Archive for settembre 2009

Che Avvenire per i vescovi

20 settembre 2009

“il manifesto”
20 settembre 2009

Luca Kocci

Ufficialmente non è inserita all’ordine del giorno, ma la scelta del successore di Dino Boffo – dimessosi dalla direzione di Avvenire lo scorso 3 settembre in seguito alla notizia della sua condanna penale e agli attacchi del Giornale di Vittorio Feltri – alla guida dei media cattolici sarà il tema principale della riunione dei 30 vescovi del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana che si aprirà domani pomeriggio a Roma.

L’annuncio potrebbe essere dato subito dal presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, durante la prolusione iniziale; oppure, sebbene meno probabile, al termine dell’assemblea, il 24 settembre; ma i vescovi potrebbero anche decidere di prendere tempo, confermando le attuali direzioni ad interim, e nominando nei prossimi mesi l’erede, o più probabilmente gli eredi, di Boffo. La scelta non è di poco peso e gli equilibri interni al parlamentino dei vescovi – prima tenuto saldamente in pugno dal cardinal Camillo Ruini che ha governato la Cei con mano ferma per quasi un ventennio – sono piuttosto instabili: da una parte i seguaci di Ruini, che non fa più parte del Consiglio permanente dove però può contare su una pattuglia di fedelissimi; dall’altra, sostenuti a distanza dal cardinale segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone, chi vorrebbe emanciparsi dall’influenza dell’ex presidente della Cei.

E quella del controllo dei media è una partita decisiva. Il progetto comunicazione è stato ideato proprio dal cardinal Ruini nella seconda metà degli anni ‘80, in parallelo alla messa in minoranza della linea conciliare e cattolico-democratica, sancita a Loreto, nel 1985, durante il secondo Convegno ecclesiale, quando papa Wojtyla chiamò la Chiesa italiana ad un maggiore interventismo nella società politica, affidando le redini a Ruini, nominato prima segretario e poi, nel 1991, presidente della Cei.

La riorganizzazione di un sistema articolato di mezzi di informazione centralizzato e gestito direttamente dalla Cei – che nel programma investe, negli anni, centinaia di milioni di euro –, capace di sostenere le battaglie politico-sociali della Chiesa, è uno degli impegni principali del neo-leader dei vescovi italiani, che disegna l’assetto tutt’ora funzionante. Nel 1988 nasce il Servizio informazione religiosa (Sir), un’agenzia di stampa che passa le notizie ai 168 settimanali diocesani riuniti nella Federazione italiana settimanali cattolici – e l’obiettivo della Cei è di arrivare a 225: uno per ogni diocesi –, diffusi capillarmente su tutto il territorio nazionale con oltre un milione di copie vendute ogni settimana. Poi c’è Avvenire, alla cui guida viene chiamato Dino Boffo, vicedirettore plenipotenziario nel 1991 (lo stesso anno in cui Ruini diventa presidente della Cei) e direttore del 1994, che in poco tempo lo trasforma da soporifero giornale parrocchiale in quotidiano che irrompe con forza nel dibattito pubblico, puntando su titolazione aggressiva, un agguerrito gruppo di “atei devoti” – dall’ex Pci Ferdinando Adornato ad Ernesto Galli Della Loggia – e di ex femministe – come Lucetta Scaraffia ed Eugenia Roccella, portavoce del Family Day del maggio 2007 – ed eclissando le voci fuori dal coro, quasi sempre esponenti del cattolicesimo sociale e democratico che guarda a sinistra, come Pietro Scoppola, il cui nome, dopo un articolo critico sulle “radici cristiane” dell’Europa, scompare dalle pagine di Avvenire. Alla fine degli anni 90, entrambi affidati alla direzione di Boffo, si aggiungono Sat2000, canale televisivo satellitare collegato con circa 40 tv locali che ritrasmettono in chiaro i suoi programmi e i suoi notiziari, e Radio inBlu, emittente nazionale che produce informazione e altri contenuti per un network di circa 200 radio locali sparse in tutta Italia.

Al blocco agenzia di stampa-quotidiano nazionale-settimanali locali-televisione-radio avrebbero dovuto aggregarsi anche un settimanale popolare, Famiglia Cristiana, e un mensile di approfondimento, Jesus, entrambi promossi dai religiosi paolini, che però riuscirono a resistere agli assalti di Ruini il quale, pur di mettere le mani sui due periodici, convinse papa Wojtyla a commissariare la congregazione fondata da don Alberione: l’unica cosa che ottenne furono però le dimissioni di don Leonardo Zega, che nel 1998 lasciò la direzione di Famiglia Cristiana e per qualche anno fece l’editorialista per La Stampa di Torino.

La sostituzione di Boffo, perno dell’intero sistema, è pertanto una scelta decisiva per il futuro della comunicazione targata Cei, in bilico fra chi vorrebbe proseguire la linea militante ruiniana e chi invece auspica un ridimensionamento, anche economico, di imprese con i bilanci in rosso (pare ci siano perdite di 20 milioni di euro l’anno per Avvenire e Sat2000) ripianati solo i soldi con l’otto per mille.

Don Vinicio Albanesi: «Dare voce a tutti»

20 settembre 2009

“il manifesto”
20 settembre 2009

Luca Kocci

“Il progetto Avvenire, Sat2000 e Radio Inblu è nato con l’idea di ricompattare e rendere efficace la presenza culturale e sociale, oltre che religiosa, dei cattolici in Italia”, ma è bene che oggi “sia definitivamente accantonato”. Lo scrive mons. Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, in una lettera inviata ai vescovi alla vigilia del Consiglio permanente della Cei. “Il cattolicesimo in Italia ha sfumature, approcci e linguaggi diversi” ed è necessario “dare voce” a tutti, senza censure. Non si tratta, allora, “solo di indicare il nuovo direttore di Avvenire, ma di cambiare impostazione della comunicazione. Le blindature, oltre che manifestare troppo spesso crepe imbarazzanti, non servono in una società abituata a riflettere con domande pertinenti e spesso molto dubbiose”.

«Processato da Bagnasco perché poco ortodosso»

2 settembre 2009

“il manifesto”
2 settembre 2009

Luca Kocci

Ha mantenuto il silenzio fino a ieri, ma ora che la notizia dell’apertura dell’inchiesta da parte della Congregazione vaticana per la Dottrina della Fede nei confronti dei 40 preti che avevano firmato l’appello “per la libertà sul fine-vita” è stata resa nota dall’agenzia Adista e dal Manifesto, don Paolo Farinella ha deciso di parlare, “per amore di verità e libertà”.

Biblista e parroco a Genova di Santa Maria Immacolata e San Torpete, don Farinella è uno dei firmatari del testo pubblicato da Micromega che ha messo in moto il procedimento dell’ex Sant’Uffizio. Lo scorso 7 agosto è stato convocato dal cardinal Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana ma anche arcivescovo di Genova, che ha prontamente obbedito alla richiesta della Congregazione per la Dottrina della Fede di richiamare all’ordine i preti che si erano espressi per la libertà di coscienza sul fine-vita, e quindi a favore di quel testamento biologico tanto inviso alle gerarchie ecclesiastiche e alla alla maggioranza di governo.

Un colloquio con il cardinale “durato quasi tre ore”, racconta don Farinella. “Bagnasco mi ha chiesto riservatezza sull’incontro, ma visto che ora parte dell’oggetto della nostra conversazione è stata resa nota me ne sento esonerato”.

Cosa le è stato rimproverato?

Il cardinale mi ha convocato e mi ha detto che la Congregazione per la Dottrina della Fede gli aveva inviato una lettera per verificare la mia ortodossia sulla questione dell’eutanasia, se cioè c’era corrispondenza fra il mio pensiero e la dottrina della Chiesa cattolica.

Come ha risposto a questi rilievi?

Ho detto che al momento non c’è una dottrina definita su questo tema, ma ci sono delle dichiarazioni del magistero ordinario che sono molto diverse fra loro: sul fine-vita la Congregazione per la Dottrina della Fede e alcuni rappresentanti della Curia vaticana dicono una cosa, ma il cardinal Martini e i vescovi tedeschi ne dicono altre.

Cioè?

La Conferenza episcopale tedesca, peraltro insieme alle Chiese evangeliche, ha approvato dieci anni fa un vero e proprio testamento biologico chiamato “Disposizioni anticipate del paziente cristiano”, in cui la scelta sulla libertà di cura è lasciata al malato, ai suoi familiari e ai medici. Insomma anche nelle gerarchie ci sono sensibilità diverse e c’è una Chiesa di base su posizioni completamente diverse da quella istituzionale. Non c’è una Chiesa monolitica con un’interpretazione univoca come invece la Congregazione per la Dottrina della Fede vorrebbe far credere.

Cosa pensa delle modalità di intervento della Congregazione per la Dottrina della Fede contro voi preti che avete firmato l’appello pubblicato da Micromega?

Le modalità sono ancora quelle del vecchio Sant’Uffizio. Avrebbero dovuto informarmi ed interpellarmi direttamente, in quanto l’inquisito sono io e mi ritengo in grado di pensare e di parlare con la mia testa. Invece hanno preferito scrivere al mio vescovo, secondo il metodo di parlare a scuocera perché nuora intenda. Inoltre non non perdono il vizio di isolare una frase dal contesto per poi imbastire un processo. E non mi pare che tutto questo possa chiamarsi rispetto della persona.

Il cardinal Bagnasco come ha reagito?

Devo dire che il nostro colloquio è stato tranquillo e libero. Mi è sembrato che non abbia dato eccessivo peso alla questione. Mi ha chiesto qualche documento scritto, che già gli ho consegnato, in modo che possa inviarli in Vaticano e chiudere così la questione. Francamente non credo che ci sarà una nuova caccia alle streghe. Poi se decideranno comunque di continuare il processo io sono pronto.

Fra qualche giorno alla Camera riprenderà il dibattito sul finevita, cosa pensi che succederà?

Non succederà nulla. Berlusconi e la sua maggioranza approveranno il testo già licenziato dal Senato, che prevede l’obbligo di idratazione e nutrizione e non contempla l’ipotesi del testamento biologico. Poi metteranno sul piatto il finanziamento alle scuole private cattoliche, bloccheranno la pillola Ru486, faranno qualche altra concessione alle gerarchie ecclesiastiche e anche le polemiche di questi giorni fra Vaticano, Cei, Avvenire e governo si risolveranno a tarallucci e vino.

Il Vaticano punisce i preti pro-Eluana

1 settembre 2009

“il manifesto”
1 settembre 2009

Luca Kocci

Alla vigilia della ripresa del dibattito parlamentare sul testamento biologico, dal Vaticano parte una dura nota di censura contro 41 preti e religiosi che cinque mesi fa firmarono un appello “per la libertà sul fine-vita” promosso dalla rivista Micromega. Una vendetta a freddo nei confronti di un gruppo di sacerdoti ritenuti troppo svincolati dal pensiero unico delle gerarchie ecclesiastiche. Ma anche un attacco preventivo per serrare le fila e per scongiurare il ripetersi di analoghe iniziative ora che la Camera si prepara a riprendere la discussione di un disegno di legge che lo stesso presidente dei deputati Gianfranco Fini ha auspicato venga modificato, rivendicando l’autonomia del Parlamento dai desiderata della Chiesa.

A marzo scorso, mentre il Senato incalzato dalle pressioni cattoliche e sull’onda emotiva della morte di Eluana Englaro stava per approvare l’obbligo di idratazione e nutrizione per i malati in stato vegetativo, 41 preti e religiosi sottoscrissero un appello poi pubblicato su Micromega. “La legge sul testamento biologico che il governo e la maggioranza si apprestano a votare imprigiona la libertà di tutti i protagonisti coinvolti al momento supremo della morte”, diceva il testo. “Con la forza della ragione e la serenità della fede ci opponiamo ad un intervento legislativo che mortifichi la libertà di coscienza”, sostenevano i sacerdoti che affermavano: “Come credenti riteniamo che chiunque come è stato libero di vivere la propria vita, così possa decidere anche di morire in pace, quando non c’è speranza di migliorare le proprie condizioni di esistenza umana”.

Adesso, a cinque mesi di distanza, la reazione della Santa Sede. Ad agosto – segnala l’agenzia di informazioni Adista –la Congregazione vaticana per la Dottrina della Fede (cioè l’ex Sant’Uffizio) ha inviato una lettera riservata ai vescovi delle diocesi di appartenenza dei 41 preti con un ordine preciso: convocarli per richiamarli all’ordine ed eventualmente punirli. La libertà di pensiero e di espressione il peccato mortale dei 41 secondo il Vaticano: hanno dato la loro adesione ad un testo contrario alla dottrina cattolica che inoltre è stato pubblicato su una rivista che Oltretevere si ritiene laicista ed anticlericale.

Alcuni vescovi si sono attivati, altri lo faranno nei prossimi giorni, alla ripresa dopo la pausa estiva. Dovranno decidere se usare il guanto di velluto o il pugno di ferro nei confronti dei loro preti: ovvero se limitarsi ad un rimprovero con la promessa di non farlo più, oppure se utilizzare la clava del diritto canonico che prevede sanzioni che possono andare dall’obbligo del silenzio fino alla sospensione a divinis. Sul banco degli imputati, fra gli altri, don Andrea Gallo della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova, don Albino Bizzotto, dei Beati i Costruttori di Pace, che dal 19 agosto digiuna a sola acqua contro la costruzione della nuova base militare Usa al Dal Molin di Vicenza; don Enzo Mazzi della comunità di base dell’Isolotto e don Alessandro Santoro della comunità delle Piagge entrambe a Firenze; don Vitaliano Della Sala, già in passato messo sotto accusa dalle gerarchie ecclesiastiche e poi totalmente reintegrato in una parrocchia dell’Irpinia; don Angelo Cassano, parroco a Bari, in prima fila nelle battaglie per i diritti degli immigrati; padre Nino Fasullo, direttore di Segno, una delle riviste di punta dell’antimafia palermitana; i preti operai Carlo Carlevaris e Roberto Fiorini. E poi altri parroci, sacerdoti e religiosi di tutta Italia molto impegnati anche sul terreno sociale.

Un primo risultato l’offensiva del Vaticano lo ha già incassato: uno dei 41, un prete della diocesi di Cremona, pochi giorni fa ha inviato una lettera a Micromega chiedendo di ritirare la propria firma dall’appello. Segno che probabilmente le pressioni del Vaticano e del vescovo hanno sortito l’effetto desiderato: una ritirata silenziosa e in buon ordine.

Comunque vada a finire la storia, l’iniziativa della Santa Sede che colpisce non un singolo sacerdote, come avvenuto negli ultimi anni, ma un intero gruppo rimanda a tempi lontani: restando all’Italia, alla battaglia referendaria per il divorzio del 1974 quando molti preti schierati per il “no” subirono la repressione da parte delle gerarchie ecclesiastiche; o più recentemente al 1989, quando vennero puniti in vari modi gran parte dei 63 teologi, molti dei quali laici che persero la cattedra universitaria, che firmarono una “Lettera ai cristiani” a favore di una attuazione più decisa del Concilio Vaticano II; e don Vittorio Cristelli, direttore del settimanale diocesano Vita trentina, che osò pubblicare la lettera, venne licenziato in tronco. Anche loro, come i 41 di oggi, colpevoli di aver esercitato la propria libertà di coscienza e di parola.