Archive for ottobre 2010

Lo stop del papa: «L’amore non è merce»

31 ottobre 2010

“il manifesto”
31 ottobre 2010

Luca Kocci

Berlusconi non viene nominato esplicitamente, ma le parole che Benedetto XVI ha rivolto ieri ai 50mila ragazzi dell’Azione cattolica radunati in piazza San Pietro sembrano puntare direttamente al premier e alla vicenda Ruby: “Non dovete adattarvi ad un amore ridotto a merce di scambio, da consumare senza rispetto per sé e per gli altri”, ha detto il papa, che ha anche criticato “l’amore proposto dai media”, definendolo invece “egoismo”. Anche fra le righe del saluto ai giovani dell’Ac da parte del presidente della Cei Angelo Bagnasco è possibile cogliere una bacchettata a Berlusconi: il mondo degli adulti “ha il dovere di esservi di esempio e di dirvi parole vere e alte”, ha detto Bagnasco, “voi aiutateci ad essere educatori credibili ed efficaci”.

Certamente parole che non possono essere definite di condanna netta – come ad esempio quelle del settimanale Famiglia Cristiana che aveva parlato di un premier malato e non più credibile –, tuttavia il silenzio è stato rotto.

Molto più esplicito, invece, il quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, con un editoriale affidato al direttore Marco Tarquinio, che si dice interessato non tanto a quello del premier, quanto allo “stato di salute delle istituzioni repubblicane”. E proprio per questo, scrive, bisogna appurare se Berlusconi, “in qualità di primo responsabile del potere esecutivo della Repubblica, abbia operato o no una inconcepibile pressione indebita sulla Questura di Milano per favorire una ragazza minorenne in stato di fermo, inducendo le forze di polizia a violare alcune regole”: da Maroni ci attendiamo in Parlamento “una risposta esauriente e definitiva”. Ma al di là di questo, scrive il direttore di Avvenire, “siamo convinti che l’Italia e gli italiani si aspettino da chi siede al vertice delle istituzioni dello Stato la dimostrazione di sentirsi gravato, oltre che di un indubbio e legittimo potere, di stringenti doveri. Sobrietà personale e decoroso rispetto di ciò che si rappresenta sono quelli minimi. E riguardano il linguaggio tanto quanto lo stile di vita”.

Silenzio assoluto, invece, da parte dei mezzi di informazione della Santa Sede: L’Osservatore Romano e Radio Vaticana non dedicano nemmeno una parola alla vicenda, come se non fosse successo nulla. È la consueta linea dettata dal segretario di Stato vaticano, il cardinal Tarcisio Bertone: mai dare dispiaceri al presidente del Consiglio.

Vite in vendita. Gruppo Abele e Caritas contro lo sfruttamento dei migranti

30 ottobre 2010

“Adista”
n. 81, 30 ottobre 2010

Luca Kocci

Giovani, tra i 20 e i 40 anni, soprattutto uomini, celibi o sposati, ma senza famiglia al seguito, provenienti da Europa dell’est, Africa, America Latina ma anche Cina. È l’identikitdei migranti vittime di tratta e sfruttamento a scopo lavorativo in Italia secondo un monitoraggio effettuato dal Gruppo Abele e reso pubblico lo scorso 18 ottobre, durante un convegno in occasione della Giornata europea contro la tratta degli esseri umani.

Giunti in Italia per intermediazione di “caporali”, a cui devono una parte del loro futuro guadagno, oltre ad una cifra iniziale con cui “comprano” un contratto che in realtà non verrà mai stipulato, lavorano 10-15 ore al giorno per 20-30 euro – una paga misera contro cui hanno manifestato, la scorsa settimana, gli immigrati del casertano e del napoletano, sostenuti anche dalla Chiesa di base (v. Adista n. 79/10) –, per lo più in agricoltura o nell’edilizia. Ovviamente in condizioni di grave insicurezza, con vitto e alloggio (spesso fatiscente) forniti dallo stesso datore di lavoro, che in questo modo si guadagna la “riconoscenza” oltre che la totale dipendenza del lavoratore. Ad essere sfruttate anche molte badanti, come ha spiegato Alessandra D’Angelo, operatrice dello Sportello giuridico Inti, del Gruppo Abele: “Molte badanti o lavoratrici domestiche percepiscono compensi in linea con i parametri salariali previsti dai contratti italiani, ma vengono pagate in nero, restando così prive del permesso di soggiorno e spesso vivono nella casa presso cui prestano servizio. Anche per loro, come per molti braccianti, perdere il lavoro significa anche perdere la casa in cui vivere e questo compromette la capacità contrattuale del lavoratore”.

“La vita delle persone non si vende e non si compra”, ha detto don Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele, “e non può chiamarsi civile una società in cui non si producono le condizioni perché la vita sia rispettata. Lo sfruttamento crea ingiustizia e insicurezza sociale e non può esservi vero benessere per nessuno finché questo poggia sulla riduzione dell’altro a strumento di vantaggio per fini economici”.

Invisibili, privi di legami sociali e sanitari, i migranti sfruttati finiscono spesso per essere intercettati dalle forze dell’ordine ed espulsi come clandestini. Eppure, ha spiegato Oliviero Forti della Caritas Italiana, “in Italia esiste un sistema normativo riconosciuto a livello internazionale a sostegno delle vittime di tratta che persegue gli sfruttatori, ma le risposte in quest’ambito si sono indirizzate quasi esclusivamente verso la forma più evidente e raggiungibile dello sfruttamento, quello per fini sessuali. Mentre per quanto riguarda lo sfruttamento lavorativo, a fronte di un dilagare del fenomeno nel nostro Paese, non sono stati rivisti e attualizzati gli strumenti giuridici che avrebbero dovuto aiutare le vittime”. Come per esempio il rilascio di uno speciale permesso di soggiorno in caso di grave sfruttamento, previsto dall’articolo 18 del Testo unico per l’immigrazione. Una norma che, come ha illustrato Lorenzo Trucco, dell’Associazione Studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), consentirebbe ai lavoratori stranieri sfruttati di poter ricostruire un progetto migratorio. Però, ha aggiunto, “sono ancora pochi i casi di applicazione dell’articolo 18 per persone vittime di sfruttamento lavorativo, perché, a differenza dei casi di sfruttamento a fini sessuali, è più difficile dimostrare tramite indagine la presenza del reato di sfruttamento lavorativo”. In pochi denunciano gli sfruttatori, per paura e perché non ravvisano l’utilità che potrebbe scaturire dall’avvio di una vertenza nei confronti dei datori di lavoro, ha proseguito Marco Paggi, dell’Asgi: molti immigrati, a cui pure lo Stato dovrebbe garantire la tutela, “temono di poter essere successivamente espulsi e per questo rinunciano ai propri diritti e accettano le condizioni di lavoro dettate dallo sfruttatore. Una paura che è cresciuta con l’emanazione del ‘pacchetto sicurezza’, che prevede l’espulsione obbligatoria degli immigrati non in regola con il permesso di soggiorno”.
La speranza, queste le conclusioni del convegno, arriva dall’Europa, una cui direttiva – la 2009/52/Ce – introduce sanzioni e provvedimenti nei confronti di datori di lavoro che impiegano cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare e che apre delle possibilità di regolarizzazione per i lavoratori presenti in modo irregolare sul territorio. L’Italia, però, ancora non l’ha recepita e resta quindi del tutto inattuata.

Aumentano i poveri, diminuisce la politica. La denuncia di Caritas e Fondazione Zancan

30 ottobre 2010

“Adista”
n. 81, 30 ottobre 2010

Luca Kocci

In Italia, sempre più poveri e risposte sempre meno efficaci. È l’impietosa analisi emersa dal nuovo Rapporto(il decimo) su povertà ed esclusione sociale curato da Caritas italiana e Fondazione Zancan.

I poveri in Italia, secondo Caritas-Fondazione Zancan, sarebbero 8.370.000, oltre mezzo milione in più di quelli presenti nei dati ufficiali dell’Istat, che ne ha contati ‘solo’ 7.810.000, come se la povertà fosse diminuita (si è trattato del secondo errore in pochi giorni, sempre a favore del governo Berlusconi, dell’Istituto nazionale di Statistica, che aveva diminuito sensibilmente il tasso di disoccupazione: l’11% secondo la Banca d’Italia, appena l’8,5% secondo l’Istat, ndr). “Si tratta però di un’illusione ‘ottica’, strumentalizzabile dalla politica – replicano all’Istat Caritas e Fondazione Zancan – perché l’impoverimento complessivo della popolazione ha portato a un abbassamento della spesa per i consumi e di conseguenza della linea statistica di povertà”. Quindi, proseguono, i poveri risultano essere 560mila in più di quelli ottimisticamente censiti dall’Istat. Inoltre, a questi andrebbero aggiunti altri 800mila italiani che, “pur non essendo poveri, si sono ‘impoveriti’ ed hanno sostanzialmente cambiato il loro tenore di vita negli ultimi tempi”.

Ad essere povere “non sono soltanto le persone che vivono ai margini della vita sociale, con mezzi di fortuna, affidandosi alla benevolenza e alla carità di molte persone”, aggiunge il Rapporto. “Sempre di più a vivere in questa condizione sono persone e famiglie che non sembrano povere, anche perché nascondono la loro imprevista precarietà, proteggono la loro condizione di vita dai giudizi e dai pregiudizi. La crisi economica in corso non ha fatto che aggravare la situazione: famiglie numerose con figli piccoli, donne sole con figli, anziani con reddito da pensione insufficiente, con ridotta autonomia, sono altrettanti volti della povertà”.

E le risposte di natura emergenziale messe in atto dal governo, a cominciare dalla cosiddetta social card voluta dal ministro Giulio Tremonti, sono del tutto inadeguate. “Gli interventi in emergenza sono per loro natura di breve periodo, basati su trasferimenti di denaro, su risposte a bisogni vitali, soprattutto alimentazione e alloggio. In questo modo si riduce momentaneamente la sofferenza e l’isolamento, ma questo non basta per uscire dalla povertà”, denunciano Caritas e Fondazione Zancan. “In altri Paesi diventare poveri non significa rimanere poveri, ma avere ragionevole speranza di poterne uscire nel breve periodo, con l’aiuto istituzionale e sociale, con il proprio impegno personale per passare da una condizione di esclusione a un’integrazione sociale rinnovata”. In Italia, invece, i poveri sono destinati a restare poveri, perché un programma complessivo e articolato di lotta alla povertà “non è purtroppo nell’agenda istituzionale, nemmeno in ambito locale”.
Ad aggravare la situazione, e ad accrescere di conseguenza le responsabilità del governo, l’aumento dell’evasione e dell’elusione fiscale, come denuncia mons. Mariano Crociata, segretario generale della Conferenza episcopale italiana: “La sottrazione di risorse dovute alla comunità pesa sugli onesti, sottraendo loro legittime risorse, e diminuisce la disponibilità di aiuti agli indigenti”.

Tremonti contro Tremonti? Sull’esenzione dell’Ici alla Chiesa, il ministro torna sui suoi passi

30 ottobre 2010

“Adista”
n. 81, 30 ottobre 2010

Luca Kocci

Più che la laicità dello Stato poté la crisi economica. Pare infatti che il governo, a causa delle sempre più pressanti esigenze di bilancio, sia sul punto di ripristinare l’Ici sui beni immobili di proprietà ecclesiastica. Il condizionale è più che mai d’obbligo: Conferenza episcopale italiana e Vaticano già si apprestano ad innalzare le barricate per mantenere intatto il loro privilegio, e in ogni caso l’iterlegislativo è ancora lungo e accidentato.

L’abolizione dell’esenzione dell’Ici – introdotta da Berlusconi nel 2005 e sostanzialmente confermata da Prodi nel 2007 (v. Adista nn. 61, 69/05 e 81/07) – è inserita in un comma del decreto sul federalismo fiscale municipale approvato dal governo lo scorso 4 agosto. Viene infatti introdotta una nuova tassa, l’Imposta unica municipale (Imu), che assorbe l’Ici, cancellando alcune esenzioni, fra cui quelle per i soggetti “destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive”. Quindi dal 2014, se l’Imu effettivamente entrerà in vigore, dovranno ricominciare a pagare le tasse sugli immobili tutti gli enti ecclesiastici che operano nella sanità (come ospedali e cliniche private cattoliche), nella formazione (scuole private cattoliche), nel turismo (conventi trasformati in alberghi e bed and breakfast) e altre strutture analoghe. Continueranno invece a restare esentati le chiese e i luoghi di culto e gli immobili che godono dell’extraterritorialità.

Immediato l’allarme lanciato dalla Cei, che su Avvenire (20/10) dedica un’intera pagina alla questione, titolando “Imu 2014, a rischio assistenza e carità”. Ma sul piede di guerra è anche tutto il mondo del Terzo settore che sarebbe ugualmente colpito dal provvedimento: questa tassa “colpirebbe al cuore il no profit, che sarebbe costretto a vendere le proprietà e a sospendere i servizi ai più deboli”, dichiara Andrea Olivero, presidente delle Acli e portavoce nazionale del Forum del Terzo Settore. E pure i Comuni italiani, con la Conferenza unificata dei Comuni chiamata a dare un parere sul decreto sul federalismo fiscale prima che lo stesso venga discusso in Parlamento, non sarebbero entusiasti della nuova norma.

Una serie di ostacoli che suggeriscono ai tecnici del ministero dell’Economia guidato da Giulio Tremonti di dire, sebbene non ufficialmente, che il testo potrebbe essere modificato prima dell’adozione definitiva. E che rendono complessivamente convinti i radicali Maurizio Turco e Carlo Pontesilli – paladini della battaglia per abolire i privilegi fiscali agli enti ecclesiastici – che anche questa volta non se ne farà nulla e tutto resterà come prima.

Ma sul fronte esenzioni e privilegi fiscali alla Chiesa cattolica torna a muoversi l’Europa che, dopo le richieste di informazioni già inoltrate in passato ai governi italiani (v. Adista n. 49/07), alla fine di settembre ha chiesto nuovi chiarimenti all’Italia in merito all’esenzione dall’Ici e dal 50% dell’Ires (Imposta sul reddito delle società) per gli enti ecclesiastici, avanzando l’ipotesi che possa trattarsi di illegittimi “aiuti di Stato”, dal momento che garantirebbero dei vantaggi economici, in un regime di concorrenza, a strutture che svolgono anche attività commerciali. Non si tratta dell’apertura di una indagine ufficiale – come chiedono Turco e Pontesilli – ma un’ulteriore approfondimento del caso che, come ha dichiarato il portavoce del Commissario dell’Unione europea alla Concorrenza, Joaquin Almunia, “non è completamente chiuso”.

Contro la clandestinità del lavoro. A Caserta, la protesta dei migranti

23 ottobre 2010

“Adista”
n. 79, 23 ottobre 2010

Luca Kocci

“Oggi non lavoro per meno di 50 euro”: è il cartello che almeno 2mila lavoratori immigrati, per lo più africani, hanno tenuto ben in vista, lo scorso 8 ottobre, presentandosi, regolarmente all’alba, alle rotonde e lungo le strade dove i ‘caporali’ li reclutano per farli sgobbare nei campi e nei cantieri edili per una paga di 20 euro al giorno ma rifiutandosi di lavorare. Uno sciopero per i diritti e la dignità, senza i sindacati, ma autorganizzato dal movimento dei migranti e dei rifugiati di Caserta e della Campania e sostenuto dalle associazioni antirazziste, dal centro sociale Ex Canapificio di Caserta e dalla Chiesa di base, con i comboniani di Castel Volturno e i sacramentini di Caserta in prima fila.

“Scioperiamo perché non vogliamo essere considerati solo per le nostre braccia, ma anche per ciò che pensiamo, per ciò che siamo”, spiega Mamadou Sy, presidente della Comunità senegalese di Caserta. “Mai prima d’ora gli immigrati sfruttati hanno scioperato così massicciamente, decidendo coraggiosamente di mostrarsi, col rischio di rappresaglie dei caporali o di compromettere il rapporto di lavoro con il padroncino di turno”, aggiungono gli attivisti dell’Ex Canapificio. “Il risultato più importante, oltre al blocco della produzione per un giorno in almeno venti centri fra Caserta e Napoli, è che i padroni e i caporali hanno scoperto che non hanno davanti a sé schiavi o bestie da lavoro, ma persone e lavoratori che hanno dei diritti e che sanno difenderli”.

Il giorno successivo, il 9 ottobre, in 3mila hanno manifestato a Caserta, fin sotto la prefettura, e il 14 e 15, a Roma, con un presidio in piazza Santa Maria Maggiore, all’Esquilino, e una piattaforma più articolata: contrastare lo sfruttamento del lavoro nero, con il recepimento della Direttiva europea 52, che prevede la regolarizzazione delle vittime di sfruttamento sul lavoro che denunciano il loro sfruttatore; applicare ed estendere l’articolo 18 del Testo Unico – che assegna uno speciale permesso di soggiorno – anche a chi denuncia di essere stato costretto all’irregolarità del lavoro; mettere in campo un percorso permanente di emersione che, oltre a dare la possibilità a chi è stato truffato nel corso dell’ultima sanatoria di ottenere il permesso di soggiorno, offra una uscita generalizzata dalla schiavitù e dallo sfruttamento per centinaia di migliaia di migranti ancora oggi costretti alla clandestinità; prorogare la durata del permesso di soggiorno, garantire il permesso a chi oggi ha perso il lavoro e fatica a trovarne uno nuovo senza che incomba la minaccia di espulsione; contrastare il razzismo istituzionale che si manifesta a livello nazionale e locale.

Ad appoggiare le rivendicazioni anche la Chiesa casertana, con un documento sottoscritto da mons. Bruno Schettino, arcivescovo di Capua e presidente della Fondazione Migrantes, mons. Pietro Farina, vescovo di Caserta, mons. Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta, le suore orsoline di Casa Rut a Caserta, i comboniani di Castel Volturno e i sacramentini di Caserta, don Oreste Farina, parroco di San Nicola La Strada (Ce), don Antonello Giannotti, della Caritas di Caserta, don Stefano Giaquinto, della Migrantes di Capua, e don Nicola Lombardi, della Migrantes di Caserta: il premesso di soggiorno è la prima e necessaria condizione per “l’estensione dei diritti” e la fine dello “sfruttamento”.

Adista ha intervistato p. Antonio Bonato, della comunità dei comboniani di Castel Volturno, e p. Giorgio Ghezzi, della comunità dei sacramentini di Caserta

 

P. Antonio Bonato: uno sciopero per i diritti e la dignità

Quali erano gli obiettivi e il senso dell’iniziativa?
Riprendersi in mano la dignità, propria di ogni essere umano, che non viene elargita esclusivamente dal permesso di soggiorno ma dalla scelte coraggiose di vita contro tutto ciò che sfrutta e opprime il nostro esistere; denunciare il lavoro nero, che è l’unica possibilità di lavorare per chi è senza documenti, anche per chiedere al nostro governo di applicare la normativa europea sull’emersione del lavoro in nero ed estendere l’articolo 18 del testo unico anche a chi denuncia di essere stato costretto all’irregolarità del lavoro; e riconoscere il diritto ad avere un tenore di vita sufficiente che corrisponda alle capacità lavorative di ciascuno. Più obiettivi quindi perché il permesso di soggiorno, seppur un punto di partenza imprescindibile, serve a poco se si continua a rimanere senza lavoro, senza una casa decente in cui vivere, senza possibilità di formazione, senza la possibilità di condurre una vita il più possibile normale. I “ribelli delle rotonde” ci hanno detto questo, ci hanno chiesto di stare insieme a loro ed intensificare la lotta per la vita piena di tutti mettendo in campo un percorso permanente di emersione dalla clandestinità.

Complessivamente come è andata?
Direi molto bene. La partecipazione è stata massiccia. È iniziato qualcosa di nuovo ed è stato lanciato un segnale coraggioso a tutti gli italiani da chi forse meno ci aspettavamo: non bisogna avere paura quando si lotta per il diritto di esistere. E poi è stata l’occasione per capire che ciascun immigrato deve fare le sue scelte per partecipare attivamente allo sviluppo del suo futuro senza deleghe a nessuno.

Come Chiesa perché era importante essere accanto e insieme agli immigrati?
La dottrina sociale della Chiesa difende il concetto di lavoro come risorsa in grado di dare senso all’identità personale, di riconoscere talenti e capacità, di formare persone competenti, di contribuire al bene comune nella prospettiva del servizio. Il lavoro che gli immigrati ricercano e trovano ai Kalifoo Ground (il termine che gli immigrati usano per indicare le rotonde, le piazze, gli incroci o i luoghi dove stazionano in attesa di qualcuno che li prenda a lavorare: letteralmente significa luogo del capo, cioè luogo del caporalato) non mi pare corrisponda a ciò che la Chiesa nella sua dottrina sociale insegna. Perciò lo sciopero doveva essere sostenuto anche da noi, da chi predica dal pulpito che il lavoro non può essere fine a se stesso e non può essere strumento di sfruttamento e oppressione, bensì strumento di dignità per migliorare la qualità della propria vita.

L’iniziativa cadeva anche a poco più di 2 anni dalla strage di Castel Volturno del 18 settembre 2008…
Si fa apparire Castel Volturno come un mondo a parte, un mondo oscuro dove droga e prostituzione la fanno da padroni, dove, ancora dopo due anni, pur con le evidenze investigative del processo in corso, c’è chi pensa che i sei ghanesi uccisi non siano vittime della camorra, ma nascondano chissà quali crimini. Ebbene, in questo mondo a parte, la vita continua con le sue speranze e le sue sofferenze, con le sue lotte e il suo disagio, e dice all’Italia intera che qui, nonostante tutto, è possibile costruire un modello di vita diverso e più arricchente di quello a cui siamo abituati.

 

P. Giorgio Ghezzi: convertirsi al Vangelo di liberazione degli oppressi

P. Giorgio, cosa ha significato per te partecipare allo sciopero dei migranti?
Stare dalle 5 del mattino insieme ai fratelli immigrati alla fatidica rotonda dove si cerca il lavoro a giornata, che quasi sempre non c’è, e provare cosa significhi sopportare ogni mattina la sensazione di schiavitù, sentirsi cioè sfruttati perché costretti a stare alle regole imposte dai padroni di turno, che sanno di avere sempre qualcuno che accetterà la loro proposta al ribasso, per una pesante e lunga giornata di lavoro sottopagata, e guardare come questi fratelli alzano la testa e gridano l’ingiustizia, invisibili nell’indifferenza dei più, ti rende consapevole che quello che stai facendo con loro, cioè lottare per i diritti, è il minimo che puoi fare, senti che devi esserci e che comunque sei ancora molto lontano dalla responsabilità a cui ti chiama il Vangelo.

Come Chiesa perché era importante essere accanto e insieme agli immigrati?
Esserci era indispensabile: in quei momenti o sei con gli oppressi oppure hai tradito il Vangelo di Gesù. E la Chiesa ha risposto: certamente quella di base, ma anche qualche realtà ecclesiale diocesana e pure i vescovi, non solo mons. Nogaro, che c’è sempre e ancora prima che ci si butti nella lotta, ma anche il nuovo vescovo di Caserta, che con modalità diverse ha appoggiato l’iniziativa, e quello di Capua, che io penso sia stato ‘convertito’ dai volti e dalle storie che ha incontrato a Castel Volturno. Sono i poveri che ci salvano: questa è una delle cose che ho imparato dal Vangelo.

Non missione di pace, ma guerra per gli interessi di pochi. Appello di religiosi per l’Afghanistan

23 ottobre 2010

“Adista”
n. 79, 23 ottobre 2010

Luca Kocci

La guerra in Afghanistan non si combatte per portare pace e democrazia ma perché quel territorio “è un nodo strategico per il controllo delle energie, per il profitto di alcuni gruppi industriali italiani, per una egemonia economica internazionale, per una volontà di potenza che rappresenta un neocolonialismo mascherato da intenti umanitari e democratici, poiché questi non si possono mai affermare con armi e violenza”. Lo scrivono in un documento-appello – redatto e reso noto in occasione del decimo anno di guerra, quindi pochi giorni prima dell’attentato in cui sono stati uccisi i quattro militari delle Forze armate italiane (v. notizia precedente) – alcuni preti, religiosi e religiose che lavorano in Campania: il vescovo emerito di Caserta, mons. Raffaele Nogaro, don Giorgio Pisano, i comboniani di Napoli Alex Zanotelli e Domenico Guarino, le comboniane di Torre Annunziata, le orsoline di Casa Rut e i sacramentini di Casa Zaccheo a Caserta e i comboniani di Castel Volturno. A loro, promotori dell’appello, si sono aggiunte in pochi giorni più di 1500 persone che hanno sottoscritto il documento sul sito internet del periodico Il Dialogo(www.ildialogo.org).

“In quel lontano e tragico 7 ottobre 2001 (giorno dell’inizio dei bombardamenti su Kabul, ndr)il governo Usa, appoggiato dalla Coalizione internazionale contro il terrorismo, ha lanciato un attacco aereo contro l’Afghanistan. Questa guerra continua nel silenzio e nell’indifferenza – si legge nel documento –, nonostante l’infinita processione di poco meno di 2mila bare dei nostri soldati morti. Che si tratti di guerra è ormai certo, sia perché tutti gli eserciti coinvolti la definiscono tale, sia perché il numero dei soldati che la combattono e le armi micidiali che usano non lasciano spazio agli eufemismi della propaganda italiana che continua a chiamarla ‘missione di pace’. Si parla di 40mila morti afghani (militari e civili), e il meccanismo di odio che si è scatenato non ha niente a che vedere con la pace. Come si può chiamare pace e desiderare la pace, se con una mano diciamo di volere offrire aiuti e liberazione e con l’altra impugniamo le armi e uccidiamo?”.

“La guerra in Afghanistan – prosegue il testo – ha trovato in Italia in questi quasi dieci anni unanime consenso da parte di tutti i partiti, soprattutto quando erano nella maggioranza, e di tutti i governi”, di qualsiasi colore. “Rileggere le dichiarazioni di voto in occasione dei ricorrenti finanziamenti della missione rivela, oltre devastanti luoghi comuni e diffuso retorico patriottismo, un’unanimità che il nostro Parlamento non conosce su nessun argomento e problema. Perché solo la guerra trova la politica italiana tutta d’accordo? Chi ispira questo patriottismo guerrafondaio che rigetta l’articolo 11 della nostra Costituzione?”, chiedono i firmatari. Chi “ha voluto e vuole questa guerra afghana che ci costa quasi 2 milioni di euro al giorno? Chi decide di spendere oltre 600 milioni di euro in un anno per mantenere in Afghanistan 3300 soldati”, che diventeranno ben presto 4mila? “Quante scuole e ospedali si potrebbero costruire? Chi sono i fabbricanti italiani di morte e di mutilazioni che vendono le armi per fare questa guerra? Chi sono gli ex generali italiani che sono ai vertici di queste industrie? Che pressioni fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’arma? Quanto lucrano su queste guerre la Finmeccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto Melara, l’Alenia Aeronautica e le banche che le finanziano? E come fanno tante associazioni cattoliche ad accettare da queste industrie e da queste banche elargizioni e benefici? Può una nazione come l’Italia che per presunte carenze economiche riduce i posti letto negli ospedali, blocca gli stipendi, tiene i carcerati in condizioni abominevoli e inumane, licenzia gli insegnanti, aumenta gli studenti per clas-se fino al numero di 35, riduce le ore di scuola, accetta senza scomporsi che una parte sempre più grande di cittadini viva nell’indigenza e nella povertà, impegnare in armamenti e sistemi d’arma decine di miliardi di euro?”.

Aggiunge il testo: “Noi vogliamo rompere le mistificazioni, le complicità e le false notizie di guerra che condannano i cittadini alla disinformazione, che orientano l’opinione pubblica a giustificare la guerra e a considerare questa guerra in Afghanistan come inevitabile e buona”.

Palermo: sindaco contro lavavetri e senza tetto. Protestano francescani e domenicani

16 ottobre 2010

“Adista”
n. 77, 16 ottobre 2010

Luca Kocci

La crociata dei sindaci anti-lavavetri contro i senza casa arriva anche a Palermo, che ha appena accolto il papa in visita nella città. Il sindaco pidiellino Diego Cammarata ha infatti firmato le ordinanze di divieto contro i lavavetri, i bivacchi in aree pubbliche e anche i clienti delle prostitute. 300 euro di multa per chi verrà sorpreso a lavare i vetri di un’automobile in coda al semaforo, 400 per chi dorme in strada o contatta una prostituta.

“Sono ordinanze emanate per migliorare la qualità della vita dei cittadini”, spiega Cammarata, che arriva però dopo che analoghe ordinanze erano state già emanate nel 2007 dall’allora sindaco democratico di Firenze Leonardo Domenici (v. Adista nn. 59 e 67/07) e poi da quello di Roma, l’ex fascista Gianni Alemanno (v. Adista nn. 113 e 117/09). “Purtroppo – prosegue il primo cittadino di Palermo –, non è nuovo né raro l’assalto dei lavavetri agli automobilisti nei principali incroci cittadini così come non è infrequente il bivacco o l’accampamento in aree pubbliche della città di persone senza fissa dimora”.

Protestano contro l’ordinanza del sindaco alcuni religiosi – il francescano Graziano Bruno, della Commissione Giustizia Pace Integrità del Creato e i domenicani Giovanni Calcara e Salvatore Scaglia, della Commissione nazionale di Giustizia e Pace della Famiglia domenicana –, insieme a Francesco Lo Cascio, del Movimento internazionale per la Riconciliazione: “È paradossale che, in una città in cui la violazione delle regole è all’ordine del giorno, si chiamino a rispondere di comportamenti illeciti i poveri, quali sono le persone che chiedono qualche centesimo agli incroci o, in mancanza di un’abitazione, si sistemano a dormire tra improvvisati cartoni e coperte”, affermano. “In un momento in cui la disoccupazione dilaga e si allargano le aree di povertà nella città, questa misura è davvero sorprendente, anche perché rischia di consegnare uomini e donne che vivono di espedienti alla commissione di veri e propri reati, se non alla mercè della criminalità organizzata. La decisione, in ogni caso – concludono i religiosi –, non risponde affatto al nostro sentire di cittadini e di cristiani che, anzi, affermano con forza come una vita migliore per Palermo sarebbe, non già quella in cui gli indigenti siano resi invisibili, togliendo dagli occhi di chiunque lo scandalo della miseria, bensì quella intessuta di attenzione, da parte di ciascuno, ai bisogni degli ultimi, in nome di una reale solidarietà e giustizia”.

Credere, obbedire, combattere. La scuola secondo Gelmini e La Russa. Ma Pax Christi non ci sta

9 ottobre 2010

“Adista”
n. 75, 9 ottobre 2010

Luca Kocci

Al “credere” provvedono già gli oltre 25mila insegnanti di religione cattolica assunti dai vescovi e pagati dallo Stato. “Obbedire” è uno dei verbi maggiormente propagandati dal ministro della Pubblica Istruzione, Mariastella Gelmini. Mancava solo il “combattere”, ma a quello ci ha pensato il ministro della Difesa, Ignazio La Russail quale – sempre in accordo con la collega Gelmini – ha ufficialmente e solennemente benedetto la quarta edizione di un progetto dell’Ufficio scolastico regionale della Lombardia, “Allenati per la vita”, che porta direttamente nelle aule scolastiche la “cultura militare” e le forze armate.

Un mini-corso da sei incontri (con materie come cultura militare, armi e tiro, topografia e orientamento, sopravvivenza in ambienti ostili, difesa nucleare, chimica e batteriologica), che si concluderà con una gara tra “pattuglie di studenti”, proposto a tutti gli alunni delle scuole superiori lombarde, per un massimo di un migliaio di partecipanti. Come docenti 140 militari aderenti all’Unione nazionale ufficiali in congedo (Unuci). Proclama il pieghevole propagandistico inviato alle scuole: “Vivere questo momento come stimolo per toccare con mano i valori della lealtà, dello spirito di corpo e di squadra, oltre ad acquisire senso di responsabilità e rispetto delle regole e dei principali valori della vita”.

“Nei licei della scuola italiana, già colpita da tagli e provvedimenti inaccettabili, stanno partendo corsi paramilitari, validi come crediti formativi, dal titolo ‘Allenati alla vita’. Sconcertati dall’incredibile decisione dei ministeri della Difesa e dell’Istruzione, intendiamo affermare che questa iniziativa risulta altamente dannosa perché estranea alla finalità della scuola”, commenta Pax Christi. “Siamo di fronte a una novità pericolosa, antiformativa e antipedagogica. Insegnare-imparare a sparare non è compito della scuola della Repubblica Italiana dove risplende l’articolo 11 della Costituzione e dove sono maturate ipotesi di difesa nonviolenta anche tramite corpi civili di pace che non vengono adeguatamente organizzati perché il governo preferisce investire 20 milioni di euro per la mini naja”, altra iniziativa, stavolta estiva, del ministro La Russa (v. Adista n. 59/10). “Chi lotta contro la piaga dei bambini soldato nei Paesi in guerra non può accettare la nascita a casa propria degli ‘studenti guerrieri’”, prosegue Pax Christi. “Chi vuole contrastare il bullismo non può pensare di farlo in modo paramilitare. Nel clima attuale, basato sul governo della paura, tali progetti possono solo diffondere l’idea della violenza armata come strumento normale di soluzione dei conflitti (con la convinzione che la guerra è un sistema naturale e necessario di convivenza). Consolidano l’idea del nemico da eliminare. Alimentano i pregiudizi e ne creano di nuovi. Manipolano le emozioni. Porteranno molti a farsi legge da sé, a praticare la legge del più forte. Una scuola che accogliesse simili progetti non aiuterebbe certo i giovani a usare la forza della ragione anziché la ragione della forza”. Invece “in molti luoghi la scuola è e può essere ancora laboratorio di pace dove è possibile esplorare le mappe della nonviolenza, accostare volti ed esperienze, organizzare iniziative di solidarietà o riflessioni operative su bambini soldato, infanzia negata, dignità della donna, pena di morte, guerre dimenticate, mine antipersona, disarmo chimico o nucleare, malattie e accesso ai farmaci, immigrazione, diritto internazionale, acqua bene comune, commercio equo e solidale, sobrietà e nuovi stili di vita. Il compito di una scuola seria e serena – conclude Pax Christi – è quello di educarci alla pace come costruzione di una vita bella e buona, ricca di amicizie e di relazioni, animata dalla fresca energia della nonviolenza, aperta alla speranza. Non ci può essere futuro senza educazione alla pace”.

“È giusto che l’esercito entri in questo modo nelle scuole superiori?”, si chiede Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della Pace. “È davvero necessario allenarsi alla vita imparando a sparare? È giusto che la scuola riconosca un credito formativo a chi insegna ai nostri giovani come impugnare una pistola? Ai dirigenti scolastici della Lombardia spetta ora rispondere promuovendo o ignorando il progetto. Poi toccherà alle famiglie. Ma la responsabilità più grande spetta a tutti noi che siamo preoccupati per il futuro dei nostri ragazzi, della nostra scuola e del nostro Paese. A noi tocca fare un grande investimento educativo e formativo per costruire una nuova cultura della pace e dei diritti umani”.

Mons. Bettazzi: la corruzione è al potere, la Chiesa lo denunci

9 ottobre 2010

“Adista”
n. 75, 9 ottobre 2010

Luca Kocci

La P2 è al governo del Paese, la Chiesa la denunci. È il duro appello di mons. Luigi Bettazzi contenuto nell’editoriale di settembre di Mosaico di Pace, mensile promosso da Pax Christi.

Parte dalle notizie delle ultime settimane il vescovo emerito di Ivrea: la cosiddetta P3 – così chiamata “in analogia alla P2” di Licio Gelli –“che sarebbe una Loggia massonica impegnata a manovrare le istituzioni e a organizzare opportunità finanziarie a vantaggio del governo e di personaggi partecipi o comunque amici del governo”. Ma, prosegue, “se la democrazia è, come indica l’etimologia, il ‘potere del popolo’, questo non può esercitarsi se non nella trasparenza e oggettività dell’informazione, che permetta ad ogni cittadino di fare le scelte con consapevolezza e libertà, e lo garantisca e lo difenda da tutte le manipolazioni e le pressioni. Le organizzazioni segrete, che normalmente vengono sovvenzionate e sostenute da chi gode di potere economico e di opportunità politiche, si manifestano così come il cancro della democrazia, e vanno allora denunciate e osteggiate da chi ha veramente a cuore ‘il potere del popolo’”.

“Quello che preoccupa attualmente – scrive mons. Bettazzi – è che non solo le finalità del programma della P2 (ad esempio, assoggettamento dell’informazione con l’infiltrazione di giornalisti fidati, sottomissione della magistratura all’esecutivo, divisione dei sindacati per diminuire la loro forza di contrattazione) costituiscono le finalità dell’attuale governo, presieduto e alimentato da antichi membri della P2 (a cominciare dal premier Berlusconi, già iscritto alla Loggia P2 con tessera n. 1816, ndr), ma che questo venga portato avanti come miraggio di libertà e di amore, mentre condiziona e soffoca la libertà e semina sospetti e inimicizie, tanto da creare ripensamenti e resistenze all’interno della stessa maggioranza”.

E la Chiesa, talvolta, tace in cambio di favori, invece di ergersi a difesa della democrazia: “Le Chiese, tutte le istituzioni religiose, chiamate ad attuare i grandi messaggi religiosi della fede e dell’amore, sono esposte invece a subordinarsi a questi poteri occulti o alle loro manifestazioni in cambio di una protezione, che garantisce però a quei poteri l’oscuramento della verità e l’affievolimento delle reazioni soprattutto da parte dei settori più sfruttati e più emarginati, che dovrebbero trovare nelle istituzioni religiose appoggio e speranze”. Invece, prosegue mons. Bettazzi, la denuncia dovrebbe essere forte: “Credo che esse, a cominciare da quelle cristiane per coerenza a Gesù Cristo, annunciatore della verità e difensore dei poveri, dovrebbero denunciare apertamente questo sovvertimento dell’etica e della democrazia, configurando questi poteri occulti nella ‘mamòna’ che Gesù indicava come alternativa a Dio e che, con parola antica, esprime proprio la cupidigia della ricchezza e la sete del potere. In particolare noi cattolici, memori di quanto il Concilio abbia orientato la Chiesa al servizio dell’umanità e di come Papa Benedetto XVI a questo costantemente ci richiami sollecitandoci a non chiuderci in visuali circoscritte, dobbiamo renderci conto che il ‘bene comune’ viene vanificato da questa ricerca subdola ed esasperata dei ‘beni particolari’ di poche persone e di pochi gruppi”.

“Sotto le due cupole”. La lunga storia degli intrecci fra Chiesa e mafie

2 ottobre 2010

“Adista”
n. 73, 2 ottobre 2010

Luca Kocci

Chiesa e mafia: due cupole. La prima, quella di San Pietro, in Vaticano, centro e simbolo del potere e dell’organizzazione della Chiesa cattolica; la seconda, non a caso chiamata anch’essa “cupola”, vertice che governa Cosa Nostra. Due cupole fra loro lontane e distanti – e non solo geograficamente – le cui storie però si sono spesso intrecciate, le “teologie” sovrapposte e gli appartenenti all’una o all’altra sovente hanno percorso le medesime strade. È stato questo il tema – le relazioni fra Chiesa cattolica e mafie – dell’incontro organizzato a Roma lo scorso 17 settembre (“Sotto le due Cupole. Chiesa, religione mafia”) dalla nostra agenzia insieme ad alcune realtà ecclesiali di base (nodo romano di Noi Siamo Chiesa, Comunità di base di San Paolo, Koinonia, Gruppo di controinformazione ecclesiale, Liberamentenoi, la Tenda e Cipax) che ha visto le partecipazione di circa 250 persone .

“Gli stretti rapporti fra Chiesa cattolica e mafia non sono un’invenzione della stampa: da sempre le mafie hanno fatto uso di una simbologia e di una ritualità presa in prestito dalla religione cattolica, da sempre molti uomini di Chiesa hanno mostrato compiacenza verso i mafiosi”, ha esordito la sociologa palermitana Alessandra Dino, studiosa delle relazioni fra Chiesa cattolica e Cosa Nostra e autrice, fra l’altro, della Mafia devota. Chiesa, religione, Cosa Nostra (Laterza, pp. 312, euro 9). “I mafiosi da sempre si dicono cattolici, e partecipano a diversi momenti della vita ecclesiale, sia per il bisogno interiore, comune a molti, di credere in qualcosa, come hanno raccontato diversi pentiti, sia perché alla mafia serve la Chiesa: per ragioni di appartenenza, identità e coesione interna e per ragioni di consenso sociale. Il boss che guida la processione di sant’Agata a Catania – ha spiegato Alessandra Dino – è un segnale molto forte agli occhi della gente: c’è la benedizione della Chiesa, quindi un riconoscimento pubblico”.

Fin qui dalla parte dei mafiosi. E da parte della Chiesa? “Nel passato c’è stata accettazione e compiacenza, anche da parte dei vertici ecclesiastici, come il card. Ruffini (arcivescovo di Palermo dal 1946 fino al 1967, ndr), per cui la mafia era comunque meglio del comunismo”. In buonafede, per tentare di salvare la “pecora smarrita” o per scarsa conoscenza e sottovalutazione, oppure in malafede? Non è questo il punto, ha aggiunto Alessandra Dino: quello che conta sono “gli effetti storico-sociali di questa posizione, ovvero l’aumento del consenso da parte di Cosa Nostra, anche grazie al consenso manifestato da molti uomini di Chiesa. E la controprova– ha proseguito – è che, quando la Chiesa ha pronunciato parole o compiuto gesti forti di rottura, la mafia ha reagito: poco dopo il famoso discorso di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi di Agrigento nel maggio 1993 ci sono stati gli attentati a Roma alle basilica di San Giovanni in Laterano e alla chiesa di San Giorgio al Velabro, e don Puglisi è stato ucciso per il suo impegno antimafia. Questo dovrebbe bastare per far capire alla Chiesa quanto Cosa Nostra abbia bisogno del suo appoggio”.

Oggi la situazione è in parte cambiata: da parte della Chiesa “c’è maggiore consapevolezza, sebbene non ancora piena”, ha spiegato Alessandra Dino. “Il documento della Conferenza episcopale italiana sul Mezzogiorno dello scorso febbraio (v. Adista nn. 12 e 31/10, ndr) afferma che la mafia è struttura di peccato e inconciliabile con la fede, ma si sofferma solo sulla mafia che spara, mentre la mafia è forte proprio quando non spara perché significa che ha consenso e che ha ‘normalizzato’ l’illegalità, e tace su due aspetti: la scomunica ai mafiosi e i rapporti fra mafia, politica e imprenditoria, sostenendo quindi che il Mezzogiorno d’Italia soffre di una serie di difficoltà economico-sociali senza però indicarne le cause. Invece – ha concluso – credo che se la Chiesa intende affrontare sul serio il problema e soprattutto rompere ogni tipo di relazione con le mafie deve sciogliere anche questi due nodi”.

“Come può la maggioranza dei mafiosi dirsi cattolica e frequentare le chiese? Qualcosa certamente non funziona: o nella loro testa o nella teologia cattolica o in tutte e due.” È l’interrogativo posto dal filosofo e teologo Augusto Cavadi – esperto dei rapporti fra Chiese e mafie e autore, fra l’altro, del Dio dei mafiosi (San Paolo, pp. 240, euro 18).

 “Non si tratta tanto di scomunicare i mafiosi, ovvero di cacciarli fuori dalla comunità ecclesiale, quanto di elaborare una teologia davvero evangelica a cui i mafiosi siano allergici e grazie alla quale si tengano a debita distanza dalla Chiesa”, ha detto Cavadi. “Da una Chiesa povera e fraterna, i mafiosi, che perseguono potere e denaro, si autoescluderebbero da soli e anzi la considererebbero loro nemica. Invece in questa nostra Chiesa potente, gerarchica, verticistica, omofoba e ritualistica i mafiosi si trovano bene, perché vi trovano molte analogie con i codici e mafiosi. Insomma, io credo che se la patologia è ricorrente, e del resto in altri contesti storico sociali con la Chiesa cattolica si sono trovati bene anche diversi regimi dittatoriali e militari, allora non è più patologia, bensì fisiologia. E questo significa che il problema non sono solo i singoli uomini di Chiesa compiacenti con i mafiosi, ma una teologia che non produce una visione del mondo incompatibile con la visione che del mondo ha la mafia”.

Ma quali sono questi elementi della teologia cattolica ‘intonati’ alla visione mafiosa? Cavadi ne ha elencati alcuni: “Un ambiguo concetto di Dio, non sempre presentato come Dio Padre ma spesso come onnipotente, severo e implacabile, che dà e toglie la vita: quasi un ‘dio padrino’. Un’altrettanta ambigua immagine di Cristo, in molte occasione assai distante dal Gesù di Nazareth che annuncia il Regno di Dio per i poveri. E poi una Chiesa gerarchica, costruita più sul modello dell’Impero romano che sulla comunità democratica degli apostoli. Con questo non intendo sostenere che la teologia cattolica sia ‘mafiogena’, cioè produttrice di mafia, tuttavia è vero che contribuisce alla strutturazione del particolare contesto culturale nel quale la mafia si è costituita e dal quale mutua simboli, credenze e pratiche. E allora si tratta di rivisitare questa teologia per renderla incompatibile ai codici mafiosi e antipatica ai mafiosi stessi, a partire proprio dai quei tre elementi: un Dio senza antropomorfismi, un Cristo liberante e una Chiesa fraterna, povera e diaconale”. Se cambia questa teologia, ha aggiunto Cavadi, si potrà risolvere anche la questione di don Puglisi che il Vaticano non vuole dichiarare martire, come invece chiedono molte associazioni ecclesiali di base palermitane (v. Adista nn. 61 e 71/10), “perché sarà martire anche chi lotta per la giustizia, come appunto ha fatto don Puglisi”. “Il Vaticano – ha aggiunto Giovanni Avena, direttore editoriale di Adista, che ha moderato il convegno – rifiuta ancora il riconoscimento del martirio di don Puglisi con un’argomentazione speciosa: il titolo di ‘martire’ può essere tributato solo ai cristiani ammazzati ‘in odio alla fede’. E siccome non si considera la mafia né pagana né atea, perché anzi osserva le pratiche religiose, la teologica conseguenza è che i mafiosi di Brancaccio non potevano uccidere don Pino in odio alla loro stessa fede, ma solo perché a Brancaccio ostacolava le loro imprese. Insomma ‘se l’era andata a cercare’, come qualche giorno fa ha detto l’ex presidente del Consiglio Giulio Andreotti parlando di Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore del Banco Ambrosiano di Sindona ucciso nel 1979″.

Dura l’autocritica di don Luigi Ciotti, presidente di Libera: “A fronte dell’impegno di pochi vescovi, diversi preti e gruppi cattolici di base, ci sono ancora troppe ambiguità e compiacenze da parte di molti uomini di Chiesa nei confronti della mafia. Per questo mi auguro che Benedetto XVI, che il 3 ottobre sarà a Palermo, dica parole forti e chiare sull’incompatibilità fra mafia e Vangelo. La Chiesa deve avere il coraggio della denuncia, deve sporcarsi le mani per la giustizia, come hanno fatto don Puglisi e don Peppe Diana. Ma io vedo ancora troppi silenzi e troppe ambiguità, e silenzi e ambiguità non hanno giustificazioni”.