Archive for the ‘chiesa e case’ Category

Contro la speculazione a Caserta, appello al papa: «L’ex Macrico è un bene comune, resti ai cittadini»

26 luglio 2014

“il manifesto”
26 luglio 2014

Luca Kocci

A qualche centinaia di metri dal piazzale della Reggia dove papa Francesco questo pomeriggio celebrerà la messa al termine della sua veloce visita pastorale a Caserta c’è l’ex Macrico (Magazzino centrale ricambi mezzi corazzati), un’area di 33 ettari – la superficie di 30 campi da calcio – di proprietà dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero (Idsc). Un “polmone verde” per una città assediata da cave e discariche. Totalmente inutilizzato, perché l’Idsc tiene ben chiusi i cancelli. In attesa di venderlo a 40 milioni di euro, magari a qualche palazzinaro che poi farebbe presto a costruire e rivendere a caro prezzo case e appartamenti.
Associazioni ambientaliste (Legambiente e Italia Nostra), centri sociali (Ex canapificio e Millepiani), religiosi di frontiera (i sacramentini di Casa Zaccheo e le orsoline di Casa Rut che lavorano con i migranti e con le donne vittime di tratta e di sfruttamento sessuale), cattolici di base e migliaia di cittadini riuniti nel comitato Macrico Verde temono la mega-speculazione edilizia e si oppongono da anni. E oggi che il papa è a Caserta, scrivono a Bergoglio – ma anche al segretario della Cei Galantino, al vescovo della città D’Alise e al presidente dell’Istituto centrale sostentamento clero – una lettera, anticipata ieri dall’agenzia Adista: «La Chiesa restituisca alla città come bene comune indivisibile» il Macrico, per essere coerente con il Vangelo e con la Dottrina sociale della Chiesa secondo la quale «la giustificazione della proprietà privata non ha mai negato la destinazione universale dei beni della terra».
La storia è antica. Il terreno – 324.533 metri quadrati, di cui tre quarti coperti da alberi e prati, nel centro di Caserta – appartiene alla Chiesa dal 1600, quando serviva per mantenere la mensa vescovile. Poi venne dato in affitto ai Borboni, che lo usarono come Campo di Marte per le esercitazioni militari. Infine passò alle Forze armate italiane che vi costruirono magazzini e una caserma logistica per 500mila metri cubi, occupando un quarto della superficie. Nel 1994 tornò alla diocesi e ne divenne proprietario l’Idsc, articolazione periferica dell’Istituto centrale sostentamento clero (nato nel 1985, dopo la revisione del Concordato, per gestire parte dei fondi dell’8 per mille, oggi oltre 1 miliardo di euro all’anno). Gli istituti diocesani sono proprietari ed amministratori di tutti i “benefici ecclesiastici”, vale a dire i beni della diocesi, hanno personalità giuridica autonoma, non dipendono cioè dal vescovo, che deve essere interpellato solo per i “movimenti” superiori ai 250mila euro, mentre sopra 1 milione di euro serve «il preventivo parere» della Cei e «l’autorizzazione» della Santa sede.
Nel 2000 il Macrico stava per essere acquistato dal Comune di Caserta, che non si sa come lo avrebbe utilizzato: si parlava genericamente della costruzione di «infrastrutture primarie». Il vescovo di allora, mons. Raffaele Nogaro – ora in pensione –, sempre schierato perché il Macrico diventasse un bene comune per tutti i cittadini di Caserta, sentì puzza di speculazione e di cemento e bloccò l’operazione. Da allora si sono alternate ipotesi di vendita – si sono interessati all’acquisto costruttori campani come i Coppola (cementificatori del litorale domizio), coop rosse, imprenditori vicini alla Compagnia delle Opere (il braccio economico di Comunione e liberazione), lo Stato per un confuso progetto per i 150 anni dell’Unità d’Italia – e le mobilitazioni del Macrico Verde per la salvaguardia e la restituzione dell’area alla città come parco pubblico. La faccenda sembrò chiudersi quando la Soprintendenza dei beni architettonici e paesaggistici pose il vincolo sull’area, bloccando così qualsiasi programma di edificabilità. Ma nel 2012, accogliendo il ricorso dell’Idsc, il Tar della Campania lo annullò, rimettendo di fatto il terreno sul mercato.
Solo con il Macrico – quindi senza considerare gli altri immobili diocesani – l’Idsc «è il primo e assoluto proprietario del territorio comunale», rileva il comitato: la superficie urbanizzata di Caserta è di 1.339 ettari, il Macrico ne rappresenta il 2,5%, «una percentuale elevatissima nelle mani di un solo ente a fronte della restante parte per 80mila cittadini». Proporzioni da latifondista medievale.
È tutto legale, anche la vendita, risponde l’Idsc. Vero, «ma la legalità è troppo poco quando offende la giustizia. L’Istituto investe, specula, compra, vende per il solo profitto. Tutto legittimo, ma è secondo giustizia?», chiedono i componenti del Macrico Verde a papa Francesco. E ricordano che proprio Bergoglio, nell’esortazione Evangelii Gaudium, ha scritto che la destinazione universale dei beni è «anteriore alla proprietà privata» e che «il possesso privato dei beni si giustifica per custodirli e accrescerli in modo che servano meglio al bene comune, per cui la solidarietà si deve vivere come la decisione di restituire al povero quello che gli corrisponde». E «non è la nostra comunità di Caserta povera di vita e di salute a causa di spietati cavatori che hanno distrutto e distruggono le nostre colline, di discariche legali e illegali che hanno inquinato definitivamente terreni e falde acquifere? – denuncia il comitato –. Non è economicamente povera a causa di amministratori dissennati che l’hanno portata al dissesto finanziario? Non è povera di verde a causa di una cementificazione speculativa che ha creato un deforme ammasso di case? Non è povera di spazi e di servizi a causa dell’indifferenza di chi ha amministrato e amministra la cosa pubblica in nome del partito, del clan, del gruppo, della cordata?». Se l’Idsc agirà «seguendo le leggi del mercato e non quelle del Vangelo», sarà evidente che alle parole del papa corrisponde «una prassi economicistica liberista che le nega nei fatti». La soluzione è una sola: la Chiesa «si assuma le sue responsabilità» e restituisca alla città il Macrico «come bene comune indivisibile e prezioso per la vita di tutti».

“La Chiesa restituisca alla città il Macrico”. I casertani scrivono al papa in visita pastorale

26 luglio 2014

“Adista”
n. 29,2 agosto 2014

Luca Kocci

La Chiesa di Caserta restituisca alla città come «bene comune indivisibile» il Macrico, 33 ettari nel cuore della città, nel XVII secolo proprietà della mensa vescovile, in seguito ceduta in affitto prima ai Borboni come “piazza d’armi” e poi alle Forze armate italiane che lo trasformarono in deposito di mezzi corazzati e vi costruirono una caserma, fino al 1994 quando venne assorbito dall’Istituto diocesano per il sostentamento del clero (Idsc): sarebbe questa l’unica opera di giustizia possibile, coerente con il Vangelo, con la Dottrina sociale della Chiesa e con le parole di papa Francesco. Lo chiedono le associazioni cattoliche e laiche casertane riunite nel comitato Macrico Verde (i padri sacramentini di Casa Zaccheo, le suore orsoline di Casa Rut e della cooperativa NewHope, i centri sociali Ex Canapificio e Millepiani, ma anche Italia Nostra e Legambiente) che da 15 anni si battono per la salvaguardia dell’area e che colgono l’occasione della presenza del papa in città – il 26 luglio in visita pastorale alla diocesi, il 28 luglio in visita privata all’amico pastore pentecostale Giovanni Traettino – per riportare all’attenzione la vicenda del Macrico, su cui incombe sempre il rischio della speculazione edilizia e della cementificazione dal momento che l’Idsc non esclude la possibilità di vendita a privati, contro la quale si è sempre opposto mons. Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta fino al 2009.

33 ettari equivalgono a 1/181 dell’intera superficie comunale. Ma se si considera solo lo spazio urbanizzato di Caserta la percentuale sale al 2,46%, calcola il comitato Macrico Verde in una lettera – che Adista può anticipare – inviata al papa, al segretario della Cei mons. Nunzio Galantino, al vescovo mons. Giovanni D’Alise e al presidente dell’Istituto centrale per il sostentamento per il clero Giovanni Soligo. «L’Istituto è il primo e assoluto proprietario di territorio comunale», «una percentuale elevatissima nelle mani di un solo Ente a fronte della restante parte per 80mila cittadini», «un caso straordinario che va ben al di là di qualsiasi legittima proprietà e che coinvolge concretamente tutti i cittadini di Caserta», scrive il comitato. «La destinazione di questa area non è quindi cosa che possa risultare indifferente alla proprietà considerando soprattutto le singolari caratteristiche non solo dell’Ente attualmente proprietario, ma le origini della proprietà stessa frutto della carità posta a servizio della mensa vescovile, la quale assolveva compiti di sussistenza e solidarietà».

Alla proposta del comitato – fare del Macrico uno spazio pubblico verde – la risposta è stata sempre che l’Idsc sta agendo nella piena legalità. «Ma la legalità è troppo poco quando offende la giustizia», si legge nella lettera. «L’Istituto investe, specula, compra, vende per il solo profitto. Tutto legittimo, ma è secondo giustizia? E il fine buono può giustificare mezzi cattivi? Noi non possiamo credere che questo sia vero perché se lo fosse sarebbe mostruoso e contraddirebbe la parola del Vangelo e la stessa Dottrina sociale della Chiesa». E sarebbe in contraddizione anche con le recenti affermazioni del papa che, nell’esortazione Evangelii gaudium, ha scritto: «La solidarietà è una reazione spontanea di chi riconosce la funzione sociale della proprietà e la destinazione universale dei beni come realtà anteriori alla proprietà privata. Il possesso privato dei beni si giustifica per custodirli e accrescerli in modo che servano meglio al bene comune, per cui la solidarietà si deve vivere come la decisione di restituire al povero quello che gli corrisponde». «Papa Francesco parla di restituire al povero quello che gli corrisponde», si legge ancora nella lettera del comitato Macrico Verde. «E non è la nostra comunità della città di Caserta povera di vita e di salute a causa di spietati cavatori che hanno distrutto e distruggono le nostre colline, di discariche legali e illegali che hanno inquinato definitivamente terreni e falde acquifere? E non è economicamente povera a causa di amministratori dissennati che l’hanno portata al dissesto finanziario? E non è povera di verde a causa di una cementificazione speculativa che ha creato un deforme ammasso di case? E non è povera di spazi e di servizi a causa dell’indifferenza di chi ha amministrato e amministra la cosa pubblica in nome del partito, del clan, del gruppo, della cordata?». «Non possiamo accettare – conclude la lettera – che si dica l’Idsc non è la Chiesa, si tratta evidentemente di una comoda e pericolosa finzione giuridica, quasi la creazione di un Ente autonomo che, perché ufficialmente autonomo, può operare seguendo le leggi del mercato e non quelle del Vangelo (gli Idsc sono infatti articolazioni periferiche dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero, sono proprietari ed amministratori di tutti i “benefici ecclesiastici”, cioè i beni della diocesi, e hanno personalità giuridica autonoma, non dipendono cioè dal vescovo diocesano che deve essere interpellato solo per i movimenti superiori ai 250mila euro, mentre per beni che superano il milione di euro – come il Macrico, il cui prezzo di mercato è di circa 40 milioni – devono avere «il preventivo parere della Cei» e «l’autorizzazione della Santa Sede», ndr). Non possiamo accettare che alle parole del papa corrisponda una prassi economicistica liberista che le nega nei fatti». Per questo «non chiediamo che la Chiesa doni nulla, ma che si assuma le sue responsabilità in ordine a questa proprietà, prendendo in considerazione la possibilità di una cessione solidale del bene alla città o anche una gestione comune del terreno come bene comune indivisibile e prezioso per la vita di tutti».

Eredità marchese Gerini: i salesiani truffati dal loro stesso economo?

7 maggio 2014

“Adista”
n. 17, 10 maggio 2014

Luca Kocci

I salesiani potrebbero essere stati truffati dal loro stesso economo generale. Il condizionale è d’obbligo, ma la chiusura delle indagini preliminari di una delle due inchieste penali sulla vicenda dell’eredità Gerini – che da oltre 20 anni contrappone gli eredi del marchese Alessandro Gerini, la Fondazione Gerini e la Congregazione salesiana (v. Adista Notizie nn. 6 e 10/14 – sembra avviarsi verso il rinvio a giudizio per truffa e falso dell’allora economo generale dei salesiani, don Giovanni Mazzali, Carlo Moisé Silvera (faccendiere siriano che curava gli interessi degli eredi Gerini) e Renato Zanfagna, l’avvocato che fece da “mediatore”.

La chiave di volta della questione è infatti un documento che nel 2007 riaprì il capitolo eredità Gerini e che, secondo l’accusa, sarebbe stato falsificato proprio dai tre. Alla sua morte, nel 1990, il marchese Gerini lasciò il proprio patrimonio – stimato in 660 milioni di euro in beni mobili e immobili – in eredità alla Fondazione Gerini, un ente ecclesiastico fondato nel 1963 e nel cui Consiglio di amministrazione siede anche l’economo generale dei salesiani, con i quali il marchese aveva un saldissimo legame fin dagli anni ‘50. I nipoti di Gerini contestarono il lascito e si affidarono a Silvera che, nel giugno 2007, raggiunse un accordo con don Mazzali, mediato da Zanfagna e benedetto anche dal cardinale salesiano Tarcisio Bertone: Silvera avrebbe accettato il 15% del patrimonio Gerini lasciato alla Fondazione (100 milioni), rinunciando a qualsiasi ulteriore pretesa sul resto delle proprietà del costruttore defunto. I salesiani – “garanti” della Fondazione – però non pagarono quanto pattuito, ritenendo di essere stati truffati. Silvera denunciò la Fondazione per il mancato pagamento, il Tribunale gli diede ragione, emanò un atto ingiuntivo di pagamento e ordinò il sequestro dei beni dei salesiani per un valore di 130 milioni di euro (dal momento che è possibile bloccare fino al 50% in più della somma pretesa dal creditore), stabilendo anche la vendita all’asta della casa generalizia della Congregazione.

Ad essere stato falsificato – aggiungendo interi paragrafi – sarebbe il “nulla osta” del 2007, firmato da don Marian Stempel, segretario del Consiglio generale della congregazione salesiana, con il quale si autorizzava l’economo generale dei salesiani a firmare la transazione con Silvera e gli eredi Gerini. E gli autori del falso, secondo l’ipotesi dell’accusa, sarebbero stati lo stesso economo generale Mazzali, Silvera e Zanfagna. I tre, «con artifici e raggiri», avrebbero fatto credere che la Fondazione Gerini fosse stata autorizzata dalla segreteria di Stato ad effettuare la transazione e soprattutto che la «Direzione Opere Don Bosco» dovesse «garantire le obbligazioni nascenti da questo atto transattivo» con un solo obiettivo: «Ottenere il versamento dei 100 milioni di euro», si legge nelle conclusioni dell’accusa rese note da un articolo di Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera (27/4). Da parte dei salesiani non arriva nessuna difesa “d’ufficio” di don Mazzali, economo generale per due mandati consecutivi (1996-2008), poi, e fino allo scorso mese di gennaio, ispettore (cioè provinciale) dell’Ispettoria salesiana sicula: «La Direzione generale Opere Don Bosco è certa che il giudice, una volta accertata la natura illecita della transazione firmata l’8 giugno 2007 saprà distinguere le posizioni dei soggetti coinvolti affermando le singole responsabilità personali», si legge in una nota della congregazione religiosa. Viene solamente ribadita «l’assoluta fiducia nell’opera della magistratura».

Lo scorso 2 aprile la Procura di Roma ha chiuso le indagini preliminari, per cui a giorni dovrebbe arrivare il prevedibile rinvio a giudizio oppure la meno probabile archiviazione. «Chiederemo anche il sequestro dell’atto di transazione fra Fondazione Gerini e Silvera che, se concesso, farà decadere automaticamente l’atto ingiuntivo e di conseguenza l’asta giudiziaria per la vendita della casa generalizia», spiega ad Adista Michele Gentiloni Silveri, avvocato della Fondazione. Asta intanto che si è aperta lo scorso 30 aprile con un nulla di fatto. Il secondo appuntamento è fissato il prossimo 17 settembre, se non sarà bloccato prima.

«Stop agli sfratti dagli immobili ecclesiastici». Noi siamo Chiesa scrive al papa

26 marzo 2014

“Adista”
n. 12, 29 marzo 2014

Luca Kocci

Quello degli inquilini che vivono in affitto in appartamenti di proprietà di enti ecclesiastici e che vengono sfrattati perché non riescono più a pagare canoni di affitto improvvisamente raddoppiati o triplicati è un problema che si trascina da anni.

Soprattutto a Roma dove la Chiesa è proprietaria di quasi un quinto degli immobili della capitale – il Vaticano attraverso Apsa (Amministrazione del patrimonio apostolico della Sede apostolica), Propaganda Fide e Istituto per le opere di religione (Ior), ma anche diocesi, istituti, congregazioni religiose, capitoli e confraternite di vario tipo e di varia natura – e dove, almeno dal 2007, è stata avviata una politica di forte aumento dei canoni di affitto (anche fino al 300%) e di sfratti, talvolta con l’ausilio della forza pubblica (v. Adista nn. 39 e 79/07; 81 e 90/08, 14/11).

Della questione si occupa fin dall’inizio il gruppo romano del movimento Noi Siamo Chiesa, che più volte ha scritto al card. Agostino Vallini, vicario del papa per la diocesi di Roma, senza mai avere risposta (v. Adista Notizie nn. 10 e 51/11). Ora la situazione sembra cambiata, almeno apparentemente: papa Francesco in più occasioni è intervenuto sulla gestione del patrimonio immobiliare ecclesiastico, per esempio quando, in visita al Centro Astalli dei gesuiti, il 10 settembre dello scorso anno, ha chiesto: «A cosa servono alla Chiesa i conventi chiusi? I conventi dovrebbero servire alla carne di Cristo e i rifugiati sono la carne di Cristo». Il gruppo romano di Noi Siamo Chiesa, anche incoraggiato da queste parole e dai gesti e dalle parole del papa in questo primo anno di pontificato, ha allora inviato direttamente a Bergoglio una lettera che Adista è in grado di rendere nota.

«Caro Francesco, ci permettiamo di darti del tu come nostro fratello, in questa nostra lettera, una lettera difficile in questo momento di crisi per molte persone e molte famiglie», si legge. «Siamo da tempo interessati al problema degli sfratti dalle abitazioni di proprietà di vari enti religiosi, anche se molte persone e famiglie sono in regola con il pagamento dell’affitto e per alcune di esse è accertato lo stato di disagio economico. Riteniamo, pertanto, necessario ed urgente che, per il rispetto della persona umana, di cui la tradizione cristiana ha esaltato la dignità, si debba intervenire con provvedimenti adeguati, non procrastinabili. Richiamiamo la tua attenzione su tale problema e sulla sua urgenza – scrivono gli attivisti romani di Noi Siamo Chiesa –, in quanto la prassi seguita sinora nella nostra città da diversi enti ed istituti religiosi ha utilizzato gli stessi metodi previsti dalla legge italiana, ove lo sfratto avviene ai danni di molte famiglie sprovviste del reddito sufficiente per il pagamento dei vigenti canoni di affitto e senza assicurare loro soluzioni alternative. Tali metodi evidenziano un’inequivocabile preferenza per una logica di mero profitto in netta contrapposizione alla carità, espressa nelle moltissime donazioni alla sede apostolica come vincolo di amore per la Chiesa e per i poveri della nostra città. È facilmente intuibile lo stato d’ansia e preoccupazione di famiglie povere, profondamente smarrite e fragili, che vivono sospese fra incapacità di affrontare il presente e ansia per il futuro, particolarmente quelle che sono state indotte dalle istituzioni religiose ad eseguire opere di ristrutturazione degli alloggi con la promessa di ripetuti rinnovi del contratto di locazione. Tali azioni sono in contrasto con ogni principio di solidarietà umana e cristiana, solidarietà troppo spesso auspicata ma di fatto ignorata», perché «crediamo che l’obiettivo della Chiesa non sia di massimizzare i profitti della gestione del suo patrimonio immobiliare, bensì eliminare o alleviare il più possibile le sofferenze che derivano a donne e uomini dalla negazione del loro diritto ad una casa o dalla loro condizione di sfrattati. Altrimenti la Chiesa non adempierà alla sua missione di luce nel mondo».

Sogniamo «una Chiesa povera che si prenda cura degli altri, senza prevalente preoccupazione di se stessa», «una Chiesa che sappia ascoltare, dialogare, aiutare e testimoniare con la carità», «che si fa serva degli esseri umani e ove la persona nella sua individualità non è un numero, non è un anello di una catena, né un ingranaggio di un sistema», conlude la lettera, citando le stesse parole del papa. «Caro Francesco – concludono -, siamo certi che non farai mancare il tuo intervento a favore delle tante persone e famiglie in condizioni economiche disagiate che hanno subito o stanno per subire lo sfratto e non hanno soluzione alternative».

Spunta un documento falsificato nella contesa sull’eredità del marchese Gerini. Salverà i salesiani?

13 marzo 2014

“Adista”
n. 10, 15 marzo 2014

Luca Kocci

Potrebbe essere arrivata ad una svolta la vicenda dell’eredità contesa che da oltre 20 anni contrappone gli eredi del marchese Alessandro Gerini e la Fondazione ecclesiastica marchesi Teresa, Gerino e Lippo Gerini insieme ai salesiani (v. Adista Notizie n. 6/14). Una perizia di parte ha attestato che uno dei documenti chiave dell’affaire – quello che autorizzava i salesiani a versare agli eredi Gerini 99 milioni di euro per chiudere la controversia – è stato falsificato. Pertanto – è la tesi della difesa – la transazione non è valida, perché risulterebbe viziata da una autorizzazione in realtà mai concessa. Se venisse accolta dai magistrati, i salesiani non dovrebbero versare nemmeno 1 euro agli eredi Gerini, e l’asta giudiziaria del prossimo 30 aprile, quando sarà messa in vendita la casa generalizia della congregazione fondata da don Bosco proprio per risarcire gli eredi Gerini, andrebbe annullata.

Insomma il documento contraffatto sarebbe una sorta di “asso nella manica” che consentirebbe alla Fondazione e ai salesiani di vincere una partita che si gioca dal 1990, quando il marchese Gerini muore celibe e senza figli, ma con quattro nipoti, e lascia il proprio patrimonio – stimato in 660 milioni di euro in beni mobili e immobili – in eredità alla Fondazione Gerini, un ente ecclesiastico fondato nel 1963 e nel cui Consiglio di amministrazione siede anche l’economo generale dei salesiani, con i quali il marchese aveva un saldissimo legame affettivo ed affaristico fin dagli anni ‘50.

I nipoti di Gerini contestano il lascito, si affidano al faccendiere siriano Carlo Moisé Silvera e denunciano la Fondazione. Nel giugno 2007, Silvera, don Giovanni Mazzali (economo generale dei salesiani, i quali pochi giorni prima hanno sottoscritto anche un impegno a farsi carico di tutti gli adempimenti patrimoniali e finanziari della Fondazione Gerini) e l’avvocato milanese Renato Zanfagna (uomo di fiducia di don Mazzali) raggiungono un accordo, che ha anche la “benedizione” del card. Bertone: Silvera accetta il 15% del patrimonio Gerini lasciato alla Fondazione (ovvero 99 milioni), rinunciando a qualsiasi ulteriore pretesa sul resto delle proprietà del costruttore defunto.

Ma i salesiani – “garanti” della Fondazione – non pagano quanto pattuito perché ritengono di essere stati truffati: era infatti emerso che la Corte di Cassazione, con una sentenza del marzo 2007, aveva estromesso dall’asse ereditario i nipoti di Gerini, diseredati dallo stesso marchese Alessandro. Silvera denuncia la Fondazione per il mancato pagamento e il Tribunale gli dà ragione: anche se i nipoti di Gerini erano stati esclusi dall’asse ereditario – questa la sostanza della sentenza di primo grado –, l’impegno sottoscritto da Silvera, Mazzali e Zanfagna nel 2007 “supera” questa estromissione, risulta vincolante e quindi i salesiani devono pagare. A questo punto Silvera ottiene prima un decreto ingiuntivo, poi il sequestro dei beni per un valore 130 milioni di euro (dal momento che è possibile bloccare fino al 50% in più della somma pretesa dal creditore) e poi la vendita all’asta della casa generalizia.

Il documento falsificato scoperto in questi giorni è il “nulla osta”, firmato da don Marian Stempel, segretario del Consiglio generale della congregazione salesiana, con il quale si autorizzava l’economo generale dei salesiani a firmare la transazione con Silvera e gli eredi Gerini. «La nostra ipotesi è che quel documento falso sia stato prodotto dal gruppo Silvera-Zanfagna, forse con qualche complicità interna alla stessa Congregazione dei salesiani», spiega ad Adista Michele Gentiloni Silveri, avvocato della Fondazione. Alla domanda se don Mazzali sia vittima – perché truffato – o in qualche modo anche attore nella vicenda, Gentiloni preferisce non rispondere: «Questa domanda – dice – andrebbe rivolta a don Mazzali».

L’inchiesta va avanti e potrebbe essere arrivata alla stretta finale. Nei prossimi mesi la Procura dovrà decidere se archiviare il procedimento (come già fece nel novembre 2012, quando però mancavano molti degli elementi che ci sono oggi) oppure rinviare a giudizio Silvera, Zanfagna e altri presunti complici (fra cui un religioso). Ma nelle prossime settimane ci potrebbe essere anche l’intervento del Tribunale civile: se desse credito all’ipotesi della falsificazione del documento, potrebbe ritenere nulla la transazione del 2007 e quindi annullare l’asta giudiziaria del prossimo 30 aprile.

Intanto, proprio in questi giorni, è in corso il 27.mo Capitolo generale dei salesiani, che si svolge proprio nella casa generalizia messa forzosamente in vendita. «Siamo chiamati a tornare all’essenziale, a essere una congregazione povera per i poveri», ha detto il rettore maggiore della Congregazione fondata da don Bosco, don Pascual Chávez Villanueva, aprendo i lavori.

Contesa salesiani-Gerini: la casa generalizia va all’asta. Ma la vicenda resta aperta

10 febbraio 2014

“Adista”
n. 6, 15 febbraio 2014

Luca Kocci

La casa generalizia dei salesiani andrà all’asta a fine aprile per ordine del Tribunale civile di Roma. Si aggiunge così un nuovo atto – che però non è ancora l’ultimo – alla lunga e complessa vicenda giudiziaria che da oltre vent’anni contrappone gli eredi del marchese Alessandro Gerini – senatore democristiano nelle prime tre legislature della Repubblica, uno dei più importanti “palazzinari” romani degli anni ’50-’70, ribattezzato il “costruttore di Dio” proprio per i suoi rapporti con diversi istituti ed enti religiosi –, da una parte, e la Fondazione ecclesiastica marchesi Teresa, Gerino e Lippo Gerini insieme ai salesiani, dall’altra.

Un’asta da 65 milioni di euro

Ad essere messo forzosamente in vendita, con un’ordinanza della IV sezione civile del Tribunale di Roma, è il “Salesianum”, ovvero l’intero quartier generale dei salesiani, situato in via della Pisana, all’estrema periferia occidentale della città, pochi chilometri oltre il Grande raccordo anulare. Entro il 29 aprile gli eventuali compratori dovranno far pervenire le buste con le offerte alla Cancelleria del Tribunale. Il giorno dopo, ammesso che delle proposte di acquisto siano arrivate, si procederà all’apertura delle buste ed eventualmente, nel caso ci siano più offerte, alla gara al rialzo. Se l’asta «senza incanto» (ovvero immediatamente e irrevocabilmente impegnativa per chi la presenta che, se rinuncia, perde l’intera cauzione versata, nella fattispecie fissata al 10% dell’offerta) andrà deserta, è già fissata una nuova data, il 17 settembre, quando si procederà alla vendita «con incanto» (se l’unico offerente non si presenta all’udienza per la gara perde “solo” un decimo della cauzione versata).

Ad essere messi in vendita sono tre lotti. Un edificio di cinque piani dove ci sono uffici, sale riunioni, archivi, biblioteche, mense, camere ed altri ambienti di lavoro e di servizio (28mila metri quadri e 8mila di terrazzi) più un appartamento di tre camere e cucina (109 metri quadri più 75 metri di corte esterna) e «un vano ripostiglio abusivo» di 13 metri quadri (il tutto costituisce il lotto A, base d’asta fissata a 48 milioni e 700mila euro, in caso di gara al rialzo l’offerta minima è di 40mila euro). Un altro edificio di cinque piani «utilizzato come struttura di accoglienza e alberghiera» in cui ci sono 169 camere con bagno, aula magna, sale conferenze, salette per incontri e sala mensa per un totale di 10mila metri quadrati e 2mila di terrazzi (lotto B, base d’asta fissata a 16milioni e 500mila euro, con rialzo minimo di 30mila euro). Un edificio in disuso di due piani, un «fatiscente manufatto utilitaristico di tipo agricolo», due campi sportivi polivalenti e una pista da bocce, per 13mila metri quadrati totali (lotto C, base d’asta a 500mila euro, rialzo minimo fissato a 10mila euro).

Salesiani senza casa? Difficile ma possibile

Tuttavia che questo sia l’ultimo atto di una vicenda che si trascina da oltre due decenni e che i salesiani ad aprile si ritrovino senza casa è poco probabile. Aste giudiziarie di questa entità solitamente vanno deserte alla prima convocazione e anzi spesso si trascinano per molti anni, riferiscono ad Adista fonti del Tribunale. E nel frattempo potrebbe arrivare la sentenza di appello alla decisione di primo grado che, se fosse favorevole alla Fondazione, annullerebbe tutto il procedimento. Anche se resta tecnicamente possibile che il 30 aprile ci sia un’offerta valida e che la casa generalizia dei salesiani venga immediatamente acquistata. In tal caso anche una sentenza di appello di segno opposto al primo grado non potrebbe più annullare la vendita. I prossimi mesi, quindi, saranno decisivi.

Salesiani-Gerini: lunga storia di una contesa

La vicenda prende avvio nel 1990, quando il marchese Alessandro Gerini muore celibe e senza figli, ma con quattro nipoti, e lascia gran parte del proprio patrimonio – poi stimato in quasi 660 milioni di euro in beni mobili e immobili – in eredità alla Fondazione marchesi Teresa, Gerino e Lippo Gerini, un ente ecclesiastico fondato nel 1963 e nel cui Consiglio di amministrazione siede anche l’economo generale dei salesiani, con i quali il marchese aveva un saldissimo legame affettivo ed affaristico fin dagli anni ‘50.

Ma i nipoti di Gerini non ci stanno, ritengono che nel lascito ci siano delle irregolarità e così, con la mediazione del faccendiere siriano Carlo Moisé Silvera – misterioso personaggio coinvolto anche in altre inchieste giudiziarie di natura patrimoniale e finanziaria, che avrebbe acquistato i diritti ereditari di uno dei quattro nipoti –, denunciano la Fondazione. La questione è opaca. Silvera e uno degli avvocati che allora curava gli interessi dei salesiani, Alberto Pappalardo – come rivela un appunto di mons. Renato Dardozzi, alto funzionario dello Ior fino alla fine degli anni ‘90, pubblicato nel libro-inchiesta di Gianluigi Nuzzi Vaticano Spa che alla vicenda dedica un capitoletto titolato “Il costruttore di Dio e il ricatto siriano” –, lasciano intendere che convenga raggiungere un accordo con i Gerini per evitare che possano venire alla luce attività finanziarie poco trasparenti della Fondazione e «informazioni pericolose e anche compromettenti per le Autorità religiose», compreso lo stesso Ior. Si pensa ad un bluff, o ad un ricatto, e non se ne fa nulla. Fino all’8 giugno 2007, quando Silvera, don Giovanni Mazzali (allora economo generale dei salesiani, che intanto pochi giorni prima hanno inspiegabilmente firmato un impegno a farsi carico di tutti gli adempimenti patrimoniali e finanziari della Fondazione Gerini) e l’avvocato milanese Renato Zanfagna (uomo di fiducia di don Mazzali) sottoscrivono un accordo: Silvera accetta il 15% del patrimonio Gerini lasciato alla Fondazione (ovvero 99 milioni, di cui 16 come anticipo), rinunciando a qualsiasi ulteriore pretesa sul resto delle proprietà del costruttore defunto.

Trascorre del tempo, e i salesiani – che sono diventati “garanti” della Fondazione – non pagano quanto pattuito: ritengono infatti di essere stati truffati poiché frattanto emerge che la Corte di Cassazione, con una sentenza dell’1 marzo 2007 (quindi precedente alla firma dell’accordo), aveva estromesso dall’asse ereditario i nipoti di Gerini, diseredati dallo stesso marchese Alessandro. Silvera denuncia la Fondazione per il mancato pagamento e il Tribunale gli dà ragione: anche se i nipoti di Gerini erano stati esclusi dall’asse ereditario – questa la sostanza della sentenza di primo grado –, l’impegno sottoscritto da Silvera, Mazzali e Zanfagna nel 2007 “supera” questa estromissione, risulta vincolante e quindi i salesiani devono pagare. A questo punto Silvera ottiene prima un decreto ingiuntivo, poi il sequestro dei beni per un valore 130 milioni di euro (dal momento che è possibile bloccare fino al 50% in più della somma pretesa dal creditore) ed ora la vendita all’asta della casa generalizia, fissata per il prossimo 30 aprile.

A meno che prima non arrivi la sentenza di appello che, in tal caso, bloccherebbe l’asta. Il ricorso della Fondazione si basa sul presupposto che don Mazzali, per firmare l’accordo del 2007, avrebbe avuto bisogno di una autorizzazione previa da parte della Santa Sede, essendo i salesiani una Congregazione religiosa sottoposta all’autorità del Vaticano. Questa autorizzazione c’era per i 16 milioni di euro di “anticipo”, ma non per l’intera somma dei 99 milioni. Pertanto, sostiene la difesa, quell’atto non è valido perché l’economo generale dei salesiani non aveva titolo per sottoscriverlo.

La parola finale, quindi, resta ai giudici. E anche al calendario, perché, ammesso che sia favorevole alla Fondazione e ai salesiani, dovrebbe arrivare prima dell’eventuale vendita. Se invece arrivasse dopo, la casa generalizia sarebbe definitivamente persa.

Truffa?

Sulla vicenda è in corso anche un’inchiesta penale. La Fondazione Gerini accusa di truffa Silvera, l’avvocato Zanfagna e un religioso che avrebbe messo in contatto il faccendiere siriano con l’ex segretario di Stato, il card. Tarcisio Bertone, salesiano, perché intervenisse nella questione, convincendo l’economo generale della congregazione, don Mazzali, a chiudere l’accordo del giugno 2007, snodo decisivo e ancora non chiarito dell’intera vicenda. «La nostra tesi è che quell’accordo è frutto di un delitto, di una truffa», spiega ad Adista Michele Gentiloni Silveri, avvocato della Fondazione. È stato lo stesso Bertone a raccontare ai giudici di essersi attivato per una «composizione pacifica ed equa» fra Fondazione Gerini ed eredi Gerini, ma di essere stato truffato: il valore del patrimonio sarebbe stato «gonfiato  a dismisura per aumentare la somma destinata a Silvera».

Nel novembre 2012 la Procura di Roma decide l’archiviazione (nessuna truffa, si sostiene, anzi «emerge una gestione concordata degli interessi in campo, alla quale si perviene dopo una transazione voluta dalle parti, certamente in grado di valutare gli operatori cui si affidavano e la portata nonché la convenienza dell’accordo»). Ma all’inizio del 2013 il caso viene riaperto in virtù del sopraggiungere di nuovi elementi precedentemente non vagliati dai magistrati (essendo l’inchiesta giudiziaria in corso, non possono essere rivelati). «Le indagini preliminari condotte dalla Procura della Repubblica circa il detto atto di transazione dell’8 giugno 2007 sono sì state archiviate nel novembre 2012 per poi essere subito riaperte, su rituale istanza del pubblico ministero, nel gennaio 2013», conferma una nota dell’avvocato Gentiloni (inviata al sito Dagospia che in un articolo pubblicato lo scorso 3 febbraio aveva dato per definitivamente chiuso il procedimento) e della Congregazione salesiana. «Ad oggi, il sig. Carlo Moisé Silvera ed altri presunti concorrenti rivestono tuttora la qualità di persone sottoposte ad indagini preliminari nel procedimento n. 3497/2013 r.g.n.r. per fatti di truffa, estorsione, associazione per delinquere commessi in danno degli Enti suddetti» (ovvero la Fondazione Gerini e i salesiani). Entro l’estate 2014 potrebbe arrivare il pronunciamento del giudice: nuova archiviazione oppure rinvio a giudizio delle persone coinvolte (anche se questo non avrebbe alcuna influenza sulla questione dell’asta giudiziaria della casa generalizia, essendo quello un diverso procedimento, per di più civile).

In qualsiasi modo si concluda la vicenda, sembra tutto molto lontano dal desiderio della «Chiesa povera e dei poveri» annunciata nel Vangelo e sognata dal Concilio Vaticano II.

Vista dal basso è tutta un’altra Chiesa

4 novembre 2013

Luca Kocci – Valerio Gigante
Introduzione a
La Chiesa di tutti. L’altra Chiesa: esperienze ecclesiali di frontiera, gruppi di base, movimenti e comunità, preti e laici “non allineati”, Altreconomia edizioni, Milano, 2013 *

Vista dall’esterno, la Chiesa cattolica appare come una struttura unitaria e un blocco monolitico. Ma attenzione. Se per Chiesa intendiamo la gerarchia e l’istituzione ecclesiastica, l’affermazione regge. Se invece consideriamo la Chiesa nella sua accezione più autentica, ossia come «popolo di Dio», allora le cose stanno diversamente.

A partire dal pontificato di papa Wojtyla, la presenza della gerarchia cattolica sui media e nella società è diventata infatti molto più pervasiva ed invadente, e l’influenza della Conferenza episcopale italiana e del Vaticano nel determinare gli indirizzi del Paese – soprattutto dopo la fine della Democrazia cristiana, quando in particolare la Cei guidata dal cardinal Camillo Ruini ha deciso di intervenire direttamente nel campo politico, ritirando la delega e facendo a meno della mediazione dei laici – è cresciuta a dismisura. Parallelamente la Chiesa diffusa, le comunità sparse sul territorio, le tante associazioni e i gruppi ecclesiali che dal basso vivono concretamente le contraddizioni del tempo presente, continuamente in ascolto e sintonia con i tempi che mutano, operando nel concreto a fianco dei migranti, degli emarginati, dei malati, dei senza voce, sono di fatto scomparsi dalla scena pubblica. In maniera inversamente proporzionale alla visibilità e all’interventismo dei vertici ecclesiastici, si sono infatti ristretti gli spazi dentro e fuori la Chiesa per quelle realtà del cattolicesimo di base che talvolta criticano o che comunque vivono con disagio alcune posizioni del magistero e i pronunciamenti dei pontefici, del Vaticano e della Cei. Sono voci spesso fuori dal coro che non hanno pressoché nessuna cittadinanza sui mezzi di informazione istituzionali della Chiesa. Ma che esistono. E si moltiplicano. La distanza dal magistero su questioni come la contraccezione e le convivenze; l’insofferenza verso alcuni privilegi economici di cui godono gli enti ecclesiastici; il caso di Eluana Englaro, come quello di Piergiorgio Welby; il crescente disagio per i comportamenti personali e pubblici dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a lungo sostenuto dalle gerarchie ecclesiastiche parlano chiaro: i cattolici non hanno capito, o non hanno condiviso, le scelte dei loro vertici. Ma di questo dissenso, sui media ufficiali non compare quasi nessun cenno. Così, ad un osservatore esterno, la Chiesa sembra continuare a parlare con una sola voce, spesso inclinata verso destra.

Negli ultimi anni però – soprattutto dopo la fine del pontificato di Giovanni Paolo II che aveva la capacità, anche mediatica, di tenere tutto insieme e di soffocare il dissenso – la contraddizione di una istituzione ecclesiastica sempre meno in sintonia con il suo popolo sembra essere più marcata ed evidente, come dimostra anche la secolarizzazione della società che avanza a larghi passi. Insomma, nonostante l’enorme quantità di denaro pubblico che dalle casse dello Stato prende la via delle istituzioni ecclesiastiche (otto per mille, finanziamenti alle scuole cattoliche e ad altri enti, insegnamento della religione nelle scuole statali, esenzioni fiscali di vario tipo, ecc.); nonostante la grande “potenza di fuoco” che la Chiesa istituzionale riesce ad esprimere attraverso i suoi giornali (dai quotidiani come Avvenire e l’Osservatore Romano, l’Eco di Bergamo e Il Cittadino di Lodi agli oltre 200 settimanali diocesani) e centinaia di riviste anche di grandissima diffusione, le televisioni (Tv2000, Telepace, il Centro Televisivo Vaticano), le radio (Radio Vaticana e circa 200 emittenti del circuito InBlu); nonostante gli altri pulpiti mediatici e reali delle oltre 25mila parrocchie, il fenomeno religioso perde consistenza nella società italiana. Sembra la realizzazione della “profezia” che don Lorenzo Milani scrisse in Esperienze pastorali, un volume pubblicato dalla Libreria editrice fiorentina nel lontano 1957 e ritirato dal commercio perché giudicato «inopportuno» dal Sant’Uffizio: «Per un prete quale tragedia più grossa di questa potrà mai venire? Essere liberi, avere in mano i sacramenti, Camera, Senato, stampa, radio, campanili, pulpiti e scuole e con tutte questa dovizia di mezzi divini e umani raccogliere il bel frutto di essere derisi dai poveri, odiati dai più deboli, amati dai più forti. Avere la chiesa vuota. Vedersela vuotare ogni giorno di più. Sapere che presto sarà finita la fede dei poveri. Vien persino da domandarsi se la persecuzione potrà essere peggio di questo».

In questi tempi, durante i quali l’istituzione ecclesiastica ha privilegiato l’asse con i gruppi e i settori ecclesiali più conservatori e ha brandito i cosiddetti «principi non negoziabili» come una clava per tenere sotto tutela i “cattolici adulti” – come del resto ha riconosciuto lo stesso papa Bergoglio nella lunga intervista a Civiltà cattolica del 19 settembre 2013 («Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi») – l’insofferenza nella base ecclesiale è cresciuta e continua a crescere. Rilanciando, a 50 anni dal suo svolgimento, il Concilio Vaticano II con le sue dirompenti affermazioni sulla «Chiesa povera e dei poveri», sull’ecumenismo, sul ruolo dei laici e delle donne, sul rapporto con il mondo laico, sulla sinodalità e la collegialità nella Chiesa, sulla verità che non si dà una volta per tutte ma che si cerca faticosamente di raggiungere (e comunque sempre in maniera provvisoria). Il Concilio allora, nonostante tutte le «ermeneutiche della continuità» tese a depotenziare le sue istanze, resta l’elemento di maggiore contraddizione rispetto al mantenimento dello stato di cose presenti,  proprio perché esso costituisce la prova che è possibile una Chiesa intesa come «popolo di Dio in cammino», in ascolto dei «segni dei tempi». Alla luce di questo, un numero sempre più consistente di credenti chiede una Chiesa meno lobby politica e più impegnata nella difesa dei diritti, degli ultimi, della giustizia sociale, nella promozione di una società più partecipata e solidale, di una Chiesa in cui i teologi, laici, le donne, possano tornare a discutere liberamente e, perché no, anche deliberare, riappropriandosi della autonomia e della responsabilità che proprio il Concilio attribuisce loro nella sfera temporale.

Questa Chiesa del Concilio sta tentando di uscire dalle catacombe cui è stata costretta dal trentennio di Wojtyla e Ratzinger, di Ruini e Bagnasco, sta tornando a discutere pubblicamente, influenzando le posizioni e le parole di diversi esponenti della gerarchia. Se questa spinta dal basso riuscirà ad incidere, o se invece l’atteggiamento ambivalente della gerarchia resterà solo una ennesima dimostrazione della “politica dei due forni” funzionale a lasciarsi aperta qualsiasi strada per l’avvenire – il pontificato di Bergoglio è appena cominciato e, al di là degli entusiasmi, e delle speranze, manifestati da molti, è troppo presto per poter dire se la Chiesa cambierà in profondità e nella struttura oltre che nei toni e negli atteggiamenti –, saranno i prossimi mesi ed anni a dircelo. Intanto però, è importante raccontare e documentare la presenza, la vivacità e le attività di queste realtà ecclesiali, sottraendole al silenzio assordante cui i media ufficiali (cattolici, ma anche laici) li hanno costretti e li costringono. E restituendoli al ruolo, ed alla dignità, che gli competono. Quello che, in queste pagine, abbiamo tentato di fare.

Nel primo capitolo del volume è tracciata una breve storia del “dissenso cattolico” e della Chiesa conciliare, rintracciando gli antecedenti storico-culturali che si manifestano già alla fine dell’800 e proseguendo il percorso fino ai giorni nostri, attraverso anche una mappatura ragionata – nel secondo capitolo – di quello che c’è oggi in Italia. Nei capitoli 3 e 4 ci si sofferma in particolare sue due questioni che, oltre ad essere particolarmente dibattute anche nel mondo laico, hanno costituito un evidente elemento di divisione – quasi uno spartiacque – fra i vertici dell’istituzione ecclesiastica e la Chiesa di base variamente declinata: le finanze e i patrimoni della Chiesa; e i «principi non negoziabili». Nel quinto capitolo vengono raccontate più da vicino, e con un taglio maggiormente narrativo, sei esperienze di comunità ecclesiali “di frontiera”, particolarmente attive sul terreno sociale ma contestualmente impegnate nel tentativo di costruire una Chiesa più fedele al Vangelo. Il sesto capitolo, come in una sorta di “pagine gialle”, presenta un elenco – molto ampio ma sicuramente non esauriente, perché è impossibile contenere in poche pagine la ricchezza di un mondo cattolico di base tanto diffuso quanto sommerso e poco appariscente – dei gruppi ecclesiali di base oggi attivi in Italia e delle riviste di informazione e di controinformazione ecclesiale che mantengono viva l’ispirazione al Concilio Vaticano II.

* se ne parla qui:

ALTRECONOMIA – Massimo Acanfora

http://www.altreconomia.it/site/ec_articolo_dettaglio.php?intId=233

http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=4365&fromRivDet=157

VATICAN INSIDER-LA STAMPA – Fabrizio Mastrofini

http://vaticaninsider.lastampa.it/recensioni/dettaglio-articolo/articolo/29322/

IL MANIFESTO – Alessandro Santagata

http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201312/131213santagata.pdf

EUROPA – Aldo Maria Valli

http://www.europaquotidiano.it/2013/11/16/la-chiesa-vista-dal-basso/#

VINO NUOVO – Aldo Maria Valli

http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=1490

L’ECO DI BERGAMO – Marco Marzano

http://www.altreconomia.it/img/Ecodibergamo_Altrachiesa.pdf

ADISTA

http://www.adista.it/?op=articolo&id=53301

IL REGNO

http://www.altreconomia.it/img/Libri%20del%20mese%202014-2%20schede.pdf

NIGRIZIA
http://www.altreconomia.it/img/NIGRIZIAGENNAIO2014-120.pdf

CONFRONTI

http://www.confronti.net/confronti/2013/10/la-chiesa-di-tutti-laltra-chiesa/

KOINONIA – p. Alberto Bruno Simoni

http://www.koinonia-online.it/forum365base.htm

MICROMEGA

http://temi.repubblica.it/micromega-online/un%E2%80%99altra-chiesa-per-quale-chiesa/

NOI DONNE – Giancarla Codrignani

http://www.noidonne.org/blog.php?ID=04909

PEACELINK – Giacomo Alessandroni

http://www.peacelink.it/nobrain/a/39417.html

REDATTORE SOCIALE

http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/455024/10-libri-sociali-le-novita-editoriali-scelte-da-Redattore-sociale

http://www.redattoresociale.it/Cultura/10%20Libri%20Sociali/Dettaglio/455005/LA-CHIESA-DI-TUTTI-L-altra-Chiesa-esperienze-ecclesiali-di-frontiera-gruppi-di-base-movimenti-e

IL DIALOGO

http://www.ildialogo.org/cultura/Recensioni_1383685606.htm

CENTONOVE – Augusto Cavadi

http://www.augustocavadi.com/2013/11/le-molte-facce-della-chiesa-cattolica.html

http://centonove.netsons.org/Centonove_151113.pdf

A SUD D’EUROPA – Augusto Cavadi

http://www.piolatorre.it/public/a_sud_europa/a_sud_europa_anno-7_n-46.pdf

LA PROVINCIA DI CREMONA

http://www.laprovinciacr.it/scheda/62127/-La-Chiesa-di-tutti-.html

COMUNITÀ CRISTIANE DI BASE – Marcello Vigli

http://www.cdbitalia.it/2013/12/13/un-segno-di-speranza-di-m-vigli/

NOI SIAMO CHIESA

http://www.noisiamochiesa.org/?p=2912

COMUNITÀ DELL’ISOLOTTO

http://baracchesempreverdi.blogspot.it/2013/11/la-chiesa-di-tutti-laltra-chiesa.html

PADRE LUCIANO IN DIALOGO – blog di p. luciano meli

http://www.padreluciano.it/?p=4576

PIETRE VIVE

http://pietrevive.blogspot.it/2013/11/la-chiesa-di-tutti-laltra-chiesa-di.html

ZAPPING ONLINE

http://www.zappingrivista.it/primo/articolo.php?nn=11919

CRONACHE LAICHE

http://cronachelaiche.globalist.it/Detail_News_Display?ID=90113&typeb=0&Vista-dal-basso-e-tutta-un-altra-Chiesa

L’Imu non c’è più. Ma anche con la Service tax la Chiesa non paga

24 settembre 2013

“Adista”
n. 33, 28 settembre

Luca Kocci

Nell’annoso e confuso dibattito su Imu sì, Imu no, Imu forse, una sola cosa sembra assolutamente certa: gli immobili di proprietà ecclesiastica – e delle organizzazioni senza fini di lucro – continueranno ad essere esentati dal pagamento dell’imposta.

Il presidente del Consiglio Enrico Letta, presentando la nuova Service tax – la tassa che dovrebbe sostituire ed inglobare una serie di imposte locali, da quelle sulla casa (appunto l’Imu) a quelle sulla spazzatura (Tarsu) – è stato esplicito: «C’è tutto il tema dei locali legati alle attività non profit del terzo settore (compresi quindi gli immobili di proprietà ecclesiastica, n.d.r.) che sono stati pesantemente penalizzati dall’Imu», ha detto Letta nella conferenza stampa di presentazione della nuova tassa. «Nella Service tax vogliamo completamente alleggerirla perché crediamo che questo passo sia importante».

La traduzione del lessico coperto, e ancora un po’ democristiano, del presidente del Consiglio è inequivocabile: esenzione totale. Si torna quindi alle origini, quando tutti gli immobili di proprietà degli enti ecclesiastici non pagavano una lira, perché all’epoca c’era ancora la lira.

La storia dell’esenzione Ici è infatti piuttosto lunga e travagliata. Venne introdotta fin da subito, nel 1992, con la nascita dell’imposta. Però a metà degli anni ‘90 il Comune dell’Aquila avviò un contenzioso con l’Istituto delle suore zelatrici del Sacro Cuore e gli intimò il pagamento dell’Ici per alcuni immobili usati come casa di cura per anziani e pensionato per studentesse universitarie. Ne scaturì una battaglia di ricorsi e contro-ricorsi fra le religiose e l’amministrazione comunale che, dopo una battaglia legale durata quasi dieci anni, vinse: la Corte di cassazione stabilì che l’attività delle suore non era né di culto né benefica – come prevedeva la legge – ma commerciale, perché le anziane e le studentesse pagavano l’ospitalità, quindi l’Ici andava versato.

A quel punto ci fu l’intervento risolutivo di Silvio Berlusconi (presidente del Consiglio) e Giulio Tremonti (ministro dell’Economia), al governo nel 2005, che modificarono la legge: erano esentati dall’Ici tutti gli immobili di proprietà ecclesiastica in cui si svolgevano anche attività commerciali purché «connesse a finalità di religione o di culto». Un condono tombale.

L’anno successivo, vinte le elezioni, Romano Prodi (presidente del Consiglio) e Pierluigi Bersani (ministro dello Sviluppo economico) corressero la rotta – anche perché l’Unione europea si stava interessando al caso sulla base di una denuncia presentata dai Radicali per improprio aiuto di Stato –, giocando con gli avverbi: sono esentati dall’Ici gli immobili di proprietà ecclesiastica (e degli enti senza fini di lucro) destinati al culto e allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive purché «non abbiano esclusivamente natura commerciale». Il «non esclusivamente» sanò alcune situazioni limite, ma mantenne intatti i privilegi delle migliaia di conventi trasformati in alberghi – gli stessi ricordati da papa Bergoglio durante la sua visita al Centro Astalli di Roma lo scorso 10 settembre: «Carissimi religiosi e religiose, i conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare i soldi. I conventi vuoti non sono nostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati» –, case di riposo, cliniche e scuole private, tanto che lo stesso Bersani, l’inventore della formula avverbiale, ammise che la norma lasciava spazio ad una «casistica di confine», all’interno della quale era possibile ottenere l’esenzione dal pagamento.

Con la trasformazione dell’Ici in Imu, sembrava che l’esenzione potesse essere abolita: si sarebbero dovute delimitare le superfici in cui venivano svolte attività sociali e di culto da quelle destinate ad attività commerciali, per esentare le prime e far pagare le seconde. Ma i tempi troppo stretti non lo hanno permesso e così l’esenzione è rimasta in vigore anche per il 2012. E sarebbe restata anche negli anni successivi perché, con il governo Monti ancora formalmente in carica benché le elezioni politiche si fossero svolte la settimana prima, la risoluzione n. 3/DF del 4 marzo 2013, firmata dal direttore generale delle Finanze, Fabrizia Lapecorella (nomen omen, avrebbero detto i romani), chiariva che per gli enti ecclesiastici e non profit la scadenza del 31 dicembre 2012 per adeguarsi alla nuova normativa che prevedeva la suddivisione degli spazi commerciali/non commerciali «non deve considerarsi perentoria» ma poteva essere assolta «entro il 31 dicembre del quinto anno». Cinque anni in più, quindi, per riscrivere i loro Atti costitutivi e i loro Statuti, passaggi obbligatori per godere dell’esenzione dal pagamento dell’Imu sulle porzioni degli edifici adibiti ad uno non commerciale che così risultava di fatto garantita fino a tutto il 2017.

Poco dopo, il 28 aprile 2013, nasce il governo Letta-Alfano che prima sospende il pagamento dell’Imu e poi abolisce l’imposta inserendola nella nuova Service tax, da cui gli enti ecclesiastici e non profit, come ha detto il presidente del Consilgio, saranno esentati. A meno che i conti pubblici in agonia non costringano il governo a tornare suoi suoi passi.

È impossibile quantificare con precisione il patrimonio immobiliare della Chiesa in Italia. Una parte è di proprietà vaticana – in particolare dell’Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica) e di Propaganda Fide (ovvero la Congregazione vaticana per l’evangelizzazione dei popoli) –, quindi formalmente di uno Stato estero per cui i dati sono inaccessibili; il resto è disperso in una miriade di enti ecclesiastici (diocesi e arcidiocesi, istituti per il sostentamento del clero, istituti religiosi, capitoli, parrocchie, confraternite, pie società ecc.). Una stima esatta quindi è irrealizzabile. La valutazione più attendibile resta quella operata dal Gruppo Re, una società fondata nel 1984 e specializzata nella consulenza e nei servizi immobiliari, finanziari e gestionali agli organismi ecclesiastici: la Chiesa italiana sarebbe padrona del 20% del patrimonio immobiliare italiano. A parte le chiese e gli edifici di culto, si tratta di decine di migliaia di istituti religiosi, conventi, collegi, seminari, canoniche – spesso dismessi e convertiti ad altro uso, da alberghi a case di accoglienza – ma anche palazzi e appartamenti, spesso in zone di pregio, terreni e campi accumulati in duemila anni di storia o acquisiti recentemente sotto forma di donazioni e lasciti. Tutti questi immobili di proprietà ecclesiastica (ma anche di altri enti catalogati come «senza fini di lucro») destinati «allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive» sono esenti dal pagamento delle tasse, prima l’Ici e ora l’Imu. L’Associazione nazionale dei Comuni italiani calcola che le mancate entrate dovute all’esenzione ammonterebbero ad una cifra fra i 400 e i 700 milioni di euro annui.

Diocesi di Terni: il buco si allarga. E ci cade anche mons. Paglia

6 giugno 2013

“Adista”
n. 21, 8 giugno 2013

Luca Kocci

È superiore alle previsioni il buco di bilancio della diocesi di Terni provocato da una serie di operazioni immobiliari spericolate condotte da alcuni ex dipendenti laici della curia e dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero, ora indagati dalla magistratura: fino a poche settimane fa si parlava di un ammanco di 18-20 milioni di euro, ma ora l’amministratore apostolico della diocesi, mons. Ernesto Vecchi – inviato in sostituzione di mons. Vincenzo Paglia, vescovo di Terni per 12 anni, fino al giugno 2012, quando lasciò l’Umbria per il Vaticano, nominato da papa Ratzinger presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia – ha quantificato il deficit in 23 milioni di euro, ma, ha aggiunto si potrebbe arrivare anche a 25.
Una situazione grave, che mette a rischio diversi posti di lavoro dei dipendenti della diocesi e che sta creando sconcerto in molti cattolici ternani, sempre più critici nei confronti proprio dell’ex vescovo Paglia, ritenuto uno dei principali responsabili del crack, non tanto perché direttamente coinvolto – perlomeno fino ad ora –, ma per aver piazzato ai vertici degli uffici economici diocesani i presunti colpevoli della distrazione dei fondi e per aver autorizzato alcune operazioni senza il dovuto controllo (v. Adista Notizie nn. 8, 13 e 14/13).
Alcuni di loro hanno preso carta e penna e hanno scritto al segretario di Stato del Vaticano, card. Tarcisio Bertone, e al prefetto della Congregazione dei vescovi, card. Marc Ouellet, dicendosi addolorati e increduli per il «dramma che sta soffrendo la Chiesa locale». «Questa nostra – si legge nella lettera firmata da cinque cattolici ternani e resa nota dal quotidiano online Umbria24 – si pone agli antipodi del gossip, di distruttive chiacchiere che non aiuterebbero alcuno; non è una forma di disinformazione o di calunnia. Intende invece offrire elementi di incontrovertibile chiarezza sui quali si resta a disposizione per ulteriori eventuali chiarimenti, con specifiche richieste in merito a una questione gravissima ancora aperta». Al centro dello scandalo ci sarebbe mons. Paglia: «Leggiamo sulla stampa di “serate mondane”, di frequentazioni di ambienti di lusso, di continui viaggi in Italia e all’estero soltanto per andare a ritirare premi, con cene in ristoranti alla moda il cui conto basterebbe a una famiglia per un intero mese; sappiamo di clergyman di alta sartoria mentre leggiamo che papa Francesco andava in metro e si fece cucire dalla sorella il vestito da cardinale». Mons. Paglia, «anziché parlarci del cratere finanziario e, soprattutto, morale che ci consegna per i prossimi decenni, senza imbarazzo alcuno va in tv per offrirci consigli, ammonimenti, esortazioni, per discettare dei suoi libri». A Bertone e Oullet i firmatari della lettera fanno due richieste: che mons. Paglia sia invitato «ad astenersi da esposizioni mediatiche ed eventi pubblici di qualsiasi tipo fin quando questi non avrà formalizzato pubbliche spiegazioni e scuse al popolo di Dio della Chiesa diocesana di Terni, Narni, Amelia»; e che «si attui la cessione del quinto del suo stipendio, con la rinuncia di ogni suo bene terreno a mo’ di risarcimento simbolico in favore della diocesi di Terni».
Intanto si sta lavorando per tentare di mettere qualche toppa ai buchi nella casse diocesane, anche per salvare i posti di lavoro a rischio: alcuni immobili potrebbero essere trasferiti all’Apsa (o a qualche altro ente) in cambio di una cifra intorno ai 15 milioni di euro; e potrebbe anche arrivare un prestito straordinario dallo Ior.

Operazioni immobiliari sospette nella Diocesi di Terni. Mons. Vecchi azzera i vertici economici

9 aprile 2013

“Adista”
n. 14, 13 aprile 2013

Luca Kocci

Le parole del comunicato ufficiale della diocesi sono scelte con grande cura per dare l’impressione che la situazione sia sotto controllo e che in fondo non è successo niente, o quasi. Ma se si oltrepassa il felpato e tranquillizzante lessico ecclesialese, il contenuto è chiaro: l’amministratore apostolico della diocesi di Terni, Narni e Amelia, mons. Ernesto Vecchi, ha fatto piazza pulita negli uffici economici della Curia ternana e dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero, rimandando a casa tutti coloro che risultano coinvolti nell’inchiesta della magistratura che sta indagando su una serie di operazioni immobiliari spericolate e sospette.
«Al momento del suo canonico ingresso in diocesi – si legge nella nota della Curia dello scorso 31 marzo, giorno di Pasqua –, mons. Vecchi non ha invitato nessuno alle dimissioni da cariche o ruoli né ha revocato mandati conferiti precedentemente; tuttavia nelle attuali circostanze ha accettato, e apprezzato, le dimissioni di alcune persone dal Consiglio per gli affari economici della diocesi, dall’Ufficio economato diocesano e dal Consiglio di amministrazione dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero. Nel trattare le presenti delicate e complesse questioni economiche e patrimoniali, l’amministratore apostolico si avvale della consulenza di persone di sua espressa fiducia». Quindi tutti gli indagati sono stati liquidati e, per il momento, sostituiti da don Tiziano Presezzi, parroco di Santa Maria di Testaccio a Narni e di san Lino Papa a Vigne, nominato economo aggiunto. Sarà lui ad aiutare mons. Vecchi a cercare di mettere ordine nelle carte, nei contratti e nel ginepraio di incastri societari e di compravendite immobiliari che, al momento, hanno provocato nella casse della diocesi un buco di bilancio di 18-20 milioni.
I “dimissionati” sono i principali protagonisti dell’inchiesta della magistratura: Luca Galletti (in passato presidente dell’Istituto per il sostentamento del clero e, fino alla fine di marzo, direttore dell’ufficio tecnico dell’Economato, nonché componente del Consiglio affari economici della diocesi), Paolo Zappelli (direttore dell’ufficio amministrativo dell’Economato e anch’egli componente del Consiglio affari economici della diocesi) e Gianluca Pasqualini (componente del Consiglio di amministrazione dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero), tutti e tre destinatari di un’informazione di garanzia dalla Procura di Terni, che sta indagando per i reati di truffa e bancarotta. Al centro dell’inchiesta una serie di operazioni immobiliari condotte da diverse società – alcune delle quali riconducibili agli indagati – che riguardano anche edifici di proprietà della diocesi e utilizzando in parte soldi della curia, di enti ecclesiastici e dell’istituto per il sostentamento del clero (v. Adista Notizie nn. 8 e 13/13).
Sullo sfondo la figura di mons. Vincenzo Paglia, vescovo di Terni per 12 anni, fino al giugno 2012, quando lasciò l’Umbria per il Vaticano, nominato da papa Ratzinger presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Paglia non è né direttamente coinvolto, né indagato; tuttavia nella vicenda ha avuto un ruolo non marginale: è stato lui a inserire ai vertici degli uffici economici diocesani Galletti, Zappelli e Pasqualini ed inoltre deve aver sicuramente autorizzato i pagamenti con i fondi della diocesi, che in qualche caso hanno superato anche il milione di euro.


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