Archive for aprile 2008

Fratello disertore

1 aprile 2008

“La Voce delle Voci”
n. 4, aprile 2008

Luca Kocci

“Il morale delle truppe è alto”, proclamano i generali e ripetono i mezzi di informazione. Ma a guardare più da vicino la situazione delle Forze armate statunitensi impegnate in Medio Oriente non sembra proprio che le cose stiano così: secondo fonti del Pentagono circa 8mila soldati hanno infatti scelto di dire “addio alle armi” disertando e abbandonando un esercito impantanato in Afghanistan dall’ottobre 2001 – all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001, quando il presidente George Bush diede avvio alla “guerra al terrorismo” con la missione Enduring Freedom, tutt’ora in corso – e in Iraq dalla notte del 20 marzo 2003, inizio dei bombardamenti su Bagdad.

Non siamo ai tempi della guerra del Vietnam quando, in 11 anni di conflitto, fra il 1964 e il 1975, a disertare furono fra i 50 e i 55mila. Ma quella era un’altra storia: era una guerra che, nel momento di massima tensione, vide oltre 500mila soldati Usa impegnati al fronte (oggi in Afghanistan sono 26mila e in Iraq circa 150mila) e che, alla fine, contò fra i vietnamiti due milioni di vittime e, fra i marines, quasi 60mila morti e più di 150mila feriti; c’era un movimento di protesta che avrebbe dato vita al ‘68 e c’era la leva obbligatoria, che spinse migliaia di giovani a rifiutare la chiamata, a bruciare pubblicamente le cartoline di precetto e a fuggire in Canada e nei Paesi scandinavi per scampare alla Corte marziale.

Oggi, nonostante il clima non sia quello del Vietnam, la nuova ondata di disertori – fatta, stavolta, non di ventenni obbligati a partire per il sud-est asiatico da un giorno all’altro, ma di soldati di professione che hanno scelto l’esercito, sebbene molti spinti dal bisogno, e che poi hanno deciso di abbandonarlo – preoccupa non poco gli Stati maggiori delle Forze armate Usa, tanto che i processi e le condanne sono numerosi. Chi diserta, in teoria, può essere anche condannato a morte – pena tuttora presente nel codice penale militare statunitense –, ma l’ultima volta che tale sanzione venne applicata dal Pentagono fu durante la seconda guerra mondiale. Così, di fatto, i disertori rischiano al massimo 5 anni di reclusione – ma in tanti riescono ad evitare la prigione se rifiutano la chiamata e si consegnano spontaneamente entro un certo periodo –, la sospensione dell’assicurazione sanitarie e un “congedo con disonore”, che significa molte porte chiuse in faccia quando si torna alla vita civile alla ricerca di un impiego.

“Mi sono arruolato perché non avevo soldi per pagarmi l’università e i miei familiari non potevano aiutarmi economicamente”, racconta Chris Capps, disertore del New Jersey che ora ha 24 anni e vive in Germania con la moglie Meike ma spesso viene in Italia, a Vicenza, per tentare di mettere in piedi una rete di consulenza legale per i suoi ex commilitoni che vorrebbero disertare. “Finita la scuola ho iniziato a fare dei lavoretti saltuari, come la consegna delle pizze a domicilio, ma non guadagnavo a sufficienza né per iscrivermi all’università né per andare via di casa, e così, a 20 anni, ho scelto di entrare nell’esercito, come del resto fanno molti miei coetanei per ragioni assai simili alle mie. Mi hanno spedito in Germania e, dopo qualche settimana di addestramento, la mia unità è stata inviata in Iraq. Sono arrivato a Bagdad, alla base di Camp Victory alla fine di novembre del 2005, proprio nel giorno del Ringraziamento”. A Bagdad, il soldato Capps, si rende conto in prima persona di come funzionano le cose: corruzione diffusa, affari più per gli interessi degli Usa che della popolazione irachena, violenze gratuite sui civili. La svolta pochi mesi dopo, quando un giorno si trova a riallacciare la linea telefonica tra Camp Victory e il carcere di Abu Ghraib. “Ho visto l’indirizzo al quale corrispondeva quel cavo: sapevo quello che avevano fatto i nostri soldati ad Abu Ghraib e in quel momento mi sono sentito anche io complice”. La decisione di lasciare l’esercito è presa. Chris torna negli Usa in licenza e, quando gli arriva l’ordine di tornare in Germania perché la sua unità deve partire per l’Afghanistan, prende contatti con il Military Counseling Network (Mcn, un’organizzazione tedesca che sostiene i disertori) dove gli viene consigliato di non presentarsi così da essere dichiarato Awol (Absent without official leave, cioè assente senza permesso). “Ho preso un autobus – prosegue Capps – e sono andato fino ad Oklahoma City, dove una comunità di Mennoniti (un gruppo protestante nonviolento, ndr) mi ha nascosto ed ospitato per qualche settimana, fino alla partenza della mia compagnia. Quindi mi sono consegnato all’esercito e, dopo due giorni di detenzione, mi hanno rilasciato e ‘congedato con disonore’”. Nessuna conseguenza penale, quindi: per essere sottoposto alla Corte marziale Chris avrebbe dovuto essere trasferito e processato in Germania, dove era di stanza, una perdita di tempo e una spesa denaro che l’esercito ha evitato anche perché, negli ultimi tempi, gli Stati maggiori preferiscono disfarsi in silenzio dei disertori piuttosto processarli pubblicamente e ammettere l’aumento delle diserzioni davanti all’opinione pubblica. Ha però perso tutti i sussidi destinati agli ex militari e gli è stata sospesa l’assicurazione sanitaria. Oggi Chris Capps fa parte dei “Veterani iracheni contro la guerra” e si impegna perché altri soldati statunitensi scelgano di disertare: “secondo me – conclude – questo è il modo migliore per tentare di porre fine alla guerra”. (un’ampia intervista video a Chris Capps è stata realizzata dal movimento cattolico Pax Christi e può essere richiesta alla redazione del mensile “Mosaico di Pace”).

Russel Hoitt, 25enne del New Hampshire, è invece uno dei primi disertori “italiani”, dal momento che quando ha deciso di abbandonare l’esercito Usa era di stanza a nella caserma Ederle di Vicenza. “A scuola mi era stato insegnato che tutte le guerre degli Stati Uniti sono state combattute in nome della democrazia e della libertà e che le nostre Forze armate si battono per il bene del Paese e per portare i diritti nel mondo”, racconta Hoitt. “E così, nel settembre 2005, spinto anche da necessità economiche, mi sono arruolato per partecipare alla guerra al terrorismo e per aiutare a liberare i popoli oppressi, come mi era sempre stato insegnato”. Nel 2006 Russel finisce a Vicenza, nella caserma Ederle, con la 173ma brigata aviotrasportata, e scopre un’altra realtà: obbedienza assoluta nei confronti dei superiori, disprezzo per la vita degli altri popoli, esaltazione della guerra e della morte: “marciavamo e ci facevano cantare degli inni che proclamavano quanto era bello uccidere” e che “il sangue fa crescere l’erba più alta”. “Ho parlato con molti miei commilitoni che mi raccontavano delle uccisioni di donne e bambini afghani e iracheni – prosegue –, ho visto le manifestazioni dei movimenti pacifisti che venivano a Vicenza per protestare contro la nuova base al Dal Molin e miei dubbi sono diventati certezza: il nostro compito non era quello di liberare i popoli oppressi, ma eravamo noi stessi fonte di quell’oppressione”. E così, nell’aprile del 2007, alla vigilia della partenza per l’Afghanistan, Russel diserta, seguendo la stessa strada di Chris Capps: in licenza in Usa, non si presenta quando sarebbe dovuto tornare a Vicenza per volare a Kabul, viene arrestato, rilasciato quasi subito e poi, anche lui, congedato con disonore.

Come anche James Circello, pure lui disertore della Ederle: “Sembravo un ingenuo di 23 anni quando mi sono arruolato – scrive Circello in una lettera aperta ai cittadini di Vicenza –, ma mi sono ben presto reso conto che qualcosa non andava negli Usa e nella costante necessità di costringere altri popoli a piegarsi al nostro volere e alle nostre esigenze”. Il petrolio “è il motivo per cui gli americani continuano ad occupare le terre dei poveri del Medio Oriente, instaurando governi fantoccio e emanando Costituzioni prefabbricate. Gli Usa non sono il Paese per cui voglio dare la mia vita. I pochi al potere si arricchiscono sulle spalle di tanti. E quei tanti sono i poveri”.

Oltre a Circello e Hoitt, Vicenza conta almeno altri quattro disertori, tre dei quali non sono riusciti ad evitare il carcere: Andrew Hegerty e Jeffrey Gauntt sono attualmente detenuti nel carcere militare di Mannheim, in Germania, mentre James Blank è stato liberato in febbraio, dopo 8 mesi di prigione. Sbagliare i tempi di consegna o dichiararsi obiettori di coscienza, per esempio, nella maggior parte dei casi porta direttamente alla Corte marziale perché le autorità militari – che devono valutare l’istanza – fanno di tutto per rigettare la domanda oppure “smarriscono” la documentazione e spediscono direttamente al fronte l’aspirante obiettore. Ed è per questo che il Comitato Vicenza est – aderente al movimento No Dal Molin – dopo che per mesi ha organizzato volantinaggi di fronte alla caserma Ederle per incoraggiare la diserzione, lo scorso primo marzo ha dato vita, insieme al sindacato di base Cub, a Sir! No Sir! Help line, un centro di orientamento e consulenza in grado di fornire informazioni e sostegno concreto ai soldati che lasciano l’esercito e vogliono reinserirsi nella vita civile. Al numero telefonico della Help line (346/6890337) risponde la voce registrata di Russel Hoitt che invita il militare a lasciare i suoi dati per poi essere ricontattato e messo in collegamento con un gruppo di legali con i quali verrà scelta la strada migliore per disertare, limitando i danni a qualche giorno di prigione e al congedo con disonore.

Un primo esperimento, quello della Help line di Vicenza, che, oltre a costituire un punto di riferimento fondamentale per i militari Usa della Ederle e delle altre basi italiane. Potrebbe rappresentare un modello anche per l’Italia, dove sembra che con la fine della leva obbligatoria sia morta anche l’obiezione di coscienza. Che invece rimane un diritto da affermare anche all’interno delle Forze Armate professioniste.

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