Archive for luglio 2010

Signornò. A Cagliari una comunità parrocchiale si ribella al vescovo-generale

31 luglio 2010

“Adista”
n. 64, 31 luglio 2010

Luca Kocci

“Lei è abituato a comandare, per questo non è capace di ascoltare”: più che le proteste per il trasferimento del parroco, è questo il cuore della dura contestazione che i fedeli della chiesa di Sant’Eulalia, a Cagliari, hanno rivolto all’arcivescovo della città, mons. Giuseppe Mani, arrivato nella comunità per annunciare la fine del mandato e il conseguente spostamento del parroco don Mario Cugusi. Ed è la seconda volta in poche settimane ‑ dopo la lettera dei parrocchiani di San Pio X a Livorno che, in seguito all’improvvisa e immotivata rimozione del loro viceparroco, hanno scritto al vescovo per lamentare il “sistema feudale” dell’istituzione ecclesiastica (v. Adista n. 57/10) ‑ che in Italia una comunità parrocchiale prende la parola pubblicamente, rivolgendosi direttamente al proprio vescovo, per denunciare la gestione verticale del ministero e criticare le resistenze delle gerarchie ecclesiastiche ad un dialogo franco e fraterno con il popolo di Dio.
A Cagliari la notizia del trasferimento di don Cugusi si era diffusa in via informale, e così la sera del 17 luglio mons. Mani ‑ già ordinario militare per l’Italia dal 1996 al 2003 (e quindi con i gradi di generale di corpo d’armata) distintosi per uno spiccato attaccamento alla divisa e per uno spinto militarismo (v. Adista nn. 13, 77 e 84/96; 49 e 67/97; 7/98; 39, 43, 47 e 65/99; 51/00; 55/01; 19/03) ‑, si è recato in parrocchia per un’assemblea in cui avrebbe dovuto spiegare la rimozione del parroco, che non era stata ufficialmente comunicata né al Consiglio pastorale né alla comunità dei fedeli. Ma in chiesa ‑ dove l’arcivescovo ha preteso che si tenesse l’assemblea nonostante fosse già stato allestito un altro spazio ‑, alle prime timide contestazioni dei parrocchiani, ha perso la calma e ha detto: “Questa non è una chiesa, è una baracca”. A quel punto le proteste sono esplose e i fedeli hanno chiesto conto di quella che hanno percepito come un’offesa nei loro confronti: “Lei ha offeso la nostra comunità e tutti i sardi, un vescovo non può esprimersi in questo modo nei confronti dei fedeli”. Dopodiché mons. Mani si è fatto il segno della croce, ha abbandonato l’assemblea e si è diretto verso la sacrestia, seguito da un gruppo di parrocchiani, fra cui l’antropologo Bachisio Bandinu (già direttore del quotidiano L’Unione sarda), componente del Consiglio pastorale, che l’ha invitato a giustificare la frase ed a riprendere il dialogo: “Lei è venuto qui anche per ascoltare, andiamo in un’altra sala e ci ascolti, se vuole parlo solo io a nome dei parrocchiani”. Ma l’arcivescovo è stato irremovibile: “Avrei voluto comunicare la mia decisione al Consiglio pastorale ma così non si può dialogare”, ha ripetuto. “Lei è un generale, sa solo imporre, ma noi non siamo l’esercito, siamo la Chiesa”, hanno replicato alcuni fedeli a mons. Mani che ormai, guadagnata l’uscita, era salito in macchina per allontanarsi velocemente.
Dal 1988 parroco a Sant’Eulalia, molti nel quartiere lo apprezzano e riconoscono a don Cugusi di aver dato grande slancio e impulso alla comunità parrocchiale e rivitalizzato il territorio, aprendo la parrocchia agli immigrati, attivando un centro sociale e un teatro, spalancando le porte agli ortodossi ‑ che in parrocchia possono svolgere le loro celebrazioni liturgiche ‑ e avviando una serie di attività sociali e culturali. Insomma un prete assai impegnato, che potrebbe aver contrastato od ostacolato qualche interesse, come don Mario stesso ipotizza: “Il vescovo ha spiegato il mio trasferimento con la necessità di turnazione, ma siccome in diocesi ci sono diversi parroci che stanno nella stessa parrocchia anche da quarant’anni la sua mi sembra una giustificazione che non sta in piedi e che in realtà copre altre ragioni meno nobili, che sicuramente emergeranno”, spiega don Cugusi al canale YouTg Cagliari.
In ogni caso, pare proprio che, oltre le contestazioni dei fedeli, la faccenda non finisca qui: “Non ho ricevuto alcun decreto di rimozione ‑ prosegue ‑, non ho rassegnato le dimissioni, per cui ritengo che sia invalida la nomina di un nuovo parroco mio successore. Per questo intendo fare ricorso alla Congregazione per il clero”.

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Madonna di Polsi: Il santuario dove la ‘ndrangheta “consacra” i suoi boss. Ma il vescovo di Locri non ci sta

31 luglio 2010

“Adista”
n. 64, 31 luglio 2010

Luca Kocci

I boss della ‘Ndrangheta riuniti in circolo davanti alla facciata del santuario della Madonna di Polsi, a San Luca (Rc), in Aspromonte, parlano fra loro, discutono di strategie criminali, consacrano i loro capi. Lo fanno vedere le immagini riprese dai carabinieri che dimostrano senza alcuna ombra di dubbio quello che da sempre magistrati, investigatori e studiosi sostengono: il santuario della Madonna di Polsi – la “Madonna della Montagna” – è una sorta di “santuario della ‘Ndrangheta”, in cui, soprattutto a settembre, durante la festa della Madonna, i capi mafia si ritrovano per mettere a punto le loro azioni, fare le investiture, svolgere i processi interni.

Dopo la diffusione del video sui principali mezzi di informazione, il vescovo di Locri, mons. Giuseppe Fiorini Morosini, ha preso la parola e ha scritto una “lettera aperta a coloro i quali hanno fatto del santuario di Polsi il centro di incontri e raduni illegali”.

“Carissimi fratelli – scrive il vescovo –, in questi giorni attraverso le televisioni nazionali, e forse anche internazionali, il santuario di Polsi con la sua annuale festa della Madonna della Montagna sono stati oggetto di cronaca, perché le autorità investigative e giudiziarie italiane hanno trasmesso immagini di vostri incontri e riportato frasi da voi proferite, che avevano per oggetto la vostra organizzazione illegale e la divisione del potere all’interno di essa. Pensavamo che questi incontri tenuti a Polsi appartenessero ormai al folklore del passato. Ma ci siamo dovuti ricredere”. Eppure io vi dico, prosegue il vescovo, che “è assurdo collegare alla religione la vostra attività, che non possiamo accettare né come cittadini né come uomini di fede. Anche se il vostro rituale, per i simboli che adopera e per i luoghi ove si celebra, è frammisto ad elementi della religione cristiana, esso è esattamente l’opposto di quanto il Vangelo di Gesù annuncia”. “Il vangelo di cui voi parlate – prosegue la lettera di mons. Morosini – non può essere il Vangelo di Gesù, che parla di amore, di perdono e di riconciliazione, di rispetto della persona e della legge, anche quella degli uomini. Che senso possono avere questi incontri all’ombra del santuario della Madonna, dove, mentre i fedeli pregano e si riconciliano con Dio, voi decidete strutture e attività che Dio e la Vergine Maria non possono benedire?”. Avete trasformato “il santuario di Polsi da luogo di fede in luogo di illegalità”.

Ma il vescovo sa di parlare a uomini cattolici, o che perlomeno così si credono e si professano. E infatti, nell’appello finale, li invita a ritornare “alle radici autentiche della fede”. “Sicuramente tutti voi – aggiunge – avete ricevuto i sacramenti della Chiesa cattolica: battesimo, cresima, confessione, eucarestia, matrimonio; molti di voi, facendo da padrini, si sono impegnati a sostenere la fede di ragazzi e di giovani: onorate questa fedeltà a Dio e siate leali per la parola data a lui; questo è il vero onore! I sacramenti che avete ricevuto e che chiedete per i vostri figli, non sono solo un elemento di cultura e di tradizione, ma scelta di vita, devono esprimere la volontà di seguire i valori cristiani, che camminano in perfetto accordo con la legalità umana. Dovunque vi troviate, rivolgetevi con coraggio alla Madonna della Montagna, che con cuore di madre vi dice: fate tutto quello che Gesù vi ha insegnato. Tornate a Polsi con la volontà di incontrare veramente la Madonna e di ritrovare la fede autentica. La Chiesa è sempre disposta ad accogliervi a braccia aperte, perché crede, forse unica istituzione, alla possibilità della vostra conversione”.

Vincenzo Linarello: «La lettera del vescovo è importante, ma le omissioni della Chiesa sono ancora molte»

31 luglio 2010

“Adista”
n. 64, 31 luglio 2010

Luca Kocci

Da secoli il santuario della Madonna di Polsi è il “santuario della ‘Ndrangheta”: fin dai tempi dei Borbone – scrive Enzo Ciconte, uno dei più autorevoli studiosi della criminalità calabrese (nel suo libro ‘Ndrangheta dall’Unità a oggi, Laterza, Bari, 1992) – “si consentiva l’accesso al santuario anche agli uomini armati, anche se sprovvisti di un regolare porto d’armi. Capitava, così, che ogni anno al termine della festa della Madonna (nella prima domenica si settembre, ndr) si rinvenissero tra i boschi uno o più cadaveri. Erano persone condannate dal tribunale della ‘Ndrangheta, che teneva lì proprio in quell’occasione il raduno annuale dei capi-bastone ed emetteva le sue sentenze inappellabili”. E Isaia Sales, nel suo libro I preti e i mafiosi (v. Adista n. 59/10), ricorda i primi vertici della ‘Ndrangheta attestati a Polsi fin dal 1903, l’omicidio “come un capobastone” nel 1989 di don Peppino Giovinazzo (coadiutore del santuario), i controlli della polizia fra i fedeli e le conseguenti proteste dei priori del santuario – come quelle di don Pino Strangio, nel 1999: i magistrati “sono anni che ci perseguitano” – fino alla “pace” fra i clan dopo la strage di Duisburg del ferragosto 2007 siglata proprio a Polsi. Eppure, nota Sales, non c’è stato nessun intervento delle gerarchie ecclesiastiche “per separare il culto genuino di migliaia di calabresi da quello dei capi della ‘Ndrangheta, anche solo per dire che la Madonna di Polsi appartiene alla devozione popolare e non può proteggere dei mafiosi”.

Per approfondire la storia del santuario di Polsi, i rapporti religiosità popolare-‘Ndrangheta e l’impegno della Chiesa locale, a partire proprio dall’intervento del vescovo di Locri Fiorini Morosini (v. notizia precedente), abbiamo intervistato Vincenzo Linarello, presidente del Goel (il consorzio di cooperative sociali della Locride nato anche per impulso di mons. Giancarlo Bregantini, ora a Campobasso) e direttore dell’ufficio per la Pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Locri.

Cosa ne pensi della lettera del vescovo Morosini?

Mi è sembrata un’iniziativa quanto mai opportuna: la Chiesa deve rendere chiara ed esplicita la sua dissociazione da queste forme di religiosità mafiosa e paramafiosa.

Quello del vescovo è stato un atto isolato?

No. Si colloca all’interno di un percorso di “purificazione” delle tradizioni religiose popolari e di una valorizzazione dei momenti civili delle feste cattoliche che si sta tentando di portare avanti a livello diocesano. A Gioiosa Ionica, per fare un solo esempio, in occasione della prossima festa di san Rocco, verrà anche don Ciotti che parlerà ai fedeli di Vangelo e legalità proprio durante i festeggiamenti popolari.

Quale aspetto delle lettera ti sembra più incisivo?

Quello in cui si parla della totale estraneità di questi rituali religiosi-mafiosi con il Vangelo di Gesù. Credo che questo sia stato, e talvolta sia anche oggi, il grande errore delle Chiese del Mezzogiorno: puntare soprattutto su una morale individuale ed individualistica tralasciando di mettere direttamente in collegamento il Vangelo e i comportamenti sociali delle persone. Invece bisogna dire a gran voce che la fede deve fare ed operare per la giustizia e per la giustizia sociale, bisogna dire che le mafie sono il peccato.

Il santuario della Madonna di Polsi è storicamente un luogo caro alla ‘Ndrangheta: come è potuto succedere?

Anche per le omissioni e i silenzi della Chiesa relativi alla totale incompatibilità fra mafia e fede. Per quanto riguarda i nostri tempi, credo che il primo ad aver “riaperto” quel luogo per restituirlo a tutti fedeli tentando di sottrarlo agli ‘ndranghetisti sia stato il vescovo Bregantini. Resta però il fatto che la ‘Ndrangheta ha bisogno di santuari e di religiosità popolare per “incensare” le proprie barbarie e tranquillizzare le coscienze degli affiliati. Per questo credo che non abbandoneranno facilmente il santuario di Polsi.

Cosa fare allora?

Le parole di mons. Morosini sono molto importanti, ma da sole non possono bastare. Tutti devono smettere di tacere o di colludere. È necessaria una nuova pastorale, che sia portata avanti dai preti dei piccoli paesi ma anche dai laici delle comunità cristiane, affinché gli ‘ndranghetisti si sentano quotidianamente degli eretici, degli estranei al Vangelo.

Mafiosi e cattolici: come è possibile?

Non è possibile. Ma dal momento che succede, credo che la responsabilità sia di tutti coloro che, nella Chiesa, lasciano intendere che invece sia possibile.

«Amare la Terra e tutti gli esseri viventi». Dedicata all’ambiente la IX Giornata del Dialogo cristiano-islamico

24 luglio 2010

“Adista”
n. 61, 24 luglio 2010

Luca Kocci

È dedicata in particolare alla salvaguardia dell’ambiente la nona Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico in programma per il prossimo 27 ottobre. Ad aprire il testo dell’appello, due passi tratti dalle Scritture sacre per i cristiani e per i musulmani, la Bibbia e il Corano: “Ecco, al Signore tuo Dio appartengono i cieli, i cieli dei cieli, la terra e quanto essa contiene” (Dt 10, 14); “Certamente appartiene ad Allah tutto ciò che è nei cieli e ciò che è sulla terra. Cosa seguono coloro che invocano consoci all’infuori di Allah? Non inseguono che vane congetture, e non fanno che supposizioni. Egli ha fatto per voi la notte affinché riposiate e il giorno affinché vi rischiari. In verità in ciò vi sono segni per la gente che ascolta (Sura X, 66-67).

“Cristiani e musulmani insieme vogliono interrogarsi ed impegnarsi contro la devastazione dell’ambiente, le guerre e le violenze che pervadono la società, rifiutando al contempo le crociate o la riduzione delle due più grandi religioni dell’umanità a semplici appendici di poteri economici e politici che stanno violentando irresponsabilmente la natura mettendo in discussione il futuro stesso dell’umanità”, spiega il Comitato organizzatore della Giornata (promossa dal periodico online Il Dialogo, insieme ad altre riviste e associazioni fra cui Adista, Cem mondialità, Cipax, Confronti, la casa editrice Emi, il foglio di Torino, Missione Oggi dei saveriani, Mosaico di Pace, Qol, Tempi di fraternità e il settimanale protestante Riforma) e che prevederà iniziative in molte città italiane, organizzate da gruppi e associazioni cattoliche di base, centri islamici e Chiese protestanti. Lo slogan della Giornata, “Amare la Terra e tutti gli esseri viventi” – aggiungono dal Comitato – “si basa sulla convinzione che l’impegno per la salvaguardia del creato e per la pace è parte integrante della nostra fede di cristiani e musulmani”.

“L’emergenza ambientale è oramai una costante dei nostri tempi”, si legge nell’appello per la Giornata ecumenica. “Le catastrofi naturali sono ingigantite dalle responsabilità umane e dai disastri causati dall’uomo e dalle tecnologie che spesso gli stessi uomini che le hanno realizzate non riescono a controllare”. La nostra Terra “è ferita profondamente e sanguina”: “Ma più la situazione diventa grave, più si moltiplicano gli appelli al rispetto dell’ambiente, più acuti e violenti diventano gli atteggiamenti di quanti rifiutano il cambiamento di uno stile di vita irrispettoso della Terra che ci ospita, che nessun essere umano ha creato e che nessun essere umano dovrebbe poter impunemente distruggere”. Infatti “la produzione di strumenti di morte continua inarrestabile” e “neppure la crisi economica ha prodotto alcun taglio nei fondi destinati all’acquisto di armi di distruzione di massa. Mentre non si trovano soldi per i servizi sociali di base, per la scuola, per la sanità, i fondi per la partecipazione alle guerre sono sempre disponibili ed anzi sono aumentati. Pur di non mettere in discussione l’idolo del mercato e del massimo profitto si sceglie di continuare a produrre prodotti che aumentano all’infinto l’inquinamento atmosferico attaccando allo stesso tempo anche i diritti fondamentali della persona umana e le stesse libertà democratiche delle persone che quei prodotti sono chiamati a produrre”.

Di fronte a questo scenario, “cristiani e musulmani sono interpellati nel profondo della loro fede”, prosegue l’appello. “Oggi come nel corso della storia dell’umanità in discussione è l’idolatria che si manifesta nel mancato rispetto per la nostra Terra attraverso il perpetrarsi di distruzioni della natura, di guerre devastanti e violenze disumane, di divisione profonda dell’umanità in oppressi e oppressori. Forze politiche miopi che agitano la paura del diverso e di ciò che non si conosce e che per aumentare questa paura mistificano la realtà con l’uso di menzogne sempre più spudorate, vorrebbero che cristiani e musulmani continuassero a fare guerre fra loro come ai tempi delle Crociate. Si vorrebbe irreggimentare il grande spirito di pace, che pervade queste due grandi religioni della storia dell’umanità, in congreghe religiose di Stato, asservite a logiche politiche che contribuiscano a prolungare all’infinito quello stile di vita insostenibile che sta portando l’umanità sul baratro della propria autodistruzione. Crediamo invece sia necessario che cristiani e musulmani, insieme a tutte le altre religioni, assumano posizioni e comportamenti all’altezza dei tempi che viviamo e delle sfide che ci pongono i nemici dell’umanità e della sua riconciliazione con l’unico Dio che insieme adoriamo”. E “nel nome dell’unico Dio che insieme adoriamo e a cui insieme, ognuno per la propria strada, vogliamo ricondurre questa umanità, verso quel Regno di Dio dove non ci saranno più lacrime, né lutto ne lamento ne affanno e dove l’amore trionferà”.

Don Puglisi “martire cristiano”. Associazioni ecclesiali palermitane scrivono al papa

24 luglio 2010

“Adista”
n. 61, 24 luglio 2010

Luca Kocci

“In occasione della sua venuta in Sicilia nel prossimo mese di ottobre, venga solennemente riconosciuta dalla Chiesa, come martirio cristiano, la morte del presbitero Giuseppe Puglisi, ucciso dalla mafia”. È quanto chiedono associazioni e gruppi ecclesiali palermitani (fra cui l’Azione Cattolica, la Comunità di Sant’Egidio, i focolarini e il Centro “Padre Arrupe”) in una lettera indirizzata a papa Benedetto XVI, che compirà in autunno una visita pastorale in Sicilia. Don Giuseppe Puglisi, è caduto sotto il fuoco di Cosa Nostra nel settembre del 1993. La Chiesa di Palermo ha già avviato l’iter canonico per dichiarare don Puglisi martire.

“Una profonda ispirazione evangelica permeava l’azione pastorale di questo parroco della borgata palermitana di Brancaccio”, si legge nella lettera. “L’annunzio di Gesù Cristo desiderava incarnarlo nel territorio, assumendone tutti i problemi per farli propri della comunità cristiana. Ma questo significava evidenziare le piaghe di sofferenza e di sfruttamento, significava inserire nel territorio fermenti evangelici nuovi, attenzioni nuove che turbavano equilibri e interessi consolidati, aprivano varchi nel controllo del territorio da parte della mafia, sollecitavano una fede religiosa che si traduceva in processi di liberazione dal male”. “Questa fedeltà a Cristo e al suo Vangelo segnò la sua condanna a morte”, realizzando quella “coraggiosa testimonianza di fede cristiana di cui aveva parlato papa Giovanni Paolo II pochi mesi prima ad Agrigento”, nella Valle dei Templi.

“In questa nostra terra di Sicilia – prosegue la lettera – il riconoscimento ecclesiale di questo martirio ha valore di segno e costituisce una svolta verso una pietà popolare orientata alla esemplarità evangelica. Raccontare della morte di un uomo che non ha piegato la testa al potere mafioso per fedeltà a Cristo e ai fratelli annunzia con linguaggio propriamente ecclesiale che l’unica signoria nella storia è quella del Signore Gesù Crocifisso, da cui hanno inizio la libertà del cristiano e la liberazione da ogni sistema di potere che opprime l’uomo e, nel nostro caso, dal potere mafioso, pericolosamente intriso di ambiguo ateismo devoto. Il martirio è parola propria della sequela di Cristo, diventa impegno qualificante e duraturo dell’azione della Chiesa che in questo martirio riconosce i suoi peccati e le sue infedeltà e lo accoglie come indicazione inequivocabile del modo proprio della Chiesa di affrontare il male del mondo, che nella nostra terra assume il volto della mafia, e di testimoniare Cristo”.

Amicizia fra i popoli, con le armi. Gli sponsor con l’elmetto del Meeting di Comunione e liberazione

24 luglio 2010

“Adista”
n. 61, 24 luglio 2010

Luca Kocci

La tradizione è rispettata anche quest’anno: il “Meeting per l’amicizia fra i popoli” di Comunione e Liberazione – in programma a Rimini nell’ultima settimana di agosto, con la consueta processione di ministri, cardinali e vescovi, sul tema “Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore” – viene sponsorizzato da industrie belliche e “banche armate”: i main partners della kermesse ciellina, come indicato nelle locandine diffuse a tappeto nelle parrocchie italiane, sono – indicati del resto lo scorso anno (v. Adista n. 86/09) – Bombardier, Finmeccanica e Intesa San Paolo, ovvero due industrie con notevoli interessi nella produzione di armamenti e uno dei principali gruppi bancari italiani che appoggia il commercio internazionale di armi.

Bombardier è una multinazionale canadese dei trasporti, impegnata nel settore civile (quarto produttore mondiale di aerei) ma anche militare: tra le sue attività c’è infatti la fornitura di servizi alle Forze armate di diversi Paese, come per esempio il Military Aviation Training, usato presso la Nato Flying Training in Canada, uno dei centri di addestramento piloti da combattimento più noti al mondo.

Finmeccanica è invece la principale azienda armiera italiana – in queste settimane al centro di diverse inchieste per corruzione –, con una serie di controllate che coprono tutti i settori dell’industria bellica, terrestre, aerea, navale ed aerospaziale, che peraltro ha un feeling solidar-affaristico di lunga durata con il mondo cattolico: l’azienda guidata da Pierfrancesco Guarguaglini – uno dei manager pubblici più pagati in Italia – è regolare inserzionista pubblicitario di San Francesco patrono d’Italia, il mensile dei francescani del Sacro Convento di Assisi (v. Adista n. 7/06), nonché sponsor di progetti di cooperazione e sviluppo portati avanti in Africa dalla Comunità di Sant’Egidio di Andrea Riccardi e dal Volontariato internazionale per lo sviluppo, una ong legata ai salesiani (v. Adista nn. 21/07, 83/08 e 4/09).

C’è poi Intesa Sanpaolo, sponsor abituale dell’iniziativa ciellina, ai vertici delle “banche armate” italiane, ovvero quegli istituti di credito che offrono servizi finanziari alle aziende armiere: nel 2009 il gruppo Intesa Sanpaolo ha “movimentato” 186 milioni di euro (a cui andrebbero aggiunti anche i 47 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia, facente parte dello stesso gruppo) per conto delle industrie belliche che hanno esportato all’estero e 806 milioni di euro per i “programmi intergovernativi” di riarmo, come per esempio i cacciabombardieri F35 (v. Adista n. 41/10). Inoltre, secondo un rapporto redatto da una serie di organizzazioni olandesi e da Pax Christi Olanda, Intesa Sanpaolo sarebbe anche fra i finanziatori della Lockheed Martin per la produzione di cluster bombs, le famigerate bombe a grappolo, che fra l’altro l’Italia ha chiesto di mettere al bando firmando nel dicembre 2008 una convenzione internazionale, non ancora vincolante (v. Adista n. 126/09). E, come Finmeccanica, anche Intesa Sanpaolo – contro cui da anni è in corso una campagna di pressione animata dalle riviste missionarie dei comboniani e dei saveriani, Nigrizia e Missione Oggi, e dal mensile promosso da Pax Christi, Mosaico di pace – collabora attivamente con iniziative ecclesiali di carattere sociale: è il principale partner del “Prestito della speranza”, il microcredito sociale per le famiglie in difficoltà promosso dalla Conferenza episcopale italiana e dall’Associazione bancaria italiana, tanto che in Banca Prossima (parte di Intesa Sanpaolo) la Cei ha già depositato i 30 milioni di euro raccolti con le offerte dei fedeli e che costituiranno il fondo di garanzia per gli altri istituti aderenti all’iniziativa (v. Adista n. 84/09); e ospita i conti correnti dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero e della Caritas Italiana, dove possono essere versati i contributi volontari deducibili per il mantenimento dei preti e le offerte per le inziative della Caritas.

Vaticano in rosso. Ma l’Obolo di San Pietro e lo Ior risanano i bilanci

24 luglio 2010

“Adista”
n. 61, 24 luglio 2010

Luca Kocci

Bene l’Obolo di San Pietro, male i bilanci di Santa Sede e Governatorato. Tuttavia le finanze vaticane, grazie alle offerte per il papa – appunto l’Obolo – e ad una ricca donazione dello Ior, continuano a godere di ottima salute.

I dati per il 2009 sono stati presentati in Vaticano lo scorso 7-9 luglio, durante l’annuale riunione del Consiglio dei cardinali per lo studio dei problemi organizzativi ed economici della Santa Sede, presieduta dal Segretario di Stato, il card. Tarcisio Bertone. Sia il bilancio della Santa Sede (a cui afferiscono tutti i dicasteri pontifici), che del Governatorato – che provvede alla gestione del territorio, delle istituzioni e delle strutture e si occupa degli investimenti – sono in rosso: la Santa Sede ha registrato entrate per poco più di 250 milioni di euro ed uscite per oltre 254 milioni, con un disavanzo quindi di poco superiore ai 4 milioni di euro (lo scorso anno le perdite erano state di 911mila euro, v. Adista n. 82/09). “Le uscite sono da attribuirsi per la maggior parte alle spese ordinarie e straordinarie dei dicasteri e organismi della Santa Sede” e del “sistema delle comunicazioni della Santa Sede, con particolare attenzione alla Radio Vaticana”, da sempre con un deficit assai pesante, ha spiegato mons. Velasio De Paolis, presidente della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede (e delegato pontificio per la Congregazione dei Legionari di Cristo, v. notizia precedente). Negativo, ma meno dello scorso anno quando le perdite ammontavano al doppio, il bilancio del Governatorato, che ha chiuso con un saldo negativo di quasi 8 milioni di euro, di nuovo per gli “effetti della crisi economico-finanziaria internazionale”, ossia per investimenti andati male.

Una perdita complessiva, quindi, di 12 milioni di euro – lo scorso anno il bilancio ufficiale segnava rosso per 16 milioni di euro, quello ufficioso per oltre 30 –, abbondantemente ripianata dall’Obolo di San Pietro (le offerte che arrivano al papa dalle Chiese nazionali soprattutto in occasione della Solennità dei Santi Pietro e Paolo): nel 2009, quando tuttavia gli effetti dello scandalo pedofilia non erano ancora così dirompenti come oggi, sono stati incassati quasi 82 milioni e 500mila dollari (pari a 65 milioni e 500 mila euro), 11 milioni di euro in più rispetto al 2008. Le diocesi, inoltre, hanno versato alla Santa Sede contributi per 31 milioni e 500mila dollari (25 milioni di euro), in obbedienza a quanto previsto dal Codice di diritto canonico: “I vescovi, in ragione del vincolo di unità e di carità, secondo le disponibilità della propria diocesi, contribuiscano a procurare i mezzi di cui la Sede Apostolica secondo le condizioni dei tempi necessita, per essere in grado di prestare in modo appropriato il suo servizio alla Chiesa universale”. Sono infine arrivati 50 milioni di euro da parte dello Ior del neo governatore Ettore Gotti Tedeschi (v. Adista n. 99/09) “per le attività di religione del Santo Padre”.