Archive for gennaio 2011

Prestito senza speranza. Fallisce l’iniziativa di microcredito della Cei

29 gennaio 2011

“Adista”
n. 5, 29 gennaio 2011

Luca Kocci

Doveva essere la più importante iniziativa di solidarietà sociale della Conferenza episcopale italiana degli ultimi anni, ma ad oggi, un anno e mezzo dopo il suo lancio, ha funzionato pochissimo, tanto che la Cei si vede costretta a cambiare radicalmente i criteri di ammissione – peraltro fin dall’inizio giudicati da molti troppo selettivi (v. Adista n. 84/09) – per non andare incontro ad un colossale fallimento. Si tratta del Prestito della Speranza, «un segno e uno strumento per attraversare la crisi e non soccombere ad essa», aveva detto in occasione della presentazione dell’iniziativa il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei. Il «più grande programma di microcredito realizzato in Italia, unico in Europa per caratteristiche e livello di coinvolgimento delle banche», avevano aggiunto con ancora più enfasi i dirigenti dall’Abi, l’associazione bancaria italiana, partner del programma. Ma in pochissimi hanno potuto accedervi, così ora si cambia e si tenta di ricominciare.

L’idea venne lanciata alla fine del 2008 e, a marzo 2009, la Cei la presentò ufficialmente, insieme alla “colletta nazionale”: una raccolta di fondi in tutte le parrocchie per raggranellare 30 milioni di euro da usare come fondo di garanzia per gli istituti di credito, senza quindi intaccare l’otto per mille (la colletta ha fruttato solo 2 milioni di euro, la Cei ne ha aggiunti 13, arrivando a 15, la metà di quanto previsto). Strada facendo è arrivata l’adesione delle banche che hanno messo sul piatto 180 milioni, e il programma è stato definito nei dettagli: un prestito di 500 euro al mese, per un anno (prorogabile a due) a cui possono accedere – secondo i criteri dettati dalla Cei – le coppie sposate o i coniugi separati ma non conviventi, con almeno tre figli – minorenni o universitari, purché non fuori corso – o con un invalido, che abbiano perso qualsiasi reddito a causa della crisi, cioè dopo giugno 2008. Il prestito andrà restituito entro cinque anni, con un interesse annuo pari alla metà del tasso medio stabilito ogni tre mesi dal Ministero dell’Economia: oggi è del 9%, quindi per le famiglie sarà un interesse netto del 4,5%. Secondo i piani di ammortamento predisposti da Cei e Abi, chi ha avuto 6mila euro ne dovrà restituire alla banca 7mila, chi ne ha ricevuti 12mila ne restituirà 14mila. Accanto al finanziamento c’è un percorso di reinserimento lavorativo o di avvio di impresa. Alla fine dell’anno (o dei due anni) partirà la restituzione. In caso di ritardi nel pagamento, la banca allerterà la Caritas, che cercherà di intervenire per risolvere la situazione, e trascorsi sei mesi si rivolgerà alla Cei per riavere la metà di quanto prestato attingendo al “fondo di garanzia” depositato presso Banca Prossima (del gruppo Intesa San Paolo, una delle principali “banche armate” italiane). Contestualmente segnalerà il mancato pagamento alla Centrale dei rischi (il sistema informativo centrale della Banca d’Italia: chi viene segnalato come moroso difficilmente potrà poi accedere ad un prestito legale) e potrà anche inseguire il debitore per recuperare l’intero capitale.

La Cei contava di poter aiutare almeno 20mila famiglie ma nel 2010 solo in 700 hanno potuto presentare la domanda e appena 150 sono state accolte: colpa dei criteri troppo restrittivi voluti dalla Cei che ora è costretta a correre ai ripari. Potranno quindi accedere al prestito tutte le famiglie con figli o senza figli in difficoltà economiche, purché regolarmente sposate, anche solo civilmente. Ma potranno chiedere il contributo anche le famiglie con coniugi separati, se la separazione è avvenuta di fronte al tribunale e se il contributo del fondo Cei è chiesto dal coniuge con il quale convivono i figli. Invariato invece il contributo di 6mila euro a famiglia.

Le nuove regole sono state già approvate dalla Cei. In questi giorni è in via di definizione il nuovo accordo con l’Abi e con Banca Prossima. E il primo marzo il Prestito della Speranza dovrebbe ripartire.

Gerarchie timide, esplode la protesta della “base”

27 gennaio 2011

“il manifesto”
27 gennaio 2011

Luca Kocci

Contro Berlusconi ma anche contro le gerarchie ecclesiastiche, troppo timide nel denunciare le malefatte del premier. Dopo il cardinal Bertone, il papa e, ultimo in ordine di apparizione, il cardinal Bagnasco, credenti, riviste cattoliche e associazioni ecclesiali alzano la voce contro il “satrapo di Arcore” con un volume più alto e parole più nette di quelle che, nei giorni scorsi, si sono comunque levate dalle ovattate stanze vaticane e curiali.

Famiglia Cristiana esce oggi in edicola con 4 pagine di lettere di lettori “arrabbiati”. “Come può la Chiesa sostenere un corruttore che disattende le posizioni evangeliche sui migranti, si allea coi peggiori governi del mondo, partecipa alle giornate per la famiglia e poi è accusato di orge e festini?”, chiede Mario Q. Aggiunge Fausto A.: “Cosa deve ancora succedere perché la Chiesa prenda una posizione più netta?”. “Il mondo cattolico ha reagito compatto più che in passato”, risponde il direttore del settimanale, don Antonio Sciortino, ma una parte “fatica ad aprire gli occhi” e ancora “tace sul rispetto delle istituzioni e sulla chiarezza da fare nelle sedi competenti”. Ovvero non dice chiaramente che Berlusconi deve dimettersi e andare dai giudici. E il teologo gesuita Felice Scalia, nell’editoriale sul settimanale cattolico progressista Adista che uscirà lunedì prossimo, parla di “abiura della profezia” da parte della Chiesa e se la prende con “l’eccessiva prudenza” delle gerarchie, simile alla “connivenza”, e con la riduzione “ad una questione di morale personale poco degna di un uomo pubblico”. Il nodo vero, aggiunge, è che “la vita privata del Cavaliere è stata ed è modello di corruzione della nazione intera, la sua sfrenatezza è la conseguenza di una concezione di vita basata sul potere ed il denaro, l’etica sessuale è intimamente connessa con una ideologia dove tutto è in vendita” e “le leggi del mercato sono la Legge”: e tutto ciò “stride con la fede cristiana, da tempo”.

Durissimi con Berlusconi e con Bagnasco, che “sussurra parole generiche invece di esprimere una vera denuncia”, il movimento Noi Siamo Chiesa e le Comunità di base italiane. Ma si associa anche la presidenza nazionale del Meic, il moderatissimo Movimento ecclesiale di impegno culturale dell’Azione cattolica, la più importante associazione cattolica del Paese. “Il Movimento – si legge nella nota – manifesta sgomento per i molti episodi che emergono dall’inchiesta della Procura milanese e che esprimono un’abissale distanza dalle tradizioni e dalla prassi democratica” e “sottolinea l’amara perplessità suscitata dalle notizie sullo stile di vita di colui che, rappresentando le Istituzioni pubbliche al massimo livello, dovrebbe avere a cuore una condotta irreprensibile a presidio delle esigenze dell’etica pubblica e della credibilità internazionale del Paese”. E il coordinamento di cattolici democratici Agire Politicamente: da un lato “si chiede ai cittadini di attendere il processo”, intanto “il presunto colpevole, mobilitando una schiera di avvocati di fiducia pluri-esperti in rinvii ed insabbiamenti, rifiuta di presentarsi ai giudici”. La sentenza, forse, non arriverà mai, ma è evidente fin da ora “che un così fatto individuo non è degno di rimanere alla guida del Paese”, e gli stessi cattolici del Pdl dovrebbero “chiedere a questo ormai squalificato personaggio di mettersi da parte”.

“Non possiamo più barattare un sostegno alla nostra presenza cristiana nella società italiana in cambio del silenzio di fronte all’arrogante degrado del potere istituzionale”, scrive don Nandino Capovilla, coordinatore nazione di Pax Christi, in una lettera ad Avvenire che però il quotidiano dei vescovi ha preferito non pubblicare. “Il presidente del consiglio potrà continuare ad andare orgoglioso del suo stile di vita, ma se noi pastori l’approviamo diventiamo responsabili di una degenerazione morale dalle conseguenze  incalcolabili” che riguarda “il valore della persona umana, il rispetto della donna, l’educazione alla legalità”. Non lo approva sicuramente don Aldo Antonelli, parroco abruzzese di Antrosano (Aq), che domenica non celebrerà la messa contro “il degrado della politica” e il “silenzio mafioso” della Chiesa.

I soldi non sono tutto. Per l’Ocse male scuole private e paritarie

8 gennaio 2011

“Adista”
n. 1, 8 gennaio 2011

Luca Kocci

La scuola italiana non scoppia di salute, ma a rendere ancora più negativi i risultati nel confronto con le scuole degli altri Paesi ci pensano soprattutto gli studenti delle paritarie e delle private, in massima parte istituti gestiti da enti ecclesiastici e religiosi. È quanto emerge dall’analisi degli ultimi dati dell’indagine Ocse-Pisa sulle competenze in lettura, matematica e scienze degli studenti di 15 anni, un programma internazionale di valutazione degli apprendimenti a cui, nel 2009, hanno partecipano 74 Stati di tutto il mondo, e i cui risultati sono stati presentati a Frascati (Rm) a metà dicembre.

Per quanto riguarda le competenze nella lettura, al primo posto al mondo c’è Shanghai-Cina con 556 punti, seguita da Corea (539) e Finlandia (536). L’Italia, con 486 punti (poco sotto la media dei Paesi Ocse, che si attesta a 493), si piazza al 30.mo posto. Ma se si prendessero in considerazione i risultati ottenuti dai soli studenti delle scuole statali, il punteggio sarebbe di 489 e la posizione in classifica la 23.ma. Analogo discorso per matematica: 483 punti (496 la media Ocse) e 35.mo posto per l’Italia come dato generale, mentre sarebbero 492 i punti e 25.mo il posto in classifica se fossero valutati solo i risultati degli allievi delle scuole statali (ai primi tre posti al mondo ci sono Shanghai-Cina, Singapore e Hong Kong-Cina).
Ammettono i pessimi risultati ottenuti dagli studenti delle loro scuole – e, di conseguenza, la non eccelsa qualità delle stesse – anche i vertici della cattolica Fidae (Federazione istituti di attività educative) con un articolo di Luisa Ribolzi (docente dei Sociologia dell’educazione all’università di Genova) e del ciellino Giorgio Vittadini pubblicato su Il sussidiario (quotidiano online della Fondazione per la sussidiarietà presieduta dallo stesso Vittadini), in cui gli autori tentano però anche di smorzare l’esito delle rilevazioni Ocse-Pisa: “Le scuole paritarie intervistate in Italia sono state in tutto 31 su 1062 (2,9%)”, quindi “un campione non rappresentativo per misurare la variabile performance di studenti che frequentano scuole non statali paritarie rispetto a quelli che frequentano scuole statali”, si legge nell’articolo. Ma, una volta asserito questo elemento, ammettono Ribolzi e Vittadini, “resta il fatto che tra scuole statali e scuole paritarie (almeno per le scuole indagate, di cui nulla sappiamo: e se fossero tutte nelle regioni in cui i punteggi sono inferiori?) c’è una differenza di punteggio che sarebbe sciocco negare, ma non pare drammatica”.
La speranza è che i 528 milioni di euro a favore delle scuole paritarie e private inseriti da Tremonti nella legge di Stabilità – a fronte di 8 miliardi di euro di tagli in 3 anni per la scuola statale (v. Adista n. 90/10) – aiutino gli istituti privati a migliorare la qualità del loro insegnamento e gli apprendimenti dei loro studenti.