Archive for febbraio 2011

Il disobbediente. L’uomo che disse no ad Hitler

26 febbraio 2011

“il manifesto”
26 febbraio 2011

Luca Kocci

Quando si svegliano, all’alba del 24 febbraio 1945, i 40 prigionieri stipati in uno dei vagoni piombati del treno partito qualche giorno prima da Buchenwald si accorgono subito che uno dei loro compagni non ce l’ha fatta ed è morto prima di arrivare nell’inferno di Dachau, il lager dove erano destinati. È Josef Mayr-Nusser, 35enne altoatesino, disobbediente ad Hitler, che aveva rifiutato il giuramento alle SS, dove era stato arruolato a forza: “No maresciallo – aveva risposto al suo superiore nel centro reclute di Konitz, in Prussia occidentale –, io non posso giurare ad Hitler in nome di Dio”. Wehrmachtszersetzung, “disfattismo”, la sua colpa; il lager, la condanna, che affronta senza ripensamenti – che pure gli sarebbero stati possibili – perché, sosteneva, “se nessuno avrà mai il coraggio di dire no ad Hitler, il nazionalsocialismo non finirà mai”.

A Josef Mayr-Nusser – per anni dimenticato dalla storiografia e dalla Chiesa –, nell’anniversario della sua morte, il Centro pace del Comune di Bolzano ha dedicato un convegno (“Noi non taceremo. Nonviolenza e totalitarismo”), il 26 febbraio, a cui ha partecipato, fra gli altri, Hildegadr Goss Mayr, presidente onorario della International Fellowship of Reconciliation, cioè il Mir, Movimento internazionale della riconciliazione. “‘Noi non taceremo, noi siamo la voce della vostra cattiva coscienza. La Rosa Bianca non vi darà pace’. Terminava così il quarto volantino del gruppo di studenti antinazisti bavaresi della Rosa Bianca, condannati a morte da Hitler”, spiega Francesco Comina, coordinatore del Centro pace e autore di una biografia di Mayr Nusser (Non giuro a Hitler, San Paolo edizioni). “C’è un’ostinata voglia di gridare, di dire forte no alla violenza, alla brutalità della dittatura, alla banalità del male, che collega i testimoni dell’antinazismo e più in generale i testimoni della pace e dei diritti umani. Il convegno vuole sottolineare il coraggio e la determinazione che hanno spinto questi uomini e queste donne a rompere il silenzio del terrore, dell’oppressione, dell’obbedienza, per denunciare la follia genocidaria, la violenza, l’oppressione”.

Non è un eroe, né vorrebbe esserlo, Mayr Nusser. “Non faceva parte di alte gerarchie politiche o ecclesiastiche, era un semplice impiegato e padre di famiglia, sarebbe potuto rimanere nell’anonimato e salvarsi l’anima cercando, per quanto possibile, di non farsi coinvolgere troppo direttamente nelle atrocità che le SS compivano ovunque passassero”, ricorda il figlio Albert, che aveva poco più di un anno quando il padre morì. Ma è un giovane, un giovane cattolico che prende sul serio il Vangelo e sceglie di obbedire alla sua coscienza, fino alla fine, perché “era convinto che fosse suo dovere manifestare apertamente il dissenso”, dice ancora Albert Mayr.

Dissenso ad Hitler e anche al nazionalismo sia fascista che nazista, che Mayr Nusser esprime pubblicamente già 5 anni prima, quando gli altoatesini vengono costretti a scegliere se stare con l’Impero di Mussolini o con il Reich del führer. Il 23 giugno 1939, alla vigilia dell’invasione della Polonia e dell’inizio della guerra, fascisti e nazisti decidono la sorte dei sudtirolesi italiani che, entro la fine dell’anno, dovranno scegliere se trasferirsi nel Reich e conservare la cittadinanza tedesca oppure rimanere nelle proprie terre ed essere assimilati alla cultura e alla lingua italiane, che venivano imposte a marce forzate. Mayr Nusser, che frattanto era stato eletto presidente dell’Azione cattolica di Trento e non faceva mistero della sua avversione ad entrambi i totalitarismi – criticando duramente i silenzi e le omissioni della Chiesa e di molti cattolici – e al binomio “sangue e suolo”, rifiuta di decidere. È un dableiber, un “non optante”, e si trova fra due fuochi: da una parte i sudtirolesi di lingua tedesca che non vogliono l’assimilazione forzata all’Italia e il Partito nazista sudtirolese (Vks) che sogna la “Grande Germania” di Hitler, dall’altra i fascisti che vogliono italianizzare tutto l’Alto Adige. Mayr Nusser rifiuta di scegliere, perché non si può decidere se abbracciare Mussolini o Hitler, e inizia l’attività con la Lega Andreas Hofer, un’associazione clandestina antifascista e antinazista che fa propaganda e informazione nei confronti delle ragioni dell’opzione. Resistenza nonviolenta ai totalitarismi che, spiega Piero Stefani, relatore al convegno e direttore scientifico della Fondazione del Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah, “deve essere consapevole dell’influsso pervasivo esercitato sulle persone dal contesto violento in cui si trovano, deve cercare di contrastarlo attraverso il primato attribuito, in sé e negli altri, alla dignità della persona, deve riconoscere che i suoi avversari sono uomini e non mostri, deve essere disposta a pagare il prezzo più alto per la scelta di manifestare pubblicamente  i propri convincimenti perché, parafrasando un detto antico, chi salva la dignità umana, a partire da se stesso, è come se salvasse il mondo intero”.

Con l’armistizio, l’8 settembre del 1943, le truppe tedesche invadono l’Italia e l’Alto Adige viene occupato. Nell’agosto del 1944 Mayr Nusser riceve la cartolina di precetto, obbligato ad arruolarsi nelle SS ed inviato in Prussia  per l’addestramento, dove avrebbe dovuto giurare ad Hitler, secondo la formula prevista per le SS: “Giuro a te, Adolf Hitler, führer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te e ai superiori designati da te fedeltà fino alla morte. Che Dio mi assista”. “Giurare a un dittatore in nome di Dio?”, si chiede Mayr Nusser. “Giurare per odiare, per conquistare, per sottomettere, per insanguinare la terra? Giurare per rinnegare la propria coscienza, giurare e piegarsi ad un culto demoniaco, il culto dei capi, innalzati a idoli di una religione sterminatrice?”. Quindi la decisione, il 4 ottobre: “Signor maresciallo, io non posso giurare ad Hitler, perché sono cristiano e la mia fede e la mia coscienza non me lo consentono”.

Subito arrestato, rinchiuso in una cella di un manicomio dismesso, poi condotto in carcere a Danzica e, a gennaio, condannato per disfattismo. “Amatissima Hildegard, sono convinto che il nostro amore reggerà anche alla dura prova rappresentata dal passo impostomi dalla mia coscienza”, scrive alla moglie, poco prima di essere messo su un treno, ai primi di febbraio, insieme ad altri 40 obiettori, diretto a Dachau. Breve sosta a Buchenwald per risolvere alcuni problemi burocratici, poi di nuovo in marcia verso sud, premuti nei vagoni piombati. Ad Erlangen, il 20 febbraio, il treno si ferma di nuovo: la linea ferroviaria è stata bombardata e non si può più andare avanti. Mayr Nusser sta male, ha la febbre, la dissenteria lo sta uccidendo. Lo portano in ospedale, a tre ore di cammino, ma il medico nazista che lo visita lo rimanda indietro: “Niente di grave, può riprendere il viaggio”. Torna sul treno e, durante la notte, muore. “Broncopolmonite”, dirà il telegramma che oltre un mese dopo, il 5 aprile, arriverà ad Hildegard, per comunicarle con asettico linguaggio burocratico la morte del marito. Sepolto in Germania, il suo corpo tornerà a Bolzano, e poi nella chiesetta di Stella sul Renon, solo nel 1958.

La diocesi di Bolzano-Bressanone, dopo decenni di oblio, lo vorrebbe santo. Tre anni fa è stato chiuso il processo diocesano e ora tutti gli atti sono in Vaticano, dove però tergiversano: troppo pericoloso, forse, additare come esempio un obiettore di coscienza, per di più antifascista. Non si vuole riconoscere il “martirio” di Mayr Nusser perché la morte è avvenuta sul treno, per cause naturali, come se il viaggio nel vagone piombato verso Dachau fosse stato un viaggio di piacere liberamente scelto. “Fatico a capire queste motivazioni”, spiega don Josef Innerhofer, postulatore della causa di beatificazione. “Mayr Nusser è un martire per la fede, perché lui ha detto no ad Hitler ispirato dalla sua coscienza cristiana”. Un’interpretazione religiosa, che tende a depotenziare il valore di opposizione politica al nazismo, però non condivisa da tutti, per esempio dallo storico altoatesino Leopold Steurer, che la ritiene riduttiva. “Mayr Nusser era profondamente cristiano, ma la sua scelta è fatta anche di coraggio civile e ha un valore di testimonianza pubblica”. “Le motivazioni di fondo di mio padre erano di carattere religioso, però le conseguenze e le implicazioni delle sue obiezioni non sono state personali ma inevitabilmente sociali e politiche”, aggiunge Albert Mayr, che sottolinea anche un altro aspetto, di stringente attualità: l’informazione. “Mio padre cercava, nonostante le difficoltà del tempo, di informarsi, di capire e di sapere cosa erano e cosa stavano facendo il fascismo e il nazismo, oltre la propaganda di regime. L’informazione, e l’informazione critica, è fondamentale per poter scegliere liberamente e secondo coscienza, anche oggi”.

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«Pago chi non paga il pizzo». Una comunità ecclesiale fa la spesa dal commerciante antiracket

26 febbraio 2011

“Adista”
n. 14, 26 febbraio 2011

Luca Kocci

In fila alla cassa con il carrello della spesa per concreta solidarietà ad un commerciante palermitano che, dopo aver denunciato e fatto arrestare l’estorsore che gli chiedeva il pagamento del pizzo, ha subìto un attentato intimidatorio ai danni del negozio. L’iniziativa è della Comunità di San Francesco Saverio all’Albergheria (v. Adista n. 9/11) che, accogliendo la proposta dell’associazione antiracket Addiopizzo, ha organizzato, lo scorso 11 febbraio una “spesa solidale”, a cui hanno partecipato oltre 40 famiglie.

La storia inizia un po’ di tempo fa, quando il titolare del supermercato Sisa di via Pindemonte decide di denunciare la richiesta di pizzo, facendo finire dietro le sbarre l’estorsore. Un atto che, per la famiglia mafiosa del quartiere, non può restare senza conseguenze. E così la sera dello scorso 2 febbraio, poco prima della chiusura del negozio, un giovane sulla soglia del supermercato, nonostante il negozio fosse pieno di gente, lancia una bottiglia incendiaria, fortunatamente senza ferire nessuno e senza provocare seri danni.

«Un grave e pericoloso attentato che richiede un’adeguata risposta da parte del movimento antiracket, dei cittadini onesti e delle istituzioni», l’immediata reazione di Addiopizzo, che lancia la proposta di una spesa di solidarietà a cui aderisce subito la Comunità di San Francesco Saverio, animata da don Cosimo Scordato. La nostra iniziativa «si affianca a quelle organizzate in questi giorni dalle associazioni antiracket e dai movimenti civici di Palermo», spiegano i cristiani di San Francesco Saverio. In questo modo abbiamo voluto lanciare «un chiaro messaggio contro i mafiosi che con l’uso della violenza cercano di riprendere il controllo del territorio, ultimamente incrinato dalle sempre più frequenti denunce dei commercianti. Nel contempo la Comunità di San Francesco Saverio ha inteso esprimere solidarietà al titolare dell’esercizio commerciale che in pochi mesi ha visto sconvolta la sua vita (a seguito dell’atto intimidatorio gli è stata anche assegnata una scorta) e richiamare l’attenzione della cittadinanza sul potere che le famiglie hanno di orientare gli acquisti verso un consumo critico e solidale, contribuendo in tal modo, per la  propria parte, alla lotta contro la mafia. Idea felicemente espressa dallo slogan «Pago chi non paga il pizzo», inventato anni fa proprio da Addiopizzo, che si presentò alla città all’alba del 29 giugno 2004, quando Palermo si risvegliò tappezzata di manifestini e adesivi anonimi, listati a lutto, con la frase-invito «Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità» (v. Adista n. 41/06).

«Con questa azione – concludono da San Francesco Saverio – la nostra Comunità ha voluto, inoltre, riaffermare che il Vangelo è dalla parte di chi soffre a causa della giustizia e che  compito dei cristiani è quello di stare a fianco a chi  di questa beatitudine ne fa esperienza quotidiana».

Sfrattati dal Vaticano, salvati da Tremonti?

26 febbraio 2011

“Adista”
n. 14, 26 febbraio 2011

Luca Kocci

Annunciati, tentati ma non riusciti – anche per la presenza di consistenti presidi di protesta – gli sfratti di alcuni cittadini che vivono in affitto in immobili di proprietà ecclesiastica (v. Adista nn. 39 e 79/07; 7, 81 e 90/08).

Il primo, lo scorso 8 febbraio, ai danni di una donna che abita in un appartamento nel centro storico di Roma di proprietà dell’Apsa (Amministrazione patrimonio sede apostolica), quindi del Vaticano. L’ufficiale giudiziario si è regolarmente presentato, ma un presidio di circa 40 persone – fra cui diversi componenti di Noi Siamo Chiesa – ha impedito lo sfratto, rinviato al 28 febbraio.

Il secondo, il 15 febbraio, alla Tenuta di Acquafredda, nella zona nord di Roma, vicino al Raccordo Anulare, dove 10 famiglie contadine vivono e lavorano in un terreno di proprietà del Capitolo di San Pietro, un collegio di sacerdoti (la cui fondazione risale all’XI secolo) per il governo della basilica vaticana che oggi ne gestisce anche il ricco patrimonio immobiliare. Oltre 200 persone riunite in presidio hanno dissuaso l’ufficiale giudiziario e lo sfratto è stato rinviato al prossimo 7 aprile

«Queste terre sono di proprietà, da sempre per quanto mi riguarda, del Capitolo di San Pietro», spiega Franco Ruggeri, uno dei dieci contadini sotto sfratto (Liberazione, 5/2). «Io le ho ereditate da mio padre, Bernardino, che a sua le ha ricevute da suo padre, mio nonno. Noi Ruggeri viviamo e lavoriamo qui dal 1932, mentre altre famiglie anche da oltre cento anni. Oggi – dopo la diaspora dovuta alla determinazione con cui, dai primi anni novanta, il Capitolo di San Pietro ha iniziato a vedere in queste terre un elemento di guada-gno – siamo rimasti in dieci nuclei a difendere l’Acquafredda dalla speculazione. Oggi siamo a tutti gli effetti occupanti; paghiamo un’indennità di quattrocento euro al mese visto che il contratto non ci è stato rinnovato. È da molti anni, a memoria dal 1996, che stiamo chiedendo al Capitolo di San Pietro un incontro per capire cosa sarà della nostra vita, ma non abbiamo mai ricevuto risposta».

Una piccola boccata d’ossigeno potrebbe arrivare dal decreto «mille proroghe», approvato in prima lettura dal Senato il 16 febbraio, che contiene una proroga degli sfratti fino al prossimo 31 dicembre. Ma la proroga, se verrà confermata, riguarderà solo le «categorie di-sagiate» – una casistica piuttosto articolata che contiene, fra gli altri, anziani a basso reddito, disabili ecc. – che non sono mai risultati morosi (non è passata infatti, fino ad ora, la proposta dell’Unione Inquilini di far inserire anche la sospensione dell’esecuzione degli sfratti per «morosità incolpevole», v. Adista n. 10/11), ovvero una percentuale minima di tutti gli sfrattati.

Le organizzazioni cattoliche in fila

23 febbraio 2011

“il manifesto”
23 febbraio 2011

Luca Kocci

La social card raddoppia e la sua gestione passa alle organizzazioni caritative, ovvero cattoliche. Alla fallimentare “carta acquisti” da 40 euro al mese per anziani over 65 anni e famiglie in difficoltà economica con bambini di età inferiore a 3 anni in vigore dal 2008 – e da più parti ribattezzata “tessera della povertà” –, il decreto milleproroghe aggiunge una nuova card da sperimentare nelle città con più di 250mila abitanti la cui gestione verrà affidata agli “enti caritativi”. Quali ancora non si sa: li sceglierà di qui ad un mese il governo, tenendo conto – così è scritto nel decreto – della “diffusione dei servizi e delle strutture” sul territorio e della quantità di persone che già “fanno riferimento” agli stessi enti. “È importante che sia gestita da enti caritativi, cioè caratterizzati dal dono, dal volontariato e possibilmente anche dalla generosità dei privati”, ha ribadito ieri il ministro del welfare Maurizio Sacconi ad un convegno in cui le Acli hanno presentato il loro Piano contro la povertà. “La povertà assoluta – aggiunge – si affronta con un forte contenuto relazionale: un pacco di pasta può essere portato da un impiegato pubblico, e ha un significato, ma se è portato da un’associazione di volontariato diventa l’occasione per sottrarre la persona a quella condizione di solitudine che spesso è la ragione della vera povertà”.

Facile immaginare, quindi, che ad accaparrarsi la gestione, per cui ci sono a disposizione 50 milioni di euro, saranno soprattutto le grandi organizzazioni cattoliche capillarmente diffuse sul territorio. Il trionfo della sussidiarietà tanto amata da Comunione e liberazione, che con il suo braccio economico, la Compagnia delle Opere, è fra i maggiori pretendenti alla social card di Sacconi: meno Stato e più società, ovvero le organizzazioni del terzo settore. Con una serie di domande a cui né il decreto né il ministro Sacconi per ora rispondono: chi controllerà gli enti? A chi distribuiranno la social card? Il rischio di trasformare la giustizia sociale in carità – come del resto suggerisce la formulazione “enti caritativi” scelta dal governo – è assai più che una remota possibilità.

Fra le stesse organizzazioni cattoliche le opinioni sono differenti. Critica la Caritas italiana, che pure è fra i candidati alla gestione della card. “La Caritas non ha mai chiesto una modifica di questo tipo”, dice il vicedirettore Francesco Marsico. “Il problema della social card è che esclude una larga fetta di famiglie povere e la sperimentazione decisa dal governo non risolve questa criticità. Anzi ne aggiunge altre, perché pone il problema del rispetto del principio costituzionale di equità, per quanto riguarda sia i destinatari, sia gli erogatori”. La social card forse “può servire per rispondere all’emergenza costituita dalla povertà estrema, ma non risolve il problema di milioni di anziani che con la loro pensione non ce la fanno ad arrivare neppure alla terza settimana”, aggiunge Gigi Bonfanti, segretario generale dei pensionati Cisl. “Avevamo chiesto un intervento di rivalutazione delle pensioni”, invece il governo, “forse nella speranza di recuperare un minimo di rapporto col mondo cattolico, mette sul piatto una cifra irrisoria che darà una risposta parziale e inadeguata ad un problema serio che non si risolve con opere di carità pelosa”.

Favorevoli con riserva le Acli. “Che la social card sia inserita nel milleproroghe va bene, basta che non sia uno spot e che invece diventi una misura stabile”, ha detto ieri il presidente Andrea Olivero, presentando le proposte delle Acli per la nuova social card: estenderla a tutte le famiglie in povertà assoluta, compresi gli stranieri residenti in Italia; aumentare il contributo mensile a 129 euro; affiancare al sostegno economico la fornitura di servizi alla persona (dall’assistenza alla formazione scolastica e professionale) curati dai Comuni insieme alle organizzazioni non profit. Un programma triennale da due miliardi di euro che riguarderebbe 3 milioni di persone che vivono in povertà assoluta. Una “proposta apprezzabile” ma troppo costosa, chiude subito Sacconi. “Di questi tempi – aggiunge – i diritti soggettivi sono un lusso che è difficile permettersi”.

Contro il “sacro” interesse, si mobilitano gli sfrattati dagli enti ecclesiastici

12 febbraio 2011

“Adista”
n. 10, 12 febbraio 2011

Luca Kocci

Finita la tregua della sospensione, dal primo gennaio sono ripresi gli sfratti per migliaia di cittadini e famiglie, compresi quelli che occupano, come regolari affittuari, appartamenti di proprietà di enti ecclesiastici: 170mila a rischio in tutta Italia, nei prossimi due anni. Due iniziative, entrambe a Roma, una dell’Unione Inquilini e una di Noi Siamo Chiesa, tentano di ridestare l’attenzione e di affrontare la questione, sia dal punto di civile, sia ecclesiale

La via crucis degli sfrattati
«La via crucis degli sfrattati» è stata promossa dall’Unione Inquilini, davanti al Senato, lo scorso 25 gennaio, per fare pressione sul Parlamento affinché nel decreto «mille proroghe» – emanato a fine anno, ma ora da convertire in legge – venga inserita una nuova sospensione dell’esecuzione degli sfratti per «morosità incolpevole» (come poi ha effettivamente fatto il Pd in commissione, a Palazzo Madama). Ma anche per sollecitare l’intervento del Comune di Roma e chiedere alla Prefettura di non utilizzare la forza pubblica per l’esecuzione degli sfratti.

«Dal 1 gennaio – denuncia l’Unione Inquilini – si è tornati a buttare in mezzo alla strada anziani, portatori di handicap e bambini appena nati, poiché il governo non ha inserito la proroga della sospensione dell’esecuzione degli sfratti, nel decreto milleproroghe di fine anno. Tale provvedimento si sarebbe dovuto riferire a persone alle quali l’esecuzione comporta gravissimi rischi per la propria incolumità fisica e psichica, cioè ultra sessantacinquenni, portatori di handicap e nuclei con al loro interno minori e o malati terminali, circa 2mila nella sola città di Roma». La crisi economica, che ha moltiplicato gli sfratti per morosità – «ormai superano l’85% delle sentenze di sfratto emesse» –, il taglio dei finanziamenti «per l’aiuto all’affitto» e il «sostanziale blocco della costruzione di case popolari» stanno creando «un dramma abitativo nel Paese, a partire dalla capitale, senza precedenti».

Noi Siamo Chiesa: lo scandalo di una Chiesa proprietaria
Sul versante ecclesiale, invece, l’iniziativa del gruppo romano del movimento Noi Siamo Chiesa, che punta il dito contro gli sfratti che si apprestano ad attuare nei confronti dei loro affittuari molti enti ecclesiastici e religiosi. Sfratti per lo più non per morosità, ma per fine locazione: scaduto il contratto, il canone di affitto viene raddoppiato, e talvolta anche triplicato – soprattutto negli immobili nel centro storico di Roma, dove la Chiesa è proprietaria del 25% dell’intero patrimonio immobiliare –, così da costringere l’inquilino ad andare via, spesso dopo decenni trascorsi in quella casa e senza una soluzione alternativa (v. Adista nn. 39 e 79/07; 7, 81 e 90/08).

«Come cristiani adulti, non possiamo più tacere sullo scandalo che stanno vivendo nei quartieri della nostra città molte famiglie, dove il volto solidale della Chiesa che è in Roma viene nascosto dietro l’obiettivo di massimizzare i profitti  derivanti dell’immenso patrimonio immobiliare di enti religiosi e dello stesso Vaticano (Ior, Apsa, Propaganda Fide, solo per citare i maggiori)», si legge nel volantino distribuito a piazza Navona lo scorso 27 gennaio. «È  in corso in modo frazionato, ma progressivo, un’azione di sfratti a larga scala che spesso colpisce persone in stato di bisogno, oppure famiglie in difficoltà, invogliate negli scorsi anni a investire in opere di ristrutturazione sotto la promessa di rinnovi contrattuali periodici. Non  possiamo più tacere e non denunciare che questi provvedimenti vengono adottati prescindendo da qualsiasi accertamento sull’effettivo stato di bisogno, sulla reale possibilità delle famiglie sfrattate di fare fronte ai maggiori oneri, senza avere tentato di concordare con esse soluzioni alternative con spirito di solidarietà umana e cristiana troppo spesso citata, ma di fatto ignorata».

Nei mesi scorsi più volte Noi Siamo Chiesa ha interpellato il card. Agostino Vallini, vicario del papa per la diocesi di Roma, ottenendo assicurazioni di un suo interessamento e rassicurazioni che gli enti ecclesiastici non avrebbero eseguito gli sfratti. «Questo purtroppo non risponde ai fatti di questi giorni», replica il movimento. Alla Chiesa di Roma «chiediamo con forza, come credenti, di porre fine a queste azioni» e di «assolvere a quel ruolo essenziale di testimonianza della carità», altrimenti «la Chiesa istituzione risulterà arricchita finanziariamente, ma gravemente pregiudicata nella sua missione di luce del mondo».

144 teologi tedeschi chiedono alla Chiesa cattolica una svolta

8 febbraio 2011

“il manifesto”
8 febbraio 2011

Luca Kocci

Non si tratta delle 95 tesi affisse dal monaco Martin Lutero sul portone della cattedrale di Wittenberg nel 1517, ma il documento sottoscritto da 144 teologi cattolici che arriva ora dalla Germania è altrettanto forte e chiede al Vaticano riforme radicali delle strutture ecclesiastiche e della prassi ecclesiale: fine dell’obbligo del celibato per i preti – forse anche in risposta agli scandali di pedofilia che hanno colpito la Germania, arrivando a sfiorare anche papa Ratzinger quando, fra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 era arcivescovo di Monaco – e apertura alle donne, democrazia nella Chiesa e via libera alle unioni omosessuali.

La Chiesa deve annunciare solo “il Dio di Gesù Cristo che libera e ama”, ma può farlo a condizione che “essa stessa sia un luogo e un testimone credibile del messaggio evangelico” e abbandoni il “rigorismo morale arrogante”, si legge nel documento dei teologi intitolato Chiesa 2011. Una svolta necessaria, di cui ieri ha dato notizia il quotidiano bavarese Suddeutsche Zeitung. Segue poi l’elenco delle “profonde riforme” richieste a Roma: apertura ai “preti sposati” e alle donne “nel ministero della Chiesa”; la “difesa del matrimonio” non deve portare ad “escludere i divorziati risposati” e tutte quelle “che con amore, fedeltà e cura reciproca vivono in un’unione omosessuale”; e poi maggiore democrazia con l’adozione di “strutture più sinodali a tutti i livelli della Chiesa” e con il coinvolgimento dei fedeli nella scelta dei vescovi. Dopo la “tempesta” dello scandalo pedofilia, scrivono i teologi, non può seguire la quiete, perché sarebbe solo “la quiete della tomba”. “Ora – aggiungono – c’è bisogno di cercare soluzioni in uno scambio di opinioni di libero e onesto, per tirare fuori la Chiesa della sua paralizzante autoreferenzialità”.

Oltre ai contenuti, sono assai significativi gli estensori e i firmatari del documento, che non provengono dai gruppi storici per la riforma della Chiesa cattolica – come il movimento internazionale Noi Siamo Chiesa, sorto in Austria nel 1996, cha ha accolto come un “segno di speranza” il documento che, fra l’altro, recepisce diverse delle sue rivendicazioni –, ma dal cuore dell’istituzione ecclesiastica: 144 professori della facoltà cattoliche di teologia della Germania, ma anche di Svizzera e Austria. “Ci saremmo accontenti di una cinquantina di firme”, spiega Judith Koenemann, che insegna pedagogia della religione a Muenster. Invece le adesioni sono state il triplo, e molti hanno espresso il loro consenso in privato ma non hanno firmato per timore di ritorsioni da parte dei loro vescovi.

Le prime reazioni della Conferenza episcopale tedesca sono all’insegna della cautela. Le tesi sono “in disaccordo con le convinzioni teologiche e le dichiarazioni della Chiesa al massimo livello”, ha scritto in una nota il segretario dei vescovi tedeschi, il gesuita Hans Langendoerger. Ma ha anche aggiunto che è necessario affrontare “gli errori e i fallimenti delle politiche del passato, così come il deficit e il bisogno di riforme del presente”, per cui il documento dei teologi potrà contribuire al dibattito “sul futuro della fede e della Chiesa in Germania”. Chissà cosa ne penserà invece papa Ratzinger, che a settembre andrà in visita pastorale proprio in Germania.

Sempre dalla Germania, un’altra notizia, segnalata dall’agenzia Adista. Padre Peter Klaus Mertes, rettore del collegio gesuita di Berlino, il Canisius Kolleg – dove nel anni ’70 e ’80 furono commessi abusi sessuali sui minori ospiti del collegio da parte di insegnanti ed educatori religiosi e laici – in una lettera ha dichiarato che al Canisius furono compiute “violazioni sistematiche e continuative”, e il collegio sarebbe pronto a stanziare una somma pari ad un milione di euro per risarcire le 205 vittime di abusi. Si tratterebbe del primo indennizzo da parte di una realtà ecclesiastica tedesca, ma assolutamente irrisorio: circa 5mila euro a testa. E infatti Matthias Katsch, uno dei responsabili dei gruppi delle vittime, bolla la proposta dei gesuiti assolutamente inadeguata rispetto agli effetti devastanti delle violenze subite.

A Trieste la Lega impone il crocifisso negli asili

5 febbraio 2011

“Adista”
n. 8, 5 febbraio 2011

Luca Kocci

Crocefisso in ogni aula, precedenza ai bambini italiani, tetto massimo agli stranieri nelle classi. Sono i punti fondamentali del nuovo regolamento delle scuole dell’infanzia – quelle che prima si chiamavano asili – del Comune di Trieste, governato da una maggioranza di centro-destra egemonizzata dalla Lega, che ha fortemente voluto, e ottenuto, il nuovo regolamento.

Sul crocefisso non c’è molto da dire: già presente nelle scuole statali – sebbene la questione sia tutt’altro che pacificamente condivisa e, soprattutto, regolata dalle leggi –, il Comune ha esteso la presenza anche nelle scuole di sua diretta competenza.

Per quanto riguarda la precedenza ai bambini italiani per poter accedere alle scuole dell’infanzia – dove i posti disponibili sono spesso inferiori alle richieste – la Lega ha dovuto accettare un compromesso. Il Carroccio infatti aveva predisposto un emendamento in base al quale «i bambini appartenenti a nuclei familiari in cui un genitore risieda in Italia da almeno dieci anni, di cui cinque anche non continuativi nel Comune di Trieste» avrebbero dovuto precedere in automatico tutti gli altri coetanei. Davvero troppo, tanto che gli uffici tecnici del Municipio sono stati costretti a cassarlo perché irrispettoso del principio di pari trattamento comunitario. La quadratura del cerchio è stata l’invenzione di un meccanismo di prelazione forse poco influente dal punto di vista pratico, ma assai significativo da quello simbolico: un punto in più nella graduatoria di accesso per chi ha un genitore che risiede da almeno cinque anni a Trieste, due punti se è residente da cinque a dieci anni, tre punti in più se si supera il decennio. Poca cosa rispetto, per esempio, ai sacrosanti 300 punti assegnati al un bambino disabile o ai 100 per i figli dei disoccupati. Ma l’affermazione di un principio: a parità di condizioni, il bambino triestino vale di più.

E piccolo compromesso anche per le quote stranieri: la Lega avrebbe voluto al massimo il 30% di bambini non italiani in ogni classe. È stata costretta ad accettare il 40% ma, anche in questo caso, più dei numeri vale il principio affermato. E l’apertura di uno spiraglio che, col tempo, potrà diventare una porta spalancata.