Archive for giugno 2009

Solo un quinto dei soldi va davvero ai poveri

30 giugno 2009

“il manifesto”
30 giugno 2009

Luca Kocci

“Con l’otto per mille alla Chiesa cattolica avete fatto molto, per tanti”. È la frase che accompagna gli spot radiotelevisivi e le inserzioni su quotidiani, riviste e siti web per invitare i contribuenti a destinare alla Chiesa cattolica l’otto per mille dell’Irpef. Una campagna pubblicitaria redditizia, che frutta circa un miliardo di euro di incasso annuo, e costosa: lo scorso anno, la Conferenza episcopale italiana ha speso quasi 22 milioni di euro.

Nel bilancio consuntivo del 2008, documento riservato dei vescovi reso noto dall’agenzia di informazioni Adista, la Cei ha iscritto nella sezione “proventi” 11 milioni di euro ricevuti dall’Istituto centrale per il sostentamento del clero (Icsc) per promuovere il “sostegno economico” e altri 11 milioni come “quota dell’otto per mille per attività promozionali”. Denaro poi quasi interamente investito in pubblicità, visto che nel capitolo “oneri” è scritto che il “Servizio promozione sostegno economico” è costato 21.628.882 euro.

Le spese pubblicitarie sono cresciute di oltre un milione di euro rispetto al 2007 anche perché, dopo un decennio di costante incremento, quest’anno le entrate dell’otto per mille caleranno: è diminuita del 4% la percentuale di coloro che hanno scelto di dare l’otto per mille alla Chiesa cattolica – mentre aumentano le firme per lo Stato (+3,5%) e i valdesi – e soprattutto è diminuito l’incasso di 35 milioni di euro, passato dai 1.002 milioni del 2008 ai 967 del 2009. Tanto che, per fare fronte alle spese, i vescovi dovranno attingere al fondo di riserva, prelevando 42 milioni di euro.

“In Italia e nel Terzo Mondo, il tuo aiuto arriverà dove c’è bisogno di aiuto” ricordano gli spot pubblicitari. In realtà però solo un quinto dei soldi incamerati verrà destinato ad “interventi caritativi”: 205 milioni, di cui 85 per interventi nei Paesi del Terzo mondo. Quasi la metà dei soldi raccolti, 423 milioni, verrà invece utilizzata per “esigenze di culto e pastorale”: in particolare 187 milioni serviranno per l’edilizia (costruzione nuove chiese e ristrutturazioni), 156 milioni andranno alle diocesi “per culto e pastorale”, 32 al Fondo per la catechesi e l’educazione cristiana, 10 milioni e mezzo ai Tribunali ecclesiastici regionali e 37 milioni e mezzo per “esigenze di rilievo nazionale”, cioè campagne pubblicitarie, grandi raduni e la vasta rete di associazioni che intervengono nei diversi ambiti della vita sociale. Circa un terzo dell’intero introito, 381 milioni di euro, verrà infine riversato nelle casse dell’Icsc, che paga gli stipendi ai 38mila sacerdoti in servizio in Italia e ai 600 preti delle missioni: poco più di 860 euro al mese ad “inizio carriera”, 1.350 euro mensili per un vescovo alle soglie della pensione. Salari che poi vengono arrotondati poiché ogni sacerdote attinge anche alla cassa parrocchiale e gode dei cosiddetti “diritti di stola”, ovvero le offerte date dai fedeli, secondo un preciso tariffario, per battesimi, matrimoni, funerali, ecc..

In calo anche le “offerte deducibili” volontarie dei fedeli per il sostentamento del clero: è diminuito sia il numero di offerte (160.878, –6,2% rispetto all’anno precedente), sia l’incasso (16,5 milioni di euro, –1,4%). In confronto a dieci anni fa, quando le offerte superarono i 21 milioni di euro, la perdita è del 25%. L’introito resta alto, ma inferiore a quanto riescono a raccogliere altre organizzazioni con le sole donazioni volontarie (Unicef Italia e Airc 60 milioni, Medici senza frontiere 35 milioni, Telethon 30 milioni, Save the children e Emergency 20 milioni), segno che si fa strada una certa resistenza da parte dei cattolici a mettere mano al portafogli per sostenere la Chiesa e i sacerdoti.

I vescovi se ne sono accorti: le offerte dei fedeli “non sono in grado di incidere in misura significativa sul fabbisogno complessivo del sistema di sostentamento del clero”, ha detto il segretario generale della Cei, mons. Mariano Crociata, presentando il bilancio all’ultima assemblea generale. E allora sono scattate le contromisure per tentare di arrestare l’emorragia di denaro, a partire dall’intensificazione della pubblicità sull’otto per mille: è necessario “continuare a puntare sulle campagne di promozione al sostegno economico per la Chiesa cattolica, per tenere alta la percentuale delle firme in nostro favore”, dicono i vescovi. Poi, per incrementare le offerte deducibili, un rigido sistema di controllo delle parrocchie, ritenute le principali responsabili del pessimo risultato: tutte le 26mila parrocchie italiane d’ora in poi verranno ‘schedate’ in modo che l’Icsc possa controllare le offerte provenienti da ogni singola parrocchia e, successivamente, come in una sorta di cottimo, premiare le più efficienti con incentivi economici proporzionali agli incassi. Infine la finanza: “i nostri uffici – si legge in un altro documento dei vescovi – hanno predisposto un nuovo piano di allocazione e diversificazione degli strumenti finanziari” per il prossimo triennio. Anche per evitare il tracollo del 2008 quando, riporta ancora il bilancio della Cei, i “proventi finanziari” sono scesi dai 33 milioni del 2007 a meno di 2, con una perdita secca di 31 milioni di euro. Forse qualche operazione spericolata finita male. Oppure, come spiega mons. Crociata, la colpa è della “crisi dei mercati finanziari”.

Aumentano le donazioni ai valdesi

30 giugno 2009

“il manifesto”
30 giugno 2009

Luca Kocci

Aumenta l’importo incassato e cresce il numero dei contribuenti che scelgono di destinare l’otto per mille ai valdesi: nel 2008 (ultimo dato disponibile) hanno ricevuto 6 milioni e 900mila euro (nel 2007 erano 5 milioni e 700mila) grazie a 264mila italiani, 31mila in più dell’anno precedente, che nella dichiarazione dei redditi hanno firmato per l’Unione delle Chiese metodiste e valdesi.

E visto che i valdesi italiani sono circa 30mila, a scegliere di dare loro l’otto per mille sono soprattutto non valdesi, che però approvano la scelta di questa Chiesa, opposta a quella della Cei: nemmeno un euro per il culto e il sostentamento dei pastori, ma tutti i fondi utilizzati per progetti di assistenziali, sociali e culturali. Quattro milioni e 500mila sono stati usati per attività in Italia (2 milioni per progetti di assistenza, 1 milione e 400mila per cultura e diritti umani, 750mila per bambini e giovani, 130mila per rifugiati, migranti e nomadi, 200mila alle università di Bologna e Milano per la ricerca sulle cellule staminali), due milioni per progetti sanitari e di sviluppo all’estero. I restanti 500mila per pubblicità e spese di gestione.

Quando il permesso di soggiorno lo firma Dio

21 giugno 2009

“il manifesto”
21 giugno 2009

Luca Kocci

A prima vista sembrano uguali a quelli rilasciati dall’Amministrazione della pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno, ma guardando meglio si legge: “Amministrazione della pubblica giustizia – Dipartimento della pubblica accoglienza”. Sono i “Permessi di soggiorno in nome di Dio” che ieri, Giornata mondiale del rifugiato, sono stati distribuiti nelle piazze di oltre 30 città a centinaia di stranieri, uomini e donne immigrati in Italia da mesi o da anni, lavoratori sommersi, stagionali e in nero, senza documenti, clandestini, invisibili.

L’iniziativa è stata lanciata un mese fa dai quattro missionari comboniani di Castelvolturno –  che già nel 2003 ne promossero una analoga –, e strada facendo si sono aggiunti parrocchie e gruppi cattolici di base, le chiese battiste, ma anche centri sociali, associazioni antirazziste e pacifiste, comunità di stranieri in Italia e, in qualche città, la Cgil e i partiti della sinistra extraparlamentare.

“Con questa azione abbiamo voluto riaffermare pubblicamente il diritto di ogni persona ad esistere, a costruire un futuro per sé e per i propri figli e ad essere rispettata nella sua umanità, nella sua ricerca di vita democratica e libertà, e abbiamo voluto esprimere la nostra opposizione al pacchetto sicurezza e alle politiche anti-immigrati del governo”, spiega padre Giorgio Poletti, dei comboniani di Castelvolturno: il reato di immigrazione clandestina, la stretta sui ricongiungimenti e sui matrimoni misti, l’allungamento del periodo di detenzione nei Cie (Centri di identificazione ed espulsione) fino a sei mesi, il permesso di soggiorno “a punti” e a pagamento, i respingimenti in mare verso la Libia e le campagne stampa contro gli immigrati. Negli ultimi anni, dicono i comboniani, “la situazione è notevolmente peggiorata. L’avvento al governo di partiti e forze eversive, come la Lega, ha creato un clima razzista e xenofobo. Stanno giocando con le nostre paure, con quell’istinto che abbiamo nel più profondo di proteggerci e di isolarci. Stanno costruendo una società fondata sulla paura e stanno mettendo i loro eserciti e polizie a guardia delle nostre false sicurezze. Ma i militari ci servono per fare la guardia alle nostre paure, per darci l’ennesima illusione di una sicurezza per pochi”. Anche molti cattolici hanno rinunciato ai valori di giustizia e condivisione, che invece sono propri della fede cristiana. E allora permessi di soggiorno “in nome di Dio” – benché l’iniziativa non aveva valore confessionale – per ricordare, soprattutto ai credenti che “Dio sta sempre dalla parte dei più deboli e indifesi”.

Manifestazioni si sono svolte in tutta Italia, in oltre 30 città: cortei, dibattiti, concerti, proiezioni del docu-film Come un uomo sulla terra, cucina etnica e poi i banchetti con la racconta di firme “Io non respingo” – petizione nazionale contro i respingimenti promossa dalla rete Fortress Europe – e quelli dove venivano rilasciati i Permessi di soggiorno in nome di Dio. Ad Agrigento le associazioni sono scese in piazza anche contro gli arresti di alcuni immigrati ambulanti prima di una manifestazione lo scorso 10 giugno, giorno dell’arrivo di Gheddafi a Roma; a Catania c’era l’Anpi; a Modena i Permessi di soggiorno sono stati distribuiti a piazza Mazzini, nell’ex ghetto ebraico; iniziative a Rosarno e a Reggio Calabria, “contro la caccia all’uomo nero”; a Siracusa, davanti alla prefettura, dove hanno parlato alcuni “non ancora italiani”; e poi Cosenza, Lamezia Terme, Ferrara, Torino, la Lombardia con Lodi, Brescia, Varese, e ancora altre città. A Caserta, con i giovani del Centro sociale Ex canapificio e i religiosi sacramentini in prima fila insieme alla nutritissima comunità dei migranti e dei rifugiati che hanno scritto “l’emigrazione non deve essere la nuova colonizzazione”, i permessi di soggiorno li ha firmati, sotto un gazebo nella centralissima corso Trieste,  il vescovo della città, mons. Raffele Nogaro, che ha chiamato “direttiva della vergogna” la recente direttiva sui rimpatri firmata dai Paesi dell’Unione europea e ha detto: “il meticciato è la nuova costituzione della famiglia umana”.

Banche armate 2009

1 giugno 2009

“La Voce delle Voci”
n. 6, giugno 2009

Luca Kocci

Banca nazionale del Lavoro, Intesa-San Paolo e Unicredit: sono le principali banche italiane coinvolte nel commercio di armi. Nulla di illegale – intervengono in operazioni regolarmente autorizzate – ma si tratta evidentemente di attività da non pubblicizzare troppo, tanto che sono stati gli stessi istituti di credito a chiedere al governo di non rendere pubblica la Relazione del ministero dell’Economia e delle Finanze sull’esportazione, l’importazione e il transito dei materiali di armamento che La Voce ha potuto leggere.

E le “banche armate”, sulla scia del grande aumento dell’export di armi made in Italy (v. La Voce di maggio) e sfruttando l’onda lunga dell’aumento delle spese militari sostenuto dal governo di centro-sinistra di Prodi (+ 22% in due anni), hanno fatto grandi affari, triplicando i “compensi di intermediazione” che hanno incassato dai fabbricanti di armi.

Nel corso del 2008, infatti, sono state autorizzate 1.612 “transazioni bancarie” per conto delle aziende armiere, per un valore complessivo di 4.285 milioni di euro (nel 2007 erano state la metà, 882, per 1.329 milioni). A questi vanno poi aggiunti 1.266 milioni per “programmi intergovernativi” di riarmo – cioè i grandi sistemi d’arma costruiti in collaborazione con altri Paesi, come ad esempio il cacciabombardiere Joint Strike Fighter (Jsf), per cui l’Italia spenderà almeno 14 miliardi nei prossimi 15 anni –, quasi il doppio del 2007 quando la cifra si era fermata a 738 milioni. Un volume totale di “movimenti” di oltre 5.500 milioni di euro, per i quali le banche hanno ottenuto compensi di intermediazione attorno al 3-5%, in base al valore e al tipo di commessa.

La ‘regina’ delle “banche armate” è la Banca Nazionale del Lavoro (del gruppo francese Bnp Paribas) con 1.461 milioni di euro. Al secondo posto si piazza Intesa-San Paolo di Corrado Passera, già braccio destro di Carlo De Benedetti ed ex amministratore delegato di Poste Italiane, con 851 milioni – a cui andrebbero aggiunti anche gli 87 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia, parte del gruppo –, per lo più relativi a “programmi intergovernativi”: il cacciabombardiere Eurofighter, le navi da guerra Fremm e Orizzonte, gli elicotteri da combattimento Nh90 e diversi sistemi missilistici. Eppure due anni fa il gruppo aveva dichiarato che, proprio per “dare una risposta significativa a una richiesta espressa da ampi e diversificati settori dell’opinione pubblica che fanno riferimento a istanze etiche” – cioè la campagna di pressione alle banche armate –, avrebbe sospeso “la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d’arma pur consentite dalla legge”. “Si tratta di transazioni relative a operazioni sottoscritte e avviate prima dell’entrata in vigore del nostro codice di comportamento e che dureranno ancora a lungo”, la spiegazione che fornisce Valter Serrentino, responsabile dell’Unità Corporate Social Responsibility di Intesa-San Paolo. Anche Unicredit negli anni passati aveva ripetutamente annunciato di voler rinunciare ad appoggiare le industrie armiere, eppure nel 2008 è stata la terza “banca armata” italiana, con 607 milioni di euro. Nessuna dichiarazione di disimpegno invece da parte della Banca Antonveneta, che lo scorso anno ha movimentato 217 milioni. Mentre piuttosto ambigua è la situazione del Banco di Brescia: nel 2008 ha gestito per conto delle industrie armiere 208 milioni di euro benché il gruppo di cui fa parte dal 1 aprile 2007, Ubi (Unione Banche Italiane), nel suo codice di comportamento abbia stabilito che “ogni banca del gruppo dovrà astenersi dall’intrattenere rapporti relativi all’export di armi con soggetti che siano residenti in Paesi non appartenenti all’Unione Europea o alla Nato” e che “siano direttamente o indirettamente coinvolti nella produzione e/o commercializzazione di armi di distruzione di massa e di altri sistemi d’armamento quali bombe, torpedini, mine, razzi, missili e siluri”. “La policy del gruppo non vieta le operazioni di commercio internazionale – spiega Damiano Carrara, responsabile Corporate Social Responsibility di Ubi – ma le disciplina prevedendo che il cliente della banca”, cioè l’industria armiera, non si trovi “in Paesi che non appartengano alla Ue o alla Nato, e questo divieto è pienamente rispettato”.

Ma i dubbi restano. “Da quando, lo scorso anno, è sparito dalla Relazione il lungo e dettagliato elenco delle singole operazioni effettuate dagli istituti di credito è impossibile giudicare l’operato delle singole banche – spiega Giorgio Beretta, analista della Rete italiano Disarmo ed ex coordinatore della campagna di pressione alle “banche armate” –. Senza quell’elenco, infatti, i loro codici di comportamento non sono comprovati dal riscontro ufficiale che solo la Relazione del governo può fornire”.