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Don Lorenzo Milani, “coscienza critica” dell’Italia di oggi

21 febbraio 2009

“Adista”
n. 19, 21 febbraio 2009

Luca Kocci

 

Più citato che letto, don Lorenzo Milani andrebbe invece non solo riletto ma anche studiato perché la sua opera – auspicandone la pubblicazione integrale – costituisce la “coscienza critica del Paese”. Così Paolo Perticari, docente di Pedagogia generale e di Filosofia dell’educazione all’Università di Bergamo, ha aperto il convegno “Don Lorenzo Milani. L’opera, l’attualità, la generatività” organizzato dalla Facoltà di Scienze delle Formazione e dalla Fondazione “Serughetti-La Porta” lo scorso 6-7 febbraio. Don Milani “meridiano della coscienza”, oppure – riprendendo il concetto introdotto da Italo Calvino – un “classico”, perché “quando lo si legge in realtà ci si sente letti”, dice José Luis Corzo, religioso scolopio spagnolo docente di Teologia pastorale all’Università pontificia di Salamanca – fondatore fin dagli anni ‘70 di diverse scuole popolari ‘milaniane’ in Spagna – in queste settimane in Italia per presentare il suo libro Lorenzo Milani. Analisi spirituale e interpretazione pedagogica, uscito nel 1981, ma tradotto e pubblicato in lingua italiana solo lo scorso anno dall’editore Servitium (a cura di Fulvio Manara, pp. 478, euro 28).

Un convegno durante il quale, come del resto nel libro di p. Corzo – uno dei pochi studi che tenta un’interpretazione complessiva ed unitaria di Milani prete e maestro –, è emersa la tensione ad una ‘lettura integrale’ del priore di Barbiana, a partire dal “mistero” della sua conversione-vocazione: un tutt’uno secondo Giuseppe Fornari, docente di Storia della filosofia all’Università di Bergamo. “Quando don Milani si converte al cattolicesimo – sottolinea Fornari – ha già scelto di essere prete, fra i due momenti non c’è soluzione di continuità e la vita sacerdotale sostanzia la sua fede”. E tiene saldamente uniti il maestro e il prete: “Barbiana è una cannonata pedagogica e cristiana – dice p. Corzo – innanzitutto perché Milani arriva a quella scuola mosso dalla fede” e poi perché “la conquista della lingua da parte dei piccoli montanari del Mugello era la via necessaria non solo per l’emancipazione sociale ma anche per il raggiungimento della fede annunciata tramite la parola”. Una parola, quindi, necessaria “per comprendere ed entrare in relazione con se stessi, con gli altri, con il mondo e anche con Dio”.

Don Milani resta un “problema aperto”, la cui attualità o inattualità – questione su cui riflette anche l’ultimo libro di Perticari, L’obsoleto. Dopo don Milani (Mimesis, Milano, 2009, pp. 102, euro 15) – è da scovare e da dimostrare. “L’attualità non è del personaggio – dice p. Corzo – bensì dei temi che ha saputo suscitare”, fra cui la “consacrazione della laicità, un valore che la Chiesa fa ancora fatica ad accettare”. La “pedagogia dell’aderenza” – espressione coniata da uno degli ex allievi di Barbiana, Edoardo Martinelli, per sintetizzare il modo di insegnare e di apprendere direttamente dalla realtà – è un altro dei temi attuali di don Milani, per Hans Drumbl, docente all’Università di Bolzano. E poi ci sono gli aspetti ancora tutti da studiare, a cominciare da quelli teologici: “Don Milani, che è un precursore della teologia pratica – dice p. Corzo –, non può essere inserito automaticamente nel filone della Teologia della Liberazione, pur avendone diversi elementi in comune, come talvolta alcuni fanno. A lui interessava che il Vangelo fosse al centro, e che la Chiesa non lo modificasse a seconda delle opportunità”. Chiosa p. Corzo: “Don Milani in una lettera a sua madre del 1952, riferendosi al suo servizio pastorale a Calenzano, scriveva di essere convinto ‘che le cariche di esplosivo che ci ho ammonticchiato in questi cinque anni non smetteranno di scoppiettare per almeno cinquanta anni sotto il sedere dei miei vincitori’. Io credo che quella dinamite – che ancora scoppia – si trovi anche sotto le sedie degli ecclesiastici”.

 

La “conflittualità creativa” della scuola di Barbiana. Dibattito sulla “pedagogia pratica” di don Milani

Risuona da anni, mettendo in libera uscita anche una buona dose di ovvietà, la domanda sulla riproducibilità e l’esportabilità della scuola di Barbiana. Un dibattito che lo stesso don Lorenzo Milani sembra aver chiuso prima ancora del suo avvio, con la lettera inviata nel settembre 1960 ad una delle sue ‘benefattrici’, Elena Brambilla Pirelli, sorella dell’industriale Alberto Pirelli: “I miei eroici piccoli monaci che sopportano senza un lamento e senza pretese 12 ore quotidiane feriali e festive di insopportabile scuola e ci vengono felici, non sono affatto eroi, ma piuttosto dei piccoli svogliati scansafatiche che hanno valutato (e a ben ragione) che 14 o anche 16 ore nel bosco a badar pecore son peggio che 12 a Barbiana a prender pedate e voci da me. Ecco il grande segreto pedagogico del miracolo di Barbiana. Ognun vede ch’io non ci ho merito alcuno e che il segreto di Barbiana non è esportabile né a Milano né a Firenze. Non vi resta dunque che spararvi”.

Ma chi ha familiarità con il linguaggio affilato e volutamente urtante di don Milani, sa che la questione è tutt’altro che chiusa. Il tema è stato affrontato durante la seconda giornata del convegno di Bergamo, maggiormente dedicata agli aspetti pedagogici, a partire dal dato ineludibile messo in luce da Giuseppe Fornari: don Milani è un uomo complesso, una “personalità non risolta”, un “santo senza aureola” ben diverso dall’idea di santità trasmessa dalla Chiesa che invece vuole “santi che facciano intravedere un paradiso già in Terra”, un “uomo di conflitto” e “pieno di contraddizioni” – a cominciare da una sorta di sindrome di inferiorità nei confronti nel fratello Adriano, più bravo e più brillante di lui nello studio e non solo, fin dagli anni dell’adolescenza – che sceglie di usare, con risultati formidabili, il conflitto e la contraddizione nella sua pratica educativa. “Don Milani non era un pedagogista, non aveva un’idea di educazione”, dice Fornari, ma aveva una grande capacità di farsi coinvolgere dal mondo: ad un certo punto della sua vita si è incontrato con “l’abisso dell’ignoranza” dei giovani di Calenzano e dei ragazzi di Barbiana e ha deciso di mettersi in gioco, “usando se stesso e le sue contraddizioni” per tentare di colmare quest’abisso di ignoranza, senza avere un metodo, ma cercandolo e sperimentandolo giorno dopo giorno. E questa è stata, secondo Fornari, la grande intuizione di don Milani e il ‘segreto’ del suo successo educativo: “Insegnare per come si è, assumendo i propri conflitti e le proprie contraddizioni perché divengano creative, amare i ragazzi per quello che sono e voler essere amato per quello che egli è, in una sorta di passione reciproca. Don Milani era coinvolto totalmente nella relazione educativa, e solo così funziona l’educazione che altrimenti si risolve in mera trasmissione di contenuti. Questa è l’unica vera educazione, umanamente imperfetta ma potente, perché mette in luce le imperfezioni e le affronta creativamente”.

“L’amore personale e concreto per i propri allievi, per il loro contesto sociale e per il loro ambiente”, concorda Fulvio Manara, docente di Pedagogia sociale all’Università di Bergamo, è il ‘segreto’ di Barbiana. Ma anche, a livello più pratico, la costruzione di una “comunità educativa e di ricerca” dove “i grandi aiutano i più piccoli” e quindi in cui “si impara tutti insieme e tutti imparano da tutti”, in un “tessuto di relazioni personali” e in un “dialogo dialogale”, come diceva Raimon Panikkar. “Nessuno educa nessuno, ci educhiamo insieme, e in mezzo a noi si trova il mondo”, diceva Paulo Freire, citato da José Luis Corzo, che aggiunge: “Il rapporto del maestro con gli allievi non è immediato, proprio perché in mezzo c’è il mondo. Educare infatti, a differenza di insegnare e imparare, è un verbo intransitivo: si può quindi insegnare ed imparare qualcosa, ma ci educhiamo solo insieme, a partire dalle sfide del mondo”. E il mondo, oltre a costituire la mediazione, è anche il punto di arrivo, dice ancora Manara. “A Barbiana lo studio autentico e l’uso della parola non servivano per fare discorsi ma per intendersi, erano cioè orientati verso un dialogo vivo. Il fine non era l’apprendimento in sé, ma il servizio al mondo. Infatti la parola, a partire da quella di don Lorenzo, non era una parola che anestetizza ma di incontro e scontro con il mondo”.

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