Archive for agosto 2009

«Io, parroco, mi batto per disobbedire alla legge contro i migranti»

21 agosto 2009

“il manifesto”
21 agosto 2009

Luca Kocci

“Io ospito i clandestini, e tu?” dice lo striscione che dal giorno in cui il Senato ha approvato il pacchetto sicurezza con le norme anti-immigrati, lo scorso 2 luglio, è appeso davanti l’entrata della chiesa di San Nicola a Bonefro, piccolo comune di 1.500 abitanti in provincia di Campobasso. “Appena è stata votata questa legge infame, mi sono sentito in dovere di dire che è immorale, perché calpesta la dignità delle persone, e che un cristiano non può obbedire. E così ho messo lo striscione”, spiega al manifesto il parroco di Bonefro, don Antonio Di Lalla.

A ferragosto, poi, qualcuno che non gradiva la provocazione ha tentato di rimuoverlo, e subito dopo i nipotini di Bossi e Borghezio di un’improbabile Lega Sannita – che punta ad organizzare le ronde nel basso Molise – hanno intimato al parroco di “togliere quell’obbrobrio davanti la sua chiesa”. Ma don Di Lalla non si scompone e tira dritto, sostenuto anche dal gruppo di parrocchiani con cui, all’indomani del sisma del 2004 che ha colpito anche Bonefro, porta avanti il periodico la fonte, che nel numero di agosto apre con una vignetta di Vauro e titola: “Noi terremotati dalla parte dei clandestini”. “È normale che non tutti siano d’accordo, come chi ha scritto ‘io no’ accanto alla domanda dello striscione – dice il parroco –, e la colpa mi sembra soprattutto del clima avvelenato che è stato creato nel Paese con la criminalizzazione mediatica di tutti gli immigrati”.

Quale ti sembra il punto più grave della legge?

Il reato di clandestinità, cioè affermare che chi non ha i documenti in regola è un criminale, mentre poi i criminali veri, come Gheddafi, vengono accolti dal governo con tutti gli onori. Del resto paghiamo un peccato di ritorno: nel passato abbiamo sfruttato e impoverito le loro terre costringendoli ad emigrare, e adesso vorremmo pure respingerli.

La base del mondo cattolico, molti preti e religiosi e anche alcune riviste come Famiglia Cristiana hanno avuto parole molto dure contro questa legge, da parte delle gerarchie ecclesiastiche invece c’è stata un po’ di timidezza…

Infatti mi aspettavo di più, una presa di posizione netta che invece non c’è stata. Speravo che il papa dicesse: fratelli clandestini, venite in Vaticano e mettete le tende nei giardini di San Pietro che sono extra-territoriali, l’Italia vi respinge e noi vi accogliamo. Pensavo che anche la Conferenza episcopale italiana fosse più coraggiosa, a cominciare dal cardinal Angelo Bagnasco, ma forse un generale di corpo d’armata non ha questi pensieri (Bagnasco è stato ordinario militare dal 2003 al 2006, e come tale ha ricevuto e detiene il grado di generale, ndr). Eppure su altri temi la Cei ha messo da parte la diplomazia e non ha avuto paura di alzare la voce e di fare rumore.

Quali?

La pillola Ru486 e l’ora di religione a scuola, per citare solo i casi più recenti. Sulla legge anti-immigrati invece la Cei parla sottovoce, forse per interesse, per non infastidire il potere politico che per farci stare con la bocca chiusa ci tiene la pancia piena, concedendo alla Chiesa molti privilegi. L’ora di religione, almeno come funziona adesso, è uno di questi privilegi, e allora si interviene per difenderlo. Così però la Chiesa perde la libertà e la profezia evangelica.

Insomma disobbedirete alla legge?

Una legge che nega il diritto all’esistenza di migliaia di persone, che vieta ai genitori di riconoscere i propri figli, che nega assistenza sanitaria e istruzione è un obbrobrio. E i cristiani devono disobbedire perché non possiamo praticare discriminazioni.

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Prestito della Cei al via tra luci e ombre

15 agosto 2009

“il manifesto”
15 agosto 2009

Luca Kocci

Contro la crisi economica scendono in campo la Chiesa e le banche che promuovono, da settembre, il «prestito della speranza» con cui contano di aiutare almeno 20 mila famiglie in difficoltà. «Un segno e uno strumento per attraversare la crisi e non soccombere ad essa», spiega il cardinal Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana. Il «più grande programma di microcredito realizzato in Italia, unico in Europa per caratteristiche e livello di coinvolgimento delle banche», aggiungono dall’Abi, l’associazione bancaria italiana. Ma dietro l’enfasi di vescovi e banchieri, che comunque allargheranno la loro clientela, si intravede qualche ombra.

L’idea venne lanciata alla fine del 2008 e, a marzo, la Cei lo presentò ufficialmente, insieme alla «colletta nazionale»: una raccolta di fondi in tutte le parrocchie il 31 maggio per raggranellare 30 milioni di euro da usare come fondo di garanzia per gli istituti di credito, senza quindi intaccare l’otto per mille. Strada facendo è arrivata l’adesione delle banche che hanno messo sul piatto 180 milioni, e il programma è stato definito nei dettagli: un prestito di 500 euro al mese, per un anno (allungabile a due) a cui possono accedere – secondo i criteri restrittivi voluti dalla Cei – le coppie sposate o i coniugi separati ma non conviventi, con almeno tre figli – minorenni o universitari, purché non fuori corso – o con un invalido, che abbiano perso qualsiasi reddito a causa della crisi, cioè dopo giugno 2008. Il prestito andrà restituito entro cinque anni, con un interesse annuo pari alla metà del tasso medio stabilito ogni tre mesi dal ministero dell’Economia: oggi è del 9%, quindi per le famiglie sarà un interesse netto del 4,5%. Secondo i piani di ammortamento predisposti da Cei e Abi, chi ha avuto 6 mila euro ne dovrà restituire alla banca 7 mila, chi ne ha ricevuti 12 mila ne restituirà 14 mila.

Accanto al finanziamento c’è un percorso di reinserimento lavorativo o di avvio di impresa. Alla fine dell’anno partirà la restituzione. In caso di ritardi nel pagamento, la banca allerterà la Caritas, che cercherà di intervenire per risolvere la situazione, e trascorsi sei mesi si rivolgerà alla Cei per riavere la metà di quanto prestato attingendo al «fondo di garanzia» di 30 milioni, già depositato presso Banca Prossima. Contestualmente segnalerà il mancato pagamento alla Centrale dei rischi (il sistema informativo centrale della Banca d’Italia: chi viene segnalato come moroso difficilmente potrà poi accedere ad un prestito legale) e potrà anche inseguire il debitore per recuperare l’intero capitale, conferma Marco Morganti, amministratore delegato di Banca Prossima.

«È un’iniziativa importante e non assistenziale, anche se non sarà in grado di risolvere i problemi delle famiglie – spiega Michele Consiglio, vicepresidente nazionale delle Acli –: 500 euro al mese sono pochi, soprattutto se si dice che dovranno servire per avviare un’attività imprenditoriale». E infatti Mario Crosta, direttore generale di Banca etica, preferisce parlare di «microcredito sociale», finalizzato non a «far partire nuove imprese, per cui ci vorrebbero cifre più alte, ma a tamponare situazioni di emergenza» (peraltro Banca Etica concede microcrediti a condizioni migliori di quelle Cei-Abi: su un prestito di 7.500 euro, l’interesse è del 3,3%). «Il vero problema però rimane l’accesso al credito di chi non ha le garanzie richieste dalla banche, il 16% delle famiglie italiane», dice Francesco Terreri, presidente di Microfinanza.

C’è poi il tema dell’eticità delle banche, che potrebbero utilizzare la sponsorizzazione dei vescovi per «rifarsi il trucco». Banca Prossima fa parte di Intesa San Paolo, che è il secondo gruppo italiano coinvolto nel sostegno al commercio di armi: nel 2008 ha movimentato per conto delle industrie armiere 851 milioni di euro per lo più per programmi internazionali di riarmo, fra cui i cacciabombardieri Eurofighter. «Si parla sempre di temi etici, ma quando l’etica interferisce con le questioni economiche allora si tace», dice padre Franco Moretti, direttore di Nigrizia, una delle riviste cattoliche che promuove la campagna di pressione alle «banche armate»: «I soldi fanno chiudere gli occhi anche alla Chiesa».