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A 40 anni dalla morte don Milani è ancora censurato, manipolato, rimosso. Convegno a Napoli

7 aprile 2007

“Adista”
n. 27, 7 aprile 2007

Luca Kocci

A 40 anni dalla morte di don Lorenzo Milani, rimangono ignoti ancora tanti momenti della vita e numerosi aspetti del pensiero del ‘priore di Barbiana’ a causa della scomparsa e dell’occultamento di centinaia di lettere, scritti e documenti conservati, e spesso gestiti in maniera privatistica, da coloro che si sono autoproclamati “eredi” di don Milani – primo fra tutti il più famoso degli ex allievi, Michele Gesualdi –, oppure dispersi in biblioteche, centri di documentazione e fondi privati sparpagliati per l’Italia. Un ‘sequestro’ che, sebbene non abbia impedito una conoscenza profonda del sacerdote fiorentino, tuttavia contribuisce a mantenere diverse zone d’ombra sulla figura del sacerdote. Anche di questo si è parlato al convegno “Lorenzo Milani, memoria e risorsa per una nuova cittadinanza a partire dal meridione d’Italia”, organizzato a Napoli lo scorso 22 marzo dall’Istituto di Storia del cristianesimo della Pontificia Facoltà Teologia dell’Italia Meridionale, retta dai gesuiti. A parlare delle lacune degli studi storici su don Milani è Giuseppe Battelli, docente di Storia contemporanea all’Università di Trieste e isolato esempio di studioso che ha contribuito ad aggirare le censure imposte ai testi di don Milani. Battelli infatti nel 1990 pubblicò con la casa editrice Marietti, l’edizione integrale e annotata delle Lettere alla mamma (conservate, insieme ad altri documenti, all’Istituto per le scienze religiose di Bologna, dove allora lavorava Battelli), integrando i tagli, eliminando le omissioni e aggiungendo 250 lettere inedite che erano scomparse da una precedente edizione pubblicata da Mondadori nel 1973. “Su don Milani ci sono centinaia di titoli, ma non esiste un filone di studi storici a lui dedicati”, spiega Battelli. Le cause sono molteplici: le poche relazioni che don Milani ha avuto con la Chiesa istituzionale, l’esiguità dei testi documentari (a parte Esperienze pastorali, che resta l’unico libro scritto da don Milani, il ‘priore di Barbiana’ è intervenuto pubblicamente con lo strumento delle ‘lettere aperte’ o con un testo collettivo come Lettera a una professoressa) ma anche – a differenza di altri protagonisti del cattolicesimo del ‘900 come don Mazzolari o p. Balducci – l’esistenza di “tanti detentori degli scritti di don Milani che vengono gestiti in maniera personalistica” e la presenza di lettere private che – spiega Battelli – sono state pubblicate “con criteri non affidabili oppure sono state oggetto di pesanti manipolazioni”. Come, per esempio – lo ricorda il giornalista Maurizio Di Giacomo (autore del saggio Don Milani tra solitudine e Vangelo, Borla, 2001) – il volume delle Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana (Mondadori, 1970) curato da Michele Gesualdi che ha scelto di pubblicare, peraltro con numerosi tagli, appena 127 lettere “tra le oltre mille finora raccolte”, come scrive lo stesso Gesualdi nell’introduzione. “E le altre 880 che fine hanno fatto?”, chiede Di Giacomo; e “la versione integrale delle lettere tagliate da Gesualdi?”. Michele Gesualdi, insieme ad un piccolo gruppo di ex allievi provenienti sia dalla scuola popolare di Calenzano sia da Barbiana, ad un gruppo di amici e sacerdoti vicini a don Lorenzo e all’Università di Firenze, il 21 maggio 2004 ha dato vita alla “Fondazione don Lorenzo Milani”, anche con l’intento di creare un archivio che raccolga “lettere, appunti, carte varie di don Lorenzo, e ancora registrazioni video e audio e materiale su don Lorenzo come articoli, volumi e tesi di laurea che parlano di lui”. Ma a tre anni dalla nascita della Fondazione, il progetto sembra essere ancora in alto mare. Le lacune non riguardano solo la storia. “Mancano anche studi di teologia – dice don Cosimo Scordato, della Facolta Teologica di Sicilia – e non c’è una seria riflessione teologica su alcune questioni che sarebbe molto interessante affrontare, a cominciare da tre domande: che immagine di Chiesa ha don Milani? Che immagine di sacramenti? Che immagine di presbitero?”. Una richiesta che non cade nel vuoto: al termine del convegno, infatti, viene annunciato che l’Istituto di Storia del cristianesimo della Pontificia Facoltà Teologia dell’Italia Meridionale – organizzatore della giornata – avvierà un lavoro di ricerca per una “lettura teologica di don Milani sacerdote”.

 

Democrazia, diritti e parola per tutti, soprattutto per gli ultimi. L’attualità di don Milani

In bilico fra le censure dell’istituzione ecclesiastica, le appropriazioni indebite – come quella dell’allora segretario dei Ds Walter Veltroni che, nel gennaio 2000, titolò I care il congresso del suo partito – e i tentativi di trasformarlo in un ‘innocuo santino’ – come in occasione della Giornata mondiale della gioventù di Roma del 2000, quando dopo anni di oblio fu annoverato fra i ‘testimoni’ da ricordare –, l’eredità e l’attualità di don Lorenzo Milani sono state al centro del convegno organizzato dall’Istituto di Storia del cristianesimo della Pontifica Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (Pftim) per i 40 anni dalla morte del sacerdote fiorentino (v. notizia precedente). “Come succede in ogni anniversario – dice Sergio Tanzarella, docente di Storia della Chiesa alla Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale –, anche quest’anno assisteremo probabilmente ad un’ulteriore normalizzazione di don Milani per farlo aderire alle attese di questo tempo”. Invece molti dei problemi da lui messi a fuoco nel ventennio 1947-1967 sono di stringente attualità: “La mancata attuazione di parti importanti della Costituzione nell’Italia di Scelba, denunciata da don Milani nei suoi scritti, è valida ancora oggi”; così come rimane profondamente attuale “il coinvolgimento delle istituzioni ecclesiastiche nelle elezioni politiche contro cui don Milani aveva più volte preso posizione”. E poi tutto il tema del lavoro, presente in Esperienze pastorali e in numerose lettere pubbliche e private: “Il lavoro senza garanzie, la fabbrica come carcere, la precarietà del lavoro di cui parlava don Milani sono emergenze sociali tutt’ora non risolte che, in qualche caso, hanno solo cambiato nome, passando per esempio dalla fabbrica al call center”. Quella al tema del lavoro è un’attenzione da valorizzare nel presente anche per Maurizio Di Giacomo, che suggerisce altre intuizioni di don Milani ancora attuali da “spendere soprattutto nella realtà dell’Italia meridionale” o nei vari Sud del mondo: “la lotta all’analfabetismo, che oggi assume anche la fisionomia del cosiddetto digital divide” (cioè la distanza fra chi è in possesso e sa utilizzare le nuove tecnologie informatiche e chi no); “la difesa dell’acqua come bene pubblico di tutti”, un tassello poco noto della vita di don Milani che si era impegnato, anche scrivendo una lettera che venne pubblicata dal “Giornale del Mattino” di Firenze (il 15 dicembre 1955), per alcune famiglie di Barbiana “tagliate fuori dall’accesso ad una fonte d’acqua in nome della difesa della proprietà privata”; l’educazione alla legalità democratica e alla cittadinanza. E poi le grandi questioni – anche queste attuali – del “dominio sulla parola” da parte delle classi subalterne, ricordato da Rocco D’Ambrosio della Facoltà Teologica della Puglia, e della necessità di un “sapere critico”, aggiunto dal gesuita p. Fabrizio Valletti del Centro Hurtado di Napoli. Ma le “intuizioni” di don Milani si possono estendere anche al piano pastorale e teologico, sebbene – ricorda Giuseppe Battelli – questi ambiti non abbiano mai destato particolare interesse in don Milani preoccupato soprattutto di fare scuola per rendere i suoi ragazzi prima uomini e poi, eventualmente, cristiani, tanto che “anche il dibattito intorno al Concilio lo sfiorò solo marginalmente”. Le elenca don Antonio Mastantuono, docente di Teologia pastorale alla Pftim: “Il concetto di Popolo di Dio, che don Milani ha vissuto molti anni prima che ci arrivasse il Concilio”; “la scelta preferenziale degli ultimi” e l’attenzione “al vissuto dei sacramenti”, non solo alla loro esteriorità.