Archive for gennaio 2010

Un prete scomodo

30 gennaio 2010

“il manifesto”
30 gennaio 2010

Luca Kocci

Lascia Castel Volturno, nel casertano, dopo 15 anni di intensa attività pastorale e sociale soprattutto a fianco degli immigrati, il missionario comboniano Giorgio Poletti: i superiori della sua congregazione lo hanno trasferito a Venegono Superiore, vicino Varese, in attesa di assegnargli una nuova destinazione.

«La mia presenza a Castel Volturno non è mai stata semplice», spiega padre Poletti. «Fin quando fai beneficenza tutti ti applaudono; se inizi a lavorare per i diritti e non ti allinei all’autorità, civile o ecclesiastica, diventi fastidioso».

Del resto già dom Hélder Câmara, il vescovo brasiliano che aprì il palazzo residenziale ai poveri, diceva: «Se do da mangiare ai poveri mi chiamano santo, ma se chiedo perché i poveri hanno fame dicono che sono un comunista». «Comunista», a padre Giorgio, non l’hanno detto, ma di allontanarlo da Castel Volturno lo hanno chiesto in tanti, uomini di Chiesa e di Stato. La prima volta nel 2003, durante le proteste contro la legge Bossi-Fini e le retate anti-immigrati della polizia: il vescovo di Capua, monsignor Bruno Schettino – da poco promosso presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e quindi membro del Consiglio permanente della Cei – propose invano al Consiglio presbiterale della diocesi di chiedere ai comboniani l’allontanamento di Poletti e del suo confratello Franco Nascimbene, principali animatori delle iniziative di quei mesi; poi, l’allora sindaco di Castel Volturno, il forzista Antonio Scalzone – probabile candidato sindaco del centro-destra anche alle elezioni della prossima primavera al grido «siamo pronti anche noi a fare la guerriglia per difendere il nostro territorio, come a Rosarno» – denunciò alla procura il missionario e chiese al ministro dell’Interno Beppe Pisanu di «prendere provvedimenti per garantire ordine e sicurezza pubblica messa a rischio da padre Poletti». Richieste rispedite sempre al mittente, fino a qualche settimana fa. «Per molti anni l’ex generale dei comboniani mi ha sostenuto – spiega – ora sono cambiati alcuni equilibri interni alla congregazione, le pressioni esterne sono aumentate, quindi vado via. Del resto – aggiunge – sono rimasto 15 anni, per noi religiosi è tanto».

Emiliano, missionario in Mozambico, quando torna in Italia padre Giorgio chiede di lavorare tra gli immigrati e nel 1995 arriva a Castel Volturno dove fonda la comunità dei comboniani che diventerà una delle più attive in Italia, come lo è oggi: distribuzione di vestiti e generi alimentari ai poveri, accoglienza di donne straniere in difficoltà e vittime della tratta, asilo per i bambini, doposcuola, pastorale per gli immigrati. E azione di denuncia delle collusioni camorra-criminalità-imprenditoria, battaglie per i diritti dei migranti che dalla periferia di Castel Volturno assumono un rilievo nazionale.

Come nell’estate del 2003, quando Poletti, insieme a Nascimbene, si incatena per 10 giorni davanti alla Questura di Caserta per protestare contro l’operazione «Alto impatto»: una serie di retate contro gli immigrati che, spiega padre Giorgio, hanno portato alla «criminalizzazione di tutti gli immigrati con rastrellamenti spesso ingiustificati da parte delle forze dell’ordine in applicazione della legge Bossi-Fini». Vescovo e sindaco si infuriano, ma la protesta continua e anzi si espande: in tutta Italia si organizzano manifestazioni di fronte alle prefetture contro la Bossi-Fini e Poletti coinvolge gruppi, preti, religiosi e una dozzina di vescovi, fra cui Tettamanzi di Milano e Nogaro di Caserta, per chiedere la revisione della legge e la chiusura degli allora Cpt, ma anche il riconoscimento del diritto d’asilo, la velocizzazione delle procedure di regolarizzazione e di ricongiungimento familiare.

Immigrazione e guerra: un legame evidente. «L’emigrazione – spiega Poletti – è la conseguenza della pessima distribuzione delle ricchezze» e delle guerre che si fanno per conservare tale ingiustizia planetaria. E allora, insieme ai comboniani del sud Italia, nel 2004 scrive ai vescovi perché dicano «una parola forte contro tutte le guerre: quella contro i poveri, quelle fatte con le armi e quella contro il nostro pianeta». Poi, con don Ciotti, don Bizzotto, don Gallo e padre Zanotelli, un’altra lettera alla Cei perché, all’indomani del massacro di Falluja, in Iraq, ritirino i cappellani militari «che in questo momento sono, assieme ai soldati, di fatto parte della coalizione responsabile di quanto sta avvenendo».

18 settembre 2008: davanti la sartoria Ob Ob Exotic Fashion di Castel Volturno, i killer della camorra sparano 130 colpi di pistola e di kalashnikov e uccidono sei immigrati dal Togo, dalla Liberia e dal Ghana che si guadagnavano da vivere nei campi e nei cantieri edili per 20-25 euro al giorno. Il giorno dopo scoppia la rivolta degli immigrati, subito sedata da padre Giorgio e da Fabio Basile, del centro sociale Ex Canapificio di Caserta, che mediano con il questore Carmelo Casabona. Il ministro Maroni manda i militari a presidiare il territorio, la stampa parla di regolamento di conti fra bande rivali – ma nessuna delle vittime era collegata ai clan – mentre Poletti, e anche Roberto Saviano, avanza altre ipotesi, legate ai progetti di riqualificazione del litorale domizio: «Arriveranno tanti soldi che fanno gola a molti – spiega – Il traffico e lo spaccio di droga muovono molto denaro, ma anche questi programmi sono un grande affare per la criminalità e per i potentati economici. Se la camorra e alcuni imprenditori puntano alla riqualificazione della Domiziana per fare soldi e gli immigrati sono considerati un ostacolo, allora i soldati dei clan sparano e uccidono per intimidirli e farli allontanare». Ancora un intreccio: camorra, politica e imprenditoria. «Chi comanda a Castel Volturno? La camorra, l’amministrazione comunale, o i Coppola?» – la potente famiglia di costruttori edili (la cui rampolla, Cristiana, è ora vicepresidente di Confindustria), che a Castel Volturno costruirono un mega complesso residenziale abusivo, il Villaggio Coppola Pinetamare, ora demolito: 8 palazzoni a pochi passi dal mare su una superficie di 800mila metri quadrati prima occupata da una bellissima pineta -, chiedeva la prima domanda di un provocatorio questionario distribuito anni fa ai cittadini insieme a Black and White, il giornale dei comboniani di Castel Volturno. Poco più di un anno fa, il violento sgombero dell’American Palace, dove vivevano un centinaio di immigrati. «Un’operazione spinta, probabilmente, dagli interessi tesi a ridurre la presenza degli immigrati, magari per lasciare il posto ad una nuova speculazione edilizia», denunciano i centri sociali. E Poletti, insieme ai sacramentini di Caserta: gli immigrati «sono neri, poveri e cercano di sopravvivere in un mondo dove li si vuole ‘buttare a mare’. È una storia vecchia che si ripete quando si intravede il denaro, e in futuro ne arriverà molto per la realizzazione delle opere dell’accordo di programma», ovvero «il nuovo impero dei Coppola, che dopo aver distrutto l’ambiente, ora dovrebbero ricostruirlo».

Sei mesi fa l’iniziativa contro il pacchetto sicurezza partita da Castel Volturno e realizzata in tutta Italia: la distribuzione nelle piazze dei «permessi di soggiorno in nome di Dio». «In un mondo che non riconosce dignità e possibilità di vita agli immigrati che vengono a chiedere le briciole al lauto banchetto dell’Europa», spiega Poletti, «noi diciamo che Dio è dalla loro parte e chiama noi alla conversione, all’accoglienza e alla condivisione. Il Vangelo, che troppo spesso abbiamo anestetizzato e reso insignificante, ci porta a questa scelta». «Nel Paese è in atto una vera e propria offensiva contro gli immigrati, basta vedere quello che è successo a Rosarno pochi giorni fa – aggiunge – Le forze dell’ordine (guidate ancora dal questore Casabona, trasferito a Reggio, ndr), che hanno difeso gli immigrati, in realtà li hanno mandati via da Rosarno: significa difendere i loro diritti? Il punto di partenza di questa aggressione generale è l’approvazione del pacchetto sicurezza: l’immigrazione clandestina è diventata un reato, e vogliono portare avanti questa politica».

Da Rosarno, molti sono tornati a Castel Volturno, da dove erano partiti alla volta della Calabria alla ricerca di lavoro. «A Castel Volturno non c’è nessuna emergenza dovuta al sovraffollamento, sono solo tornati quelli che già c’erano», dicono oggi i comboniani che, anche senza padre Giorgio, continuano le attività e le battaglia per i diritti: bisogna «estendere la regolarizzazione a tutti i lavoratori a cominciare dai braccianti agricoli, recepire la direttiva europea che consente al lavoratore sfruttato e senza permesso di soggiorno di denunciare il suo datore di lavoro e ottenere così il documento» e «smettere di rinchiudere nei Cie lavoratori senza permesso di soggiorno».

E Poletti, che farà? «Starò fermo per un periodo, poi vedremo. Vorrei continuare a lavorare con gli immigrati, anche se non più a Castel Volturno».

Va in aula il dio denaro

11 gennaio 2010

“La Voce delle Voci”
n. 1, gennaio 2010

Luca Kocci

Famiglia di quattro persone, appartamento in Galleria Vittorio Emanuele II, il “salotto buono” di Milano a due passi dal Duomo – dove le case costano poco meno di 13mila euro al metro quadro –, reddito dichiarato di quasi 200mila euro all’anno, ma assistiti dalla Regione per mandare i figli in una delle scuole private più prestigiose della città.

Succede nella Lombardia amministrata da un quindicennio, prossimo a diventare ventennio con la pressoché sicura rielezione in primavera, dal ciellino Roberto Formigoni e dalla Lega Nord, dove la Regione, elargisce 45 milioni di euro ad oltre 61mila studenti che frequentano le scuole private (su un totale regionale di 98mila: quasi i due terzi quindi) e appena 776 euro a cinque alunni delle scuole statali sotto forma di “buono scuola” – anzi “dote per la libertà di scelta”, come ribattezzato dal governatore lumbard –, ossia il rimborso delle spese sostenute per pagare le rette scolastiche. Ma dal prossimo anno non ci saranno nemmeno più quei cinque: una modifica alla legge regionale impedirà agli studenti delle scuole pubbliche di presentare la domanda per i contributi. Uno spreco di risorse evidentemente, per il presidente Formigoni quegli 800 euro scarsi destinati ai cinque studenti delle scuole statali, poco più di 150 euro a testa.

Il buono-scuola lombardo nasce quasi dieci anni fa proprio per iniziativa di Formigoni che inventò un modo per finanziare surrettiziamente le scuole private aggirando il dettato costituzionale – poi superato anche dai governi nazionali di centro-destra e di centro-sinistra che hanno ampiamente foraggiato le scuole private – che ammette le scuole private purché “senza oneri per lo Stato”: dare i soldi alle famiglie che poi, con le rette, li trasferiranno alle scuole dei loro figli, la maggior parte delle quali cattoliche, fra cui molte di Comunione e Liberazione e del suo braccio economico, la Compagnia delle Opere.

Il meccanismo per escludere dai contributi gli studenti delle scuole statali è semplice: la Regione stabilisce un tetto minimo di spesa per poter presentare la domanda di rimborso; gli alunni delle scuole pubbliche, dal momento che i costi per i libri di testo non possono essere conteggiati, spendono di meno e quindi sono esclusi; mentre superano abbondantemente tale tetto le onerose rette delle scuole private, che la Regione provvede a rimborsare fino al 50% del totale. Con questo sistema, negli otto anni di applicazione della norma, le scuole private, grazie ai buoni scuola, hanno incassato quasi 330 milioni di euro.

Quest’anno, in riferimento all’anno scolastico 2008/2009, sono stati effettuati rimborsi per 44 milioni e 832di euro, come informa il puntuale rapporto curato dal gruppo consiliare alla Regione di Rifondazione comunista. La metà dei soldi sono andati a 31mila famiglie che hanno dichiarato un reddito annuo – in cui peraltro non vengono conteggiati i patrimoni mobiliari e immobiliari – fra 47mila e 198mila euro (al di sopra di questa soglia le domande di rimborso sono respinte), quindi non particolarmente indigenti. Ma appare strano che 3 milioni di euro siano andati a 3mila famiglie che dichiarano meno di 10mila euro all’anno – fra le quali, 800 dichiarano un reddito inferiore o pari a zero e 400 inferiore a mille euro l’anno – ma che possono permettersi di iscrivere i loro figli nelle scuole private più esclusive e costose della città.

Fra queste, fanno la parte del leone le scuole cattoliche, tutte ai primi posti della classifica delle scuole più finanziate: l’Istituto Sacro Cuore ha incassato 788mila euro, i salesiani di Treviglio (Bg) 626mila, l’istituto Breda di Sesto San Giovanni – sempre gestito dai saliesiani – 536mila, il centro scolastico “La Traccia” di Calcinate (Bg) 516euro, i salesiani del Sant’Ambrogio di Milano 512mila, i carmelitani della Madonna della neve di Adro (Bg) 497mila, la ciellina “La zolla” di Milano 495mila, le orsoline di San Carlo di Saronno (Va) 460mila. Per trovare la prima scuola privata “laica” bisogna scendere al nono posto della graduatoria, con la “Leonardo da Vinci” di Bergamo, che ha incassato 444mila euro.

Per il diritto allo studio di tutti gli altri studenti delle scuole statali lombardi restano poco più delle briciole: 5 milioni di euro, che devono spartirsi in quasi 986mila, ovvero circa 5 euro a testa. Il costo di qualche quaderno e un paio di penne.