Archive for marzo 2011

I cattolici di base pacifisti: «Anche con questa guerra l’umanità ha fallito»

30 marzo 2011

“il manifesto”
30 marzo 2011

Luca Kocci

Anche il mondo cattolico si schiera contro la guerra e i bombardamenti dei «volenterosi» in Libia, sebbene con velocità e toni diversi.

I vertici delle gerarchie ecclesiastiche dopo un silenzio durato diversi giorni. «Rivolgo un appello agli organismi internazionali e a quanti hanno responsabilità politiche e militari per l’immediato avvio di un dialogo che sospenda l’uso delle armi», ha detto papa Benedetto XVI dopo l’Angelus di domenica in piazza San Pietro, usando quindi altre parole rispetto a quelle della settimana precedente quando – a raid già iniziati – si era limitato a chiedere «l’accesso ai soccorsi umanitari». Intervenuto il papa, evidentemente si è sentito autorizzato a farlo anche il presidente dei vescovi italiani, il cardinal Bagnasco, che nella prolusione ai lavori del Consiglio permanente della Cei in corso in questi giorni a Roma ha auspicato «che si fermino le armi e che venga preservata l’incolumità e la sicurezza dei cittadini». Ancora più prudente l’Azione cattolica, la principale organizzazione laicale, che in realtà una vera e propria condanna dei bombardamenti non la esprime nemmeno, ma si limita a «sperare che l’intervento internazionale riesca nell’obiettivo immediato di far cessare il fuoco e impedire al regime libico atrocità contro la popolazione» e che le azioni militari «siano subordinate all’iniziativa diplomatica e politica dell’Onu».

Non assecondano invece timidezze ed equilibrismi le associazioni e i movimenti cattolici di base, tradizionalmente impegnati su temi sociali, che il 2 aprile saranno in piazza insieme al resto della galassia pacifista laica e di sinistra. «Cessate il fuoco! Fermiamo la guerra, la violenza e la repressione», dice l’appello lanciato dalla Tavola della pace e sottoscritto dalle Acli, dagli scout dell’Agesci, Pax Christi, le ong cattoliche della Focsiv e i Beati i Costruttori di pace. «Invece delle bombe: la politica. Invece degli affari: i diritti umani. Invece della propaganda: l’informazione. Invece dei respingimenti: l’accoglienza. Invece del petrolio: le energie rinnovabili», sostengono le organizzazioni cattoliche, che invitano ad esporre la bandiera della pace alle finestre, a partecipare alla Giornata di mobilitazione nazionale del 2 aprile – sostenuta anche da don Ciotti – e ad organizzare iniziative nelle proprie città, come conferma don Nandino Capovilla, coordinatore nazionale di Pax Christi, che sta girando l’Italia per diverse iniziative per la pace, insieme a monsignor Giovanni Giudici, presidente di Pax Christi: «Non possiamo tacere la triste verità di un’operazione militare che, per quanto legittimata dal voto di una incerta e divisa comunità internazionale, porterà ulteriore dolore in un’area così delicata ed esplosiva, piena di incognite ma anche di speranze – dice Giudici –. Le operazioni militari contro la Libia non ci avvicinano all’alba, come si dice, ma costituiscono un’uscita dalla razionalità, un’odissea, perché viaggio dalla meta incerta e dalle tappe contraddittorie a causa di una debolezza della politica». Le Acli invocano l’Onu, perché «né la Nato né i “volenterosi” hanno l’autorità e la titolarità per condurre un’azione militare». Il Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza chiede di «fermare la guerra, dichiarare il cessate il fuoco e aprire un negoziato politico». Il Cipax e la Comunità di San Paolo ribadiscono il «No alle guerre, senza se e senza ma». E le Comunità cristiane di base considerano «la guerra fallimento della politica» e «strumento strutturale del dominio per il possesso delle ricchezze dei popoli».

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La scelta dell’università si fa al Divino Amore. Organizzano ministero e Vicariato di Roma

26 marzo 2011

“Adista”
n. 23, 26 marzo 2011

Luca Kocci

Non sono andati in pellegrinaggio al Divino Amore – il santuario mariano dei romani – per raccomandarsi alla Madonna a 100 giorni dall’inizio degli esami di Stato, né per pregare per il futuro dell’università italiana falcidiata dai tagli e dalle riforme Gelmini-Berlusconi-Tremonti, ma per partecipare ad una giornata di orientamento per la scelta della facoltà universitaria promossa dal ministero dell’Istruzione. Oltre 100 pullman, pagati dal ministero, hanno portato più di 5mila studenti dell’ultimo anno delle scuole pubbliche, paritarie e private del Lazio al Divino Amore per la Festa dell’orientamento “Oggi scelgo io”, lo scorso 14 marzo (data cara agli studenti perché cominciano i “cento giorni” dall’esame), dalle dieci del mattino alle cinque del pomeriggio: stand informativi sulle università del Lazio, in cui le private (Luiss) e le cattoliche (Lateranense, Salesiana, Cattolica, Campus bio-medico dell’Opus Dei…) hanno fatto la parte del leone e interventi di qualche docente; nel pomeriggio il musical “Oggi scelgo io” della Star rose academy delle suore orsoline della Sacra famiglia diretta dall’attrice Claudia Koll e, a conclusione della giornata, messa presieduta dal salesiano mons. Enrico Dal Covolo, rettore della Pontificia Università Lateranense. Costo complessivo stimato: oltre 100mila euro.

Singolare, soprattutto per le motivazione addotte, la scelta del luogo dell’iniziativa: il santuario del Divino Amore che, si legge nella circolare inviata dalla Direzione generale dell’Ufficio scolastico regionale per il Lazio a tutti i presidi, «è meta tradizionale di pellegrinaggi che si svolgono soprattutto di notte». «Il pellegrinaggio, lungo cammino attraverso la notte, è evocativo di un messaggio simbolico per i nostri giovani: la vita che viviamo e che costruiamo incontra momenti di buio e sforzo, soprattutto quando si affrontano scelte importanti, e la paura e l’incertezza si confrontano con il desiderio. Sono momenti che ci accomunano tutti nella ricerca interiore delle soluzioni, in un percorso di progressiva consapevolezza che ci consente di “sfondare la notte” nella luminosità del giorno che nasce».

Piccolo giallo sul cartello degli organizzatori: il ministero dice che la giornata è stata promossa «dalla Conferenza dei Rettori delle Università del Lazio (Crul), dalla Conferenza dei Rettori delle Università Pontificie Romane (Crupr) e da questo Ufficio» (ovvero la Direzione generale dell’Ufficio scolastico regionale per il Lazio, guidata, ironia della sorte, da un dirigente che di nome fa Maria Maddalena, sic), «in collaborazione con l’assessorato all’Istruzione e alle politiche giovanili e l’assessorato al Lavoro e formazione della Regione Lazio, con la Provincia di Roma e con Roma Capitale»; mentre Avvenire sostiene che fra gli organizzatori c’è anche il Vicariato di Roma. Probabilmente ha ragione il quotidiano dei vescovi, anche perché mons. Lorenzo Leuzzi, direttore della Pastorale universitaria e cappellano di Montecitorio al posto di mons. Rino Fisichella, è stato onnipresente al Divino Amore.

«Chiederemo spiegazioni ufficiali agli assessori regionali competenti», dice la consigliera dell’Italia dei valori Giulia Rodano. E c’è anche una protesta isolata di alcuni genitori del liceo Tasso, uno dei più prestigiosi della capitale: «Si tratta di un evento con una forte impronta confessionale pagata con soldi pubblici. Esclude chi appartiene ad altre confessioni religiose o chi religioso non lo è. E vale anche come credito formativo. Uno scandalo».

Vince chi acchiappa più pensionati. Nuova iniziativa della Cei per l’otto per mille

19 marzo 2011

“Adista”
n. 21, 19 marzo 2011

Luca Kocci

Giovani delle parrocchie a caccia di pensionati per convincerli a versare l’otto per mille alla Chiesa cattolica. E per i più produttivi, un viaggio premio alla prossima Giornata mondiale della Gioventù, in programma a Madrid quest’estate. È l’ultima trovata della Conferenza episcopale italiana per tentare di rianimare il sistema dell’otto per mille, che da due anni registra un calo di consensi e di soldi: nel 2010 le firme a favore della Chiesa cattolica hanno segnato una diminuzione dell’1% e nel 2009 il calo era stato addirittura del 4% (v. Adista nn. 63/08 e 50/10). Al punto che i vescovi avevano messo in atto una serie di contromisure – una lettera-appello sia ai preti che ai fedeli per tentare di recuperare le perdite e un sistema di controllo delle parrocchie per premiare quelle che si fossero maggiormente impegnate per la raccolta delle offerte deducibili – che però non hanno portato alcun risultato.

Così ora, raschiando letteralmente il fondo del barile, la nuova frontiera sono i pensionati senza altri redditi, ovvero coloro che, percependo solo l’assegno dell’Inps – si tratta di una larga fetta di pensionati italiani –, non sono tenuti a presentare la dichiarazione dei redditi, e di conseguenza non fanno nessuna scelta di destinazione dell’otto per mille. Ogni pensionato al minimo, con 500 euro al mese, vale quasi 50 euro all’anno di otto per mille: moltiplicando la cifra anche solo per un milione di anziani, fanno 50 milioni all’anno. E qui entrano in gioco i giovani delle parrocchie: organizzati in squadre andranno a caccia dei pensionati, li convinceranno e aiuteranno a compilare il Cud che attesta i loro redditi per firmare nella casella dell’otto per mille alla Chiesa cattolica (ovviamente non si tratta di una tassa aggiuntiva, perché l’otto per mille è comunque dovuto: anche coloro che non indicano alcuna destinazione lo pagano) e poi consegneranno i modelli al più vicino Caf Acli, che si preoccuperà di trasmetterli all’erario. La squadra che totalizzerà più Cud vincerà un viaggio premio alla prossima Gmg, a Madrid.

Un vero e proprio concorso con tanto di sito internet dedicato e un nome che è tutto un programma: I feel Cud, che fa il verso alla vecchia canzone di James Brown I feel good. «Aiuta, raccogli, filma, vinci, vola: tutto comincia da un modello», si legge nel regolamento del concorso sul sito internet http://www.ifeelcud.it. «Per aiutare l’otto per mille e volare a Madrid per la Giornata Mondiale della Gioventù 2011 bastano cinque mosse. Chiedi al tuo parroco di iscrivere la tua parrocchia al concorso “ifeelCUD”. È molto semplice, ed è ovviamente gratuito. Chiama i tuoi amici e crea la squadra, può partecipare chiunque abbia un’età compresa tra i 18 e i 35 anni. Abilitata la squadra sul sito, si può cominciare a fare sul serio, sta a voi trovare il modo di raccogliere più schede Cud possibile. Usate la simpatia, l’inventiva e il buon senso: chi si impegna di più vince! Portate le schede firmate per l’otto per mille al centro Caf Acli più vicino, il concorso finisce il 30 aprile 2011. Più schede avrete consegnato più alte saranno le probabilità per te e la tua squadra di vincere un viaggio insieme a Madrid per la Giornata Mondiale della Gioventù del 2011». Anche le parrocchie hanno da guadagnarci perché, è scritto nel regolamento, «per ogni squadra vincitrice che si recherà a Madrid, è previsto un contributo in denaro a favore della parrocchia di appartenenza».

E non è l’unica iniziativa messa a punto dagli strateghi della Cei: ad ogni diocesi verrà fornito il materiale e un gazebo per allestire un stand mobile per l’otto per mille in occasione di feste patronali ed altri eventi diocesani; e in 66 parrocchie di 14 diocesi verrà allestito un “bussolotto” permanente da piazzare in chiesa, per poter fare offerte per il sostentamento del clero per tutto l’anno.

Pax Christi: no agli F35, sì al servizio civile

19 marzo 2011

“Adista”
n. 21, 19 marzo 2011

Luca Kocci

Sì al Servizio civile, no ai cacciabombardieri. Doppia iniziativa di Pax Christi in prossimità della festa di san Massimiliano, il 12 marzo, martire cristiano perché “obiettore di coscienza” all’esercito dell’Impero Romano. «Mentre vengono tagliati i fondi al Servizio civile nazionale», denuncia Pax Christi, «continua una politica di riarmo e vengono trovati 20 milioni di euro per la “mini-naja” (il training militare estivo voluto dal ministro della Difesa Ignazio La Russa, v. Adista n. 59/10, ndr), ristabilendo di fatto la disparità tra servizio militare e Servizio civile, riconosciuto come forma di “difesa della patria” nel maggio 1985». «Nel 2007 i milioni stanziati per il Servizio civile erano 296, quest’anno sono crollati a 170, il prossimo anno arriveranno a 113. I giovani avviati in servizio erano 51 mila del 2007, ora ne sono previsti 18mila per il 2011 e 11mila per il 2012». Allora, sostiene Pax Christi, è necessario «opporsi al taglio dei fondi e permettere la partenza di 40mila volontari l’anno con la petizione “Basta schiaffi ai giovani, diamo un futuro al Servizio civile nazionale” e la proposta di legge di Conferenza enti servizio civile (Cnesc), Forum Terzo settore, Tavola della pace e Caritas; e garantire al Servizio civile la dignità di “difesa della patria”», come stabilito dalla Corte costituzionale.

Il movimento cattolico per la pace rilancia anche la campagna «Stop alla produzione dei cacciabombardieri F35», per cui l’Italia, nei prossimi anni, spenderà oltre 15 miliardi di euro per la costruzione e l’acquisto di 131 aerei da guerra: chiede a tutti i cittadini di scrivere ai parlamentari, in vista della discussione sugli F35 che ci sarà in Parlamento verso la metà di marzo, quando si discuterà del programma. «Invece di investire nella scuola, nell’università, nella ricerca, per il terzo settore e per la cooperazione internazionale, si investe incredibilmente in nuovi armamenti», quando la nostra Costituzione, sottolinea Pax Christi, dice chiaramente che «l’Italia ripudia la guerra». «È ancora possibile fermare questo progetto, altre nazioni lo hanno fatto. È ancora possibile non oscurare il sogno di Isaia: “Forgeranno le spade in aratri… non si eserciteranno più nell’arte della guerra”. Invertiamo la rotta! Perché la guerra è avventura senza ritorno».

Pastorale sociale di Vicenza: militari all’estero, «vittime, non eroi»

19 marzo 2011

“Adista”
n. 21, 19 marzo 2011

Luca Kocci

Non sono «eroi», come predica la retorica militarista e patriottarda, ma «vittime» i soldati italiani uccisi durante le missioni militari all’estero. Dopo il vescovo di Padova, mons. Antonio Mattiazzo – che all’indomani della morte in Afghanistan del vicentino Matteo Miotto, il 31 dicembre 2010, aveva usato parole dure contro «l’apparato retorico» costruito attorno ai soldati deceduti in missioni non di pace ma di guerra –, è ora la Commissione di pastorale sociale della diocesi di Vicenza a proporre una riflessione sulle missioni militari all’estero e sul concetto di «eroismo», subito dopo la morte di un altro soldato italiano in Afghanistan, l’alpino ferrarese Massimo Ranzani, il caduto numero 37, ucciso lo scorso 28 febbraio da un ordigno artigianale mentre era a bordo di un veicolo blindato Lince, insieme ad altri quattro commilitoni rimasti feriti.

Massimo, così come Matteo, è «vittima di una scheggia piccolissima che si chiama “arma”, che non è buona o cattiva a seconda che sia italiana o americana, che venga dal fucile di un alpino o di un terrorista – si legge nel testo della Commissione vicentina di pastorale sociale pubblicato anche sul settimanale diocesano La Voce dei Berici (6/3) –. L’arma è “cattiva” e basta. Il suo mestiere è fare vittime, un’arma non si può convertire, non fa volontariato, non accarezzerà mai un corpo umano, non gli darà mai vita! Perdere questa lucida visione delle cose sarebbe diventare bestiali, anzi meno che bestiali, perché le bestie non hanno armi costruite, vendute e da seminare in anticipo dove passerà l’avversario».

«Il vescovo di Padova ha ricordato che la persona di Matteo (Miotto, ndr) rischia di diventare una pedina dell’“apparato retorico”, che si costruisce attorno al lutto», prosegue il documento, e spesso, proprio a causa di questa retorica, «la serietà della morte viene come coperta da parole che celebrano noi, i vivi». Perché, si chiede, l’opinione pubblica non è invece «sollecitata a riflettere sulla fame nel mondo, sul problema del sottosviluppo, e prevale ancora una volta una rappresentazione del mondo impregnata di ideologia e di una retorica che spesso serve a coprire interessi economici e politici? Questa può essere un’ultima via “eroica” da rispolverare cristianamente: l’informazione sui fatti, sulle povertà e le ingiustizie che alimentano le instabilità del mondo sono le vere cause dei conflitti. Dentro a queste ingiustizie noi interveniamo solo per tenere stabili gli interessi sulle risorse e sulle ricchezze, che è più facile strappare a chi è oppresso».

Non la guerra è eroismo, ma è eroico «avere dubbi grandi come il mondo sulle intollerabili spese militari (l’ultima legge di stabilità ha stanziato i primi 471 milioni per un progetto di 131 aerei da guerra… alle politiche familiari sono stati assegnati 47 milioni). È “eroico” sospettare delle esportazioni di democrazia a prezzo di giovani che “pagano” con la vita» e che valgono meno degli interessi che difendono. «Fermiamoci – conclude il documento –, fermiamo le parole vuote, fermiamo il silenzio tremendo sul valore della pace».

Calabria: uniti contro la ‘ndrangheta e per la democrazia

18 marzo 2011
“Adista”
n. 18, 5 marzo 2011
Luca Kocci

In piazza contro la ‘ndrangheta e le massonerie deviate, per la democrazia e il bene comune. A promuovere l’iniziativa del 1° marzo, giunta alla IV edizione (v. Adista nn. 17 e 22/08, 22 e 31/09, 18/10), l’Alleanza per la Locride e per la Calabria, rete di oltre 700 organizzazioni e 3mila cittadini, animata dal Consorzio Sociale Goel – rete di cooperative sociali e di lavoro della Locride, nate anche grazie all’impulso di mons. Giancarlo Bregantini quando era vescovo a Locri e al sostegno del progetto Policoro della Cei – e Comunità libere, la rete calabrese di resistenza nonviolenta ai poteri antidemocratici.
Dopo la tappa di Reggio Emilia (2010), quest’anno la manifestazione torna in Calabria, a Villa San Giovanni (Rc). «A Reggio Emilia è andata benissimo», spiega ad Adista Vincenzo Linarello, presidente di Goel e portavoce dell’Alleanza per la Locride: «Tra i segni concreti, un patto di collaborazione fra le Camere di Commercio di Emilia Romagna, Calabria e Sicilia per lo scambio di informazioni e notizie efficaci a combattere le infiltrazioni della ‘ndrangheta nel tessuto economico. Quest’anno però volevamo tornare nella nostra Regione. Villa San Giovanni è la punta avanzata verso il Mediterraneo, luogo di incontro di persone e civiltà diverse; l’Alleanza ha poi l’ambizione di unire il Sud e il Nord contro la ‘ndrangheta e per la democrazia”.

E infatti il titolo di quest’anno è “Mediterraneo, un mare di alleanze”…
Si tratta di costruire insieme qui al Sud un’alternativa contro la ‘ndrangheta e al Nord una coscienza collettiva che comprenda che il problema non è solo della Calabria, ma anche delle Regioni settentrionali.

Il piatto forte del programma sono i “tavoli tematici”. Di cosa si tratta?

Si tratta di far incontrare intorno ad un tavolo rappresentanti, volontari, operatori sociali, cittadini calabresi e settentrionali, per proporre idee e proposte da trasformare poi in progetti ed iniziative concrete da portare avanti insieme e parallelamente. L’auspicio è che da Villa San Giovanni partano una serie di iniziative concrete e “dal basso” che si diffondano, si sviluppino e si realizzino in tutta Italia.

Uno dei tavoli tematici è espressamente dedicato alle Chiese e alle parrocchie…
Nell’Alleanza ci sono già alcune Chiese evangeliche e molte parrocchie, che portano avanti diverse iniziative, anche collaborando fra loro. Vorremmo strutturare meglio queste iniziative e queste collaborazioni, per cui in un tavolo si incontreranno proprio le parrocchie italiane che verranno a Villa San Giovanni e tenteranno di inventarsi dei progetti da fare insieme, da sud a nord.

Uno spazio è dedicato alla “solidarietà ai magistrati”, con l’intervento di Nicola Gratteri, procuratore aggiunto a Reggio Calabria. È anche un modo per esprimere solidarietà alla magistratura sotto attacco?
Senza dubbio. Solidarietà e sostegno ad una magistratura, come quella reggina, che è sotto tiro ma che sta anche facendo un ottimo lavoro, raggiungendo risultati di altissimo livello. Non dobbiamo ricordarci dei magistrati solo quando la ‘ndrangheta gli piazza le bombe davanti al Palazzo di Giustizia o sotto casa, ma sempre. è per questo che abbiamo invitato uno dei magistrati simbolo della lotta contro la ‘ndrangheta. E anche per sottolineare il collegamento fra la società civile, le associazioni e la magistratura, perché i risultati si raggiungono solo se si cammina e si lavora insieme: la società civile, senza la magistratura e le forze dell’ordine, non va molto lontano, ma anche magistratura e le forze dell’ordine hanno bisogno del lavoro quotidiano delle associazioni.

Per anni, quasi da soli, avete denunciato il fatto che la ‘ndrangheta non è un problema della Calabria ma di tutta l’Italia, in particolare delle regioni ricche del Nord. Qualche mese fa, dopo l’intervento di Roberto Saviano a Vieni via con me, la trasmissione che ha realizzato con Fabio Fazio, se ne sono accorti tutti, e la Lega si è persino arrabbiata. Cosa hai pensato?
Trovo che sia sempre triste avere la conferma di quello che denunciamo da molti anni. Avrei preferito sbagliarmi. E invece questa conferma ci è giunta non solo dalle parole dell’autorevole giornalista ma, soprattutto, dalle indagini della magistratura e della polizia. E allora non mi resta che dire “meglio tardi che mai”: finalmente queste denunce e queste analisi arrivano al grande pubblico. Mi auguro che anche questo contribuirà a svegliare le coscienze e ad aumentare la soglia di attenzione da parte di tutti.

Pisa: niente scuola, tutti in caserma, con la benedizione del vescovo

12 marzo 2011

“Adista”
n. 19, 12 marzo 2011

Luca Kocci

Niente scuola per i bambini  e i ragazzi delle scuole dell’infanzia, elementari e medie di Pisa il prossimo 28 aprile. Invece, tutti in caserma – la “Gamerra”, dei paracadutisti della Brigata Folgore adesso in Afghanistan, dove nell’agosto 1999 morì in circostanze misteriose, probabilmente legate ad episodi di nonnismo, il giovane parà Emanuele Scieri – insieme al generale, al sindaco e al vescovo, per la “Giornata della solidarietà”, promossa dal Comune guidato dal primo cittadino Marco Filippeschi (Partito democratico) e benedetta dall’arcivescovo mons. Giovanni Paolo Benotto, che vi parteciperà in prima fila, come del resto già fece lo scorso anno.

«Una festa, una giornata gioiosa dedicata ai bambini e alla condizione dei bambini nelle aree di guerra», si legge nella pagina web del sindaco dedicata alla “Giornata della solidarietà”, promossa per ricordare il maggiore Nicola Ciardelli, ucciso a Nassiriya, in Iraq, il 27 aprile 2006. Sarà «una grande lezione per tutti i bambini, coinvolti in un progetto che è durato due mesi, durante i quali è stato possibile far conoscere le molte problematiche connesse alle missioni umanitarie e di pace nelle aree di guerra. Una lezione, quella sui valori e sui diritti umani, che ha (sic!) giudicare dai lavori esposti dalle varie scuole, è stata ben recepita dai nostri ragazzi» e che dimostra «come si può promuovere la cultura della pace e il valore della solidarietà anche in una caserma».

«Siete davvero sicuri che un luogo in cui si addestrano le persone all’uso delle armi sia un pisa: posto adatto ai bambini?», chiedono in un volantino distribuito in città il gruppo “Jaegerstatter per la nonviolenza” ed Emergency Pisa. L’iniziativa è finalizzata alla raccolta fondi per una casa di accoglienza a favore di bambini vittime di guerra e bisognosi di cure mediche – che si chiamerà “Casa di Nicola” – e per cui la Regione Toscana ha stanziato 400mila euro. «Questa è una bella cosa – proseguono i gruppi pacifisti – ma cosa c’entra con la visita in caserma? Perché non portare i bambini a visitare la casa di accoglienza o l’ospedale pediatrico? Nel descrivere questa iniziativa parlate sempre di missioni di pace», ma racconterete anche che «nel 2004 a Falluja sono morti migliaia di civili, fra cui moltissimi bambini, uccisi dai bombardamenti angloamericani»? E direte che «nel 2010 la spesa militare italiana è stata di oltre 23 miliardi di euro» mentre «la spesa per la scuola pubblica è stata brutalmente tagliata? Diminuiscono i posti negli asili, non ci sono soldi per il materiale didattico, per le gite, per le attività extracurricolari, per gli insegnanti di sostegno, per gli stipendi degli insegnanti. Spiegherete ai bambini anche questo, mentre li portate da una scuola a una caserma?». Rocco Altieri, direttore della rivista semestrale di studi e ricerche sul metodo nonviolento Quaderni Satyagraha edita dal Centro Gandhi di Pisa, aggiunge: «Per noi è un gravissimo errore, un crimine assoluto contro la cultura della pace, mandare i bambini in caserma» perché «non bisogna assecondare quei tentativi subdoli di chiamare le guerre “missioni di pace”, creando di fatto un’assuefazione, se non un divertimento dei bambini all’idea della guerra e ai suoi strumenti, portandoli in caserma». Al contrario «vorremmo spiegare che le spese per gli armamenti costringono alla morte per fame, per malattie milioni di bambini sulla Terra»; «ricordare al cappellano militare il comandamento biblico “Non uccidere”; sollecitare nei bambini la repulsione per il sangue e per le armi perché la guerra, dice p. Zanotelli, deve diventare un tabù e un tale meccanismo culturale si sviluppa nella prima infanzia». Mentre altri si rivolgono direttamente all’arcivescovo, come Ermete Ferraro, insegnante e pacifista nonviolento napoletano: «Fermo restando che, in quanto pastore di tutta la comunità pisana, lei non può sottrarsi dall’intervenire nelle iniziative sociali e culturali che vi si promuovono», scrive, «non ritiene però che la sua presenza e “benedizione” della suddetta iniziativa richiedesse maggiore attenzione e discernimento? ». Le chiedo quindi, aggiunge Ferraro, di prendere «le distanze da un’iniziativa che a molti è apparsa socialmente e pedagogicamente discutibile e, soprattutto, difficilmente giustificabile sul piano della testimonianza evangelica. Come può ben immaginare, agli alunni e alunne delle scuole pisane possono essere offerte ben altre occasioni di conoscere la solidarietà e l’impegno civile, utilizzando sedi e contesti diversi dalla caserma di un corpo specializzato delle Forze armate. La presenza del pastore della Chiesa di Pisa non potrebbe che avallarne la legittimità e l’opportunità, ed è per questo che le chiedo di evitare ciò che per molti cristiani risulta occasione di sconcerto e disappunto ».

“Fate la carità”. Il governo rilancia la social card e dimentica la giustizia

5 marzo 2011

“Adista”
n. 17, 5 marzo 2011

Luca Kocci

Nonostante abbia funzionato poco e male, la social card non solo non lascia, ma raddoppia, e la sua gestione viene affidata alle organizzazioni caritative, che presumibilmente saranno per lo più le grandi associazioni cattoliche, dalla Caritas alle Acli, da Sant’Egidio a Comunione e liberazione.

Alla card inventata nel 2008 dal ministro Giulio Tremonti – una sorta di bancomat per gli acquisti, con un contributo mensile di 40 euro, riservata agli anziani over 65 anni e alle famiglie con bambini di età inferiore a 3 anni in difficoltà economica, ovvero con un reddito annuo inferiore ad 8.300 euro, che è stata utilizzata stabilmente da circa 4-500mila persone, un terzo di quelli previsti dal governo, a causa di vincoli troppo stretti – il decreto “milleproroghe” aggiunge una nuova carta da sperimentare nelle città con più di 250mila abitanti la cui gestione verrà affidata agli “enti caritativi”. Quali ancora non si sa: saranno scelti entro un mese dall’approvazione definitiva del “milleproroghe”, tenendo conto – così è scritto nel testo di legge – della «diffusione dei servizi e delle strutture» sul territorio e della quantità di persone che già «fanno riferimento» agli stessi enti. «È importante che sia gestita da enti caritativi, cioè caratterizzati dal dono, dal volontariato e possibilmente anche dal mecenatismo e dalla generosità dei privati», ha ribadito il ministro del welfare Maurizio Sacconi ad un convegno in cui le Acli hanno presentato il loro Piano contro la povertà, lo scorso 22 febbraio (v. notizia successiva). «La povertà assoluta – aggiunge – si affronta con un forte contenuto relazionale: un pacco di pasta può essere portato da un impiegato pubblico, e ha un significato, ma se è portato da un’associazione di volontariato diventa l’occasione per sottrarre la persona a quella condizione di solitudine che spesso è la ragione della vera povertà».

Non è difficile immaginare, quindi, che ad accaparrarsi la gestione della social card, per cui ci sono a disposizione 50 milioni di euro, saranno soprattutto le grandi organizzazioni cattoliche capillarmente diffuse sul territorio, mentre i Comuni si limiteranno ad «individuare gli enti caritativi e ad integrarne le prestazioni, con un paradossale rovesciamento del rapporto tra pubblico e terzo settore», commenta la sociologa Chiara Saraceno (Repubblica, 18/2). Inoltre, prosegue, «la definizione ottocentesca di “enti caritativi” chiaramente individua una fattispecie ristretta di soggetti, per lo più esclusivamente di matrice religiosa (cattolica). Il risultato è che viene così negata, anche nel linguaggio, ogni idea che dare sostegno ai poveri sia un obbligo civico di solidarietà e riceverlo un diritto. Diviene un atto discrezionale e paternalistico, che legittima l’ente erogatore (privato) mentre squalifica il beneficiario». Insomma il rischio di trasformare la giustizia in carità è assai più che una remota possibilità.

Fra le stesse organizzazioni cattoliche le opinioni sono differenti. Critica la Caritas italiana che, spiega il vicedirettore Francesco Marsico, «non ha mai chiesto una modifica di questo tipo. Il problema della social card è che esclude una larga fetta di famiglie povere e la sperimentazione decisa dal governo non risolve questa criticità. Anzi ne aggiunge altre, perché pone il problema del rispetto del principio costituzionale di equità, per quanto riguarda sia i destinatari, sia gli erogatori». La social card forse «può servire per rispondere all’emergenza costituita dalla povertà estrema, ma non risolve il problema di milioni di anziani che con la loro pensione non ce la fanno ad arrivare neppure alla terza settimana», aggiunge Gigi Bonfanti, segretario generale dei pensionati Cisl. «Avevamo chiesto un intervento di rivalutazione delle pensioni», invece il governo, «forse nella speranza di recuperare un minimo di rapporto col mondo cattolico, mette sul piatto una cifra irrisoria che darà una risposta parziale e inadeguata ad un problema serio che non si risolve con opere di carità pelosa».

 

Va bene che la social card sia inserita nel milleproroghe, basta che non sia uno spot e che invece diventi una misura stabile di lotta alla povertà». Così il presidente delle Acli, Andrea Olivero, durante il convegno (22/2), in cui le Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani hanno presentato il loro Piano nazionale contro la povertà, ha commentato la proposta del governo di sperimentare una nuova social card (v. notizia precedente).

Ma le Acli chiedono anche un cambiamento radicale dell’attuale social card – come peraltro già fecero nello scorso mese di aprile, durante la loro Conferenza organizzativa e programmatica (v. Adista n. 32/10) – perché possa diventare realmente efficace. «Ad animare la nostra proposta sono lo spirito del cambiamento possibile e il pragmatismo – si legge nel Piano nazionale contro la povertà, la cui stesura è stata realizzata da un gruppo coordinato da Cristiano Gori, docente all’Università Cattolica di Milano –. Non intendiamo né rinunciare a modificare il welfare, né proporre una riforma economicamente insostenibile in questa congiuntura, dunque cerchiamo un punto di equilibrio tra i nostri desideri e la sostenibilità di bilancio».

La proposta di riforma delle Acli, da realizzarsi gradualmente nel corso del triennio 2011-2013, prevede una serie di misure: estendere la social card a tutte le famiglie in povertà assoluta, compresi gli stranieri e abolendo i limiti di età; aumentare il contributo mensile a 129 euro, variando l’importo in base al territorio di residenza e alla situazione di bisogno; affiancare al sostegno economico la fornitura di servizi alla persona (dall’assistenza, alla formazione scolastica e professionale, ai progetti di inserimento lavorativo) curati dai Comuni insieme alle organizzazioni non profit.

Un tale Piano, sostengono le Acli, «costituirebbe la più incisiva riforma a favore delle famiglie in povertà della nostra storia», in cui non troverebbero posto solo interventi di carattere assistenziale, ma anche formativi e di inserimento lavorativo, in modo tale che «i doveri accompagnino i diritti». Una proposta che costituirebbe «un esempio paradigmatico di come può articolarsi la partnership tra pubblico e Terzo settore. Lo Stato definisce il livello essenziale contro la povertà, con i relativi criteri di accesso, e ne assicura gli stanziamenti. Il Terzo settore valorizza la sua capillarità nel territorio al fine di raggiungere i poveri e lavorare per il loro reinserimento, co-progetta il welfare locale e fornisce servizi».

Per quanto riguarda i costi, secondo i calcoli delle Acli servirebbero 787 milioni l’anno (ma per il primo anno ci sono ancora 487 milioni non spesi per la vecchia social card, precisano) e verrebbero coinvolte 3 milioni di persone, ovvero quel 5,1% di “poveri assoluti” che ci sono in Italia. Una «proposta apprezzabile», ma troppo costosa, il giudizio lapidario del ministro Sacconi, che aggiunge: « Di questi tempi i diritti soggettivi sono un lusso che è difficile permettersi».

Il “giudizio universale” di un parroco: per la sinistra l’inferno è sicuro

5 marzo 2011

“Adista”
n. 17, 5 marzo 2011

Luca Kocci

Non gli si potrà certo rimproverare di non aver agganciato all’attualità il messaggio evangelico. Chissà però se Gesù quando pronunciò il Discorso della montagna aveva in mente Berlusconi e gli uomini politici di sinistra. Perché nella personalissima esegesi ed interpretazione del Vangelo di domenica 13 febbraio (Discorso della Montagna, Mt 5, 17-37) del parroco di Casteldaccia (Pa), don Leonardo Ricotta, proprio a Berlusconi si riferiva Gesù quando raccomandava di non odiare i propri nemici, e proprio agli uomini e alle donne di sinistra quando annunciava il «fuoco della Geenna», ovvero le fiamme dell’Inferno.

«Non basta non uccidere, dice Gesù, ma bisogna anche non odiare», ha detto don Ricotta durante l’omelia domenicale, anche trascritta, stampata e distribuita ai fedeli perché, si sa, verba volant. «Non odiare mai nessuno, nemmeno Berlusconi. Come sacerdote non posso certo accettare questo odio così accanito e così antievangelico, quasi un furore irrazionale». «Se Berlusconi è un depravato, come sembra che sia – ha concesso il parroco –, ne darà conto a Dio. Ma anche gli uomini della sinistra sfileranno, uno dopo l’altro, nell’aula del Ss. Tribunale, e il loro fardello è molto pesante. Sono i farisei di cui parla il Vangelo! Da quando portavo i calzoni corti – ricorda il parroco – rivendicano certe cose e, quando le raggiungono, le chiamano “conquiste sociali”: divorzio, aborto, sesso libero, convivenza, preservativo, pillola del mese prima e pillola del giorno dopo, il diritto alla pillola anche per le minorenni, matrimoni tra omosessuali, orgoglio omosessuale, il corpo è mio e ne faccio ciò che voglio, la moglie che non è più moglie ma compagna, laicità, no alle ingerenze del Vaticano. Negli ultimi quarant’anni hanno predicato l’inferno, hanno avvelenato l’anima di intere generazioni di giovani e ora condannano, in Berlusconi, quell’immoralità che essi hanno insegnato per quarant’anni. Hanno fatto di tutto per sfasciare la famiglia, la sua normalità, e ora si mettono a fare la morale», «a tanto arriva la depravazione della loro coscienza».

Prosegue: «Hanno giustificato la violenza e la ribellione. Quante vite sciupate! Penso a quel ragazzo morto a Genova alcuni anni fa, si chiamava Giuliani. Il volto coperto come un bandito e una bombola tra le mani. Povero ragazzo! Chi gli ha avvelenato il cuore? I suoi cattivi maestri sciano a Cortina d’Ampezzo e frequentano ogni sera i salotti televisivi mentre lui è al cimitero. Farisei, ipocriti, becchini delle anime: come sfuggiranno al fuoco della Geenna?». E poi, essendo domenica 13 febbraio, il giorno delle manifestazioni in tutta Italia per la dignità della donna, non poteva mancare un pensiero per l’altra metà del cielo, anche se in questo caso le argomentazioni appaiono meno efficaci delle precedenti: «E che dire di quelle donne che, sconvolte per il caso Ruby, scendono in piazza a difendere la dignità della donna? Non mi facciano ridere! Accompagnano le loro figlie in quella fiera di cavalli che è Miss Italia o alle selezioni del Grande Fratello o delle Veline e le mandano in giro mezze nude. Bella dignità!»

Tanto accese e rancorose le parole del parroco, quanto sobria e pacata la riposta di alcuni parrocchiani e cittadini di Casteldaccia – che si firmano «Le donne e gli uomini di sinistra», ovvero quelli presi di mira nell’omelia – che «all’invettiva» di don Ricotta hanno voluto rispondere con una lettera aperta. «È doveroso innanzitutto precisare che l’omelia dovrebbe essere l’attualizzazione della Parola di Dio nella vita del credente e nel momento partecipativo della liturgia», e non «un attacco a un orientamento politico con l’implicito sostegno all’orientamento opposto, perché la liturgia non è la sede per queste manifestazioni; se proprio si vuole parlare di questi problemi, si può convocare un’assemblea parrocchiale per un confronto aperto e leale»

Nel merito delle questioni sollevate dal parroco, nella lettera si ricorda che «alcune scelte legislative che sono maturate negli ultimi decenni sono frutto non solo della sinistra ma di una volontà popolare, anche cattolica, che le ha sostenute e vanno comprese all’interno della laicità dello Stato la quale, senza imporre niente a nessuno, ha il dovere di salvaguardare eventuali orientamenti diversi rispetto alla morale tradizionale». E poi si difendono i valori di chi si ritiene “di sinistra”: «La sinistra – scrivono – è l’idea che se guardi il mondo con gli occhi dei più deboli puoi fare davvero un mondo migliore per tutti» e che «se pochi hanno troppo e troppi hanno poco l’economia non gira perché l’ingiustizia fa male all’economia». «Chi si ritiene di sinistra, chi si ritiene progressista, compresi coloro che vogliono essere fedeli al Vangelo – proseguono – devono  tenere vivo il sogno di un mondo in pace, senza odio e violenza», perché «essere di sinistra significa combattere l’aggressività che ci abita dentro: quella del più forte sul più debole, dell’uomo sulla donna, di chi ha potere su chi non ne ha».