Archive for novembre 2010

Vescovo sudafricano: siamo alla restaurazione della Chiesa medievale

20 novembre 2010

“Adista”
n. 88, 20 novembre 2010

Luca Kocci

“Più in alto del papa, come espressione del potere vincolante dell’autorità ecclesiastica, sta la propria coscienza, cui si deve obbedire davanti a ogni altra cosa, se necessario anche contro le richieste dell’autorità ecclesiastica”. Una tesi tanto antica quasi rivoluzionaria oggi, sostenuta da un insospettabile: il teologo Joseph Ratzinger, quando era peritus al Concilio Vaticano II. Lo ricorda oggi mons. Kevin Dowling, redentorista, vescovo della diocesi di Rustenberg (Sudafrica), in un “discorso al laicato cattolico” dello scorso mese di giugno, ora tradotto e pubblicato nel fascicolo n. 319 (settembre-ottobre) di Segno, mensile diretto dal redentorista palermitano Nino Fasullo.

Parte dal ripristino della messa tridentina – voluto proprio da Ratzinger, oggi papa Benedetto XVI – mons. Dowling, che ha partecipato ad una celebrazione a Washington presieduta dal vescovo di Tulsa (Oklahoma, Usa), mons. Edward James Slattery, con grande sfoggio di paramenti preconciliari, in occasione del quinto anniversario dell’inizio ufficiale del pontificato di Benedetto XVI: una liturgia che era “un’elaborata manifestazione rituale della Chiesa come gerarchia, non una messa in conformità col mandato della partecipazione piena e attiva dei fedeli del Vaticano II”, si legge su Segno. “Ciò che è accaduto a Washington – prosegue – reca i tratti di una corte reale medievale, non della Chiesa umile e serva il cui modello è Gesù. Ma ciò mi sembra anche un simbolo di quanto sta accadendo nella Chiesa, soprattutto da quando papa Giovanni Paolo II è diventato vescovo di Roma: la ‘restaurazione’, lo smantellamento accuratamente pianificato delle teologie, dell’ecclesiologia, della visione pastorale, in breve delle ‘finestre aperte’ del Vaticano II; smantellamento volto a ‘restaurare’ un modello di Chiesa anteriore, più controllabile attraverso una struttura di potere sempre più centralizzata, una struttura che oggi controlla tutta la vita della Chiesa attraverso una rete di congregazioni vaticane guidate da cardinali che assicurano la stretta osservanza di ciò che essi considerano ‘ortodosso’. Chi non si adegua subisce censure e punizioni, come i teologi cui viene proibito di insegnare nelle facoltà cattoliche”.

La cosa è ulteriormente complicata, continua Dowling, “dalla mistica che da 30 anni circonda in misura sempre crescente la figura del papa”, tale che “qualsiasi accenno a una critica o a una contestazione delle scelte politiche del papa, del suo modo di pensare, di esercitare l’autorità è assimilato all’infedeltà”, perché “questa mistica esige l’obbedienza indiscussa dei fedeli al papa, che diventa segno dell’ethos e della lealtà di un vero cattolico. E quando l’autorità del papa viene poi estesa intenzionalmente alla curia vaticana esiste una reale possibilità che anche l’obbedienza indiscussa alle decisioni, fin troppo umane, dei cardinali e dei dipartimenti di curia diventi un segno della lealtà di un vero cattolico e tutto il resto sia interpretato come infedeltà”. Gli stessi vescovi e Conferenze episcopali hanno le mani legate rispetto alla posizione romana. “Quando un singolo vescovo porrà un qualsiasi problema – si legge ancora –, soprattutto in pubblico, l’impressione (o il giudizio) sarà che è ‘fuori linea’ rispetto agli altri vescovi e riesce solo a seminare confusione fra i laici, perché verrà fuori che i vescovi non sono uniti nella loro funzione di guida e insegnamento. Ci sarà così una forte spinta a conformarsi”.

Ma se quello di sussidiarietà è un principio fondamentale della Dottrina sociale cattolica, applicato alla Chiesa tale principio “esige che i suoi vertici promuovano e incoraggino attivamente la partecipazione, la responsabilità personale e l’impegno efficace di ognuno, in base alla sua vocazione e al suo ministero”, prosegue in vescovo sudafricano, mentre “la collegialità delle decisioni è praticamente inesistente”. Invece dovremmo avere “una Chiesa i cui vertici riconoscano il potere decisionale delle Chiese locali ai livelli appropriati e i cui dirigenti locali ascoltino il popolo di Dio, comprendano insieme ad esso ‘ciò che lo Spirito dice alla Chiesa’ e poi lo sappiano formulare, facendone il possesso comune di una comunità che crede, prega e serve. Ci vogliono fede in Dio e fiducia nel popolo di Dio per affrontare quello che ad alcuni, o a molti, può sembrare un rischio; ma così la Chiesa potrebbe essere arricchita da una diversità che integra valori e idee socioculturali nella verità, nonché dalla comprensione di come questa diversità possa promuovere la sua unità, che dunque non richiede l’uniformità per esser autentica”.

Le guerre si perdono e basta. Il 4 novembre dei pacifisti

13 novembre 2010

“Adista”
n. 86, 13 novembre 2010

Luca Kocci

Le vittime invece degli eroi, la pace invece della vittoria: è il 4 novembre dei pacifisti e dei cattolici di base che non si accodano alla retorica militarista della Festa delle Forze armate, trasformata anche quest’anno dal ministro della Difesa Ignazio La Russa in una dispendiosa ostentazione di armi – esposte in piazza Duomo a Milano (due aerei da guerra) e al Circo Massimo a Roma (mezzi militari di ogni tipo), con altrettante esibizioni alate delle Frecce tricolori – ma celebrano un ‘altro’ 4 novembre.

“La prima guerra mondiale fu un orrendo massacro che costò, solo all’Italia, 650mila morti e un milione di mutilati e feriti”, ricorda un volantino distribuito dai Beati i costruttori di pace, Movimento nonviolento e PeaceLink durante diverse “contromanifestazioni” organizzate dal basso che si sono svolte in tutta Italia. “Il 4 novembre dovrebbe essere un giorno di lutto e di memoria. Non c’è nulla da festeggiare o celebrare. Dissociamoci da ogni retorica celebrazione di eroismo”, prosegue il testo. “Davanti al dramma della guerra in Afghanistan, nella quale siamo coinvolti come italiani, c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di celebrare con una ‘festa’ la vittoria di una guerra? C’è solo da vergognarsi, e tacere per rispetto delle vittime di tutte le guerre. L’unico vero modo per celebrare il ricordo di una guerra, è quello di impegnarsi con la nonviolenza affinché non ci siano più guerre. Come ha detto il grande scrittore Lev Tolstoj, profeta della nonviolenza, le guerre non si vincono, le guerre si perdono e basta. Chi volle la prima guerra mondiale fu un mascalzone. Chi la festeggia oggi è un ignorante. Dal 4 novembre rinasca il monito solenne: mai più la guerra. Sosteniamo l’impegno nonviolento dei disertori, degli obiettori di coscienza e di tutti coloro che sono impegnati nella resistenza contro la guerra e il militarismo. Ci impegniamo oggi contro tutte le guerre in nome dei disertori che non vollero partecipare a quella che papa Benedetto XV definì ‘un’inutile strage’.” E in una di queste contromanifestazioni di pace, a Nocera Inferiore, alcuni pacifisti che volantinavano sono stati identificati dalla polizia e un agente, dopo aver strappato la bandiera arcobaleno ad un manifestante, l’ha gettata in terra e l’ha calpestata.

Oggi ci viene chiesto il consenso alle guerre attuali “chiamate missioni di pace, utilizzando la memoria della prima guerra mondiale”, commenta don Renato Sacco, di Pax Christi. “È tragico che il potere usi anche i morti della prima guerra mondiale, magari chiamandoli eroi, quando invece erano semplicemente dei poveracci costretti a fare la guerra contro la loro voglia. E non si ricorda invece che l’opposizione popolare alla guerra era molto ampia e con la dichiarazione di guerra, crebbe anche nell’esercito. Su 5 milioni e 500 mila mobilitati per la prima Guerra Mondiale, 870mila furono denunciati per insubordinazione. Oltre il 15%. E sappiamo che chi non ubbidiva agli ordini di attacco al grido ‘avanti Savoia!’ veniva fucilato anche sul posto”. Loro, i giovani soldati della prima guerra mondiale, “non potevano opporsi” perché “Cadorna aveva ordinato rappresaglie e fucilazioni immediate. Loro non potevano negare il consenso. Noi sì”. E il coordinamento per la pace nel Centopievese chiede di “abbandonare ogni retorica militaresca” e propone di “ripensare una celebrazione nuova e attuale del 4 novembre”, trasformandola in “Giornata della memoria dei caduti di tutte le guerre, sia militari che civili”.

 

Condannati per pacifismo: al via il processo d’appello

Il 5 novembre, poi, è anche cominciato il processo di appello contro alcuni manifestati che, il 13 maggio del 1999, protestarono sotto il Consolato Usa di Firenze contro i bombardamenti in Jugoslavia, a cui partecipò anche l’Italia – capo del governo era Massimo D’Alema –, sotto l’ombrello della Nato. Nessuno, sul momento, fu fermato o arrestato, ma in seguito vi furono identificazioni, denunce e condanne per 13 imputati (fino a sette anni, per le accuse di resistenza aggravata a pubblico ufficiale). “Non intendiamo sindacare le procedure legali, né esprimere giudizi tecnico-giuridici sulla sentenza, ma ci pare che le pene inflitte in primo grado e le loro conseguenze sulla vita delle persone imputate, siano del tutto sproporzionate rispetto alla reale portata dei fatti”, si legge in un documento firmato, fra gli altri, da don Alessandro Santoro della Comunità delle Piagge, don Andrea Bigalli di Pax Christi, il giurista Danilo Zolo, Enzo Mazzi della Comunità dell’Isolotto, Lisa Clark dei Beati i costruttori di pace e don Luigi Ciotti. “Non vi furono, il 13 maggio 1999, reali pericoli per l’ordine pubblico o per l’incolumità delle persone, e non è giusto, in nessun caso, infliggere pene pesanti, in grado di condizionare e stravolgere l’esistenza di una persona, per episodi minimi: perciò esprimiamo la nostra pubblica preoccupazione in vista del processo d’appello, convinti come siamo che la giustizia non possa mai essere sinonimo di vendetta e nemmeno strumento per mandare messaggi ‘esemplari’ a chicchessia”.

Gotti Tedeschi: i ricchi entreranno nel Regno dei cieli. E lo Ior è ancora nell’occhio del ciclone

6 novembre 2010

“Adista”
n. 84, 6 novembre 2010

Luca Kocci

“Il ricco, per entrare nel Regno dei cieli, deve diventare ancora più ricco, perché se la ricchezza non viene creata il rischio è poi distribuire la povertà”. È la tesi – non propriamente evangelica – che Ettore Gotti Tedeschi, presidente dell’Istituto per le opere di religione (lo Ior, ovvero la banca del Vaticano), ha espresso lo scorso 20 ottobre a Roma, durante un convegno sul tema “Etica e finanza” promosso dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena e dall’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede. E per ribadire e rafforzare il concetto, qualche giorno dopo, il 23 ottobre, durante un convegno a Fermo (Ap) sull’enciclica Caritas in veritate, il presidente dello Ior ha aggiunto: “La banca etica e la finanza etica non esistono. Quando ascoltate queste affermazioni vi stanno imbrogliando, perché uno strumento in sé non può essere etico, ma è l’uomo che gli dà il valore etico”.

Affermazioni a cui ha subito replicato Ugo Biggeri, presidente di Banca Popolare Etica, primo istituto di credito italiano interamente dedito alla finanza etica: “Un conto è affermare che non sono gli strumenti di per sé ad essere etici, ma l’uso che se ne fa, tutt’altra cosa è affermare che la finanza etica non esiste. Dire questo significa ignorare l’ampissimo movimento internazionale che sta intercettando la richiesta di un numero crescente di cittadini di vedere banche e istituzioni finanziarie capaci di operare sui mercati al servizio della collettività, allontanandosi dalle logiche di puro profitto di breve periodo, per trovare strade sempre nuove per coniugare la giusta remunerazione degli investimenti e del risparmio con il perseguimento del bene comune”. Ad ogni modo, le personali convinzioni di Gotti Tedeschi, dall’elogio della ricchezza alla separazione fra etica e finanza, potrebbero costituire una illuminante chiave di lettura per comprender meglio le ultime vicende in cui è implicato lo Ior, di nuovo protagonista di operazioni finanziarie sospette, tanto che sia il suo presidente, sia il direttore generale della Banca vaticana, Paolo Cipriani, sono stati iscritti nel registro degli indagati dalla Procura di Roma con l’ipotesi di reato di violazione delle norme antiriciclaggio.

L’inchiesta della Procura, condotta dal procuratore aggiunto Nello Rossi e dal pm Stefano Rocco Fava – che hanno disposto a metà settembre, e il Tribunale del riesame ha confermato pochi giorni fa, il sequestro preventivo di 23 milioni di euro (su complessivi 28) che lo Ior aveva depositato su un conto del Credito Artigiano di Roma –, prende le mosse da una segnalazione della Banca d’Italia: i 23 milioni stavano per essere trasferiti alla JP Morgan Frankfurt (20 milioni) e alla Banca del Fucino (3 milioni) aggirando, da parte dello Ior, le norme antiriciclaggio, che prevedono di “indicare le generalità del soggetto per conto del quale esegue l’operazione” e lo “scopo” e la “natura” del movimento. Pur se non c’è prova di riciclaggio, non si sa però a chi appartengano, da dove provengano e per quale motivo lo Ior intendesse spostare i soldi.

Oltre a questa, sotto le lenti della Procura sono finite altre operazioni sospette in cui sono coinvolti don Evaldo Biasini (detto “don bancomat”, economo della congregazione dei missionari del Preziosissimo Sangue di Gesù, già implicato nell’inchiesta della procura di Perugia sugli affari della “cricca” Anemone, Balducci, Bertolaso) e don Orazio Bonaccorsi (nipote di un boss di Cosa Nostra accusato di aver “ripulito” 300mila euro di provenienza illecita servendosi di un conto allo Ior). Insomma una serie di elementi in base ai quali gli inquirenti ritengono di poter dimostrare che la Banca Vaticana ha violato sistematicamente la normativa vigente in materia di antiriciclaggio.

Tu chiamale se vuoi donazioni

1 novembre 2010

“La Voce delle Voci”
n. 11, novembre 2010

Luca Kocci

A parole la Conferenza episcopale italiana continua a minimizzare, ma i dati parlano chiaro: l’otto per mille è in calo. Aumenta invece la preoccupazione dei vescovi che non sanno più cosa inventarsi per riconquistare la fiducia dei fedeli e tentare di raddrizzare la situazione se non intensificazione delle campagne pubblicitarie, operazioni di borsa, speculazioni finanziare e partite di giro immobiliari per risparmiare qualche milione di euro di tasse.

“Non siamo in presenza di un abbassamento dell’otto per mille”, ha detto con forza il segretario generale della Cei, mons. Mariano Crociata, durante l’ultima riunione del Consiglio permanente, alla fine di settembre. Ma sa bene il braccio destro del card. Angelo Bagnasco che non è così poiché è diminuito, per il secondo anno consecutivo, il numero dei contribuenti che scelgono di destinarlo alla Chiesa cattolica. Gli ultimi dati – relativi alle quote dell’otto per mille incassate nel 2010, sulla base però delle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2007 – dicono che la Chiesa ha perso le firme di quasi 100mila cittadini, che hanno scelto di destinare il loro otto per mille allo Stato oppure ad un’altra confessione religiosa, per lo più ai valdesi, in grandissima crescita (+ 15%, con 2 milioni di euro in più di incasso rispetto al 2009), anche perché scelgono di usare tutti i soldi per attività sociali e culturali, tralasciando il culto e il sostentamento dei pastori. In termini percentuali si tratta di un calo di poco superiore all’1%, a cui va aggiunto il – 4% dello scorso anno; in termini assoluti le firme nella casella “Chiesa cattolica” scendono a 14.839.143, 95.104 in meno rispetto all’anno precedente.

L’emorragia è evidente anche se, quest’anno, non ha prodotto una diminuzione degli introiti (come lo scorso anno, quando la Chiesa oltre alle firme perse circa 35 milioni di euro), grazie alla crescita del gettito fiscale e, soprattutto, al meccanismo della ripartizione dell’otto per mille. La normativa prevede infatti che le quote non espresse – quelle cioè dei contribuenti che non fanno nessuna scelta e che sono la maggioranza: circa il 56% – non rimangano all’erario ma vengano ripartite fra le confessioni religiose e lo Stato in base alle percentuali ottenute. La Chiesa cattolica, quindi, che raggiunge l’85% delle firme di coloro che scelgono una destinazione dell’otto per mille, ottiene in questo modo anche l’85% delle quote di coloro che non fanno nessuna opzione: pertanto 15 milioni scarsi di contribuenti che firmano per la Chiesa (pari al 35% di tutti coloro che pagano le tasse) le consentono di incassare l’85% dell’otto per mille. A cui andrebbero aggiunti anche i milioni, circa 30 nel 2009, che, seppure destinati dai cittadini allo Stato, vengono poi dirottati nelle casse della Cei come contributo per il restauro di immobili ecclesiastici considerati “beni culturali”.

Nella ripartizione delle quote, la Cei conferma le scelte consuete e, a dispetto degli spot che reclamizzano massicci interventi di solidarietà in Italia e nel mondo – una campagna pubblicitaria che costa circa 20 milioni di euro l’anno –, l’80% degli incassi (850 milioni), che nel 2010 ammontano a 1.067 milioni di euro, vengono spesi per culto, pastorale e sostentamento del clero: in particolare alle “esigenze di culto e pastorale” vanno 452 milioni, al “sostentamento del clero” 357 milioni e agli “interventi caritativi” 227 milioni; 30 milioni invecesono stati accantonati “a futura destinazione”, per tamponare il prevedibile ulteriore calo delle firme dei prossimi anni, quando nelle dichiarazioni dei redditi si faranno sentire gli effetti dei numerosi scandali ecclesiastici di questi mesi – dalla pedofilia alle proprietà immobiliari di Propaganda Fide – che presumibilmente raffredderanno ancora di più la propensione dei contribuenti verso la Chiesa cattolica.

Oltre all’otto per mille, crollano anche le offerte deducibili volontarie per il sostentamento del clero, che fra l’altro possono essere versate in sette conti correnti aperti presso le principali “banche armate” italiane – ovvero quegli istituti di credito che forniscono appoggio e servizi finanziari alle aziende armiere italiane che esportano all’estero – come Bnl, Intesa-San Paolo e Unicredit. Un trend negativo che va avanti dal 1994, ma che quest’anno ha raggiunto l’apice, con un calo del 10%, passando dai 16 milioni e mezzo del 2008 ai 15 scarsi del 2009.

Sembrano pertanto del tutto fallite le contromisure che la Cei aveva messo in campo alla fine del 2008, per tamponare la diminuzione di consensi e quattrini: una lettera-appello sia ai preti che ai fedeli per tentare di recuperare le perdite e un rigido sistema di controllo delle parrocchie per premiare quelle che si fossero maggiormente impegnate per la raccolta delle offerte deducibili. Ma la Cei non demorde e Crociata annuncia una nuova offensiva pubblicitaria, “ricorrendo anche ai canali internet e della telefonia mobile”.

Accanto a questo però, visti gli scarsi successi ottenuti, i vescovi decidono di puntare su strumenti di immediata e più sicura efficacia: operazioni finanziarie e immobiliari.

Il complesso di via Aurelia 796 (dove hanno sede alcuni organismi collegati alla Cei come la Caritas e Fondazione Migrantes, oltre a Tv2000 e a Radio InBlu), di proprietà dell’Immobiliare Aurelia Sostentamento srl (Ias) – organismo lucrativo controllato dall’Istituto Centrale per il Sostentamento del Clero –, passerà alla Fondazione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, gestita direttamente dalla Cei e proprietaria anche della maggioranza del quotidiano Avvenire. E dal momento che la Fondazione è ente ecclesiastico senza scopo di lucro, ci sarà un notevole risparmio fiscale, grazie alle varie esenzioni di cui godono gli enti ecclesiastici, a cominciare dall’Ici, che il ministro Tremonti, dopo averla eliminata nel 2005, ora vorrebbe ripristinare a partire dal 2014 – all’interno dei decreti sul federalismo fiscale – ma che, frattanto, ancora non viene pagato. “Il passaggio di proprietà – spiega Crociata all’agenzia Asca – risponde alla necessità di incardinare in un ente ecclesiastico senza scopo di lucro, quale appunto la Fondazione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, controllata al 100% dalla Cei”, in “coerenza con i permessi autorizzativi e di destinazione d’uso rilasciati dal Comune di Roma”. “Mantenere in vita la Ias – aggiunge il segretario della Cei –, che è per natura una società commerciale, comporterebbe oneri aggiuntivi dell’ordine di oltre 1,5 milioni di euro di tasse sul reddito prodotto per ciascun esercizio annuale, in aggiunta all’applicazione dell’Iva sulle locazioni, che, in capo ad attività di fatto sostenute dalla Cei, determinerebbe un ulteriore aggravio di 1,2 milioni di euro all’anno”. Un’operazione, quindi, che farà restare nelle casse della Cei 2 milioni e 700mila euro di tasse da non pagare più.

E poi acceleratore premuto su nuove operazioni e speculazioni finanziarie, le uniche ad andare bene, come ammette lo stesso Crociata: quest’anno c’è stata la “migliore performance dagli ultimi sette anni”, grazie ad una gestione “caratterizzata da una coerente e attenta strategia di investimento” che “ha saputo monetizzare il forte rimbalzo dei corsi finanziari sopravvenuto alla grande crisi dei mercati del 2008, pur in presenza di un quadro macroeconomico di grande incertezza”.

L’ascesa dei Valdesi

1 novembre 2010

“La Voce delle Voci”
n. 11, novembre 2011

Luca Kocci

Al calo di consensi per la Chiesa cattolica corrisponde una notevole crescita delle Chiese metodiste e valdesi che nel 2010 hanno registrato un incremento record delle scelte a loro favore (+14,8%) grazie alle quali incasseranno poco più di 10 milioni e 200mila euro, due milioni in più rispetto all’anno precedente.

Alla base della scelta dei contribuenti che optano per l’otto per mille ai valdesi, la maggior parte dei quali sono cattolici o non credenti, come rivela una ricerca dell’Eurisko, è la destinazione dei fondi, interamente destinata ad attività sociali e culturali, e non al culto o al sostentamento dei pastori: degli 8 milioni e 300mila euro incassati nel 2009 – tolti 465mila euro per la pubblicità e 67mila per le spese di gestione –, quasi 5 milioni e 500mila euro sono stati destinati per 191 progetti in Italia (1 milione e 579mila euro per cultura, pace e diritti umani, 1 milione e 566mila per assistenza, 804mila per bambini e giovani, 710mila per anziani, 372mila per i rifugiati 242mila per il terremoto in Abruzzo, 210mila per la ricerca sulle cellule staminali) e 2 milioni e 453mila euro per 164 progetti all’estero (632mila per bambini e giovani, 614mila per assistenza, 536mila per anziani e sanità, 439mila per sviluppo agricolo e attività produttive, 229mila per cultura, pace e diritti umani).

“Il denaro del fondo otto per mille non è nostro – spiega Paolo Ricca, responsabile dell’ufficio – ma ci è affidato dagli italiani e dalle italiane che firmano per la Chiesa evangelica valdese, ed è a loro che noi dobbiamo rendere conto. Ecco il motivo per cui il finanziamento viene destinato unicamente a progetti assistenziali, sociali e culturali, mentre sono esclusi progetti destinati al culto e ad iniziative di carattere religioso”.

Libro e moschetto

1 novembre 2010

“mosaico di pace”
n. 10, novembre 2010

Luca Kocci

Ottanta anni fa, in pieno ventennio fascista, si sarebbe detto “libro e moschetto”. Oggi, con un nome forse più politically correct ma non certo meno impegnativo, si chiama “Allenati per la vita”. La sostanza, però, è la stessa: la cultura militare a scuola.

Si tratta di un Protocollo d’intesa tra il Comando militare esercito Lombardia e l’Ufficio scolastico regionale per la Lombardia sottoscritto lo scorso 20 settembre – e benedetto dal ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini e della Difesa Ignazio La Russa – che porta i soldati direttamente in cattedra ad insegnare la vita militare agli studenti delle scuole superiori. Ovviamente, recita il Protocollo, nell’ambito della “sperimentazione dell’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione” (da cui forse, però, è stato cassato l’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”) e prestando “particolare attenzione ai diritti e ai doveri del cittadino” e alla diffusione della “cultura della legalità”.

Concretamente sarà un mini-corso di vita e cultura militare (con materie come armi e tiro, topografia e orientamento, sopravvivenza in ambienti ostili, difesa nucleare, chimica e batteriologica), proposto a tutti gli alunni delle scuole superiori lombarde, per un massimo di un migliaio di partecipanti, valido come credito formativo per l’Esame di Stato, che si concluderà con una gara tra “pattuglie di studenti”. Come docenti un centinaio di soldati dell’Unione nazionale ufficiali in congedo (Unuci). Proclama il pieghevole propagandistico inviato alle scuole: “Vivere questo momento come stimolo per toccare con mano i valori della lealtà, dello spirito di corpo e di squadra, oltre ad acquisire senso di responsabilità e rispetto delle regole e dei principali valori della vita”.

Un’iniziativa “altamente dannosa perché estranea alla finalità della scuola”, commenta Pax Christi. “Siamo di fronte a una novità pericolosa, antiformativa e antipedagogica. Insegnare-imparare a sparare non è compito della scuola della Repubblica italiana dove risplende l’articolo 11 della Costituzione”. “Chi lotta contro la piaga dei bambini soldato nei Paesi in guerra non può accettare la nascita a casa propria degli ‘studenti guerrieri’ – prosegue Pax Christi –. Chi vuole contrastare il bullismo non può pensare di farlo in modo paramilitare. Nel clima attuale, basato sul governo della paura, tali progetti possono solo diffondere l’idea della violenza armata come strumento normale di soluzione dei conflitti”, consolidare “l’idea del nemico da eliminare”, convincere “molti a farsi legge da sé” e “a praticare la legge del più forte”. Invece “in molti luoghi la scuola è e può essere ancora laboratorio di pace dove è possibile esplorare le mappe della nonviolenza, accostare volti ed esperienze, organizzare iniziative di solidarietà o riflessioni operative su bambini soldato, infanzia negata, dignità della donna, pena di morte, guerre dimenticate, mine antipersona, disarmo chimico o nucleare, malattie e accesso ai farmaci, immigrazione, diritto internazionale, acqua bene comune, commercio equo e solidale, sobrietà e nuovi stili di vita. Il compito di una scuola seria e serena è quello di educarci alla pace come costruzione di una vita bella e buona, ricca di amicizie e di relazioni, animata dalla fresca energia della nonviolenza, aperta alla speranza. Non ci può essere futuro senza educazione alla pace”.

Su una cosa però ha ragione il ministero dell’Istruzione, che ha subito reagito alle polemiche e ai commenti fioccati sulla stampa – dai grandi quotidiani nazionali fino a Famiglia Cristiana, che per prima ha dato la notizia –: non si tratta di una novità, perché il progetto è giunto alla sua quarta edizione. E soprattutto non è una novità che da anni, perlomeno da quando è stata “sospesa” la leva obbligatoria ed è nato l’esercito dei professionisti, le Forze armate conducono una lenta ma progressiva azione di penetrazione nelle scuole per reclutare giovani in grigioverde, sul modello dell’esercito Usa, dove da tempo i recruiters battono le aule, i college e le università alla ricerca di aspiranti soldati, puntando particolarmente sugli adolescenti e i giovani delle minoranze etniche, delle classi più povere, delle aree rurali e dei ghetti metropolitani che hanno minori possibilità di proseguire il percorso di formazione che avranno più difficoltà a trovare un impiego

Uno dei primi Protocolli d’intesa fra militari e scuole risale infatti al 2004, fra l’Ufficio scolastico regionale del Piemonte e il Comando reclutamento e forze di completamento interregionale nord: i soldati entrano nelle aule per “condurre attività informative e promozionali delle figure professionali delle Forze armate, dei bandi di concorso, delle varie attività culturali locali”. E poi, sempre nel 2004, fra la Provincia di Caserta e il Distretto militare della città campana per realizzare nelle scuole superiori una serie di iniziative “finalizzate alla promozione e alla divulgazione delle opportunità occupazionali previste dalla legge n. 226 del 2004”, cioè il provvedimento che fissò al 1 gennaio 2005 la sospensione della leva obbligatoria e, contestualmente, istituì i “volontari in ferma prefissata” (vfp) per un anno o per quattro anni nell’Esercito, nella Marina e nell’Aeronautica. Iniziative di grande successo, moltiplicate nel resto d’Italia, tanto che gli ufficiali affermano con sicurezza che ormai il principale bacino di reclutamento delle Forze armate sono proprio le scuole superiori, soprattutto in tempi di crisi in cui il miraggio del “posto fisso” sembra essere l’arma migliore per convincere adolescenti e giovani con un futuro da disoccupati o da precari ad indossare la divisa; e la prospettiva uno stipendio iniziale di circa 800 euro (più vitto e alloggio), che diventano 900 con la prima nomina a caporale e salgono a 1.200 una volta in servizio permanente, più la possibilità di partecipare a missioni fuori area, rischiose ma redditizie. E non è un caso, infatti, che il 70% delle domande arrivi da giovani di 20-21 anni, delle regioni meridionali – dove maggiore è il tasso di disoccupazione –, il 20% del centro e appena il 10% del nord.

Ma non c’è solo l’orientamento, perché da anni nelle scuole si svolgono dei training di addestramento militare per studenti. Ad iniziare, nel 2005, una scuola privata bresciana – l’allora Istituto tecnico per geometri “Bianchi” –, poi, a seguire, le altre, in Lombardia e in molte altre parti d’Italia: per qualche mezza giornata studenti e studentesse mettono da parte libri e quaderni e imparano a fare la guerra con una serie di prove come il tiro a segno, la mappatura del territorio, lo sminamento, il pronto soccorso, ecc. Il training day è ufficialmente solo un gioco dove si indossa la divisa per un giorno, commentano i militari, ma magari domani qualche ragazzo potrà decidere di arruolarsi sul serio.

L’ultima invenzione è del ministro La Russa, forse nostalgico dei “campi hobbit” di rautiana memoria, e risale a questa estate: una mini-naja di tre settimane per giovani dai 18 ai 25 anni. Non si è svolta nelle scuole – ma nelle caserme degli alpini di Brunico e Dobbiaco, in Alto Adige – ma una buona parte dei 150 partecipanti arrivava proprio dalle scuole superiori. Venti giorni di vita ed esercitazioni militari al termine dei quali, chi ha voluto, si è portato a casa per ricordo la divisa e gli accessori. Programma già approvato dal governo per i prossimi tre anni. I costi: 20 milioni di euro, proprio mentre alla scuola statale, in tre anni, sono stati tagliati 8 miliardi di euro.