Archive for settembre 2010

Don Pino Puglisi, santo. E martire di mafia? Il Vaticano tentenna

25 settembre 2010

“Adista”
n. 71, 25 settembre 2010

Luca Kocci

Diciassette anni fa, la sera del 15 settembre 1993, veniva ucciso don Pino Puglisi, parroco a Brancaccio, a Palermo. È stato ricordato dalla diocesi con una fiaccolata notturna, lo scorso 14 settembre, partita da quella che era la sua parrocchia, San Gaetano, fino a piazza Anita Garibaldi, dove abitava e dove è stato ucciso; e con una messa solenne, nel pomeriggio del 15, nella cattedrale di Palermo, presieduta dall’ex arcivescovo, il card. Salvatore De Giorgi.

Oltre alle dovute celebrazioni locali c’è però ben poco. In particolare il processo di canonizzazione – per il quale è stato appena nominato un nuovo postulatore, mons. Vincenzo Bertolone, vescovo di Cassano allo Ionio (Cs) – è fermo al palo: ha superato la fase diocesana ma è bloccato a Roma. Attorno ad un nodo: il riconoscimento del martirio del prete, che peraltro consentirebbe di non attendere i due miracoli necessari alla canonizzazione e quindi di accelerare i tempi dell’iter. Ci sono forti resistenze vaticane all’attribuzione del titolo di martire ad un prete ucciso dalla mafia, perché questo avrebbe ripercussioni teologiche e pastorali non di poco conto (v. notizia successiva).

Convertito dai poveri e dai perseguitati

Viene ucciso don Puglisi per il suo impegno antimafia poco appariscente ma concreto. Non era un “professionista dell’antimafia”, non appariva in tv, ma tutti i giorni lavorava per strappare i bambini dalla strada e dalla criminalità, per rendere vivibile un quartiere senza scuola, senza presìdi sanitari e ostaggio della mafia, per educare le persone a rivendicare i propri diritti.

Nato il 15 settembre 1937 proprio a Brancaccio da una famiglia di modeste condizioni, Puglisi segue il percorso tradizionale di un giovane che vuole diventare prete: le scuole, i gruppi ecclesiali, il seminario, fino all’ordinazione sacerdotale nel 1960. Quindi i primi incarichi in parrocchia, prima a Palermo e poi, dal 1970, a Godrano, piccolo paese di montagna a 40 chilometri dal capoluogo (dilaniato da una cruenta faida familiare risalente all’inizio del secolo), dove don Puglisi predica la riconciliazione e il perdono, puntando soprattutto sulle donne e sui bambini. Poi nel 1978 il ritorno a Palermo, dove sembra avviato ad una brillante carriera eccelesiastica: direttore del Centro diocesano vocazioni e, a Roma, consigliere del Centro nazionale vocazioni della Cei.

Nel 1990 la svolta della vita: il card. Salvatore Pappalardo, arcivescovo di Palermo, lo nomina parroco a Brancaccio, e Brancaccio, in un certo senso, lo convertirà. Perché don Puglisi è un prete tranquillo, attestato su posizioni moderate, inviato a Brancaccio anche per normalizzare una parrocchia considerata di sinistra, che però si tuffa in una realtà sociale di povertà, degrado e sottomissione al dominio mafioso, e sceglie di lottare tutti i giorni per modificarla, fino a finire ammazzato. Quartiere “ad alta densità mafiosa”, come recitano le formule sociologiche, protagonista della guerra di mafia dei primi anni ’80, dominio incontrastato dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. “È una terra di nessuno, i bambini vivono in strada e dalla strada imparano solo le lezioni della delinquenza: scippi, furti…”, dirà lo stesso Puglisi – che accetta subito l’incarico, perché è un prete obbediente e perché per lui si tratta di un ritorno a casa – durante un convegno della Chiesa palermitana. C’è povertà materiale e culturale: “L’evasione scolastica – dirà ancora – è dovuta al fatto che Brancaccio è l’unico quartiere di Palermo in cui non esiste una scuola media. Evidentemenete questo fa comodo a chi vuole che l’ignoranza continui. Come strutture civili abbiamo solo la delegazione di quartiere. In sostanza si fa prima a dire quello che c’è: tutto il resto manca”.

Chiesa e mafia: un legame da spezzare

E siccome manca tutto, don Puglisi comincia dai bambini: gira per il quartiere, li trova in mezzo alla strada, facile preda della criminalità, e li porta in parrocchia, non per catechizzarli ma per farli giocare, educandoli però al rispetto delle regole. Poi gli adulti e il resto del quartiere. Inizia la collaborazione con il Comitato intercondominiale di via Hazon, dove ci sono alcuni palazzoni costruiti da una ditta mafiosa fallita in cui il Comune ha stipato centinaia di sfrattati di tutta la città. Insieme al Comitato, don Puglisi porta avanti la battaglia per la costruzione delle fogne, per la creazione di un presidio socio-sanitario, per la costruzione della scuola media. E contemporaneamente rompe i legami fra la parrocchia e i mafiosi: vieta al Comitato per la festa di San Gaetano di passare per la case a riscuotere i soldi – quasi un pizzo – e ridimensiona la festa del patrono, diventata una vetrina per gli uomini d’onore che portando la statua o guidando la processione legittimano simbolicamente il loro ruolo, con la benedizione della Chiesa; respinge le offerte o gli aiuti che boss e politici democristiani gli porgono per suggellare i loro legami; modifica i percorsi delle processioni per non farle più passare, quasi in adorazione, sotto le case dei capi mafia; respinge i mafiosi che vogliono fare i padrini di battesimo e di cresima.

Arrivano tre suore e un viceparroco per dargli una mano – Gregorio Porcaro, che poco dopo l’uccisione di Puglisi lascerà il ministero – e nasce il Centro Padre Nostro: spazio socio-culturale per i bambini e i giovani, centro di assistenza per i più poveri, ma anche luogo dove si impara a conoscere e a rivendicare i propri diritti, spezzando i meccanismi di sottomissione e di clientelismo che da sempre regolano la vita a Brancaccio. E si moltiplicano gli scontri con i notabili democristiani locali: Puglisi rispedisce al mittente i “santini” che vengono portati in parrocchia ad ogni tornata elettorale, attacca gli amministratori locali quando si affacciano nel quartiere a raccattare voti, in un’assemblea pubblica invita a gran voce i cittadini di Brancaccio a “non chiedere come favore ciò che è vostro diritto ottenere”.

Martire di mafia

Puglisi ha passato il segno ed inizia ad essere osservato più da vicino dai Graviano, che Leoluca Bagarella rimprovera per aver lasciato troppo spazio al prete. Nel 1993 la situazione precipita. Il 9 maggio Giovanni Paolo II, nella Valle dei Templi di Agrigento, rompe un lungo silenzio e tuona contro i mafiosi. “Era ora”, esclama Puglisi, che più volte si è lamentato delle omissioni di molti suoi confratelli. Il 21 maggio la parrocchia organizza una fiaccolata per ricordare la strage di Capaci e il giorno dopo, puntuale, arriva la prima forte intimidazione: viene incendiato il camion della ditta che stava effettuando dei lavori di ristrutturazione in parrocchia.

A giugno Puglisi e il Comitato intercondominiale portano una troupe del Tg3 a filmare il degrado di via Hazon e pochi giorni dopo vengono incendiate le porte delle abitazioni dei tre leader del Comitato. La domenica successiva, dal pulpito, durante l’omelia Puglisi attacca frontalmente i mafiosi: “Non siete uomini, ma animali”. A luglio nuova manifestazione antimafia, in piazza, per ricordare la strage di via D’Amelio, e la sera stessa un giovane animatore del-la parrocchia viene aggreddito e brutalmente picchiato. Anche il cardinale scarica il prete che inizia a sentirsi solo e a temere per sé e per i suoi collaboratori, a cui chiede una maggiore prudenza. Ma il prossimo obiettivo ormai è lui, don Puglisi, che viene ucciso nel giorno del suo compleanno, con un colpo di pistola alla nuca, mentre rientrava in casa.

Don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia per il suo impegno pastorale e sociale, è un martire oppure no? Il Vaticano, dove è fermo il processo di canonizzazione che ha superato la fase diocesana, è restio a concedere il titolo. Troppo pericoloso, forse, affermare che chi si oppone alla mafia fino alla morte è un martire: che figura farebbe tutta quella parte di Chiesa che non solo non si oppone ma convive tranquillamente con mafia, camorra e ‘ndrangheta? Diverse associazioni ecclesiali di base palermitane, invece, pensano esattamente il contrario, ed hanno scritto a Benedetto XVI – che il prossimo 3 ottobre andrà a Palermo per incontrare famiglie e giovani, v. notizia successiva – chiedendogli che “venga solennemente riconosciuta dalla Chiesa, come martirio cristiano, la morte di don Puglisi, ucciso dalla mafia”: dare questo valore alla morte di un uomo “che non ha piegato la testa al potere mafioso” in nome del Vangelo sarebbe un segno di “svolta” (v. Adista n. 61/10).

Per approfondire la questione Adista ha intervistato Augusto Cavadi, filosofo e teologo palermitano, esperto dei rapporti fra Chiesa e mafia e autore, fra l’altro, del Dio dei mafiosi (Edizioni San Paolo, 2009), un volume che analizza in particolare le relazioni fra etica mafiosa e teologia cattolica (v. Adista n. 102/09). (luca kocci)

Don Pino Puglisi può essere considerato dalla Chiesa un martire?
Un antico adagio teologico sostiene che ogni Chiesa ha i martiri che si merita. Nel caso di don Pino Puglisi concordo, ma a patto che si capovolga il senso abituale della frase. Essa, infatti, suona tradizionalmente in tono trionfalistico: più una comunità è santa, più martiri produce. A Palermo, come a Casal di Principe con don Peppino Diana (il parroco ucciso dalla Camorra il 19 marzo 1994, ndr), va intesa invece su un registro molto meno entusiasmante: più una Chiesa è qualunquista, più è probabile che – se qualcuno s’impegna – finisca ammazzato. Non sarebbe strano, d’altronde, se così non fosse? È una legge che vale, spietatamente, per ogni gruppo professionale. Se i giudici di un distretto prediligono per anni il quieto vivere, la loro tiepidezza investigativa crea le condizioni oggettive per cui il primo collega che si mette a fare sul serio si espone ai colpi della mafia; se i commercianti di un rione pagano il pizzo, la loro sudditanza condanna a morte il primo collega che si ribella; e così, altrettanto, per i medici, i giornalisti o i poliziotti.

Lo stesso può valere anche per i preti?
Certamente. La figura tipica del prete meridionale è di un onesto burocrate del sacro: amministra i sacramenti, insegna un po’ di catechismo ai bambini, soccorre qualche famiglia in difficoltà. Per il resto, meno interrogativi si pone, e pone ai parrocchiani, e più viene apprezzato. In questo scenario, i mafiosi possono accettare che un prete organizzi marce e fiaccolate in difesa della legalità democratica, come faceva don Puglisi? Che chieda alle autorità di far sgombrare locali abusivamente adibiti a deposito di sigarette di contrabbando e di droghe illegali? Che critichi gli amministratori esperti in pratiche clientelari quanto incapaci di attivare spazi sociali istituzionali (come scuole, palestre, centri sociali, biblioteche)? Che addirittura vada a visitare familiari di mafiosi per problematizzare la compatibilità di certi criteri etici con i dettami evangelici? Evidentemente no! Un prete può andare bene solo nella misura in cui non insiste sul messaggio di Gesù di Nazareth: la dignità di ogni uomo e di ogni donna, la cura del debole, la difesa del perseguitato. Può essere lasciato in pace se, a sua volta, lascia in pace padroni e padrini: se – come diceva a proposito di sé monsignor Helder Camara – aiuta i poveri ma evita di chiedersi perché questo sistema socio-economico produca poveri.

Per questo motivo il Vaticano indugia a riconoscere il martirio di don Puglisi?
Credo proprio di sì. Se non si ha chiara questa problematica non si possono capire le resistenze sinora opposte da ambienti vaticani alla canonizzazione di don Puglisi: additarlo alla venerazione dei fedeli significherebbe ammettere che, per un prete, l’impegno per la libertà e la giustizia nel territorio costituisca non un optional, o addirittura una deviazione, rispetto alla sua missione, bensì un elemento costitutivo, irrinunciabile.

Annunci

Liberismo e Paradiso, la fede di Gotti Tedeschi

22 settembre 2010

“il manifesto”
22 settembre 2010

Luca Kocci

Lo Ior, la banca del Vaticano, di nuovo protagonista di operazioni finanziarie sospette. Con l’ipotesi di reato di violazione delle norme antiriciclaggio la Procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati il numero uno dello Ior, il presidente Ettore Gotti Tedeschi, e il direttore generale della banca vaticana, Paolo Cipriani, e ha ordinato un maxi-sequestro preventivo di 23 milioni di euro (su complessivi 28) che lo Ior aveva depositato su un conto del Credito Artigiano di Roma.

L’inchiesta della Procura, condotta dal procuratore aggiunto Nello Rossi e dal pm Stefano Rocco Fava, prende le mosse da una segnalazione della Banca d’Italia: i 23 milioni stavano per essere trasferiti alla JP Morgan Frankfurt (20 milioni) e alla Banca del Fucino (3 milioni) aggirando, da parte dello Ior, le norme antiriciclaggio, che prevedono di “indicare le generalità del soggetto per conto del quale esegue l’operazione” e lo “scopo” e la “natura” del movimento. Non c’è prova di riciclaggio quindi, però non si sa  a chi appartengono e da dove provengono i soldi: per questo Bankitalia ha sospeso l’operazione e ha attivato la Guardia di Finanza.

Immediata la reazione della Segreteria di Stato vaticana, che si è affrettata a difendere lo Ior e il suo presidente: “È nota la chiara volontà, più volte manifestata da parte delle autorità della Santa Sede, di piena trasparenza per quanto riguarda le operazioni finanziarie dello Ior”. Per questo, prosegue il comunicato, il Vaticano manifesta “perplessità e meraviglia per l’iniziativa della Procura di Roma, tenendo conto che i dati informativi necessari sono già disponibili presso l’ufficio competente della Banca d’Italia, e operazioni analoghe hanno luogo correntemente con altri istituti di credito italiani. La Santa Sede tiene perciò a esprimere la massima fiducia nel presidente e nel direttore generale dello Ior”. “Mi sento profondamente umiliato per quanto sta accadendo”, le prime dichiarazioni di Gotti Tedeschi. “Da quando sono stato nominato alla presidenza dello Ior mi sono sforzato, insieme al direttore generale, Paolo Cipriani, di affrontare i problemi per i quali oggi vengo indagato”.

Esattamente un anno fa, il 23 settembre 2009, Ettore Gotti Tedeschi viene nominato alla presidenza dello Ior, soprattutto per volontà del segretario di Stato vaticano, il cardinal Tarcisio Bertone, che per mettere sulla poltrona della banca vaticana un uomo di sua fiducia licenziò con un anno e mezzo di anticipo Angelo Caloia, il successore di Paul Marcinkus, subito dopo lo scandalo Calvi-Banco ambrosiano. Piacentino, classe 1945, Gotti Tedeschi dice di essersi convertito a metà anni ‘60 grazie a Giovanni Cantoni, fondatore di Alleanza cattolica, gruppo della destra tradizionalista cattolica che annovera fra i suoi militanti anche il sottosegretario all’Interno con delega alla sicurezza Alfredo Mantovano. Il quale non a caso, appena appreso dell’indagine su Gotti Tedeschi, si è subito preoccupato di dire la sua per difendere la “indiscussa onorabilità” del presidente della banca vaticana: “Nella oggettiva difficoltà di comprendere quali sono le ragioni dell’indagine a carico del presidente dello Ior e nell’ancor maggiore difficoltà a cogliere il senso della divulgazione mediatica, è invece facile sottolineare il rigore morale e la cristallina professionalità di Gotti Tedeschi”, dichiara Mantovano.

Fervente ammiratore dei fondatori di Comunione e Liberazione, Luigi Giussani, e dell’Opus Dei, Josemaría Escrivá de Balaguer, Gotti Tedeschi è un iperliberista cattolico, della scuola del teocon statunitense Michael Novak, assai apprezzato in Vaticano: “Il capitalismo cattolico resta il miglior sistema economico possibile, nonostante le eresie che ne hanno compromesso le successive applicazioni”, la sintesi del suo pensiero riportata in una breve biografia “non autorizzata” di Gotti Tedeschi contenuta nel libro di Valerio Gigante Paraventi sacri (Di Girolamo).

Negli anni ‘70 e ‘80 lavora in diverse società internazionali di consulenza economico-finanziaria, poi con l’Imi-Bnl e nel 1987 fonda la banca d’affari Akros, insieme a Gianmario Roveraro, il finanziere dell’Opus Dei rapito e trovato decapitato nelle campagne intorno a Parma nel luglio 2006, in circostanze non ancora chiarite. Negli anni ’90 è il plenipotenziario per l’Italia del Banco di Santander e poi consulente economico del ministro Tremonti, altro suo grande amico. Fra i vari libri che ha scritto, il più famoso è Denaro e Paradiso, un titolo perfetto per chi, come lui, dice di dedicarsi “a Dio e al denaro” e ripete spesso una frase di Escrivá de Balaguer: i soldi non servono, se sono pochi.

Chiesa e mafia, quei rapporti pericolosi tra le due cupole

18 settembre 2010

“il manifesto”
18 settembre 2010

Luca Kocci

“Gli stretti rapporti fra chiesa cattolica e mafia non sono un’invenzione della stampa: da sempre le mafie hanno fatto uso di una simbologia e di una ritualità presa in prestito dalla religione cattolica, da sempre molti uomini di chiesa hanno mostrato compiacenza verso i mafiosi”. È la tesi con cui la sociologa palermitana Alessandra Dino – autrice, fra l’altro, della Mafia devota. Chiesa, religione, Cosa Nostra (Laterza) – ha aperto il convegno organizzato ieri a Roma, due giorni dopo l’anniversario dell’omicidio di don Puglisi che il Vaticano non vuole dichiarare martire, da una serie di realtà cattoliche di base (fra cui Comunità di base di San Paolo, Noi Siamo Chiesa, Cipax e Liberamentenoi) con un titolo emblematico: Sotto le due Cupole. Ovvero la cupola di Cosa Nostra e la cupola di San Pietro.

“I mafiosi si dicono cattolici sia per il bisogno, comune a molti, di credere in qualcosa, come hanno raccontato diversi pentiti, sia perché alla mafia serve la chiesa: per ragioni di appartenenza,  identità e coesione interna e per ragioni di consenso sociale. Il boss che guida la processione di sant’Agata a Catania – ha spiegato Dino – è un segnale molto forte agli occhi della gente: c’è la benedizione della chiesa, quindi un riconoscimento pubblico.” E la chiesa? “Nel passato c’è stata accettazione e compiacenza, anche da parte dei vertici ecclesiastici, come il card. Ruffini, per cui la mafia era comunque meglio del comunismo”, o come “il card. Pappalardo che, dopo una prima stagione antimafia, scelse il silenzio e lasciò solo persino don Pugliesi”, ha aggiunto Giovanni Avena, direttore editoriale dell’agenzia Adista. Oggi c’è maggiore consapevolezza da parte della chiesa, ma non ancora piena: il documento della Cei sul Mezzogiorno dello scorso febbraio afferma che la mafia è struttura di peccato e inconciliabile con la fede, ma si sofferma solo sulla mafia che spara e tace su due aspetti: i rapporti fra mafia, politica e imprenditoria e la scomunica ai mafiosi”, ha proseguito Dino.

La questione, però, secondo il teologo Augusto Cavadi – autore, fra l’altro, del Dio dei mafiosi (San Paolo) – più che la scomunica è la teologia cattolica: “Non si tratta tanto di scomunicare i mafiosi, ovvero di cacciarli fuori, quanto di elaborare una teologia davvero evangelica a cui i mafiosi siano allergici”, ha detto Cavadi. “Da una chiesa povera e fraterna, i mafiosi, che perseguono potere e denaro, si autoescluderebbero da soli e anzi la considererebbero nemica. Invece in questa chiesa potente, gerarchica, verticistica, omofoba e ritualistica i mafiosi si trovano bene, perché vi trovano molte analogie con i codici e la teologia mafiosa”.

Dura l’autocritica di don Luigi Ciotti, presidente di Libera: “A fronte dell’impegno di pochi vescovi, diversi preti e gruppi cattolici di base, ci sono ancora troppe ambiguità e compiacenze da parte di molti uomini di chiesa nei confronti della mafia. Per questo mi auguro che Benedetto XVI, che il 3 ottobre sarà a Palermo, dica parole forti e chiare sull’incompatibilità fra mafia e Vangelo. La Chiesa deve avere il coraggio della denuncia, deve sporcarsi le mani per la giustizia,come hanno fatto don Puglisi e don Peppe Diana. Ma io vedo ancora troppi silenzi e troppe ambiguità, e silenzi e ambiguità non hanno giustificazioni”. E ha concluso citando Peppino Impastato: “Se la Chiesa si fosse impegnata nella denuncia delle mafie come si è impegnata sul tema della sessualità, probabilmente la mafia non avrebbe il consenso sociale di cui gode oggi”

Palermo ricorda don Puglisi

16 settembre 2010

“il manifesto”
16 settembre 2010

Luca Kocci

«Padre, questa è una rapina», gli dice Gaspare Spatuzza. Subito dopo Salvatore Grigoli gli spara un colpo, un solo colpo di pistola alla nuca, da pochi centimetri. Viene ucciso così don Pino Puglisi, parroco a Brancaccio, a Palermo, 17 anni fa, la sera del 15 settembre 1993. Ucciso per il suo impegno antimafia poco appariscente ma concreto. Non era un “professionista dell’antimafia”, non compariva in tv ma tutti i giorni lavorava per rendere vivibile un quartiere ostaggio della mafia, per educare le persone a non sottomettersi e a rivendicare i propri diritti. «Cercava di levare i ragazzini dalle mani dei criminali per non farli diventare mafiosi, faceva manifestazioni, tutto questo dentro quel quartiere che era un regno dei Graviano», dirà al processo il pentito Antonio Calvaruso. Era diverso padre Puglisi dagli altri parrini, espressione paradigmatica che fonde in un’unica parola prete e padrino, perché «un prete che si fa i fatti suoi campa cent’anni – aggiunge un altro pentito, Salvatore Cancemi – Questo qua invece disturbava Cosa Nostra». Anomalo, quindi, rappresentante di una chiesa altra, non sottomessa né collusa, che andava ricondotto all’ordine, oppure tolto di mezzo.

Nato il 15 settembre 1937 proprio a Brancaccio, Puglisi segue il percorso tradizionale di un giovane che vuole diventare prete: le scuole, i gruppi ecclesiali, il seminario, fino all’ordinazione sacerdotale nel 1960, per le mani del cardinal Ernesto Ruffini, quello che sosteneva che la mafia era un’invenzione dei comunisti. Quindi i primi incarichi in parrocchia a Palermo, poi, dal 1970, a Godrano, paese di montagna dilaniato da una faida familiare risalente ad inizio ‘900. Nel 1978 il ritorno a Palermo e l’avvio di quella che sembra essere una brillante carriera ecclesiastica: direttore del Centro diocesano vocazioni e, a Roma, consigliere del Centro nazionale vocazioni della Cei.

Nel 1990 la svolta: il cardinale Pappalardo, arcivescovo di Palermo, lo nomina parroco di San Gaetano, a Brancaccio, e Brancaccio, in un certo senso, lo convertirà. Un po’ come accadde a Oscar Romero: vescovo moderato inviato a San Salvador negli anni della dittatura militare, si immerge nella realtà sociale in cui vive, incarnandosi nelle situazioni e nelle lotte del suo popolo, fino al martirio, per mano degli squadroni della morte dei generali. E così sarà per don Puglisi: un prete tranquillo, inviato a Brancaccio anche per normalizzare una parrocchia considerata di sinistra, si tuffa in una realtà sociale di povertà e sottomissione al dominio mafioso, lotta tutti i giorni per modificarla, finendo ammazzato. Quartiere «ad alta densità mafiosa», recitano le formule sociologiche, protagonista della guerra di mafia dei primi anni ’80, dominio incontrastato dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Don Puglisi accetta l’incarico, perché è un prete obbediente e perché si tratta di un ritorno a casa. Brancaccio «è una terra di nessuno, i bambini vivono in strada e dalla strada imparano solo le lezioni della delinquenza», lo descrive lo stesso Puglisi. C’è povertà materiale e culturale: «L’evasione scolastica è dovuta al fatto che Brancaccio è l’unico quartiere di Palermo in cui non esiste una scuola media perché questo fa comodo a chi vuole che l’ignoranza continui. Come strutture civili abbiamo solo la delegazione di quartiere. In sostanza si fa prima a dire quello che c’è: tutto il resto manca», nota ancora.

Puglisi comincia dai bambini: li trova in mezzo alla strada e li porta in parrocchia, non per catechizzarli ma per farli giocare, educandoli al rispetto delle regole. Poi gli adulti e il resto del quartiere. Inizia la collaborazione con il Comitato intercondominiale di via Hazon, dove in alcuni palazzoni il Comune ha stipato centinaia di sfrattati. Con il Comitato, porta avanti la battaglia per la costruzione delle fogne, di un presidio socio-sanitario, della scuola media. E contemporaneamente rompe i legami fra la parrocchia e i mafiosi: vieta al Comitato feste di passare per la case a riscuotere i soldi – quasi un pizzo – e stravolge la festa del patrono, diventata una vetrina per gli uomini d’onore che portando la statua o guidando la processione legittimano simbolicamente il loro ruolo di capi, con la benedizione della chiesa; respinge le offerte dei boss e gli aiuti dei democristiani; dice no ai mafiosi che vogliono fare i padrini di battesimo e di cresima.

Arrivano tre suore e un viceparroco per dargli una mano, nasce il Centro Padre Nostro: spazio socio-culturale, centro di assistenza per i più poveri, luogo dove si impara a conoscere e a rivendicare i propri diritti, spezzando i meccanismi di sottomissione e di clientelismo che da sempre regolano la vita a Brancaccio. Si moltiplicano gli scontri con i notabili democristiani: Puglisi rispedisce al mittente i “santini” che vengono portati in parrocchia ad ogni tornata elettorale, attacca gli uomini della Dc quando si presentano a raccattare voti, in un’assemblea pubblica invita i cittadini di Brancaccio a «non chiedere come favore ciò che è vostro diritto ottenere».

Ha passato il segno ed inizia ad essere osservato più da vicino dai Graviano. Nel 1993 la situazione precipita. Il 21 maggio la parrocchia organizza una fiaccolata per ricordare la strage di Capaci e il giorno dopo, puntuale, arriva la prima forte intimidazione: viene incendiato il camion della ditta che stava effettuando dei lavori di ristrutturazione in parrocchia. A giugno Puglisi e il Comitato intercondominiale portano una troupe del Tg3 a filmare il degrado e l’illegalità di via Hazon, e pochi giorni dopo, nella stessa notte, vengono incendiate le porte delle abitazioni dei tre leader del Comitato. La domenica successiva, dal pulpito, durante l’omelia Puglisi attacca frontalmente i mafiosi: «Non siete uomini, ma animali». A luglio manifestazione antimafia in piazza per ricordare la strage di via D’Amelio, e la sera stessa un giovane animatore della parrocchia viene aggredito. Anche il cardinale scarica il prete che inizia a sentirsi solo e a temere per sé e per i propri collaboratori, a cui chiede una maggiore prudenza. Ma il prossimo obiettivo ormai è lui, don Puglisi, che viene ucciso nel giorno del suo compleanno.

I processi – in cui la Curia di Palermo non si costituisce parte civile – condannano mandanti (i fratelli Graviano all’ergastolo) ed esecutor materiali. La chiesa, invece, è tiepida: parla di don Puglisi, ma il processo di beatificazione è fermo al palo e soprattutto il Vaticano non intende riconoscere al prete ammazzato dalla mafia il titolo di “martire”. Troppo eversivo affermare che chi si oppone alla mafia fino alla morte è un martire: che figura farebbe tutta quella parte di chiesa che non solo non si oppone ma convive tranquillamente con mafia, camorra e ‘ndrangheta?

«La figura tipica del prete meridionale è di un onesto burocrate del sacro: amministra i sacramenti, insegna un po’ di catechismo ai bambini, soccorre qualche famiglia in difficoltà. Per il resto, meno interrogativi si pone, e pone, ai parrocchiani, e più viene apprezzato», spiega Augusto Cavadi, teologo palermitano, autore del Dio dei mafiosi (Edizioni San Paolo). «In questo scenario, i mafiosi possono accettare che un prete organizzi marce e fiaccolate in difesa della legalità democratica? Che chieda alle autorità di far sgombrare locali abusivamente adibiti a deposito di sigarette di contrabbando e di droghe illegali? Che critichi gli amministratori esperti in pratiche clientelari quanto incapaci di attivare spazi sociali istituzionali? Che vada a visitare familiari di mafiosi per problematizzare la compatibilità di certi criteri etici con i dettami evangelici? Evidentemente no. Un prete va bene solo nella misura in cui non insiste sul messaggio di Gesù: la dignità di ogni uomo e di ogni donna. Può essere lasciato in pace se, a sua volta, lascia in pace padroni e padrini: se, come diceva monsignor Helder Camara, aiuta i poveri ma evita di chiedersi perché questo sistema socio-economico produca poveri. Allora si possono capire le resistenze sinora opposte da ambienti vaticani alla canonizzazione di don Puglisi: additarlo alla venerazione dei fedeli significherebbe ammettere che, per un prete, l’impegno per la libertà e la giustizia nel territorio costituisca non un optional, se non deviazione, rispetto alla sua missione, bensì un elemento costitutivo, irrinunciabile».

Papa Ratzinger andrà a Palermo, il prossimo 3 ottobre, per incontrare famiglie e giovani, e un gruppo di associazioni ecclesiali di base palermitane gli ha scritto per chiedere che «venga solennemente riconosciuta dalla Chiesa, come martirio cristiano, la morte di don Puglisi, ucciso dalla mafia». Dare questo valore alla morte di un uomo «che non ha piegato la testa al potere mafioso« in nome del Vangelo sarebbe un segno di «svolta», affermano le associazioni. Ma, fino ad ora, dal Vaticano nessuna reazione: è una svolta che non piace.

Il vescovo di Macerata critica il biblista Maggi. Ma poi ci ripensa

11 settembre 2010

“Adista”
n. 66, 11 settembre 2010

Luca Kocci

Per sferrare l’attacco al Centro studi biblici “Giovanni Vannucci”, animato dai servi di Maria p. Alberto Maggi e p. Ricardo Perez Marquez, il vescovo di Macerata, mons. Claudio Giuliodori, ha scelto un’occasione solenne e un luogo simbolico: l’omelia della messa per la festa del patrono, celebrata nella chiesa collegiata intitolata a san Donato, lo scorso 7 agosto, di fronte a centinaia di fedeli. La predicazione di p. Maggi e di p. Perez Marquez – ma probabilmente Giuliodori più che alle lezioni bibliche si riferiva ad una recente apparizione di Maggi alla trasmissione televisiva Unomattina, durante la quale aveva auspicato da parte della Chiesa una dottrina più umana nei confronti degli omosessuali – è stata definita dall’ex direttore dell’Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali della Cei (ai tempi della presidenza Ruini) molto personale e poco in linea con il magistero ufficiale della Chiesa cattolica: “Chiesa e Parola di Dio – ha aggiunto mons. Giuliodori – sono in sostanza una cosa sola, nessuno può avere la pretesa di separare le due cose. Attenzione quindi a ciò che si dice e a come lo si dice perché, se è vero che si è liberi di leggere e interpretare i libri, è anche vero che diventa difficile capire chi vuole dare un significato diverso a ciò che diverso non può essere”.

Le reazioni dei frequentatori del Centro studi – dove da oltre 15 anni si conducono attività di studio e di divulgazione popolare della Bibbia, anche attraverso incontri, conferenze e settimane di spiritualità in numerose città italiane, nonché decine di pubblicazioni tutte edite da case editrici cattoliche, soprattutto Cittadella di Assisi, e spesso utilizzate come testi di studio nelle facoltà teologiche – non si sono fatte attendere, come del resto già qualche mese fa quando ad attaccare p. Maggi e il Centro studi era stato un piccolo sito internet (www.pontifex.roma.it) del tradizionalismo cattolico (v. Adista n. 37/10): centinaia di messaggi di solidarietà sono arrivati al Centro, anche tramite facebook, e altrettanti sono stati indirizzati a mons. Giuliodori per difendere e sostenere le attività del centro dei Servi di Maria, tanto che il vescovo, qualche settimana dopo, in un’intervista al giornale radio della Rai regionale ha in parte rettificato le sue affermazioni, parlando del “lodevole lavoro di p. Maggi”. Segno che più che ad errori di natura teologica – totalmente assenti nelle attività del centro –, Giuliodori abbia voluto dare seguito ai mal di pancia espressi da alcuni settori del clero locale e dalle comunità neocatecumenali che non vedono di buon occhio il grande successo del Centro, a cui affluiscono migliaia di credenti da ogni parte d’Italia. Al vescovo si sono rivolti gli stessi responsabili del Centro con una lettera a cui però mons. Giuliodori non ha ancora dato risposta.

“Siamo piuttosto meravigliati per le parole del vescovo – spiega ad Adista p. Maggi – anche perché mons. Giuliodori in questi anni non è mai venuto al Centro. Riceviamo continuamente parole di incoraggiamento e di ringraziamento da tante componenti della vita ecclesiale, dai parroci ai vescovi, dai monasteri di clausura ai missionari, per questo ci sorprende un giudizio così negativo che respingiamo. L’obiettivo del Centro è essere un ponte per le persone lontane, quelle che si sono allontanate dalla Chiesa o quelle che non la conoscono. La risposta è andata in questi anni al di là delle aspettative, e tante persone ritrovano la fede, accedono ai sacramenti, cambiano stile di vita. La nuova evangelizzazione non è un mandato della Chiesa? Non conoscendoci, pensiamo che tali giudizi negativi siano frutto di malevoli dicerie, di gelosie o rancori personali”. Il Centro studi, prosegue p. Maggi, “non fa altro che annunciare la verità di sempre con il linguaggio attuale” e dispiace che dalla diocesi “non venga la comprensione ma l’ostilità. È possibile che ciò che con papa Giovanni Paolo II ho potuto dire liberamente per anni alla Radio Vaticana, ottenendo il suo entusiastico appoggio, venga ora visto ‘poco in linea con i dogmi ufficiali della Chiesa cattolica’?”.