Archive for maggio 2010

Bagnasco ammette «possibili coperture anche in Italia»

29 maggio 2010

“il manifesto”
29 maggio 2010

Luca Kocci

Si affida alla più classica delle formule dubitative, ma il cardinal Bagnasco è costretto ad ammettere: pure in Italia i preti pedofili sono stati nascosti e protetti dalle gerarchie ecclesiastiche. “È possibile che vi siano state coperture di abusi sessuali anche in Italia – ha detto ieri il presidente dei vescovi italiani nella conferenza stampa al termine dell’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana –. Nel caso che ciò venga accertato il giudizio della Chiesa è quello noto: si tratta di una cosa sbagliata che va corretta e superata”.

“La pedofilia è un peccato terrificante e un reato che riguarda tutta la società e la Chiesa”, ha detto ancora Bagnasco, che ha anche ammesso la possibilità di incontrare le vittime di abusi, a seconda dei casi. Tuttavia, ha precisato, la Cei non intende istituire né commissioni speciali né numeri verdi per i casi di pedofilia – come hanno invece fatto alcune Conferenze episcopali estere e la diocesi di Bolzano – perché il “referente” per le vittime già esiste in ogni diocesi: è il vescovo locale che deve ricevere “immediatamente, di giorno o di notte”, chi denuncia perché si tratta di “situazioni gravi che richiedono una risposta immediata”.

Anche nel comunicato finale dell’Assemblea – dunque in una sede ufficiale – si parla della pedofilia. E alla difesa d’ufficio dei preti italiani (“i casi di indegnità non possono oscurare il luminoso impegno che il clero italiano nel suo complesso”), si affianca il riconoscimento della colpa e “la necessità di una vera penitenza e conversione, unita al coraggio della verità” che “non può essere taciuta o coperta”.

Dopo il mea culpa sulla pedofilia dei preti pronunciato dal papa sull’aereo che lo conduceva a Fatima a metà maggio (“la più grande persecuzione della Chiesa nasce dal peccato che esiste nella Chiesa”), sembra incrinarsi quindi anche in Italia il fronte del negare sempre e comunque. Tanto che ancora Bagnasco, riprendendo peraltro quanto già affermato pochi giorni fa da monsignor Mariano Crociata segretario generale della Cei, ha ammesso per prima volta di fronte ai giornalisti: “Abbiamo notizia di un centinaio di casi in dieci anni, al momento non sono in grado precisare lo stato degli atti di ciascun procedimento canonico, ma come Cei daremo le informazioni che ci perverranno”, aggiungendo che “serve giustizia coniugata con la cura e il perdono”.

Si tratterà di vedere se ora Cei e vescovi passeranno dalle parole ai fatti e rinunceranno alle omissioni e alle coperture degli ultimi anni. A cominciare, per esempio, dal processo al parroco romano don Ruggero Conti, accusato di abusi sessuali su diversi minori, in cui pochi giorni fa (il 20 maggio) ha testimoniato monsignor Gino Reali, vescovo di Porto-Santa Rufina, che ha ribadito: “Non ritenevo sufficienti gli elementi raccolti e per questo non ho informato il Vaticano, né ho denunciato i fatti all’autorità giudiziaria italiana perché non conoscevo l’iter da seguire”.

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Arriva il cardinale dei golpisti

19 maggio 2010

“il manifesto”
19 maggio 2010

Luca Kocci

Arriva a Roma il cardinale filo-golpista. È il salesiano honduregno Oscar Andrés Maradiaga, arcivescovo di Tegugigalpa e presidente della Caritas internazionale. Lo scorso anno sponsorizzò in Honduras il colpo di Stato militare e confindustriale di Roberto Micheletti che destituì il presidente legittimo, Manuel Zelaya, sequestrato dall’esercito ed espulso dal Paese.

Mentre l’Onu e altre organizzazioni internazionali condannavano il golpe, Maradiaga – che temeva un avvicinamento dell’Honduras alle posizioni del Venezuela di Chavez e alla Bolivia di Morales – lo benediceva, sostenendo che si trattava dell’inizio di “un nuovo cammino” e di un “un nuovo punto di partenza per il dialogo, il consenso e la riconciliazione” e invitando il deposto presidente Zelaya, rifugiato in Cosa Rica, a non rientrare in Honduras perché “un’azione precipitosa, un ritorno nel Paese in questo momento, potrebbe scatenare un bagno di sangue” mentre fino ad ora “non è morto un solo honduregno”. Peccato però che il Cofadeh (il Comitato dei famigliari delle vittime e del desaparecidos) abbia contato 16 esecuzioni, 500 feriti e oltre mille arresti solo nei giorni del golpe.

Il cardiMale, come lo hanno ribattezzato in Honduras, Maradiaga – entrato nel 2005 nella lista dei papabili quando venne poi eletto pontefice Ratzinger e tutt’ora fra i possibili candidati alla successione del papa tedesco – si trova in questi giorni a Roma: ha aperto un corso per diplomatici provenienti dall’America Latina presso l’Università pontificia gregoriana; e questo pomeriggio, invitato dalla Comunità di Sant’Egidio di Andrea Riccardi, terrà una conferenza sul tema “Oltre la violenza e la povertà, proposte di cambiamento per l’America Latina” all’Istituto italo-latinoamericano, dove è annunciato un presidio di protesta di Rifondazione Comunista e di diverse associazioni e comunità di base, che hanno scritto una lettera al segretario generale dell’Iila e a Sant’Egidio in cui dichiarano Maradiaga “persona non grata”.

C’è un precedente: a novembre il cardinale avrebbe dovuto ricevere una laurea honoris causa insieme all’ex presidente del Fmi Michel Camdessus da parte dell’Istituto cattolico di Parigi ma la cerimonia venne annullata per le proteste dell’associazionismo e di vasti settori dell’opinione pubblica francese.

Unicredit, Intesa, Ubi… +61%, le armi non vanno in crisi

16 maggio 2010

“il manifesto”
16 maggio 2010

Luca Kocci

Quella armiera è un’industria che non conosce crisi: nel 2009 sono autorizzate esportazioni di armi italiane per oltre 4 miliardi e 900 milioni di euro (+ 61% rispetto al 2008), la maggior parte delle quali (il 53%) dirette a Paesi non appartenenti a Nato ed Unione europea, spesso in aree di conflitto oppure denunciati dalle associazioni internazionali per violazioni dei diritti umani. E le banche fanno a gara per sostenere le aziende armiere, offrendo loro servizi ed intermediazioni da cui incassano compensi assai redditizi: l’anno scorso hanno effettuato 1.628 transazioni bancarie per un totale di oltre 4 miliardi di euro, a cui va aggiunto poco più di un miliardo e 700 milioni per “programmi intergovernativi” di riarmo, come il cacciabombardiere F35-Joint Strike Fighter per cui l’Italia spenderà almeno 15 miliardi.

Al primo posto della nuova classifica delle “banche armate” – in base ai dati della Relazione del ministero dell’Economia consegnata, in grande ritardo, al Parlamento solo qualche giorno fa – sale il gruppo Ubi Banca, con poco più 1 miliardo e 200 milioni di movimenti quasi tutti effettuati dal Banco di Brescia. Poi ci sono la tedesca Deutsche Bank con 913 milioni di euro e il gruppo italo-francese Bnl-Bnp – fra l’altro convenzionato con l’Ufficio nazionale per il servizio civile – con 904 milioni di euro. Seguono Intesa San Paolo con 186 milioni (a cui però andrebbero aggiunti anche i 47 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia, facente parte dello stesso gruppo), Unicredit con 146 milioni e altre 20 banche, italiane e straniere, con cifre molto inferiori. Considerando i “programmi intergovernativi” di riarmo – che comprendono, oltre al Jsf, sistemi missilistici, navi da guerra, elicotteri da combattimento – invece ai primi due posti ci sono Intesa San Paolo (806 milioni) e Unicredit (702 milioni), che da sole gestiscono il 90% degli affari.

“Il denaro è lo sterco del diavolo”, ripetono spesso gli ecclesiastici, ma evidentemente non puzza, dal momento che i maggiori organismi della Chiesa italiana mentre fanno proclami ispirati al pacifismo e al disarmo – e partecipano alla Marcia Perugia-Assisi – scelgono di affidarsi alle “banche armate”, da cui strappano condizioni particolarmente favorevoli. A cominciare dalla Conferenza episcopale italiana che tiene tutti i conti dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero  presso cui i fedeli possono fare le loro offerte per i sacerdoti in “banche armate”: Bnl, Intesa San Paolo, Unicredit, Banca popolare di Milano e Banco di Sardegna (si salva solo il Monte dei Paschi di Siena). Oppure, sempre la Cei, ha scelto Banca Prossima, del gruppo Intesa San Paolo, per depositare i 30 milioni di euro del fondo di garanzia del “prestito della speranza”, un’iniziativa di sostegno economico alle famiglie in difficoltà in collaborazione con l’Abi. Ma anche la Caritas italiana, impegnata in iniziative di solidarietà in diversi Paesi del Sud del mondo e nella promozione dei corpi civili di pace, per i suoi tre conti correnti ha scelto Banca Etica e poi due “banche armate”: ancora Intesa San Paolo e Unicredit.

Eppure è proprio dal mondo cattolico che dieci anni fa, lanciata dalle riviste Nigrizia e Missione Oggi e dal mensile promosso da Pax Christi Mosaico di Pace, è partita la campagna di pressione alle “banche armate” che, pur riuscendo ad ottenere qualche significativo risultato in ordine ai comportamenti degli istituti di credito, è riuscita a scalfire poco le istituzione ecclesiastiche che chiudono gli occhi per qualche frazione di punto percentuale in più sugli interessi scegliendo poi il silenzio: ad una recente inchiesta del mensile dei comboniani Nigrizia su Chiesa italiana e “banche armate” su 255 curie diocesane interpellate hanno risposto solo in quattro.

Il papa vola a Fatima e riconosce i peccati della Chiesa

12 maggio 2010

“il manifesto”
12 maggio 2010

Luca Kocci

La madonna di Fatima lo aveva previsto: “Non solo da fuori vengono attacchi al papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa”, quindi dalle colpe commesse dai suoi componenti. Lo ha detto ieri Benedetto XVI, sull’aereo che lo stava portando a Lisbona per una visita apostolica di quattro giorni in Portogallo, rispondendo ad una domanda dei giornalisti a proposito degli abusi sessuali contro i minori compiuti da centinaia di preti in tutto il mondo e coperti dalle più alte gerarchie ecclesiastiche, sia locali che vaticane.

Nel terzo segreto del messaggio di Fatima la madonna ha detto che “la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato che esiste nella Chiesa”, ha spiegato il papa sull’aereo. “Si sapeva sempre, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante” per lo scandalo dei preti pedofili.

Quella di Benedetto XVI è un’interpretazione del tutto nuova del cosiddetto “terzo segreto di Fatima”, che la madonna avrebbe rivelato a tre pastori-bambini nel 1917, tenuto nascosto fino al 2000, quando venne reso pubblico da Giovanni Paolo II in occasione della beatificazione di due dei veggenti. All’epoca nelle sofferenze e nelle persecuzioni della Chiesa annunciate dal segreto si volle vedere in particolare il fallito attentato a papa Wojtyla del 1981. E lo stesso Ratzinger – allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede –, incaricato di redigere un “commento teologico”, non aveva fatto alcun cenno alla pedofilia, anzi aveva scritto che le vicende del segreto “sembrano ormai appartenere al passato”.

Oggi invece, in piena bufera pedofilia che investe la Chiesa, il “terzo segreto” – il cui testo è peraltro molto ambiguo e suscettibile delle più diverse letture – assume un altro, e inedito, significato: le sofferenze del papa e della Chiesa arrivano non da nemici esterni, bensì dall’interno, ovvero dai “peccati” commessi dai preti che hanno abusato dei bambini. A Fatima la madonna ha “annunciato le sofferenze del futuro della Chiesa”, ha detto ancora il papa ai giornalisti sul volo Roma-Lisbona. “La Chiesa ha quindi profondo bisogno di ri-imparare la penitenza, accettare la purificazione, imparare il perdono ma anche la necessità della giustizia. Il perdono non sostituisce la giustizia”. Eppure il finale è lieto: “il male attacca dall’interno e dall’esterno”, ha detto ancora Benedetto XVI, ma “le forze del bene sono presenti” e “la madonna per noi è la garanzia”.

Viaggio fra i media del Vaticano

1 maggio 2010

“Cometa”
n. 4, maggio 2010

Luca Kocci

C’era una volta il “microfono di Dio”, il gesuita padre Riccardo Lombardi. Parlava nelle piazze, nei teatri, alla radio, cominciando i suoi focosi interventi inneggianti alla potenza politica della Chiesa di Pio XII e a sostegno della Democrazia Cristiana di De Gasperi come baluardo anticomunista con il suggestivo incipit “Gesù mi ha detto”.
Lombardi – zio paterno di Federico Lombardi, gesuita anche lui, attuale direttore della Sala stampa vaticana succeduto all’opusdeista Joaquín Navarro Valls – è stato il padre della comunicazione di massa cattolica che tuttavia all’epoca non era organizzata come un sistema complesso, articolato e onnicomprensivo, in grado cioè di essere presente su tutti i media e in ogni segmento della comunicazione, come è invece oggi: una corrazzata, saldamente in mano ai vertici della Conferenza episcopale italiana e della Curia vaticana, finanziata con i proventi dell’otto per mille e con i contributi pubblici all’editoria, costituita da canali televisivi, emittenti radiofoniche, agenzie di stampa, quotidiani e periodici di vari natura – dall’informazione all’intrattenimento –, tutti anche riversati in internet.
Tre sono gli organi di informazione di proprietà vaticana: quotidiano, radio e televisione.
L’Osservatore Romano, il quotidiano, è la voce ufficiale della Santa Sede. Accompagnato dai motti antirisorgimentali – inseriti nel primo numero del 1862 – “unicuique suum” (“a ciascuno il suo”) e “non praevalebunt” (“non prevarranno” i nemici di Dio e della Chiesa), copre tutte le attività del papa e riporta – traducendoli anche nelle edizioni settimanali in francese, inglese, spagnolo, portoghese e tedesco – i principali documenti vaticani o pontifici. Per quasi 25 anni è stato diretto da Mario Agnes, fratello dell’ex direttore generale della Rai Biagio e successore di Vittorio Bachelet alla presidenza dell’Azione cattolica italiana dal 1973 al 1980. Poi nell’ottobre del 2007 è stato sostituito dallo storico Giovanni Maria Vian, che gode del sostegno del segretario di Stato vaticano, il cardinal Tarcisio Bertone. E infatti la linea del giornale ha conosciuto un aggiornamento, sulla spinta dell’attivismo di Bertone che, appena liberatosi del cardinal Ruini uomo forte e presidente della Cei dal 1991 al 2007, ha rivendicato alla Segreteria di Stato, ovvero a se stesso, la facoltà di intervenire nelle vicende politiche italiane, prima prerogativa pressoché esclusiva della presidenza della Cei. Fra i numerosi interventi irrituali del quotidiano della Santa Sede diretto da Vian, l’appoggio entusiastico alla nascita del Popolo della libertà, in occasione del suo congresso fondativo, poco dopo il “discorso del predellino” di Berlusconi: “L’immagine del Pdl che esce dal primo congresso nazionale è quella di una formazione forte”, scriveva L’Osservatore (edizione del 30-31 marzo 2009), e “in grado di esprimere i valori comuni della popolazione italiana, tra i quali quelli cattolici costituiscono una parte non secondaria”. Per non parlare poi del ruolo giocato dal quotidiano della Santa Sede nella spy-story Vittorio Feltri-Giornale vs Dino Boffo-Avvenire, conclusasi con le dimissioni di Boffo dalla direzione di Avvenire alla fine della scorsa estate, in seguito alla pubblicazione sul Giornale della notizia di una condanna per molestie e della sua presunta omosessualità, e la sospensione di Feltri dall’Ordine dei giornalisti per sei mesi, il 25 marzo: le pseudo-informative su Boffo infatti, secondo le ricostruzione di molti autorevoli vaticanisti, sarebbero partite proprio dalle stanze della direzione dell’Osservatore Romano, con l’intento di indebolire Ruini screditando Boffo, a lui legatissimo. Il quotidiano vaticano peraltro nella vicenda ha sempre rivendicato una terzietà: né difendere a spada tratta Boffo dall’aggressione di Feltri, né criticare apertamente Il Giornale per tali attacchi.
Dalla carta stampata all’etere, con Radio Vaticana, “strumento di comunicazione e di evangelizzazione al servizio del Ministero Petrino”, emittente radiofonica affidata ai gesuiti e diretta da padre Federico Lombardi che trasmette i propri programmi in 45 lingue. Diffonde “la voce e gli insegnamenti del Romano Pontefice”, si legge nella presentazione dell’emittente, fornisce “le informazioni sulle attività della Santa Sede” e “sulla vita e sulle attività della Chiesa Cattolica nel mondo”, orienta “i fedeli a valutare i problemi del momento alla luce degli Insegnamenti e del Magistero della Chiesa”.
Poi il Centro televisivo vaticano (Ctv): non è una televisione in senso proprio, ma un centro di produzione che riprende in esclusiva le immagini video del papa – anche durante i viaggi all’estero – e degli eventi in Vaticano e le vende alle tv di tutto il mondo, incassando circa 500mila euro l’anno. È l’unica struttura in attivo, dal momento che sia L’Osservatore sia, soprattutto, Radio Vaticana sono in rosso: con un saldo negativo di circa 15 milioni di euro l’anno, dalla scorsa estate l’emittente radiofonica ha aperto le porte alla pubblicità commerciale, iniziando con l’Enel.
Andrebbe aggiunta anche la Libreria Editrice Vaticana, da qualche anno – con apposito decreto pontificio – unica proprietaria “in perpetuo e per tutto il mondo” dei diritti d’autore sui discorsi e sugli scritti del papa (e di tutti i papi dell’ultimo cinquantennio) e dei vari dicasteri della Santa sede. Un copyright rigidissimo, nel caso di Ratzinger esteso retroattivamente anche a tutte “le opere e gli scritti redatti dallo stesso pontefice prima della sua elevazione alla Cattedra di Pietro”, che frutta alla Lev, e quindi alla Santa sede, un utile intorno ai due milioni di euro annui. All’editore Baldini & Castoldi, per fare un solo esempio, anni fa è stato chiesto il 15% del prezzo di copertina per ogni copia venduta del Dizionario di papa Ratzinger, una guida al pontificato di Benedetto XVI curata da Marco Tosatti, vaticanista della Stampa, il quale per la redazione di quattro voci del libro aveva utilizzato 50 righe dell’omelia Pro eligendo pontifice, pronunciata in apertura di Conclave dall’ancora cardinal Ratzinger, e dell’omelia della prima celebrazione eucaristica presieduta da papa Benedetto XVI.
Molto più articolato e capillare il sistema dei mezzi di comunicazione controllati direttamente dalla Conferenza episcopale italiana, che deve la sua ideazione e realizzazione al cardinal Camillo Ruini. Il progetto è partito nella seconda metà degli anni ‘80, in parallelo alla messa in minoranza della linea conciliare e cattolico-democratica, sancita a Loreto, nel 1985, durante il secondo Convegno ecclesiale promosso dalla Cei, quando papa Wojtyla chiamò la Chiesa italiana ad un maggiore interventismo nella società politica, affidando le redini a Ruini, nel 1986 nominato segretario e poi, nel 1991, presidente della Cei. E allora la riorganizzazione di un sistema articolato di mezzi di informazione centralizzato e gestito dalla Conferenza episcopale, capace di sostenere la presenza e le battaglie politico-sociali della Chiesa, è uno degli impegni principali del neo-leader dei vescovi italiani, che disegna l’assetto tutt’ora funzionante.
Nel 1988 nasce il Servizio informazione religiosa (Sir), un’agenzia di stampa che fornisce notizie e commenti ai 168 settimanali diocesani riuniti nella Federazione italiana settimanali cattolici – e l’obiettivo della Cei è di arrivare a 225: uno per ogni diocesi –, diffusi capillarmente su tutto il territorio nazionale con oltre un milione di copie vendute ogni settimana.
Poi c’è Avvenire, la punta di diamante, finanziato con i soldi dell’otto per mille – in maniera indiretta, dal momento che la Cei dirotta parte del denaro alle diocesi, le quali poi sostengono il giornale –, con i rimborsi statali della legge sull’editoria (solo per Avvenire oltre 6 milioni di euro l’anno) e con la diffusione militante nelle 26mila parrocchie italiane – delle circa 100mila copie vendute, 80mila sono acquistate direttamente dalle diocesi –, capace di intervenire nella vita politica e sociale italiana secondo le direttive della Cei. A guidarlo viene chiamato Dino Boffo, vicedirettore plenipotenziario nel 1991 (lo stesso anno in cui Ruini diventa presidente della Cei) e direttore dal 1994, che in poco tempo lo trasforma da soporifero giornale parrocchiale in quotidiano che irrompe con forza nel dibattito pubblico: titolazione aggressiva, un gruppo di “laici devoti” – dall’ex Pci Ferdinando Adornato ad Ernesto Galli Della Loggia – e di donne agguerrite – dalla storica Lucetta Scaraffia, moglie di Galli Della Loggia, all’ex radicale Eugenia Roccella, leader del comitato “Scienza & Vita” protagonista dellbattaglia contro la fecondazione assistita –, spesso presenti sulle pagine del giornale, eclissamento delle voci fuori dal coro, quasi sempre esponenti di quel cattolicesimo sociale e democratico reo di guardare a sinistra e quindi da ridurre al silenzio. Come Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, che si vide censurato un articolo contro la guerra in Iraq; o Gabriella Caramore, conduttrice di “Uomini e profeti”, fortunata trasmissione radiofonica su RadioTre, a cui Boffo cestinò un editoriale troppo problematico sul fine-vita; e lo storico cattolico Pietro Scoppola, al quale dopo un articolo critico sulle cosiddette “radici cristiane” dell’Europa, venne sbattuta la porta in faccia. E poi le grandi battaglie sui temi “eticamente sensibili” condotte con veemenza, come in occasione del referendum sulla legge per la procreazione medicalmente assistita o della vicenda di Eluana Englaro: “non morta ma uccisa” il titolo dell’editoriale di Avvenire in cui Beppino Englaro, padre di Eluana, veniva paragonato al “boia”.
Alla fine degli anni ‘90, entrambi affidati alla direzione di Boffo, si aggiungono il canale televisivo Sat2000 – ora Tv2000 –, e Radio inBlu, emittente nazionale che produce informazione e altri contenuti per un network di circa 200 radio locali sparse in tutta Italia.
Al blocco agenzia di stampa-quotidiano nazionale-settimanali locali-televisione-radio avrebbero dovuto aggregarsi anche un settimanale popolare, Famiglia Cristiana, e un mensile di approfondimento, Jesus, entrambi promossi dai religiosi paolini, che però riuscirono a resistere agli assalti di Ruini – e a mantenere tutt’ora la loro autonomia – il quale, pur di mettere le mani sui due periodici, convinse papa Wojtyla a commissariare la congregazione fondata da don Alberione: l’unica cosa che ottenne furono però le dimissioni di don Leonardo Zega, che nel 1998 lasciò la direzione di Famiglia Cristiana e per qualche anno fece l’editorialista per La Stampa.
Il terremoto Boffo della scorsa estate non ha provocato lo stravolgimento che forse ci si sarebbe aspettato, dal momento che le nuove direzioni sono tutte nel segno della continuità con la gestione Ruini, che continua a mantenere un elevato potere di controllo: Stefano De Martis è direttore di Tv2000 e Inblu e Marco Tarquinio, già vice di Boffo, di Avvenire.
Direttamente collegati alla Cei – perché la maggioranza azionaria è detenuta dalle diocesi – sono anche tre quotidiani locali: Il Cittadino di Lodi, L’Eco di Bergamo e La Provincia di Como. Il panorama dei mezzi di comunicazione cattolici si completa poi con una miriade di altre pubblicazioni, diversissime fra loro per diffusione e contenuti. Quelli degli ordini religiosi, a cominciare dai già citati paolini, proprietari di un gruppo multimediale con riviste (fra cui Famiglia Cristiana, Jesus, Vita Pastorale, Famiglia Oggi, Il Giornalino, Letture, Paulus), televisioni (Telenova e Telesubalpina, in Lombardia e Piemonte), radio (il circuito Radio Marconi); le testate dei gesuiti (Aggiornamenti Sociali, Popoli e soprattutto la semi-ufficiale Civiltà Cattolica, le cui bozze vengono riviste e approvate dalla Segreteria di Stato vaticana), dei dehoniani (fra cui Il Regno, Settimana, Testimoni), il diffusissimo Messaggero di Sant’Antonio e altre ancora. Oltre 40 testate sono riconducibili ai missionari (fra le principali Nigrizia, Mondo e Missione, Missione Oggi, Missioni Consolata), poi ci sono quelle delle associazioni e dei movimenti, come le cielline 30Giorni e Tracce, Segno dell’Azione cattolica, Azione Sociale delle Acli, Città Nuova dei focolarini, Rocca della Pro Civitate Christiana di Assisi, Mosaico di Pace promossa da Pax Christi; e quelle dei gruppi del tradizionalismo cattolico, dall’opusdeista Studi Cattolici, al Timone, a Cristianità. Infine le seguitissime, soprattutto da un pubblico anziano, Telepace e Radio Maria.
A parte alcune voci che si distinguono per un maggior grado di autonomia e libertà, sebbene sempre vigilata, l’universo dei media cattolici appare complessivamente obbediente alle direttive delle gerarchie ecclesiastiche, a cui preme dettare la linea più che costruire un’opinione pubblica nella Chiesa. In particolare gli organi di stampa controllati dalla Cei sono stati concepiti e lavorano per trasmettere l’immagine, da giocare poi sul tavolo politico-sociale, di un cattolicesimo monolitico, privo di voci critiche o anche solo eccentriche, che infatti non trovano spazio, tanto che settori non piccoli del mondo cattolico sono quasi invisibili proprio sui media cattolici, mentre hanno paradossalmente più spazio sugli organi di informazioni laici, dalle comunità cristiane di base fino al cardinal Martini che da qualche mese conduce una rubrica settimanale – “Lettere al cardinale” – sulle pagine del Corriere della Sera. “Il cattolicesimo in Italia ha sfumature, approcci e linguaggi diversi” ed è necessario “dare voce ai molti volti dell’azione dei cristiani in Italia”, senza censure, ha scritto recentemente monsignor Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, che ogni anno organizza un seminario di formazione per i giornalisti sui temi del disagio e delle marginalità, in una lettera inviata ai vescovi del Consiglio permanente della Cei. “Solo così può avere senso un giornale di proprietà della Cei. A meno che non si desideri un organo ufficiale: in questo caso il linguaggio, le sfumature devono essere a tal punto calibrate da non permettere un quotidiano di informazione. È utile che in Italia esistano luoghi di comunicazione dichiaratamente cattolici: il problema è che siano programmaticamente aperti a soluzioni diverse nelle infinite questioni” poste dalla società, scrive ancora Albanesi, “senza l’ossessione dell’ortodossia”. Mi piacerebbe “un’informazione che sia specchio della pluralità e dei diversi punti di vista di tutti i componenti della comunità ecclesiale, e non solo informazione di palazzo, come è oggi – spiega Vincenzo Marras, religioso paolino, ex direttore del mensile Jesus e attualmente direttore di Telenova –. E poi un’informazione che disturbi il nostro tempo, che denunci tutti i giorni le ingiustizie, gli orrori e le angosce del nostro tempo. Ed oggi, i media cattolici, questo non lo fanno”.
Fanno i “megafoni di Dio”. Anzi, della gerarchia.