Archive for febbraio 2010

Il sud nel nord di don Milani

27 febbraio 2010

“Adista”
n. 18, 27 febbraio 2010

Luca Kocci

Pare che don Lorenzo Milani non si sia mai recato nel Mezzogiorno. Eppure il Sud è stato presente nella sua vita – attraverso molti dei “suoi” ragazzi, di origine meridionale, a partire dai fratelli pugliesi Francesco e Michele Gesualdi – e nei suoi interessi: “Abbiamo discusso della questione meridionale”, racconta Gaetano Arfè a proposito di uno dei colloqui con don Milani, “di quella che era la condizione umana dei contadini meridionali, degli zolfatari in Sicilia, dei fasci siciliani. Tutte cose sulle quali lui richiedeva il massimo delle informazioni”. E la stessa Barbiana, borgo disperso sulle montagne del Mugello, era un “sud”, se per tale si intende la condizione di emarginazione e di esclusione sociale.

A don Milani e al meridione è dedicato il volume collettivo – che riporta gli atti del convegno promosso dalla Facoltà teologica dell’Italia meridionale nel 2007 (v. Adista 27/07) – curato da Sergio Tanzarella e Luigi Di Santo appena pubblicato dal Pozzo di Giacobbe: Lorenzo Milani. Memoria e risorsa per una nuova cittadinanza. “L’azione pastorale e civile di don Lorenzo Milani può ispirare la formazione delle coscienze e delle genti del Sud d’Italia aiutandole a superare la rassegnazione e il giogo delle associazioni criminali e della politica ridotta a clientela e a dominio?”, si chiede Tanzarella nella premessa. Sulla questione si confrontano preti, studiosi e operatori sociali meridionali fra cui Anna Carfora, che parla dell’ortodossia di don Milani, Cosimo Scordato, che scrive della “pedagogia globale” del priore di Barbiana, Giorgio Marcello e Rocco D’Ambrosio, che trasferiscono gli insegnamenti di don Milani in Calabria e in Puglia, Umberto Santino (“Il Mezzogiorno tra dominio criminale e progetto di liberazione”) e Fabrizio Valletti (di cui pubblichiamo l’intervento). In appendice un profilo biografico di Maurizio Di Giacomo, giornalista, studioso e “discepolo” di don Milani, prematuramente scomparso nell’estate del 2008 (v. Adista n. 59 e 69/08).

La Cei: «Corruzione mafia, cancro che avvelena l’Italia»

25 febbraio 2010

“il manifesto”
25 febbraio 2010

Luca Kocci

Dura condanna delle mafie, definite un “cancro” che “avvelena la vita sociale”, e della corruzione della politica. Ma anche autocritica per i silenzi e le omissioni della Chiesa che ancora deve “recepire sino in fondo l’esempio dei testimoni morti per la giustizia”. È quanto afferma la Conferenza episcopale italiana che, dopo una gestazione durata un anno, ha pubblicato il documento “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, interamente dedicato alla questione meridionale.

Il sud appare afflitto da “problemi irrisolti” che rischiano di isolarlo, “tagliandolo fuori dai grandi processi di sviluppo” e “trasformandolo in un collettore di voti” per una classe politica inadeguata, affermano i vescovi. Anche perché “il cambiamento istituzionale provocato dall’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle Province e delle Regioni, non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell’amministrazione della cosa pubblica, né ha prodotto quei benefici” che si sarebbero auspicati.

In questo contesto, proseguono i vescovi, a dispetto dei roboanti annunci del governo, “la mafia sta prepotentemente rialzando la testa”. Dagli anni ’90 “le organizzazioni mafiose, che hanno messo radici in tutto il territorio italiano, hanno sviluppato attività economiche, mutuando tecniche e metodi del capitalismo più avanzato, mantenendo al contempo ben collaudate forme arcaiche e violente di controllo sul territorio e sulla società” nonostante “le sconfitte inflitte dallo Stato attraverso l’azione delle forze dell’ordine e della magistratura”. Inoltre le organizzazioni criminali “avvelenano la vita sociale”, “soffocano l’economia” ed esautorano lo Stato, “favorendo l’incremento della corruzione, della collusione e della concussione, alterando il mercato del lavoro, manipolando gli appalti, interferendo nelle scelte urbanistiche e nel sistema delle autorizzazioni e concessioni, contaminando così l’intero territorio nazionale”, dicono i vescovi. Delle vere e proprie “strutture di peccato” contro le quali la Chiesa non sempre ha alzato la voce, come fece Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi nel 1993: tanti uomini di Chiesa, sostengono i vescovi, “sembrano cedere alla tentazione di non parlare più del problema o di limitarsi a parlarne come di un male antico e invincibile”, dimenticando le testimonianze di don Pino Puglisi e di don Peppe Diana.

“Il documento della Cei è una buona notizia – dice Augusto Cavadi, teologo ed esperto di rapporti fra cattolicesimo e mafia che ha appena pubblicato Il Dio dei mafiosi –, ma adesso ne attendo altre due: un documento analogo per condannare la Lega Nord dal momento che, al di là delle motivazioni dei singoli, è un’organizzazione fondata su princìpi anti-evangelici come il fondamentalismo, il razzismo e la derisione della solidarietà; e che i vescovi siciliani rompano il silenzio tombale su quei politici complici acclarati di mafiosi, che pure brandiscono come bandiera elettorale la loro appartenenza ecclesiale”. “Il documento della Cei, se accolto con attenzione e responsabilità dai credenti, potrà costituire nuovo stimolo per una coralità maggiore nell’impegno per la costruzione legalità democratica”, il commento di Libera di don Ciotti.