Archive for dicembre 2010

Sospetto riciclaggio. I conti dello lor ancora sotto sequestro

21 dicembre 2010

“il manifesto”
21 dicembre 2010

Luca Kocci

I chiarimenti forniti dallo lor sono insufficienti, il sospetto di riciclaggio rimane
intatto, quindi non faranno ritorno in Vaticano i 23 milioni di euro che due
mesi fa i magistrati della Procura di Roma Nello Rossi e Stefano Rocco Fava misero sotto sequestro perché i vertici della banca vaticana avevano violato le norme antiriciclaggio.

Dopo il Tribunale de! riesame, che ad ottobre aveva respinto una prima istanza di dissequestro, ieri anche il gip del Tribunale di Roma Maria Teresa Covatta ha rispedito al mittente le richieste degli avvocati del papa e confermato il sequestro, accogliendo la tesi dei magistrati: lo lor può diventare il canale per operazioni illecite perché i suoi conti «sono sottratti ad ogni controllo» anche per «l’impossibilità di effettuare rogatorie».

L’inchiesta della Procura era stata sollecitata dalla Banca d’Italia che, alla fine dell’estate, aveva bloccato un’operazione dello lor, che voleva trasferire 23 milioni di euro depositati su un conto del Credito Artigiano alla JP Morgan di Francoforte (20 milioni) e alla Banca del Fucino (3 milioni) senza indicare per conto di chi eseguiva l’operazione e la natura del movimento, come previsto dalla legge.

Le risposte ricevute dallo lor rivelano una «globale confusione» e non chiariscono un bel niente, per cui «il sequestro deve essere mantenuto», ha detto ieri il gip Covatta, rigettando le richieste vaticane. E ha precisato che non ci sono state «modifiche sostanziali rispetto al quadro indiziario preesistente»: rimane impossibile «individuare i clienti dello lor beneficiari di bonifici e assegni, la cui indentificazione passa esclusivamente per il tramite dello stesso lor, senza possibilità di controllo e riscontro da parte delle autorità italiane». Inoltre «l’accordo di collaborazione » fra lor e Credito Artigiano – che secondo
il Vaticano avrebbe fatto trasparenza e reso possibile il dissequestro, mentre
secondo il giudice è «generico» e sostanzialmente inutile – non è «neppure datato », per cui non si sa «quando sia stato effettivamente stipulato».

Rimangono sotto inchiesta anche i vertici della banca vaticana: il presidente Ettore Gotti Tedeschi e il direttore generale Paolo Cipriani, accusati di violazione delle norme antiriciclaggio. Del resto Gotti Tedeschi le sue idee le ha espresse chiaramente qualche settimana fa in un convegno sulla Caritas in ventate, l’enciclica sociale del papa: «la banca etica e finanza etica non esistono», ha detto il banchiere di Dio, «chi lo sostiene vi sta imbrogliando».

Storia di popolo, non solo di Curia. L’opera sulla Chiesa da”Unità ad oggi di Alberto Melloni

18 dicembre 2010

“Adista”
n. 97, 18 dicembre 2010

Luca Kocci

“L’obiettivo di quest’opera è di riuscire a raccontare una Chiesa che non è fatta solo del papa e della Curia, ma delle esperienze dei cristiani e delle comunità”. Così Alberto Melloni, segretario della Fondazione per le Scienze Religiose “Giovanni XXIII” di Bologna e docente di Storia del Cristianesimo all’Università di Modena-Reggio Emilia, ha presentato lo scorso 6 dicembre alla Pontificia Università Gregoriana di Roma Cristiani d’Italia. Chiese, Stato e società 1861-2011, un’opera da lui diretta ed edita dalla Treccani, in collaborazione con la Fondazione “Giovanni XXIII”. Una presentazione organizzata molto in anticipo rispetto alla pubblicazione effettiva dei volumi (prevista per il prossimo 15 marzo) e in una sede autorevole come la Gregoriana. Una scelta dovuta probabilmente alla volontà di accostare l’opera al convegno sull’Unità d’Italia organizzato dalla Conferenza episcopale ad inizio dicembre, ma forse anche un modo per replicare indirettamente alle critiche che L’Osservatore Romano poche settimane fa ha rivolto ad un’altra opera collettiva curata da Melloni per i tipi del Mulino, il Dizionario del sapere storico-religioso del Novecento (v. Adista n. 77/10), di cui una brochure di presentazione era contenuta nella cartellina consegnata a tutti i partecipanti. Che non si tratti di un’illazione lo ha fatto del resto capire anche il presidente della Treccani, Giuliano Amato, durante il suo intervento: “Se qualcuno dirà che questa è un’opera contro la Chiesa istituzione reagirò molto duramente”.

Oltre cento studiosi di varie matrici, provenienze culturali e confessioni religiose (diversi dei quali anche collaboratori di Adista) per spiegare 150 anni non solo di Chiesa italiana, ma di cristiani d’Italia. “Abbiamo voluto approfittare delle celebrazioni dell’Unità d’Italia per fare un’operazione diversa da quella della storiografia vigente, che per lo più riduce la questione ai rapporti fra Stato e Chiesa, come se i cristiani, e non solo i cattolici ma anche i protestanti, gli ortodossi e gli orientali, non esistessero. E per fare questo – ha detto Melloni – abbiamo scelto di coinvolgere le diverse energie intellettuali presenti nel Paese, che non hanno condiviso nessun accordo di linea precostituita ma hanno deciso solo di confrontarsi a partire dalla storia del nostro Paese”.

L’opera, in due volumi, è divisa in sette sezioni, che affrontano tutti i nodi e le vicende della storia dei cristiani d’Italia: le “radici di lungo periodo”, ovvero quelle che affondano ben prima della nascita dell’Italia unita, come la Riforma, il Concilio di Trento o l’illuminismo; “svolte e inizi”, cioè, spiega Melloni, “tutti quegli eventi che hanno rotto il filo delle cose e hanno segnato dei punti di ripartenza, come per esempio il non expedit, il modernismo, la scomunica ai comunisti e il Concilio”; la “vita vissuta” del popolo cristiano, ovvero le devozioni, i riti, i pellegrinaggi, la catechesi, le parrocchie; “politiche, conciliazioni, conflitti”, cioè i nodi delle controversie politiche, delle mediazioni, degli accordi, delle elezioni, dei referendum, dalla questione romana all’era post-democristiana; “cleri e popoli”, quindi “il ministero nelle sue espressioni di governo e di pastorale”, nelle diverse Chiese e comunità cristiane; “gruppi, partiti e movimenti”, ovvero la mappa, la storia e l’azione delle forme di aggregazione e di associazione di natura spirituale, economica, politica; infine la “cultura”, cioè la produzione e la fruizione culturale dei cristiani, dalle riviste all’editoria, dalle università ai cenacoli culturali. Oltre 100 saggi di 106 diversi autori fra cui, oltre lo stesso Melloni, Adriano Prosperi, Paolo Ricca, Francesco Traniello, Emilio Gentile, Anna Foa, Paolo Pombeni, Giuseppe Ruggieri, Massimo Faggioli, Sergio Tanzarella, Emma Fattorini, Daniele Garrone, Ermanno Genre, Luciano Caimi, Fulvio De Giorgi, Paolo Naso, Francesco Margiotta Broglio, Maurilio Guasco, Bruna Bocchini, Andrea Riccardi, Carlo Felice Casula.

“I cattolici hanno avuto un ruolo cruciale nel Paese, ma la questione romana ha distolto l’attenzione da questo ruolo focalizzandola invece sui rapporti, molto spesso conflittuali, fra Stato italiano, Stato Pontificio, Vaticano e Chiesa istituzionale”, ha spiegato Giuliano Amato. “Con il non expedit di Pio IX – ha proseguito – in Italia si è introdotta una separazione fra l’essere fedele e l’essere cittadino, che ha indebolito lo Stato ma anche il credente, la cui fede era ridotta a politica. E di conseguenza si sono sviluppate tesi anti-religiose, perché oggettivamente la religione cattolica aveva allontanato i fedeli dallo Stato”. Ma la Chiesa italiana e la sua storia, ha aggiunto Amato entrando nel merito dei volumi della Treccani, “è molto di più delle relazioni fra Chiesa e Stato, i rapporti sono assai più complessi, e di tutti bisogna occuparsi, come tenta di fare questa opera, che vuole andare ben oltre i meri rapporti fra le istituzioni e indagare il popolo dei cristiani: insomma una storia della Chiesa intesa come comunità e come popolo di Dio, non solo come organizzazione”.

Firenze: il “valore” dell’accoglienza. Polemiche sulla “tassa” per i senza fissa dimora

4 dicembre 2010

“Adista”
n. 93, 4 dicembre 2010

Luca Kocci

Accoglienza ai senza fissa dimora, ma a pagamento. È l’ultima trovata del Comune di Firenze, guidato dal sindaco “rottamatore” Matteo Renzi. “Per noi l’accoglienza è una spesa”, dice l’assessora alle politiche socio sanitarie Stefania Saccardi, “è giusto che chi usufruisce dei nostri servizi paghi”. Quindi ai senza tetto di Firenze accolti nelle strutture assistenziali comunali, per lo più gestite dalla Caritas diocesana, durante “l’emergenza freddo” (dal 22 novembre al 3 aprile), dopo i primi 15 giorni di permanenza verrà chiesto un euro al giorno di contributo. E chi non potrà pagare? “Tutte le situazioni saranno affrontate con buon senso”, l’ambigua risposta dell’assessora, la quale aggiunge che i soldi raccolti verranno utilizzati per borse di lavoro e corsi di formazione per gli emarginati: “Si tratta di un pagamento simbolico con cui l’Amministrazione non copre assolutamente le spese del servizio, tanto che abbiamo stanziato 311mila euro. Rappresenta piuttosto una forma di responsabilizzazione delle persone che utilizzano le strutture: vorremmo che capissero che questi servizi hanno un costo per la collettività. Le risorse così raccolte andranno ad alimentare un fondo specifico per le politiche attive, ovvero per quegli interventi mirati sulle persone senza fissa dimora per favorire il loro reinserimento nella società, come ad esempio borse lavoro o corsi di formazione”.

“L’accoglienza non può essere né monetizzata né mercificata. Se una persona vive in uno stato di emergenza ha il diritto di essere accolta senza dover tirar fuori un euro dalle proprie tasche, perennemente vuote”, dicono dalla Comunità delle Piagge, da dove è stata lanciata una petizione “a difesa della dignità degli ultimi”. “Se è vero, come è vero – si legge nell’appello –, che le istituzioni hanno il compito di ‘rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto l’eguaglianza tra cittadini e impediscono il pieno sviluppo della persona’ (art. 3 della Costituzione), a nessuna persona in difficoltà può essere imposto un contributo economico per essere accolta in un posto caldo dove passare la notte. Obbligandola di fatto, per raccogliere il denaro necessario, a compiere atti stigmatizzati dall’istituzione stessa, come l’accattonaggio o il lavoro nero. Nessun presunto percorso pedagogico di inserimento può esistere sotto la pressione di un ricatto, per di più ammantato da una presunta dignità istituzionale”.

Per questo, è l’idea della Comunità dove presta il suo servizio pastorale don Alessandro Santoro, a pagare non può essere chi non ha, ma chi ha. “Proponiamo pertanto che l’amministrazione comunale adotti, sostenga e promuova una campagna affinché ogni cittadino/a residente nella città di Firenze, che abbia un reddito superiore ai mille euro netti mensili (ovvero oltre la soglia di povertà relativa), possa versare un euro al mese per la costituzione di un Fondo di emancipazione sociale utile a produrre opportunità di lavoro per le decine di persone che sono costrette a vivere sulla strada a causa di gravi vicende personali, dei tagli del governo sulla spesa sociale, per l’inadeguatezza dei servizi pubblici. Un fondo, ma è solo un esempio, che possa retribuire nel pieno rispetto della legge coloro che utilizzano le strutture d’accoglienza per lavori di pulizia e di cura del luogo stesso che li ospita”.

Non si tratta di utopia, ma di rilanciare a livello comunale la prassi che alle Piagge si sperimenta da anni con il microcredito che ha raccolto oltre 150mila euro in uno dei quartieri più poveri della città grazie a piccoli versamenti, anche solo di 25 euro. Con quei soldi, che costituiscono il Fondo etico e sociale delle Piagge, oltre 100 persone e famiglie con difficoltà economiche hanno potuto far fronte alle emergenze, fuggire dall’usura, recuperare una dignità perduta. “Se questo è stato possibile ai margini della città, dove le risorse sono ridottissime – aggiungono dalla Comunità -, sarà certamente possibile costituire, con la partecipazione di tutti, un Fondo di emancipazione sociale per chi ne ha bisogno. A partire da subito”.

Vicenza: mons. Nosiglia lascia. E “raddoppia” la base Usa: «Sul Dal Molin ho fatto bene a tacere»

4 dicembre 2010

“Adista”
n. 93, 4 dicembre 2010

Luca Kocci

Oltre alla soddisfazione per la promozione ad una delle arcidiocesi più importanti d’Italia – senza però ottenere la berretta cardinalizia, almeno per ora – mons. Cesare Nosiglialascia Vicenza per Torino con un grande sollievo: finalmente si è liberato dei comitati No Dal Molin, in cui la presenza dei cattolici e dei religiosi è stata sempre molto forte, che da sempre lo hanno pungolato e gli hanno rimproverato il suo silenzio sulla costruzione della nuova base militare Usa approvata dai governi italiani, sia di centro-destra che di centro-sinistra (v. Adista nn. 9, 13, 15/07; 1, 9, 25, 51, 61, 71/08; 4, 22, 86 e 93/09; 49/10).

Mai, in circa quattro anni di lotta contro la nuova base, il vescovo ha pronunciato una parola chiara sul Dal Molin, preferendo sempre un pilatesco silenzio che adesso, in procinto di lasciare Vicenza, rivendica con orgoglio: “Schierandomi avrei diviso la Chiesa cittadina, la comunità cristiana, mentre era necessario un dialogo equilibrato, ragionevole, armonioso”, ha dichiarato in un’intervista al Giornale di Vicenza dello scorso 14 novembre. “Non ho preso una posizione pubblica per valorizzare la laicità all’interno di un dibattito che poteva creare solo divergenze e spaccature”. E poche settimane prima, sempre al Giornale di Vicenza (12/10), aveva detto: “La città era spaccata, i sacerdoti pure. Sul raddoppio della base Usa ho avuto una posizione equilibrata, all’inizio ho ascoltato tutti i Comitati, e ho preferito avere una posizione di pacificazione, auspicando dialogo e confronto”.

“Non possiamo, di fronte a questa affermazione, non esprimere anche il nostro pensiero che nasce dalla passione per l’uomo, per il Vangelo e per la Chiesa”, rispondono al vescovo i cattolici del Coordinamento cristiani per la pace di Vicenza, da sempre in prima fila nell’animazione della comunità ecclesiale locale ai temi della pace e della giustizia, e quindi contro la costruzione della nuova base. “La nostra lettura di quanto è avvenuto in questi ultimi quattro anni attorno alla vicenda Dal Molin è molto diversa e desideriamo comunicarla per amore della verità e per il rispetto di tutte le persone che si sono impegnate al massimo”, proseguono. “Abbiamo tentato di vivere e annunciare il Vangelo della pace ai cristiani della Chiesa di Vicenza, in ascolto delle indicazioni degli ultimi pontefici, che hanno alzato la loro voce gridando che la guerra non è mai la soluzione dei conflitti tra i popoli e chiedendo una progressiva diminuzione degli armamenti e degli arsenali militari. Ci sembrava che Vicenza stesse vivendo un momento decisivo e che per la Chiesa si presentasse una occasione propizia per un annuncio coraggioso, questa volta con un avvenimento concreto e non solamente con i grandi pronunciamenti che spesso rimangono inascoltati. Abbiamo cercato di farlo in unione con molti compagni di strada, anche provenienti da esperienze e ideologie diverse, compreso il Presidio permanente” (che fa riferimento all’area della sinistra radicale).

Una fatica che, si legge nel documento del Coordinamento, ci sembra “non sia presente nelle considerazioni di addio alla diocesi di Vicenza da parte del nostro vescovo” e non sia stata vissuta dalla Chiesa di Vicenza tutta intera, anche per responsabilità istituzionali ecclesiastiche: quanta difficoltà “per trovare un luogo per pregare per la pace, quanta fatica da parte di alcuni preti e laici per sentirsi accettati dai confratelli per la loro passione e impegno per la pace”. Siamo stati accusati di “aver provocato noi divisioni e sconcerto nelle comunità cristiane”, proseguono i Cristiani per la pace, ma crediamo che il problema non siamo noi, bensì l’istituzione ecclesiastica che non ha fatto proprio il Vangelo della pace: “La pace e la nonviolenza, pur essendo annunciate in maniera indiscutibile da Gesù di Nazareth, non sono ancora valori condivisi nelle nostre Chiese. Per questo il nostro impegno non è terminato e continueremo a viverlo nelle comunità cristiane e nella società vicentina”. Anche perché, nel merito, il Coordinamento sente la ragione dalla propria parte. “Ci sembra che i fatti recenti non diano ragione a chi sosteneva che c’era bisogno di una nuova base militare per difenderci dal terrorismo: in Iraq e in Afghanistan le cose stanno andando malissimo per questa frenesia di dare risposte dure e violente agli atti di terrorismo. E Vicenza è divenuta una base di appoggio, perciò complice, per queste operazioni che non stanno portando niente di buono, anzi stanno portando solo morte, lutti, tragedie infinite. Questo volevamo dire, questo abbiamo gridato, spesso inascoltati”.