Archive for luglio 2009

Ratzinger affronta il santo crack

26 luglio 2009

“il manifesto”
26 luglio 2009

Luca Kocci

La crisi economica arriva anche Oltretevere, entra nei Sacri palazzi e manda in rosso i conti del Vaticano che registrano perdite per più di 16 milioni di euro a causa di operazioni finanziarie sui mercati internazionali andate in malora. Ci pensano però i portafogli dei fedeli a rabboccare le casse della Santa sede con le offerte del cosiddetto “Obolo di san Pietro” che annullano il disavanzo e risanano il passivo.

I bilanci della Santa Sede e della Città del Vaticano sono stati resi noti lo scorso 4 luglio, al termine della tre giorni di riunione a porte chiuse del Consiglio dei cardinali per lo studio dei problemi organizzativi ed economici della Santa Sede, presieduta dal segretario di Stato, Tarcisio Bertone.

Lo Stato Vaticano presenta un deficit di oltre 15 milioni e 300mila euro, secondo quanto riporta il bilancio consuntivo per il 2008 del Governatorato, cioè l’erede del vecchio Stato pontificio, l’organo a cui il papa – che secondo la costituzione vaticana rimane il sovrano assoluto – ha affidato l’esercizio del potere esecutivo: con nove direzioni, sei uffici centrali e 1.894 dipendenti quasi tutti laici amministra il territorio statale e gestisce i servizi, i musei, la gendarmeria e le finanze, tranne lo Ior, la banca vaticana, che è autonomo e saldamente in attivo.

Meno negativo, ma ugualmente in rosso, il bilancio della Santa Sede, cioè il governo centrale della Chiesa cattolica mondiale, che conta 2.732 dipendenti, un migliaio dei quali sono preti e suore, e che comprende tutti gli organismi della Curia romana, l’Amministrazione del patrimonio della Santa Sede (Apsa, che controlla l’enorme quantità di beni mobili e immobili di proprietà vaticana) e i mezzi di comunicazione: nel 2008 ci sono state entrate per poco meno di 254 milioni di euro e uscite per quasi 255 milioni, con un disavanzo di 911mila euro.

A pesare sul bilancio della Santa sede sono le spese per il quotidiano L’Osservatore Romano e per la Radio Vaticana che infatti, per tentare di arginare le perdite, ha aperto le porte alla pubblicità commerciale laica: da un paio di settimane sulle frequenze dell’emittente del papa vanno in onda gli spot dell’Enel che ha acquistato 300 passaggi pubblicitari fino al prossimo 27 settembre. Sono in attivo, invece, la Tipografia vaticana, il Centro televisivo vaticano – che vende in esclusiva alle tv di tutto il mondo le immagini video del papa – e soprattutto la Libreria editrice vaticana (Lev), da qualche anno unica proprietaria “in perpetuo e per tutto il mondo” dei diritti d’autore sui discorsi e sugli scritti del papa (e di tutti i papi dell’ultimo cinquantennio) e dei vari dicasteri della Santa sede. Un copyright rigidissimo, nel caso di Ratzinger esteso retroattivamente anche a tutte “le opere e gli scritti redatti dallo stesso pontefice prima della sua elevazione alla Cattedra di Pietro”, che solo nel 2007 ha fruttato alla Lev, e quindi alla Santa sede, un utile di un milione e 600mila euro (del 2008 non sono stati forniti i dati).

Ma è stata soprattutto la “crisi mondiale economico-finanziaria”, come ha spiegato monsignor Velasio De Paolis, presidente della Prefettura degli Affari economici della Santa Sede, a determinare il passivo complessivo di oltre 16 milioni di euro ufficialmente dichiarato. Ma che in realtà è molto più alto – un servizio del quotidiano La Stampa lo quantifica in 35 milioni di euro –, perché è stato mascherato con un’operazione cosmetica degna della migliore finanza creativa: “In conformità con i provvedimenti adottati in via eccezionale da organismi contabili internazionali ed autorità monetarie di diversi Paesi – ha aggiunto De Paolis –, si sono applicati criteri di valutazione intesi ad evitare la contabilizzazione di potenziali minusvalenze dovute alla fase acuta della crisi economica globale nel settore finanziario, e le relative conseguenze nel risultato finale d’esercizio”. Il Vaticano, cioè, ha avuto perdite assai maggiori per operazioni finanziari finite male, che però non ha messo a bilancio – come del resto hanno fatto altre società –, in attesa di tempi migliori che consentano la rivalutazione delle valute estere e dei titoli crollati. Soprattutto, sembra, dollari e azioni acquistate sui mercati Usa vendendo parte dell’oro contenuto nei forzieri vaticani.

Un vizietto, quello del gioco in borsa, che ha tirato un brutto scherzo anche ai vescovi italiani dal momento che, come riporta il bilancio della Conferenza episcopale (di cui il manifesto ha scritto lo scorso 30 giugno), i “proventi finanziari” della Cei sono scesi dai 33 milioni di euro del 2007 a meno di 2 milioni nel 2008, con una perdita secca di 31 milioni. E anche in quel caso, spiegava il segretario generale dei vescovi mons. Mariano Crociata, la colpa era stata della “crisi dei mercati finanziari”.

A rimettere le cose in ordine ci hanno pensato i cattolici con le offerte, raccolte in tutto il mondo il 29 giugno (festa dei santi Pietro e Paolo), per l’Obolo di san Pietro, ovvero “l’aiuto economico – si legge nella brochure di presentazione – che i fedeli offrono al Santo padre come segno di adesione alla sollecitudine del successore di Pietro per le molteplici necessità della Chiesa universale e per le opere di carità”. Una tradizione di origine alto-medievale, poi ufficializzata da Pio IX in un’enciclica del 1871 all’indomani della breccia di Porta pia, che nel 2008 ha portato in Vaticano 75 milioni di dollari, cioè circa 54 milioni di euro, 3 milioni di meno del 2007 ma più che sufficienti ad azzerare il decifit della Santa sede e a riportare il bilancio saldamente in attivo. Su come vengano utilizzati questi soldi vige il più stretto riserbo. Si dice solo che sono destinati “alle opere ecclesiali, alle iniziative umanitarie e di promozione sociale, come anche al sostentamento delle attività della Santa Sede”. I più generosi sono stati gli statunitensi, gli italiani e, potenza di papa Ratzinger, i tedeschi.

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Cambio al vertice Ior. In pole position un «Tremonti boy»

26 luglio 2009

“il manifesto”
26 luglio 2009

Luca Kocci

Non solo di bilanci ma anche della presidenza dell’Istituto per le opere di religione (Ior), la banca vaticana, hanno parlato i cardinali che si occupano degli affari economici della Santa sede. Sembra infatti che la Commissione cardinalizia di vigilanza, presieduta dal segretario di Stato Tarcisio Bertone, stia meditando di licenziare un anno e mezzo prima della fine del mandato (che scade nel marzo 2011) l’attuale presidente dello Ior, Angelo Caloia, alla guida della banca dal1989, quando venne chiamato a rimpiazzare Paul Marcinkus dopo lo scandalo Calvi-Banco ambrosiano.

Caloia è l’ultimo uomo di potere dell’epoca papa Wojtyla-cardinal Sodano, e Bertone da tempo si sarebbe attivato per far sedere sulla poltrona della presidenza del Consiglio di sovrintendenza dello Ior, l’equivalente di un Consiglio di amministrazione, un uomo di sua fiducia: secondo le indiscrezioni, il banchiere piacentino Ettore Gotti Tedeschi, grande ammiratore dei fondatori di Comunione e Liberazione, monsignor Luigi Giussani, e dell’Opus Dei, Josemaría Escrivá de Balaguer, e autorevole rappresentante della scuola neoliberista cattolica del teocon statunitense Michael Novak, molto ascoltato in Vaticano.

Nato nel 1945, Gotti Tedeschi racconta di essersi convertito negli anni ‘60 dopo aver conosciuto Giovanni Cantoni, fondatore di Alleanza cattolica, gruppo della destra tradizionalista cattolica che annovera fra i suoi militanti il sottosegretario all’Interno con delega alla sicurezza Alfredo Mantovano. Negli anni ‘70 e ‘80 lavora prima in diverse società internazionali di consulenza economico-finanziaria, poi con l’Imi-Bnl e nel 1987 fonda la banca d’affari Akros, insieme a Gianmario Roveraro, il finanziere dell’Opus Dei rapito e trovato decapitato nelle campagne parmensi nel luglio 2006 in circostanze ancora da chiarire. Dal 1993 è il plenipotenziario per l’Italia del Banco di Santander. Consulente economico del ministro Tremonti, che lo ha anche nominato consigliere d’amministrazione della Cassa depositi e prestiti e presidente del fondo per le infrastrutture F2i, ha insegnato Etica della finanza all’Università Cattolica di Milano e dal 2008 è editorialista dell’Osservatore Romano. Inoltre ha scritto insieme a Rino Camilleri (un ultraconservatore che collabora con Studi cattolici, mensile vicino all’Opus Dei, e Il Timone, periodico di “apologetica”) Denaro e Paradiso: un titolo perfetto per Gotti Tedeschi che dice di dedicare tutto il suo tempo a Dio e al denaro.

Per la presidenza dello Ior si fanno anche i nomi, con meno convinzione, di Hans Tietmeyer, ex presidente della Bundesbank, e di Antonio Fazio, ex presidente della Banca d’Italia. Ma ovviamente non c’è nessuna conferma, in nome di quella impenetrabilità che è il codice genetico della banca vaticana. Si racconta che anche a Giovanni Paolo II, quando dopo lo scandalo Calvi chiese l’elenco dei correntisti, venne risposto: “Spiacente Santità, ma la riservatezza è sacra”.

Diavolo di un vescovo

5 luglio 2009

“il manifesto”
5 luglio 2009

Luca Kocci

Quel vescovo “è un diavolo, è amico dei marxisti, se fossi san Pietro lo manderei all’inferno”. Così nel 1992 Giuseppe Santonastaso – all’epoca ras demitiano della Dc casertana, più volte sottosegretario ai Trasporti dei governi Craxi e Andreotti negli anni di tangentopoli, poi condannato sette anni e mezzo di carcere per concussione – parlava di Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta, che da quando era arrivato in città denunciava la corruzione e le infiltrazioni della camorra nella politica e aveva spezzato il collateralismo Chiesa-Democrazia Cristiana.

Oggi, compiuti 75 anni e quindi obbligato alle dimissioni secondo la norma canonica, Nogaro va in pensione (al suo posto arriva il responsabile dell’otto per mille, mons. Pietro Farina, che inizia il mandato con una messa solenne e decisamente poco sobria alle ore 19 nel piazzale delle bandiere della Reggia, nell’area dell’Aeronautica militare) e, come venti anni fa, i politici di palazzo, contraddicendo l’abituale ossequio nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche, salutano con sollievo la partenza di un vescovo sempre scomodo e mai disponibile a compromessi.

La “cittadinanza emerita” gliel’hanno però conferita dal basso i cittadini, credenti e non credenti, militanti dei gruppi cattolici e del centro sociale Ex Canapificio, in una affollata manifestazione lo scorso 30 giugno, all’università: alcuni abitanti dei nove Comuni della diocesi di Caserta insieme al senegalese Mamadou Sy in rappresentanza del movimento dei migranti e dei rifugiati hanno consegnato il riconoscimento dei “cittadini sovrani” al vescovo che – si legge nella loro lettera aperta – ha messo gli ultimi e gli esclusi “al primo posto” di un episcopato “tutto teso alla difesa della vita, della salute, del territorio e delle sue risorse locali e della dignità di tutti gli esseri umani residenti nella diocesi”.

Quando giunge a Caserta alla fine del 1990 – dopo otto anni a Sessa Aurunca, dove era stato mandato a fare il vescovo direttamente da casa sua, il Friuli – appare subito chiaro da che parte sta: chiede che la Giunta comunale a maggioranza democristiana – che ha appena respinto la richiesta della Caritas diocesana di uno stanziamento di 50 milioni di lire per un centro di accoglienza per immigrati – non spenda una lira per festeggiarlo, ma che ci sia una cerimonia solo religiosa. La richiesta però non viene esaudita e l’amministrazione, forse con la speranza arruolarlo fra i suoi, investe 30 milioni per salutare l’ingresso in diocesi di Nogaro, regalandogli fra l’altro una chiave della città del valore di 4 milioni.

Negli anni successivi non mancheranno le frizioni fra la Dc e il vescovo che critica il collateralismo della Chiesa e il dogma dell’unità dei cattolici sotto lo scudocrociato sostenuto dal card. Camillo Ruini, neo presidente della Conferenza episcopale italiana, e si attira attacchi e minacce di querele da parte dei notabili democristiani che vedono scalfito il loro blocco di potere e le loro clientele. In questo periodo Nogaro sostiene una coraggiosa “lettera aperta ai cristiani di Caserta” di 11 associazioni cattoliche (fra cui Azione Cattolica, Acli e Agesci) che denuncia l’uso strumentale della religione e la corruzione all’interno della Dc casertana. Dalla lettera scaturirà poi “Alleanza per Caserta nuova”, lista elettorale formata dai cattolici di base e dai partiti della sinistra che nel 1993 vince le elezioni comunali, interrompendo mezzo secolo di egemonia democristiana.

Saldamente ancorato al Vangelo, il ministero episcopale di Nogaro non è spiritualistico e disincarnato ma centrato sui problemi e sui bisogni concreti delle donne e degli uomini: denuncia la malasanità, l’illegalità e la corruzione, mette sotto accusa l’abusivismo e la speculazione edilizia, è in prima linea nella difesa dell’ambiente, contro le cave e le discariche che assediano Caserta e minano la salute delle persone. E anche contro la camorra, che nel 1994 uccide don Giuseppe Diana, il prete che contrastava i boss di Casal di Principe: “Nella tua testimonianza – dirà il vescovo dopo l’omicidio di don Diana – avevo visto una Chiesa nuova, una Chiesa non più compromessa con il potere”.

Il 1994 è anche l’anno della prima vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, e Nogaro non manca di far sentire la propria voce per mettere in guardia la Chiesa dal rischio di un nuovo abbraccio mortale con Forza Italia al posto della Dc e per contrastare gli attacchi contro gli immigrati della destra di governo, neo-fascista e leghista. Ma sarà altrettanto duro e intransigente nei confronti dei governi di centro-sinistra e della legge Turco-Napolitano che introduce i Centri di permanenza temporanea, moderni lager per gli immigrati clandestini. Negli ultimi anni, poi, denuncia la “nuova apartheid” della Bossi-Fini, proclama la “disobbedienza civile” e, appena due settimane fa, scende in piazza contro il “pacchetto sicurezza” e distribuisce, insieme ai comboniani e ai centri sociali, i “permessi di soggiorno di nome di Dio”.

La pace e l’antimilitarismo sono gli altri punti forti dell’episcopato di Nogaro. Durante le guerre dei Balcani va in Kosovo, con il vescovo di Ivrea Luigi Bettazzi e i pacifisti, per portare sostegno alle popolazioni martoriate dal conflitto. Insieme a Pax Christi – di cui, per i veti del card. Ruini, non sarà mai presidente – chiede la smilitarizzazione dei cappellani militari. E dopo l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, con l’inizio della “guerra infinita” di Bush a cui si associa subito l’Italia di nuovo berlusconiana, critica i parlamentari cattolici che hanno approvato l’intervento militare in Afghanistan, scatenando le ire dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga che lo accusa di “presunzione dottrinale” e “arroganza autoritaria” e ne chiede la rimozione dall’incarico. Due anni dopo c’è la strage dei militari italiani a Nassiriya, in Iraq, Nogaro si dissocia dalla retorica collettiva e avverte: “Bisogna fare attenzione a non esaltare il culto dei martiri e degli eroi della patria, strumentalizzando la morte di questi nostri giovani per legittimare guerre ingiuste”. E stavolta è il ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu – ma Cossiga non gli fa mancare il suo sostegno – a chiedere la cacciata del vescovo.

Negli ultimi anni, a Caserta, ancora l’impegno per la città: si schiera, anche occupandola, contro l’apertura di una nuova discarica a Lo Uttaro, un sito già inquinato da rifiuti tossici e collocato in una zona densamente popolata della città, attirandosi il pubblico rimprovero del commissario all’emergenza rifiuti Guido Bertolaso e dell’allora segretario della Cei mons. Giuseppe Betori; dà il via e appoggia la battaglia, tutt’ora in corso, per il Macrico, una ex area militare di 33 ettari di proprietà dell’Istituto per il sostentamento del clero, a due passi dalla Reggia, che i cittadini vorrebbero trasformata in un’area verde pubblica e non data in pasto ai palazzinari.

Se ne va oggi il vescovo Nogaro, ma ribadisce la sua visione, ancora irrealizzata, di una Chiesa lontana dal potere e vicina agli ultimi. “Il Vangelo non è più la trasparenza della Chiesa, viene compromesso da tutte le vicende politiche della Chiesa stessa” che “sembra voler essere l’autovelox della morale: sta nascosta dietro l’angolo e quando la cultura sfreccia e magari sembra violare, per eccesso di velocità, soprattutto i temi della morale – l’aborto, l’eutanasia, la fecondazione artificiale, la famiglie, le coppie di fatto, i divorziati, gli omosessuali – , eleva sanzioni”. È spesso una “Chiesa autoreferenziale”, che “confonde facilmente i suoi fini con i suoi interessi”. Vorrei invece, prosegue, “una Chiesa di frontiera, e la frontiera è fuori dal tempio, è un luogo esposto, è il luogo degli arrivi e delle partenze, dell’imprevisto e dell’inedito”. Una Chiesa capace di “difendere l’uomo dal dominio incontrollato delle istituzioni e delle corporazioni, che rischiano di renderlo puro strumento della loro volontà di potenza; di allargare gli ordinamenti democratici, che esprimono la sovranità popolare, per rendere attiva sempre la libertà personale; di difendere l’uguaglianza tra gli uomini, impedire lo sfruttamento di una classe sull’altra, di un popolo su un altro e combattere apertamente l’onnipotenza del capitale e del profitto, della mafia e della camorra”.

E a proposito di camorra, con l’esperienza di chi la conosce da vicino, dice ancora: “Le gerarchie ecclesiastiche sono molto preoccupate di difendersi dai nemici ideologici, comunisti, laicisti di ogni genere, e sottovalutano l’inquinamento morale e civile causato dai poteri illegali. I camorristi, che pure sradicano il Vangelo dal cuore della nostra gente, negando ogni forma di amore del prossimo, diventano facilmente promotori delle iniziative della ritualità religiosa e della collettività. Proteggono un certo ordine stabilito, e quindi vengono corteggiati dalle istituzioni. E, per un falso amore di pace, la Chiesa tace”.

I cattolici di base: «Norme indecenti, pronti a insurrezione nonviolenta»

4 luglio 2009

“il manifesto”
4 luglio 2009

Luca Kocci

Il Vaticano prende le distanze da chi aveva criticato il “pacchetto sicurezza” ma la Chiesa italiana, sia al vertice che alla base, esprime una durissima condanna delle nuove leggi razziali approvate dal governo. «La criminalizzazione dei migranti è il peccato originale dietro al quale va tutto il resto», la legge «porterà molti dolori e difficoltà a persone che già si trovano in una situazione di precarietà», aveva detto a caldo mons. Agostino Marchetto, segretario del Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti. Ieri è arrivata la nota ufficiale del direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi: «Non consta che ci siano state critiche che si debbano qualificare come critiche del Vaticano». Cioè Marchetto, questo il senso delle parole del portavoce del papa, è intervenuto a titolo personale.

La precisazione non ha però bloccato le reazioni del mondo cattolico. L’immigrazione è «un fenomeno assai complesso che deve essere governato e non subìto», dichiara mons. Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della Cei, ma «una risposta dettata dalle sole esigenze di ordine pubblico, che comunque va garantito, risulta insufficiente». Il ddl approvato dal Senato comporta «un danno reale e uno simbolico», dice don Domenico Ricca, presidente della Federazione Scs/Cnos-Salesiani per il sociale: reale «quando si scopriranno tutte le implicanze pratiche», simbolico perché «rinsalda le paure e le fobie di tanti verso gli stranieri». «Sorge il dubbio – conclude – che anche questa legge serva per coprire inadeguatezza e scarso senso etico di chi ci governa».

Per i missionari comboniani le norme sono «indegne di un popolo civile» e «incompatibili con l’ordinamento giuridico della Repubblica italiana», per questo chiedono a Napolitano di «non avallare la legge». Categorico don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele: «Non sicurezza, crudeltà. Non c’è altra parola per definire le nuove misure sull’immigrazione», un «accanimento contro chi fugge dalla miseria, dalla discriminazione, dall’oppressione, dalle guerre». La legge, prosegue, «ci fa scivolare indietro, ai tempi della discriminazione razziale». Il 2 luglio è stata una «giornata di lutto nazionale», dice Alex Zanotelli, che oggi, alle 11, parteciperà insieme al Forum antirazzista ad un sit-in davanti alla Prefettura di Napoli, indossando magliette nere. «Ora il clandestino è criminale per legge, tutti sceglieranno di rendersi invisibili. Ma criminale non è l’emigrazione, criminali sono le strutture economiche che costringono le persone ad emigrare».

Le norme approvate sono ispirate «ad un’idea discriminatoria di sicurezza», «senza una corrispondente attenzione né al fenomeno globale dell’immigrazione né a chi sfrutta il lavoro traendo dall’irregolarità e dal lavoro nero un ingiusto profitto», si legge in un comunicato del Movimento lavoratori di Azione Cattolica. E il presidente delle Acli, Andrea Olivero, critica «le misure restrittive e punitive» che vanno «ad agire nella sfera dei diritti fondamentali e della dignità umana. Il governo – aggiunge – dovrà assumersi la responsabilità per aver favorito un clima pericoloso di paura e di sospetto che alimenterà la clandestinità anziché combatterla, renderà gli immigrati irregolari ancora più invisibili, soprattutto sui posti di lavoro, provocherà forti limitazioni nell’esercizio dei diritti fondamentali, complicando la vita degli stessi immigrati regolarmente residenti».

La nuova legge «avrà una sola conseguenza: rendere la vita ancora più difficile a centinaia di migliaia di persone immigrate», dice Lucio Babolin, presidente del Coordinamento nazionale comunità di accoglienza. «L’introduzione del reato di clandestinità – prosegue – segnerà duramente l’esistenza degli immigrati, che ora dovranno aver paura anche quando si rivolgono ai servizi sociali, alle strutture sanitarie, alla scuola». «Il provvedimento varato al Senato è un atto eversivo verso la civiltà del diritto espressa nella Dichiarazione universale dei diritti umani e nella Costituzione italiana», è il duro giudizio di Pax Christi. «Una bestemmia civile e cristiana così grande deve essere respinta da un’insurrezione nonviolenta».

Parrocchie a cottimo

1 luglio 2009

“La Voce delle Voci”
n. 6-7, luglio-agosto 2009

Luca Kocci

Se ne va, dopo un quarto di secolo trascorso in Campania, mons. Raffaele Nogaro, il vescovo degli ultimi e degli immigrati, che negli anni ha tuonato contro la corruzione della politica e le collusioni fra camorra e Democrazia Cristiana, che ha denunciato le politiche di guerra dei governi e le tentazioni di potere della Chiesa. Dopo oltre 26 anni di ministero episcopale, prima a Sessa Aurunca (dal 1982 al 1990) e subito dopo a Caserta, lo scorso 25 aprile è arrivata la nomina del suo successore: mons. Pietro Farina, vescovo di Alife-Caiazzo e soprattutto presidente del Comitato per la promozione del sostegno economico alla Chiesa Cattolica e componente del Consiglio per gli Affari economici della Conferenza episcopale italiana.

La nomina di Farina non giunge inaspettata: da tempo, infatti, in vista dell’abbandono di Nogaro (che il 31 dicembre 2008 ha compiuto 75 anni e quindi, secondo la norma canonica, ha presentato le dimissioni al papa), il suo più grande sponsor, il cardinale di Napoli Crescenzio Sepe, il quale nel frattempo gli aveva affidato l’importante ruolo di presidente della Commissione per le Confraternite dell’Arcidiocesi, premeva perché a mons. Farina venisse assegnato proprio il posto di Nogaro. E così è stato, con l’ingresso ufficiale e solenne in diocesi il 5 luglio.

Ma più che nuovo arrivo, quello di Pietro Farina a Caserta è un ritorno. Nato a Maddaloni il 7 maggio 1942, dopo gli studi teologici alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, viene ordinato sacerdote il 26 giugno 1966. A Caserta, ricopre diversi incarichi (parroco, assistente diocesano dell’Azione Cattolica, rettore del Seminario Minore) e poi, dal 1986 fino al 1999, è vicario generale, cioè il principale aiutante del vescovo nel governo della diocesi.

In questi anni non mancano i dissidi con mons. Nogaro, che frattanto è arrivato a Caserta ha deciso di tenersi Farina come vicario. Mentre infatti Nogaro respinge il collateralismo fra Chiesa e Democrazia Cristiana, sfidando apertamente il “monolitismo politico” e il dogma dell’unità dei cattolici sotto lo scudocrociato sostenuto dal neo-presidente della Cei card. Camillo Ruini, e punta il dito contro la corruzione che pervade il “partito cattolico”, mons. Farina mantiene rapporti molto stretti con i notabili democristiani locali di cui è un “grande elettore”.

Gli scontri più accesi fra il 1991 e il 1993. Mons Nogaro denuncia le inefficienze delle amministrazioni locali e le infiltrazioni della camorra e sostiene una “lettera aperta ai cristiani di Caserta” di 11 associazioni cattoliche (fra cui Azione Cattolica, Acli, Agesci) contro il collateralismo, l’uso strumentale della fede e la corruzione all’interno della Dc. Ma mons. Farina non condivide affatto quella lettera e la giudica inopportuna, censurabile e falsa. Ad attaccare Nogaro c’è anche il segretario cittadino della Dc Nicola Russo – che minaccia di querelare il vescovo –, il sottosegretario ai Trasporti Giuseppe Santonastaso – che definisce Nogaro “diavolo” e “amico dei marxisti”, aggiungendo che “se fossi san Pietro lo manderei all’inferno” –, il sindaco Giuseppe Gasparin – che ritira alla diocesi la concessione per un eremo diroccato che le associazioni utilizzavano per gli incontri di preghiera – e altri big democristiani. Le associazioni e molti cattolici di base, però, organizzano manifestazioni di solidarietà per il vescovo, a cui anche la storia, alla fine, darà ragione: nel giro di pochi mesi quasi tutti i politici democristiani che lo avevano aggredito vengono arrestati e condannati per reati di corruzione e voto di scambio, e gli stessi cittadini danno loro il benservito con le elezioni del 1993 vinte dalla lista “Alleanza per Caserta nuova” formata dalle associazioni cattoliche di base – viene eletto sindaco il presidente dell’Azione Cattolica, Aldo Bulzoni – e sostenuta dai partiti della sinistra.

Il terremoto giudiziario che decapita la Dc ritarda anche la nomina episcopale di mons. Farina – molto legato ai dirigenti locali del partito –, che arriva con qualche anno di ritardo rispetto alle attese: il 16 febbraio 1999 viene scelto come vescovo di Alife-Caiazzo e il 17 aprile consacrato vescovo nell’irrituale, ma più capiente, palazzetto dello sport di Caserta. Poco dopo arrivano anche incarichi pesanti all’interno della Cei: membro del Consiglio per gli Affari Economici e presidente del Comitato per la promozione del sostegno economico alla Chiesa Cattolica, cioè l’organismo della Cei che si occupa dell’otto per mille e delle offerte per il sostentamento del clero.

Farina si mette subito all’opera, anche perché gli affari vanno meno bene del previsto: dopo dieci anni di continui incrementi, l’otto per mille che finisce nelle casse della Chiesa cattolica cala di 35 milioni di euro, passando dai 1.002 milioni di euro del 2008 ai 967 del 2009; e diminuiscono anche le “offerte deducibili” dei fedeli per il sostentamento del clero, che in dieci anni subiscono un’emorragia del 20%, soprattutto per lo scarso attivismo delle parrocchie.

Mons. Farina allora prende carta e penna e scrive una lettera aperta, fatta sottoscrivete poi da tutti i vescovi italiani: ai laici viene chiesto di continuare a sostenere economicamente la Chiesa con le offerte e con l’otto per mille; sacerdoti e religiosi vengono invece invitati a non vergognarsi di chiedere soldi, superando ogni “eccessivo pudore”. Inoltre fa elaborare dal suo ufficio un nuovo sistema per “incoraggiare” i parroci ad incrementare la raccolta delle offerte deducibili: tutte le 26mila parrocchie italiane vengono ‘schedate’ in modo che l’Istituto centrale per il sostentamento del clero possa controllare il volume di offerte proveniente da ogni singola parrocchia e successivamente, in una sorta di cottimo, premiare le più efficienti con cospicui incentivi economici.

Ad un vescovo “pastore”, come è stato Nogaro, sembra quindi seguire un vescovo amministratore, come pare essere Farina, almeno in base al suo recente curriculum. E sul suo tavolo si troverà subito la patata bollente del Macrico, una ex area militare di 33 ettari nel centro di Caserta di proprietà dell’Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero (Idsc), ambita dai palazzinari che lì vorrebbero costruire, e difesa dai cittadini del Comitato “Macrico Verde” che, fino ad ora sostenuti dal vescovo Nogaro, la vorrebbero parco pubblico.

La storia inizia oltre 15 anni fa, quando il Macrico (MAgazzino Centrale RIcambi mezzi COrazzati) – 324.533 metri quadrati, tre quarti dei quali coperti da alberi e prati – torna dai militari al legittimo proprietario, l’Idsc di Caserta, che per legge concordataria eredita i “benefici ecclesiastici” (cioè i beni mobili ed immobili della diocesi). L’Istituto, che ha personalità giuridica autonoma e non dipende dal vescovo diocesano (il quale però deve essere interpellato per “affari” superiori a 250mila euro), nel 2000 mette in vendita l’area, ma Nogaro, sentendo puzza di speculazione edilizia, interviene pubblicamente per bloccare la cessione, minacciano le dimissioni se l’operazione andrà in porto.

Le acque rimangono tranquille fino all’inizio del 2006, quando il nuovo presidente dell’Idsc di Caserta, don Antonio Aragosa, rilancia, d’accordo con l’Istituto centrale per il sostentamento del clero e con la Santa Sede che hanno titolo ad intervenire per i beni che superano il valore di 1 milione di euro: gli enti locali acquistino il Macrico a 35 milioni di euro, oppure lo vendiamo ai privati per una cifra molto più alta. Il Comune nicchia, la Regione latita, i costruttori edili si rifanno avanti con forza e di nuovo il vescovo Nogaro e il “Macrico Verde” si mettono in mezzo e rallentano la compravendita.

Ad agosto 2008 arriva la notizia che lo Stato intende acquistare il Macrico per 28 milioni di euro per inserirlo nel “Parco dell’Unità d’Italia”, un mega progetto per il 150mo anniversario dell’Unità d’Italia, nel 2011. Ma don Aragosa non ci sta: 28 milioni sono pochi, ne vogliamo 40; se poi, scrive al premier Silvio Berlusconi, lo Stato “intende comunque portare avanti forzosamente la procedura d’esproprio, l’Istituto ne trarrà le legittime determinazioni e muoverà le necessarie eccezioni, al momento opportuno, per tutelarsi adeguatamente”. Cioè resisterà, con le carte bollate, magari appellandosi all’extra-territorialità. Tutto si blocca di nuovo, anche perché pare che i 28 milioni annunciati non ci siano. E rispuntano i palazzinari, che attendono con ansia che Nogaro vada in pensione e non ostacoli più le trattative. Chissà ora se mons. Farina resisterà alla tentazione di fare cassa e proseguirà l’impegno del suo predecessore e dei cittadini per la salvaguardia e l’uso pubblico del Macrico, oppure preferirà dare l’assenso alla vendita del terreno al migliore offerente e con un colpo solo risanare il bilancio negativo dell’otto per mille? Che, guarda caso, è in rosso di 35 milioni di euro. Esattamente il valore iniziale del Macrico.