Archive for febbraio 2001

“I care ancora”: editi e inediti di don Milani pubblicati dalla Emi

3 febbraio 2001

“Adista”
n. 9, 3 febbraio 2001

Luca Kocci

“Caro Francuccio, stasera ho provato a mettere un disco di Beethoven per vedere se posso ritornare al mio mondo e alla mia razza, e sabato far dire a Rino: “Il priore non riceve perché sta ascoltando un disco”. Vedo invece che non me ne importa nulla. Volevo anche scrivere sulla porta “I don’t care più”, ma invece me ne care ancora molto, tanto più che domenica mattina, quando avevo deciso di chiudere ogni bottega (scolastica e parrocchiale), Dio m’ha mandato Ferruccio e Enzo e una fila d’altri ragazzi di San Donato come per dire che devo seguitare ad amare le creature giorno per giorno come fanno le maestre e le puttane. Un abbraccio. Tuo Lorenzo”. Così, il 4 aprile 1967, tre mesi prima di morire, don Lorenzo Milani scriveva a Francesco Gesualdi, suo allievo e ora in prima linea contro i mali della globalizzazione con il Centro nuovo modello di sviluppo, da lui fondato e diretto. E una frase di quella lettera, “me ne care ancora”, (“Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande ‘I care’ – spiegava qualche anno prima don Lorenzo nella Lettera ai giudici -. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. ‘Me ne importa, mi sta a cuore’. È il contrario esatto del motto fascista ‘Me ne frego'”) ha ispirato una nuova raccolta di scritti del priore di Barbiana (Lorenzo Milani, I care ancora. Lettere, progetti, appunti e carte varie inedite e/o restaurate, Emi, pp. 480, L. 35.000), curata da Giorgio Pecorini, il giornalista dell'”Europeo” che conobbe don Milani subito dopo la pubblicazione di Esperienze pastorali, nel 1957, e ne divenne grande amico, l’unico “fra i diversi autori di libri su mio fratello”, ricorda Elena Milani, la sorella di don Lorenzo, “che lo abbia veramente conosciuto nelle sue vesti di sacerdote e di maestro, ed uno dei pochi intellettuali che sono riusciti ad instaurare un rapporto di profonda amicizia e stima con Lorenzo”. E il libro raccoglie centinaia di inediti e decine di testi già editi ma “restaurati” e annotati che integrano e ampliano la vicenda storica e umana del priore di Barbiana. La maggior parte dei documenti consiste in lettere inviate a sei diversi interlocutori: i cugini materni Ottocar e Carlo Weiss; il segretario di Giovanni XXIII, mons. Loris Capovilla; Francesca Pelizzi, compagna di liceo di don Lorenzo, e il marito Luciano Ichino, che ospitarono più volte a Milano i ragazzi di Barbiana; Elena Pirelli Brambilla (della famiglia degli industriali della gomma) a cui don Milani, sul letto di morte, ragalò una copia di Lettera a una professoressa per aver amato i ragazzi di Barbiana, scrisse nella dedica, “con affetto silenzioso e ritirato”; Francesco Gesualdi e lo stesso Pecorini. E ancora, gli appunti per un progetto di giornale-scuola, “cioè un giornale che insegni a leggere un giornale” perché anche i poveri possano “affrontare la lettura di un qualsiasi giornale”; due testi, redatti con la tecnica della “scrittura collettiva”, uno sulla storia del termine “borghese” e un altro sul fumo; e, in appendice, il carteggio fra la madre e la sorella minore di don Lorenzo, mentre il priore era ancora in vita (1946-1967), e subito dopo la sua morte fino al 1979, anno in cui morì anche Alice Weiss Milani, nel periodo in cui cresceva in Italia e nel mondo l’interesse per don Milani e, con esso, la sua strumentalizzazione e lo stravolgimento delle sue idee. La prefazione del volume è di p. Alex Zanotelli, che non ha mai conosciuto il priore di Barbiana “dal vivo”, ma da cui, per sua stessa ammissione, è stato fortemente influenzato, soprattutto per la scelta preferenziale dei poveri, per l’antimilitarismo e la nonviolenza. “Purtroppo la Chiesa italiana – si legge – non ha ancora capito la “profezia” di don Milani, né che grande dono è stato per lei. Nei vari anniversari, non una parola da parte della Conferenza episcopale italiana sulla sua figura. Che vergogna! ‘Il suo maggiore tormento – scriveva Liana Fiorani – fu di non essere riconosciuto come prete al centro della Chiesa e non ai margini. Voleva essere prete, nient’altro che prete'”.

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