristico fin dagli anni ‘50.

Ma i nipoti di Gerini non ci stanno, ritengono che nel lascito ci siano delle irregolarità e così, con la mediazione del faccendiere siriano Carlo Moisé Silvera – misterioso personaggio coinvolto anche in altre inchieste giudiziarie di natura patrimoniale e finanziaria, che avrebbe acquistato i diritti ereditari di uno dei quattro nipoti –, denunciano la Fondazione. La questione è opaca. Silvera e uno degli avvocati che allora curava gli interessi dei salesiani, Alberto Pappalardo – come rivela un appunto di mons. Renato Dardozzi, alto funzionario dello Ior fino alla fine degli anni ‘90, pubblicato nel libro-inchiesta di Gianluigi Nuzzi Vaticano Spa che alla vicenda dedica un capitoletto titolato “Il costruttore di Dio e il ricatto siriano” –, lasciano intendere che convenga raggiungere un accordo con i Gerini per evitare che possano venire alla luce attività finanziarie poco trasparenti della Fondazione e «informazioni pericolose e anche compromettenti per le Autorità religiose», compreso lo stesso Ior. Si pensa ad un bluff, o ad un ricatto, e non se ne fa nulla. Fino all’8 giugno 2007, quando Silvera, don Giovanni Mazzali (allora economo generale dei salesiani, che intanto pochi giorni prima hanno inspiegabilmente firmato un impegno a farsi carico di tutti gli adempimenti patrimoniali e finanziari della Fondazione Gerini) e l’avvocato milanese Renato Zanfagna (uomo di fiducia di don Mazzali) sottoscrivono un accordo: Silvera accetta il 15% del patrimonio Gerini lasciato alla Fondazione (ovvero 99 milioni, di cui 16 come anticipo), rinunciando a qualsiasi ulteriore pretesa sul resto delle proprietà del costruttore defunto.

Trascorre del tempo, e i salesiani – che sono diventati “garanti” della Fondazione – non pagano quanto pattuito: ritengono infatti di essere stati truffati poiché frattanto emerge che la Corte di Cassazione, con una sentenza dell’1 marzo 2007 (quindi precedente alla firma dell’accordo), aveva estromesso dall’asse ereditario i nipoti di Gerini, diseredati dallo stesso marchese Alessandro. Silvera denuncia la Fondazione per il mancato pagamento e il Tribunale gli dà ragione: anche se i nipoti di Gerini erano stati esclusi dall’asse ereditario – questa la sostanza della sentenza di primo grado –, l’impegno sottoscritto da Silvera, Mazzali e Zanfagna nel 2007 “supera” questa estromissione, risulta vincolante e quindi i salesiani devono pagare. A questo punto Silvera ottiene prima un decreto ingiuntivo, poi il sequestro dei beni per un valore 130 milioni di euro (dal momento che è possibile bloccare fino al 50% in più della somma pretesa dal creditore) ed ora la vendita all’asta della casa generalizia, fissata per il prossimo 30 aprile.

A meno che prima non arrivi la sentenza di appello che, in tal caso, bloccherebbe l’asta. Il ricorso della Fondazione si basa sul presupposto che don Mazzali, per firmare l’accordo del 2007, avrebbe avuto bisogno di una autorizzazione previa da parte della Santa Sede, essendo i salesiani una Congregazione religiosa sottoposta all’autorità del Vaticano. Questa autorizzazione c’era per i 16 milioni di euro di “anticipo”, ma non per l’intera somma dei 99 milioni. Pertanto, sostiene la difesa, quell’atto non è valido perché l’economo generale dei salesiani non aveva titolo per sottoscriverlo.

La parola finale, quindi, resta ai giudici. E anche al calendario, perché, ammesso che sia favorevole alla Fondazione e ai salesiani, dovrebbe arrivare prima dell’eventuale vendita. Se invece arrivasse dopo, la casa generalizia sarebbe definitivamente persa.

Truffa?

Sulla vicenda è in corso anche un’inchiesta penale. La Fondazione Gerini accusa di truffa Silvera, l’avvocato Zanfagna e un religioso che avrebbe messo in contatto il faccendiere siriano con l’ex segretario di Stato, il card. Tarcisio Bertone, salesiano, perché intervenisse nella questione, convincendo l’economo generale della congregazione, don Mazzali, a chiudere l’accordo del giugno 2007, snodo decisivo e ancora non chiarito dell’intera vicenda. «La nostra tesi è che quell’accordo è frutto di un delitto, di una truffa», spiega ad Adista Michele Gentiloni Silveri, avvocato della Fondazione. È stato lo stesso Bertone a raccontare ai giudici di essersi attivato per una «composizione pacifica ed equa» fra Fondazione Gerini ed eredi Gerini, ma di essere stato truffato: il valore del patrimonio sarebbe stato «gonfiato  a dismisura per aumentare la somma destinata a Silvera».

Nel novembre 2012 la Procura di Roma decide l’archiviazione (nessuna truffa, si sostiene, anzi «emerge una gestione concordata degli interessi in campo, alla quale si perviene dopo una transazione voluta dalle parti, certamente in grado di valutare gli operatori cui si affidavano e la portata nonché la convenienza dell’accordo»). Ma all’inizio del 2013 il caso viene riaperto in virtù del sopraggiungere di nuovi elementi precedentemente non vagliati dai magistrati (essendo l’inchiesta giudiziaria in corso, non possono essere rivelati). «Le indagini preliminari condotte dalla Procura della Repubblica circa il detto atto di transazione dell’8 giugno 2007 sono sì state archiviate nel novembre 2012 per poi essere subito riaperte, su rituale istanza del pubblico ministero, nel gennaio 2013», conferma una nota dell’avvocato Gentiloni (inviata al sito Dagospia che in un articolo pubblicato lo scorso 3 febbraio aveva dato per definitivamente chiuso il procedimento) e della Congregazione salesiana. «Ad oggi, il sig. Carlo Moisé Silvera ed altri presunti concorrenti rivestono tuttora la qualità di persone sottoposte ad indagini preliminari nel procedimento n. 3497/2013 r.g.n.r. per fatti di truffa, estorsione, associazione per delinquere commessi in danno degli Enti suddetti» (ovvero la Fondazione Gerini e i salesiani). Entro l’estate 2014 potrebbe arrivare il pronunciamento del giudice: nuova archiviazione oppure rinvio a giudizio delle persone coinvolte (anche se questo non avrebbe alcuna influenza sulla questione dell’asta giudiziaria della casa generalizia, essendo quello un diverso procedimento, per di più civile).

In qualsiasi modo si concluda la vicenda, sembra tutto molto lontano dal desiderio della «Chiesa povera e dei poveri» annunciata nel Vangelo e sognata dal Concilio Vaticano II.

Vista dal basso è tutta un’altra Chiesa

4 novembre 2013

Luca Kocci – Valerio Gigante
Introduzione a
La Chiesa di tutti. L’altra Chiesa: esperienze ecclesiali di frontiera, gruppi di base, movimenti e comunità, preti e laici “non allineati”, Altreconomia edizioni, Milano, 2013 *

Vista dall’esterno, la Chiesa cattolica appare come una struttura unitaria e un blocco monolitico. Ma attenzione. Se per Chiesa intendiamo la gerarchia e l’istituzione ecclesiastica, l’affermazione regge. Se invece consideriamo la Chiesa nella sua accezione più autentica, ossia come «popolo di Dio», allora le cose stanno diversamente.

A partire dal pontificato di papa Wojtyla, la presenza della gerarchia cattolica sui media e nella società è diventata infatti molto più pervasiva ed invadente, e l’influenza della Conferenza episcopale italiana e del Vaticano nel determinare gli indirizzi del Paese – soprattutto dopo la fine della Democrazia cristiana, quando in particolare la Cei guidata dal cardinal Camillo Ruini ha deciso di intervenire direttamente nel campo politico, ritirando la delega e facendo a meno della mediazione dei laici – è cresciuta a dismisura. Parallelamente la Chiesa diffusa, le comunità sparse sul territorio, le tante associazioni e i gruppi ecclesiali che dal basso vivono concretamente le contraddizioni del tempo presente, continuamente in ascolto e sintonia con i tempi che mutano, operando nel concreto a fianco dei migranti, degli emarginati, dei malati, dei senza voce, sono di fatto scomparsi dalla scena pubblica. In maniera inversamente proporzionale alla visibilità e all’interventismo dei vertici ecclesiastici, si sono infatti ristretti gli spazi dentro e fuori la Chiesa per quelle realtà del cattolicesimo di base che talvolta criticano o che comunque vivono con disagio alcune posizioni del magistero e i pronunciamenti dei pontefici, del Vaticano e della Cei. Sono voci spesso fuori dal coro che non hanno pressoché nessuna cittadinanza sui mezzi di informazione istituzionali della Chiesa. Ma che esistono. E si moltiplicano. La distanza dal magistero su questioni come la contraccezione e le convivenze; l’insofferenza verso alcuni privilegi economici di cui godono gli enti ecclesiastici; il caso di Eluana Englaro, come quello di Piergiorgio Welby; il crescente disagio per i comportamenti personali e pubblici dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a lungo sostenuto dalle gerarchie ecclesiastiche parlano chiaro: i cattolici non hanno capito, o non hanno condiviso, le scelte dei loro vertici. Ma di questo dissenso, sui media ufficiali non compare quasi nessun cenno. Così, ad un osservatore esterno, la Chiesa sembra continuare a parlare con una sola voce, spesso inclinata verso destra.

Negli ultimi anni però – soprattutto dopo la fine del pontificato di Giovanni Paolo II che aveva la capacità, anche mediatica, di tenere tutto insieme e di soffocare il dissenso – la contraddizione di una istituzione ecclesiastica sempre meno in sintonia con il suo popolo sembra essere più marcata ed evidente, come dimostra anche la secolarizzazione della società che avanza a larghi passi. Insomma, nonostante l’enorme quantità di denaro pubblico che dalle casse dello Stato prende la via delle istituzioni ecclesiastiche (otto per mille, finanziamenti alle scuole cattoliche e ad altri enti, insegnamento della religione nelle scuole statali, esenzioni fiscali di vario tipo, ecc.); nonostante la grande “potenza di fuoco” che la Chiesa istituzionale riesce ad esprimere attraverso i suoi giornali (dai quotidiani come Avvenire e l’Osservatore Romano, l’Eco di Bergamo e Il Cittadino di Lodi agli oltre 200 settimanali diocesani) e centinaia di riviste anche di grandissima diffusione, le televisioni (Tv2000, Telepace, il Centro Televisivo Vaticano), le radio (Radio Vaticana e circa 200 emittenti del circuito InBlu); nonostante gli altri pulpiti mediatici e reali delle oltre 25mila parrocchie, il fenomeno religioso perde consistenza nella società italiana. Sembra la realizzazione della “profezia” che don Lorenzo Milani scrisse in Esperienze pastorali, un volume pubblicato dalla Libreria editrice fiorentina nel lontano 1957 e ritirato dal commercio perché giudicato «inopportuno» dal Sant’Uffizio: «Per un prete quale tragedia più grossa di questa potrà mai venire? Essere liberi, avere in mano i sacramenti, Camera, Senato, stampa, radio, campanili, pulpiti e scuole e con tutte questa dovizia di mezzi divini e umani raccogliere il bel frutto di essere derisi dai poveri, odiati dai più deboli, amati dai più forti. Avere la chiesa vuota. Vedersela vuotare ogni giorno di più. Sapere che presto sarà finita la fede dei poveri. Vien persino da domandarsi se la persecuzione potrà essere peggio di questo».

In questi tempi, durante i quali l’istituzione ecclesiastica ha privilegiato l’asse con i gruppi e i settori ecclesiali più conservatori e ha brandito i cosiddetti «principi non negoziabili» come una clava per tenere sotto tutela i “cattolici adulti” – come del resto ha riconosciuto lo stesso papa Bergoglio nella lunga intervista a Civiltà cattolica del 19 settembre 2013 («Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi») – l’insofferenza nella base ecclesiale è cresciuta e continua a crescere. Rilanciando, a 50 anni dal suo svolgimento, il Concilio Vaticano II con le sue dirompenti affermazioni sulla «Chiesa povera e dei poveri», sull’ecumenismo, sul ruolo dei laici e delle donne, sul rapporto con il mondo laico, sulla sinodalità e la collegialità nella Chiesa, sulla verità che non si dà una volta per tutte ma che si cerca faticosamente di raggiungere (e comunque sempre in maniera provvisoria). Il Concilio allora, nonostante tutte le «ermeneutiche della continuità» tese a depotenziare le sue istanze, resta l’elemento di maggiore contraddizione rispetto al mantenimento dello stato di cose presenti,  proprio perché esso costituisce la prova che è possibile una Chiesa intesa come «popolo di Dio in cammino», in ascolto dei «segni dei tempi». Alla luce di questo, un numero sempre più consistente di credenti chiede una Chiesa meno lobby politica e più impegnata nella difesa dei diritti, degli ultimi, della giustizia sociale, nella promozione di una società più partecipata e solidale, di una Chiesa in cui i teologi, laici, le donne, possano tornare a discutere liberamente e, perché no, anche deliberare, riappropriandosi della autonomia e della responsabilità che proprio il Concilio attribuisce loro nella sfera temporale.

Questa Chiesa del Concilio sta tentando di uscire dalle catacombe cui è stata costretta dal trentennio di Wojtyla e Ratzinger, di Ruini e Bagnasco, sta tornando a discutere pubblicamente, influenzando le posizioni e le parole di diversi esponenti della gerarchia. Se questa spinta dal basso riuscirà ad incidere, o se invece l’atteggiamento ambivalente della gerarchia resterà solo una ennesima dimostrazione della “politica dei due forni” funzionale a lasciarsi aperta qualsiasi strada per l’avvenire – il pontificato di Bergoglio è appena cominciato e, al di là degli entusiasmi, e delle speranze, manifestati da molti, è troppo presto per poter dire se la Chiesa cambierà in profondità e nella struttura oltre che nei toni e negli atteggiamenti –, saranno i prossimi mesi ed anni a dircelo. Intanto però, è importante raccontare e documentare la presenza, la vivacità e le attività di queste realtà ecclesiali, sottraendole al silenzio assordante cui i media ufficiali (cattolici, ma anche laici) li hanno costretti e li costringono. E restituendoli al ruolo, ed alla dignità, che gli competono. Quello che, in queste pagine, abbiamo tentato di fare.

Nel primo capitolo del volume è tracciata una breve storia del “dissenso cattolico” e della Chiesa conciliare, rintracciando gli antecedenti storico-culturali che si manifestano già alla fine dell’800 e proseguendo il percorso fino ai giorni nostri, attraverso anche una mappatura ragionata – nel secondo capitolo – di quello che c’è oggi in Italia. Nei capitoli 3 e 4 ci si sofferma in particolare sue due questioni che, oltre ad essere particolarmente dibattute anche nel mondo laico, hanno costituito un evidente elemento di divisione – quasi uno spartiacque – fra i vertici dell’istituzione ecclesiastica e la Chiesa di base variamente declinata: le finanze e i patrimoni della Chiesa; e i «principi non negoziabili». Nel quinto capitolo vengono raccontate più da vicino, e con un taglio maggiormente narrativo, sei esperienze di comunità ecclesiali “di frontiera”, particolarmente attive sul terreno sociale ma contestualmente impegnate nel tentativo di costruire una Chiesa più fedele al Vangelo. Il sesto capitolo, come in una sorta di “pagine gialle”, presenta un elenco – molto ampio ma sicuramente non esauriente, perché è impossibile contenere in poche pagine la ricchezza di un mondo cattolico di base tanto diffuso quanto sommerso e poco appariscente – dei gruppi ecclesiali di base oggi attivi in Italia e delle riviste di informazione e di controinformazione ecclesiale che mantengono viva l’ispirazione al Concilio Vaticano II.

* se ne parla qui:

ALTRECONOMIA – Massimo Acanfora

http://www.altreconomia.it/site/ec_articolo_dettaglio.php?intId=233

http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=4365&fromRivDet=157

VATICAN INSIDER-LA STAMPA – Fabrizio Mastrofini

http://vaticaninsider.lastampa.it/recensioni/dettaglio-articolo/articolo/29322/

IL MANIFESTO – Alessandro Santagata

http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201312/131213santagata.pdf

EUROPA – Aldo Maria Valli

http://www.europaquotidiano.it/2013/11/16/la-chiesa-vista-dal-basso/#

VINO NUOVO – Aldo Maria Valli

http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=1490

L’ECO DI BERGAMO – Marco Marzano

http://www.altreconomia.it/img/Ecodibergamo_Altrachiesa.pdf

ADISTA

http://www.adista.it/?op=articolo&id=53301

IL REGNO

http://www.altreconomia.it/img/Libri%20del%20mese%202014-2%20schede.pdf

NIGRIZIA
http://www.altreconomia.it/img/NIGRIZIAGENNAIO2014-120.pdf

CONFRONTI

http://www.confronti.net/confronti/2013/10/la-chiesa-di-tutti-laltra-chiesa/

KOINONIA – p. Alberto Bruno Simoni

http://www.koinonia-online.it/forum365base.htm

MICROMEGA

http://temi.repubblica.it/micromega-online/un%E2%80%99altra-chiesa-per-quale-chiesa/

NOI DONNE – Giancarla Codrignani

http://www.noidonne.org/blog.php?ID=04909

PEACELINK – Giacomo Alessandroni

http://www.peacelink.it/nobrain/a/39417.html

REDATTORE SOCIALE

http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/455024/10-libri-sociali-le-novita-editoriali-scelte-da-Redattore-sociale

http://www.redattoresociale.it/Cultura/10%20Libri%20Sociali/Dettaglio/455005/LA-CHIESA-DI-TUTTI-L-altra-Chiesa-esperienze-ecclesiali-di-frontiera-gruppi-di-base-movimenti-e

IL DIALOGO

http://www.ildialogo.org/cultura/Recensioni_1383685606.htm

CENTONOVE – Augusto Cavadi

http://www.augustocavadi.com/2013/11/le-molte-facce-della-chiesa-cattolica.html

http://centonove.netsons.org/Centonove_151113.pdf

A SUD D’EUROPA – Augusto Cavadi

http://www.piolatorre.it/public/a_sud_europa/a_sud_europa_anno-7_n-46.pdf

LA PROVINCIA DI CREMONA

http://www.laprovinciacr.it/scheda/62127/-La-Chiesa-di-tutti-.html

COMUNITÀ CRISTIANE DI BASE – Marcello Vigli

http://www.cdbitalia.it/2013/12/13/un-segno-di-speranza-di-m-vigli/

NOI SIAMO CHIESA

http://www.noisiamochiesa.org/?p=2912

COMUNITÀ DELL’ISOLOTTO

http://baracchesempreverdi.blogspot.it/2013/11/la-chiesa-di-tutti-laltra-chiesa.html

PADRE LUCIANO IN DIALOGO – blog di p. luciano meli

http://www.padreluciano.it/?p=4576

PIETRE VIVE

http://pietrevive.blogspot.it/2013/11/la-chiesa-di-tutti-laltra-chiesa-di.html

ZAPPING ONLINE

http://www.zappingrivista.it/primo/articolo.php?nn=11919

CRONACHE LAICHE

http://cronachelaiche.globalist.it/Detail_News_Display?ID=90113&typeb=0&Vista-dal-basso-e-tutta-un-altra-Chiesa


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