Archive for aprile 2011

Santo dubito. Wojtyla beato a tempo di record

30 aprile 2011

“il manifesto”
30 aprile 2011

Luca Kocci

«Santo subito!» chiedevano gli striscioni e gridavano i papaboys, i neocatecumenali, i giovani focolarini e del Rinnovamento nello Spirito accorsi a piazza San Pietro per il funerale di Giovanni Paolo II, l’8 aprile 2005. E «Santo subito» sarà papa Wojtyla, che verrà beatificato domani primo maggio, Festa dei lavoratori.

Una beatificazione a tempo di record: meno di due mesi dopo la morte – avvenuta il 2 aprile –, papa Ratzinger, successore e braccio destro di Wojtyla per 25 anni alla guida della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex Sant’Uffizio, avviò il processo di canonizzazione, senza aspettare i 5 anni previsti dal Diritto canonico; nel dicembre 2009 riconobbe le «virtù eroiche» di Giovanni Paolo II, insieme a quelle di Pio XII, il papa dei silenzi sulla Shoah; ora la beatificazione, a 6 anni dalla morte, quando per il papa del Concilio e della Pacem in Terris, Giovanni XXIII – popolare almeno quanto Wojtyla –, ce ne vollero 37.

Papa Ratzinger che beatifica il suo predecessore Wojtyla è immagine eloquente di un papato che santifica se stesso per rafforzare il potere dell’istituzione ecclesiastica e riaffermare la centralità di Roma e della curia in una Chiesa sempre meno «popolo di Dio», secondo l’espressione del Concilio Vaticano II, e sempre più verticistica e gerarchica. Una parabola, questa, che deve molto proprio a Giovanni Paolo II e al suo lunghissimo pontificato che, al di là del grande consenso raggiunto anche grazie al sapiente uso dei mass media, può essere letto con la categoria interpretativa della restaurazione: progressiva riduzione dell’autonomia delle Conferenze episcopali territoriali; repressione ed emarginazione di vescovi, religiosi, teologi e teologhe non in linea con il governo e il pensiero vaticano; riaffermazione di dogmi, principi e norme sia dottrinali che ecclesiastiche e chiusura a qualsiasi richiesta di riforme proveniente dalla base in materia di collegialità e partecipazione, etica familiare e sessuale, ruolo della donna e dei laici; sostegno a congregazioni e movimenti conservatori – dall’Opus Dei ai Legionari di Cristo, dai neocatecumenali a Comunione e liberazione – alfieri della restaurazione pontificia ed isolamento di gruppi ed esponenti del mondo progressista e cattolico democratico; copertura di scandali – dallo Ior di Marcinkus alla pedofilia – spesso liquidati, quando sono stati ammessi e quando è stato chiesto il «perdono», come colpe di alcuni «figli della Chiesa», non dell’istituzione; condiscendenza nei confronti di governi e regimi militari violenti, ma benevoli nei confronti della Chiesa, considerati un argine contro il comunismo, soprattutto in America latina (è storia l’immagine di Pinochet e di Giovanni Paolo II affacciati al balcone della Moneda di Santiago del Cile che salutano e benedicono la folla, nell’aprile del 1987).

Messe in fila anno dopo anno (lo ha fatto anche l’agenzia di informazioni Adista con un dossier dal titolo Santo? Dubito), le tappe questa restaurazione mostrano la storia di un “altro” pontificato che, in questi giorni di ubriacatura mediatica e apologetica per Giovanni Paolo II «il grande», come ebbe a dire l’allora segretario di Stato vaticano, il cardinal Angelo Sodano, subito dopo la morte del papa, sembra cancellato.

Pochi mesi dopo l’elezione al soglio pontificio – il 16 ottobre del 1978, superando il conservatore Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova, e il “progressista” Giuseppe Benelli, arcivescovo di Firenze –, nel gennaio del 1979 Wojtyla partecipa alla terza conferenza dei vescovi latino-americani e mette in riga la teologia della liberazione, che aveva teorizzato «l’opzione preferenziale per i poveri» e incarnato il Vangelo nelle condizioni storiche dei popoli oppressi, punendo i teologi accusati di marxismo e di fare «lotta di classe». Dopo di loro sarà lungo l’elenco delle teologhe e dei teologi progressisti puniti o ridotti al silenzio; dei vescovi, delle religiose, dei religiosi e dei preti “fuori le righe” isolati, costretti ad una rigida obbedienza o rimossi, da Oscar Romero, prima di essere ucciso dagli squadroni della morte della giunta militare al potere in Salvador, ai fratelli Ernesto e Fernando Cardenal, coinvolti nel governo sandinista in Nicaragua, fino al vescovo francese Jacques Gaillot, troppo schierato a fianco degli emarginati. Poi i provvedimenti per potenziare l’autorità centrale: rafforzamento della curia romana e declassamento dei sinodi dei vescovi e delle conferenze episcopali; «giuramento di fedeltà» al magistero pontificio anche senza una esplicita «definizione dogmatica» e ampliamento della «infallibilità papale» anche a quei principi «non contenuti nelle verità di fede»; riaffermazione della superiorità assoluta della Chiesa cattolica romana sulle altre Chiese cristiane «sorelle» e del cattolicesimo sulle altre fedi, in una visione dell’ecumenismo assolutamente romanocentrica.

Dopo gli “sbandamenti” del Concilio e le effervescenze del decennio ‘68-‘77 che attraversarono anche la Chiesa e il mondo cattolico, la missione del pontefice non poteva che essere quella di ricompattare i cattolici sotto la guida della gerarchia, riaffermare il magistero tradizionale contro interpretazioni e letture troppo aperte e progressiste, riconquistare alla Chiesa visibilità e un ruolo di guida della società. E con Benedetto XVI, la missione continua, con ancora maggior forza.

Don Diana martire per la giustizia. Da studiosi e credenti lettera al vescovo di Aversa

30 aprile 2011

“Adista”
n. 35, 30 aprile 2011

Luca Kocci

Aprire il processo di beatificazione per don Giuseppe Diana, il parroco di Casal di Principe ucciso dalla Camorra il 19 marzo 1994 proprio per il suo impegno di sensibilizzazione delle coscienze contro la criminalità organizzata (v. Adista n. 28/94). La richiesta arriva al termine della Giornata di studio “Martiri per la giustizia, martiri per il Sud. Livatino, Puglisi, Diana, uccisi non per errore” promossa dalla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (Pftim) a Napoli lo scorso 11-12 aprile (v. Adista Segni Nuovi allegato). Fino ad oggi solo il vescovo di Caserta, ora emerito, mons. Raffaele Nogaro – assai vicino a don Diana, quando era in vita e in servizio a Casal di Principe – aveva avanzato una simile proposta (v. Adista n. 25/2010). Ora la richiesta, che parte da Sergio Tanzarella, docente di Storia della Chiesa alla Pftim e alla Gregoriana di Roma, è stata appoggiata dagli oltre 200 partecipanti al convegno napoletano, che hanno sottoscritto una lettera al vescovo di Aversa, mons. Angelo Spinillo, la diocesi di don Diana: le rivolgiamo «la richiesta di avviare una prima ricognizione e uno studio sulla possibilità della promozione della causa di beatificazione del parroco Giuseppe Diana, ucciso a causa del proprio impegno per la giustizia, impegno assunto con retta coscienza, in perfetta ispirazione al Vangelo, nella fedeltà alla Chiesa e al mandato affidatogli dal vescovo».

Oltre a questa richiesta, una seconda, questa rivolta al gran Cancelliere, al preside e al decano della Pftim (rispettivamente il card. Crescenzio Sepe, p. Carlo Greco e p. Sergio Bastianel): la concessione allo studente Giuseppe Diana (iscritto alla Pftim, prima di essere ucciso) del titolo di licenza in Teologia biblica alla memoria.

Don Diana – si legge nella seconda lettera inviata ai vertici della Pftim, anch’essa sottoscritta dai partecipanti al convegno – «nella sua vita di prete fedele al Vangelo, alla Chiesa e all’impegno di parroco affidatogli dal vescovo, con la sua morte ha superato da tempo l’esame più impegnativo che è quello dello studio alla prova della vita, quello non tanto del non avere paura ma del non rimanere paralizzati dalla paura, dimostrando così di avere interiorizzato tutti gli insegnamenti ricevuti e tutti gli argomenti studiati nel corso di licenza in Teologia biblica. E per aver scritto un testo come quello Per amore del mio popolo che è molto di più di una tesi di licenza».

Così si distrugge la democrazia. Dal cattolicesimo democratico un grido di allarme

30 aprile 2011

“Adista”
n. 35, 30 aprile 2011

Luca Kocci

«La misura del degrado politico-istituzionale» è colma, il silenzio diventa «omertoso e complice», «l’indignazione deve essere coralmente manifestata a voce alta e la pacatezza può essere solo il volto della mitezza e non forma di un pavido sussurro di chi non vuole perdere privilegi».

Forse pensando anche alle eccessive timidezze delle gerarchie ecclesiastiche, quattro associazioni del cattolicesimo democratico, da sempre «fedeli ai principi della Costituzione» ed ai «valori del Concilio Vaticano II» – Agire politicamente, Argomenti 2000, Città dell’uomo e la Rosa bianca –, prendono la parola, insieme, per denunciare i disastri di Berlusconi e del berlusconismo: la «logica della prevaricazione del denaro, del ricatto, della violenza, della menzogna elevata a sistema, della corruzione non solo politico-clientelare, ma anche delle coscienze».

Vogliamo ribadire, scrivono, che «il rispetto del principio di legalità è un prerequisito per la democrazia e per la partecipazione politica»; che «la dialettica istituzionale non può essere assorbita dai problemi giudiziari di un singolo esponente politico, con conseguente, grave turbativa della stessa attività legislativa, umiliata dall’approvazione di leggi ad personam»; che «il rapporto corretto fra poteri dello Stato va gelosamente tutelato secondo quanto stabilisce la Costituzione»; che «l’acquisizione di “abiti virtuosi” resta una condizione necessaria ed indispensabile per l’agire in politica»; e che «gli “imbarazzanti” comportamenti “privati” del presidente del Consiglio, oltre a inficiare in maniera irreparabile il decoro delle istituzioni e la credibilità internazionale dell’intero Paese, confermano sempre più, indipendentemente dagli esiti giudiziari, la sua “inadeguatezza sostanziale” rispetto alla carica ricoperta».

Inoltre le associazioni denunciano le gravi e pericolose scelte politiche dell’attuale governo e delle forze che lo sostengono: i «tentativi, reiterati sotto varie forme, di stravolgere spirito e architettura del sistema costituzionale»; la «gestione del tutto inadeguata delle politiche migratorie, viziata anche da non commendevoli presupposti ideologici»; le «persistenti spinte “secessionistiche”, dettate da egoismi localistici privi di genuine preoccupazioni di solidarietà nazionale»; la «enfasi fuori luogo sulla sicurezza, con l’intento di suscitare paure, sentimenti sospettosi se non ostili verso persone e gruppi di altre etnie, culture, religioni»; la «assenza di serie e coraggiose politiche di sviluppo, in grado di rilanciare credibilmente l’occupazione, soprattutto delle generazioni giovanili, che rischiano di vedere pregiudicato un futuro degno».

La conclusione è perentoria: «L’attuale compagine di governo, incapace di svincolarsi dalla micidiale morsa della difesa ad oltranza degli interessi del presidente del Consiglio, per dedicarsi davvero e con lungimiranza ai reali problemi nazionali, non è in grado di garantire il necessario salto di qualità» e di governare il Paese.

Timidamente contro la Lega

29 aprile 2011

“il manifesto”
29 aprile 2011

Luca Kocci

«Ora il governo italiano ci ripensi» e cancelli il «reato di clandestinità, misura senza senso e sproporzionata», che non «ripetta i diritti e la dignità della persona». Anche questa volta il commento più duro alla bocciatura delle norme contro gli immigrati da parte della Corte europea di giustizia è arrivato da mons. Agostino Marchetto, segretario emerito del Pontificio Consiglio per i migranti, che già all’approvazione del pacchetto sicurezza aveva definito la «criminalizzazione dei migranti il peccato originale», tirandosi dietro le reazioni infuriate di mezzo governo, Lega nord in testa. Marchetto è in pensione, quindi parla più liberamente. Ma anche il giudizio del presidente del dicastero vaticano per i migranti, mons. Antonio Maria Vegliò, sebbene più paludato, è un sostegno alla Corte europea e una bocciatura di Maroni e delle leggi anti-immigrati: la sentenza «dimostra attenzione alla dignità della persona umana anche quando si trova in una situazione irregolare».

Nessuna voce invece arriva dalla Conferenza episcopale italiana, sempre attenta a non arrivare al muro contro muro con il governo, tranne quella di monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes: la decisione europea, che «conferma quanto già aveva affermato la Corte costituzionale», è «un passo avanti verso un diritto delle migrazioni che aiuti a rendere efficaci le azioni e le politiche migratorie dei singoli Stati europei, comprese anche quelle di allontanamento e di rimpatrio, senza però mai ledere i diritti della persona». Mezza condanna, e anche sottovoce.

Più nette le associazioni ecclesiali. La Caritas, da sempre critica nei confronti del pacchetto sicurezza, si aspetta che ora il governo si adegui immediatamente alla sentenza  I gesuiti del Centro Astalli esprimono «soddisfazione» e chiedono adesso «norme di buon senso, di effettiva attuazione e ispirate al rispetto dei diritti umani fondamentali», perché «la detenzione per il reato di clandestinità certamente non lo è». Per la Comunità di Sant’Egidio, che già sui rom che avevano occupato la basilica di San Paolo aveva duramente polemizzato con il sindaco Alemanno, finalmente si può tornare alla normalità, perché è stabilito che «essere immigrato non è una colpa».

Prima gli auguri, poi la cacciata

23 aprile 2011

“il manifesto”
23 aprile 2011

Luca Kocci

Ieri mattina, a Roma, nel popolare quartiere di Casal Bruciato, l’ennesimo sgombero di un campo rom ordinato dall’amministrazione capitolina del sindaco Alemanno. Poche ore dopo la decisione da parte dei nomadi, appoggiati anche dalle associazioni che lavorano per l’integrazione e da diversi movimenti cattolici, di occupare – sebbene si tratti piuttosto di un’azione dimostrativa – la basilica di San Paolo Fuori le mura, che si trova in uno dei municipi maggiormente colpiti dalle ordinanze di sgombero di Alemanno.

È venerdì santo, il papa sta celebrando la via crucis in mondovisione al Colosseo, quella vera, però, si svolge altrove, da quasi un mese: oltre 40 gli sgomberi dei campi nomadi voluti dal sindaco dal primo aprile. «Stiamo facendo la nostra via crucis», dicono i circa 200 rom dentro la basilica di San Paolo, la maggior parte dei quali sono cristiani. «È Pasqua, la Chiesa ci aiuti. Questa è la casa del Signore, non abbiamo un posto dove andare. Facciamo una richiesta di asilo allo stato del Vaticano, anche perché intervenga contro le persecuzioni ai danni dei rom».

E meno male che la giornata era iniziata con un messaggio di auguri pasquali del premier Berlusconi a Benedetto XVI, tramite il segretario di Stato cardinal Bertone. «La santa Pasqua vede l’Italia impegnata nell’assistenza alle migliaia di persone in fuga dai Paesi del nord Africa», scrive il presidente del Consiglio, quasi in una excusatio non petita. «In ossequio al rispetto della dignità e del valore della persona umana sancito dai popoli della Terra nella Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite», prosegue il messaggio del premier al papa, l’Italia «si sta adoperando al meglio per rispondere con generosità a tanta sofferenza». Pochi minuti dopo, però, i manganelli e le ruspe di Alemanno demoliscono il campo di via dei cluniacensi. E due giorni prima avevano fatto lo stesso con quello in via del Flauto, al Collatino, dove vivevano oltre 270 persone, di cui oltre la metà bambini. E così per tutto il mese di aprile. A tutti i rom la stessa inutile ed inaccettabile proposta: per donne e bambini un’accoglienza momentanea, per gli uomini la strada. Al punto che anche la Comunità di Sant’Egidio, solitamente assai timida quando si tratta di muovere critiche alle istituzioni e alle amministrazioni, aveva bacchettato il sindaco, accusandolo di «assenza di idee» e di «errato messaggio che incoraggia chiusura e durezza immotivate»,

tanto più in «questa settimana santa, alla vigilia della beatificazione di Giovanni Paolo II». «Non si intravede una politica – denuncia ancora il movimento cattolico guidato da Andrea Riccardi –, e di certo non una politica di accoglienza e umanità all’altezza del ruolo di Roma e delle sue responsabilità nazionali e internazionali». Parole non gradite da Alemanno che ieri, mentre i suoi uomini sgomberavano i rom, ha ribadito che «il fatto che venga rifiutata l’assistenza vuol dire che molti non sono nelle condizioni disperate che Sant’Egidio si immagina, ma spesso fanno una scelta di carattere economico e non di disperazione».

«La scelta di entrare nella basilica di San Paolo è stata dettata dal fatto che, in queste settimane di sgomberi violenti, la chiesa è l’unico luogo dove i rom non possono essere cacciati», spiega Gianluca Staderini, dell’associazione Popica, che insieme all’Arci, a Sant’Egidio, alla Comunità di base di San Paolo è a San Paolo per sostenere l’azione dei rom. Ma si spera anche che le istituzioni ecclesiastiche e il vicariato di Roma, fino ad ora muti, intervengano. «Noi rom che viviamo da anni nelle baracche di questa città chiediamo aiuto alla Chiesa», dicono dalla basilica, il una “Lettera alla Chiesa”. «È questa la nostra settimana santa. Le nostre baracche sono brutte e pericolose, ma dopo gli sgomberi ci troviamo a vivere per strada», per questo «chiediamo alla Chiesa di aiutarci a fare sentire la nostre voci».

Nella basilica di San Paolo, nel tardo pomeriggio, inizia la celebrazione liturgica del venerdì santo, e quasi tutti i rom rimangono all’interno della chiesa per parteciparvi, senza che nessuno faccia obiezioni. E arriva anche don Pietro Sigurani, parroco della Natività, dove sono ospitati circa 30 tunisini sbarcati a Lampedusa, che però deve dribblare una guardia della Gendarmeria vaticana che lo invita a non parlare con i giornalisti. «Sono venuto per portare solidarietà a questi amici», dice il prete. «Bisogna affrontare questi problemi fuori dagli ingranaggi politici, perché sui poveri non si deve speculare, mentre assistiamo a una continua campagna elettorale sulla pelle dei più deboli».

Le armi della santità. Le offerte per il beato Giovanni Paolo II si fanno presso le banche armate

23 aprile 2011

“Adista”
n. 32, 23 aprile 2011

Luca Kocci

Un’offerta in una «banca armata» per il «papa della pace», Giovanni Paolo II, che così viene definito da molti per le sue parole contro le guerre dell’ultimo ventennio, a cominciare dalla prima contro l’Iraq del 1990. È l’iniziativa della diocesi di Roma che, per «sostenere l’organizzazione» della beatificazione di papa Wojtyla – in programma a Roma il prossimo primo maggio –, ha pensato bene di raccogliere soldi aprendo quattro conti correnti presso tre delle principali «banche armate», ovvero gli istituti di credito che forniscono servizi finanziari di appoggio e di sostegno alle industrie italiane che vendono armi all’estero, per lo più in Africa e Medio Oriente (come risulta dal Rapporto appena reso noto dal governo, v. notizia precedente), incassando sostanziosi compensi per il loro lavoro di intermediazione. Si tratta in particolare di Bnl – Bnp Paribas, che nel 2009 ha movimentato oltre 804 milioni di euro per contro delle industrie armiere; Intesa San Paolo, che ha spostato 186 milioni (a cui però andrebbero aggiunti anche i 47 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia, facente parte dello stesso gruppo); e Unicredit, con 146 milioni (v. Adista n. 41/10). Solo il Monte dei Paschi di Siena, la quarta banca prescelta, non è coinvolta nel commercio di armi.

Del resto non si tratta di una novità perché i principali organismi istituzionali ecclesiastici scelgono di affidarsi alle «banche armate», cui strappano condizioni particolarmente favorevoli: l’Istituto Centrale per il Sostentamento del Clero dispone di otto conti bancari dove i fedeli possono versare le offerte per il clero (all’interno delle cosiddette “erogazioni liberali”), e sette di questi sono aperti presso le principali «banche armate» (oltre a Bnl, Intesa-San Paolo e Unicredit – con i marchi Unicredit Private Banking, Banca di Roma e Banco di Sicilia, tutte dello stesso gruppo –, anche Banca Popolare di Milano e Banco di Sardegna); la Conferenza episcopale italiana ha scelto Banca Prossima, del gruppo Intesa San Paolo, per depositare i 30 milioni di euro del fondo di garanzia del “Prestito della speranza”, un’iniziativa di sostegno economico alle famiglie in difficoltà in collaborazione con l’Abi; e anche la Caritas italiana, impegnata in iniziative di solidarietà in diversi Paesi del Sud del Mondo e nella promozione dei corpi civili di pace, per i suoi tre conti correnti ha optato, oltre che per Banca Etica – che ovviamente non sostiene l’export di armi – le “solite” Intesa-San Paolo e Unicredit (v. Adista n. 48/10).

I “laici” non sono da meno: pure Emergency e Legambiente hanno scelto le «banche armate» per i loro progetti. «L’associazione umanitaria fondata nel 1994 da Gino Strada “per portare aiuto alle vittime civili delle guerre”, ha sviluppato importanti progetti con il gruppo Banca Popolare dell’Emilia Romagna», scrive Giorgio Beretta su Unimondo (31/3). E il gruppo Bper «offre da tempo servizi al commercio legale di armi sia con la capogruppo Banca Popolare dell’Emilia Romagna sia, soprattutto attraverso la controllata Banco di Sardegna e per importi minori anche la Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila: nell’insieme le banche del Gruppo Bper nel sessennio 2004-2009 hanno assunto autorizzazioni relative all’esportazione di armamenti italiani per circa 56,3 milioni di euro». Mentre per iscriversi a Legambiente si può fare un bonifico presso Allianz Bank, che possiede una quota rilevante di Commerzbank che, scrive ancora Beretta, «dal 2003 al 2009 ha assunto operazioni relative all’esportazione di armamenti italiani per un valore complessivo di oltre 319 milioni di euro». Replica (8/4) a Beretta Cecila Strada: Bper «sta lavorando alla definizione di una propria politica di autoregolamentazione in materia di finanziamento dell’industria bellica», grazie anche «alla attività di sensibilizzazione e alla disponibilità di collaborazione fornita da Emergency». Appunto, «sta lavorando», ma intanto, e da diversi anni, collabora e guadagna dal commercio delle armi.

«La guerra al terrorismo viene oggi usata per la militarizzazione delle nostre società, per produrre nuove armi, per spendere più soldi per la difesa. Opponiamoci, non votiamo per chi appoggia questa politica, controlliamo dove abbiamo messo i nostri risparmi e togliamoli da qualsiasi società che abbia anche lontanamente a che fare con l’industria bellica», scriveva Tiziano Terzani nelle sue Lettere contro la guerra. «Un pensiero che, credo – risponde (11/4) Beretta a Cecilia Strada – Gino Strada, lei e tutti i sostenitori di Emergency intendono sottoscrivere. E che, mi auguro, venga presto realizzato dalla sua associazione».

Legioni e milioni

11 aprile 2011

“La Voce delle Voci”
n. 4, aprile 2011

Luca Kocci

«Sistematico ricorso a metodi brutali ed umilianti». È quello che, secondo i magistrati della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, sarebbe avvenuto nel “Villaggio dei ragazzi”, mega struttura educativa di Maddaloni (Caserta) per 1.500 studenti, con scuola dell’infanzia, elementare, media, superiori e convitto, fondata dopo la seconda guerra mondiale da don Salvatore D’Angelo, ex consigliere spirituale del senatore Giulio Andreotti – che è tutt’oggi presidente onorario nonché consigliere d’amministrazione della Fondazione proprietaria della struttura –, e da 10 anni gestita dalla congregazione religiosa dei Legionari di Cristo, il cui fondatore, p. Marcial Maciel, è stato riconosciuto colpevole di abusi sessuali e violenze ai danni di numerosi minori. Infatti poco prima di morire, nel 2000, seguendo i consigli di Andreotti e dell’ex senatore Nicola Mancino, don D’Angelo affidò la struttura alla congregazione dei Legionari di Cristo, che la gestiscono dal 2001

Con le accuse di maltrattamenti e violenze ai ragazzi fra gli 11 e i 16 anni sono stati arrestati alla fine di febbraio 4 educatori del Villaggio e un’insegnante della scuola media statale ospitata nella struttura, altri 3 sono invece indagati a piede libero; tutti, ovviamente, hanno respinto ogni addebito. Le indagini, spiega una nota della Procura, sono state avviate nell’estate del 2009 e, in questo tempo, sono stati ascoltati molti bambini e adolescenti ospiti del Villaggio che hanno descritto uno spaccato molto triste e sconsolante per la gestione della struttura e il trattamento cui erano sottoposti dagli educatori. Sono venute così alla luce, si legge ancora nella nota, gravi condotte di maltrattamento fisico oltre che psicologico da parte di alcuni educatori nei confronti dei ragazzi. Si trattava, spiegano dalla Procura, «di condotte abituali» degli educatori «attuate con l’uso della violenza, fisica e psichica, e mediante la voluta mortificazione delle vittime, che, in alcune occasioni, a seguito delle percosse subite, avevano riportato anche lesioni personali».

La Direzione della Fondazione “Villaggio dei ragazzi” ha confermato «piena fiducia nella giustizia e piena disponibilità a collaborare con essa affinché sia fatta chiarezza sulla veridicità dei fatti». Ma l’Associazione docenti cattolici (Adc) ha chiesto le dimissioni del presidente della Fondazione Villaggio dei ragazzi, il legionario catalano p. Miguel Cavallé: «Presidente da dieci anni della Fondazione Villaggio dei ragazzi e membro della Congregazione religiosa dei Legionari di Cristo – dicono i docenti cattolici – p. Cavallé anche se estraneo ai fatti non può far finta che nulla sia successo e chiamarsi fuori dalle gravissime responsabilità previste sia dal diritto amministrativo sia dal diritto penale».

Anche perché i Legionari di Cristo, congregazione religiosa ultraconservatrice fondata nel 1941 dal messicano Marcial Maciel Degollado, risultano pesantemente recidivi: già nel 1956 l’allora papa Pio XII rimosse Maciel dal suo incarico di superiore generale per sospetti di abusi sessuali. Venne poi reintegrato nel 1959 perché l’indagine si risolse in un nulla di fatto, grazie alla falsa testimonianza di alcuni religiosi – come ammisero essi stessi molti anni dopo – che scagionarono il loro capo, in nome dell’umiltà e della discrezione, gli altri due voti a cui, fino a poco fa, erano obbligati i Legionari.

Con la salita al soglio pontificio di papa Wojtyla i Legionari, usati come ariete per la “riconquista” dell’America latina infestata dal virus della teologia della liberazione e da alcuni vescovi progressisti alla Romero, conquistarono grande potere ed enormi ricchezze: portarono in dote a Wojtyla un impero di 400mila aderenti – tra il ramo clericale e il braccio laico –, tra cui quasi 2mila religiosi, più di 650 sacerdoti e 2.500 seminaristi, con 125 case sparse in 20 Paesi, attive soprattutto nel settore dell’istruzione, come ricostruisce Valerio Gigante in Paraventi sacri. Il “ventennio” della Chiesa cattolica dietro il ritratto dei suoi protagonisti (Di Girolamo editore). Ed un enorme patrimonio, tanto da essere chiamati i “miliardari di Cristo”, frutto di lasciti e donazioni ma soprattutto di investimenti azionari e immobiliari, compravendita di palazzi e terreni, prestiti, cessioni. Un’attività tanto intensa da richiedere la nascita di una struttura parallela, gestita dai laici del Regnum Christi, il gruppo Integer: una holding suddivisa in sei aree di intervento alle quali fanno capo altri enti e strutture della galassia dei Legionari.

Insieme alle ricchezze, si moltiplicavano però anche le accuse di abusi e violenze sessuali contro Maciel e i Legionari, sempre insabbiate da Wojtyla, dal segretario di Stato card. Angelo Sodano e dal prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede card. Joseph Ratzinger. In particolare nove fra religiosi ed ex religiosi accusavano Maciel di aver abusato di loro per anni, a partire da quando avevano tra i 10 e i 16 anni e si trovavano nel seminario dei Legionari. Secondo il racconto dei nove, Maciel, che voleva essere chiamato «nuestro padre», diceva ai suoi seminaristi di avere il permesso di papa Pio XII per avere rapporti sessuali con loro, allo scopo di trarre sollievo da un dolore legato ad una non meglio specificata patologia allo stomaco. «Quante volte, innumerevoli, mi hai svegliato nel cuore della notte, e mi hai preso con te, abusando della mia innocenza. Notti di terrore assoluto; tante, tante notti passate in bianco, che in più di un’occasione hanno messo a repentaglio la mia salute psichica», scriveva Juan Vaca, uno dei seminaristi, in una lettera inviata a Maciel e anche a Wojtyla, sempre ignorata. Alla fine degli anni ’90, le vittime ruppero pubblicamente il silenzio e parlarono ai giornali delle violenze subite. Partirono le indagini ecclesiastiche ma lo stesso Ratzinger, ancora “solo” prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, prese le difese di Maciel e bloccò tutto. Fino al 2004 quando, in coincidenza con l’aggravamento delle condizioni di salute di Giovanni Paolo II, il grande protettore dei Legionari, il Vaticano riaprì il vecchio fascicolo e a maggio 2006 arrivò la “condanna” più soft che mai per l’86enne Maciel, che frattanto l’anno prima si era dimesso da superiore generale dei Legionari: divieto di esercitare il ministero e obbligo di condurre una vita riservata di preghiera e di penitenza. Del resto un processo canonico avrebbe creato forte disagio anche al Vaticano, che si sarebbe trovato ad affrontare spinosissime questioni, con una conseguente forte risonanza mediatica, e avrebbe evidenziato le coperture di cui Maciel aveva goduto lungo tutto il pontificato di Wojtyla.

Morto Maciel il 30 gennaio 2008, sono emerse altre rivelazioni sul passato del fondatore dei Legionari: almeno 5 figli sparsi nel mondo – avuti da altrettante donne –, uno dei quali accusò il padre di aver abusato sessualmente di lui quando aveva 7 anni. E lo scorso 9 luglio il Vaticano ha deciso di commissariare la Congregazione: a guidare i Legionari è stato nominato il card. Velasio De Paolis, che è pure presidente della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede. Probabilmente anche per controllare i soldi e le proprietà dei “miliardari di Cristo”.

I soldatini di zi’ Giulio

Più che un “villaggio” l’istituto scolastico di Maddaloni assomiglia ad una caserma. Fondato nel dopoguerra da don Salvatore D’Angelo – amico e consigliere spirituale di Giulio Andreotti, che fino agli anni ‘90 si recava settimanalmente, ogni mercoledì, a Roma dal senatore – come struttura di accoglienza per ragazzi orfani e in difficoltà a causa delle conseguenze del conflitto, nel tempo la composizione sociale è mutata profondamente, tanto che oggi la maggior parte degli alunni del Villaggio provengono da famiglie abbienti. I Legionari di Cristo, che nel 2001 ne hanno assunto la gestione diretta, ne hanno aggiornato il Progetto educativo, militarizzandolo, secondo il motto “credere, obbedire, combattere”: «Dell’antica cultura militare – vi si legge – è rimasto soltanto un barlume molto nobile, oltre che formativo: cioè è restata l’educazione al rispetto quotidiano per il vessillo nazionale nel momento dell’alzabandiera ed ammainabandiera, ed il mantenimento delle Guardie d’onore all’ingresso del Villaggio (due bambini in un’uniforme di tipo militare)». E infatti, andando a leggere la scansione oraria degli studenti residenti al Villaggio, dopo la sveglia, le pulizie e la colazione, è previsto il «Saluto alla bandiera nazionale sul piazzale, con la cerimonia dell’alzabandiera». E la giornata si conclude, ovviamente, con la «Cerimonia dell’ammainabandiera e la preghiera del Villaggio».

La vita quotidiana al Villaggio sembra essere ispirata ai ferrei princìpi del darwinismo sociale. «Il  minore  “assistito” – la cui retta è carico dell’amministrazione, come si legge nel Progetto educativo – viene  immesso in un ambito scolastico promiscuo, ma soprattutto cresce insieme non solo a coetanei poveri ma a compagni solventi, provenienti da  famiglie  di  censo  superiore socialmente ed economicamente. In tale situazione scatta in ogni soggetto un processo di agonismo innato che lo stimola ad un rendimento competitivo, per cui, messo da “un caso della vita” sulla stessa linea di partenza, ricerca migliori risultati di affermazione sui cosiddetti compagni migliori, nel campo in cui si trova e dispone: la scuola. È il principio-base della legge di sopravvivenza delle specie». Il Progetto educativo del Villaggio «si differenzia nettamente da quello di altri sistemi educativi». Fortunatamente, è il caso di dire.

Pecunia non olet. E «Avvenire» fa pubblicità a Finmeccanica

9 aprile 2011

“Adista”
n. 28, 9 aprile 2011

Luca Kocci

Mentre il card. Bagnasco esprime solidarietà alla «povera gente che è sotto gravi difficoltà e sventure» (v. Adista n. 26/11), il quotidiano della Cei Avvenire pubblica, a pagamento, la pubblicità di Finmeccanica, la principale industria armiera italiana, che nella crisi libica ha un ruolo paradossale: vende armi a Gheddafi, regolarmente autorizzata dal governo italiano, e contemporaneamente collabora alla costruzione dei caccia Eurofighter (v. Adista nn. 30/10 e 17/11) che da giorni bombardano la Libia.

«Orgogliosi di aver contribuito a fare dell’Italia un grande Paese nel mondo», si legge nelle pubblicità di Finmeccanica più volte pubblicate da Avvenire, circondata dalle immagini dei prodotti del colosso delle armi made in Italy: cacciabombardieri, elicotteri da guerra, sistemi radar, ecc. «Il gruppo Finmeccanica celebra l’Unità nel modo che gli è più congeniale: continuare a lavorare per far crescere ancora l’Italia», si legge ancora sul quotidiano dei vescovi italiani. «Sono passati 150 anni dall’Unità d’Italia. Una storia di crescita e di sviluppo che appartiene a tutti gli italiani e nella quale l’industria ha giocato un ruolo fondamentale. Finmeccanica ha ereditato l’esperienza di aziende che hanno seguito questa storia gloriosa, portando avanti i valori della tecnologia italiana nel mondo e diventando tra i più grandi nell’aerospazio, difesa e sicurezza, con importanti presenze nel campo dell’energia e dei trasporti. Un risultato che, in occasione del centocinquantenario dell’Unità, le oltre 75mila persone che lavorano con noi, 43mila nella sola Italia, sono orgogliose di condividere con tutti gli italiani».

Del resto tra Finmeccanica e il mondo cattolico e della solidarietà internazionale (v. notizia successiva) il feeling affaristico è intenso e duraturo: l’azienda guidata da Pierfrancesco Guarguaglini – uno dei manager pubblici più pagati in Italia, con oltre 5 milioni di euro l’anno – è regolare inserzionista pubblicitario di San Francesco patrono d’Italia, il mensile dei francescani del Sacro Convento di Assisi (v. Adista n. 7/06), sponsor di progetti di cooperazione e sviluppo portati avanti in Africa dalla Comunità di Sant’Egidio di Andrea Riccardi e dal «Volontariato internazionale per lo sviluppo» – una ong legata ai salesiani (v. Adista nn. 21/07, 83/08 e 4/09) – e principale finanziatore dell’annuale Meeting dell’Amicizia fra i Popoli promosso a Rimini da Comunione e Liberazione (v. Adista nn. 86/09 e 61/10). E adesso anche inserzionista pubblicitario di Avvenire.

Palermo: accogliere i poveri è giustizia, non carità. Una comunità scrive al sindaco

2 aprile 2011

“Adista”
n. 26, 2 aprile 2011

Luca Kocci

Mangiare ed abitare: diritti non favori, giustizia non carità. Obbedienti a questo comandamento evangelico, ribadito anche dal Concilio – «siano anzitutto adempiuti gli obblighi di giustizia, perché non avvenga che offra come dono di carità ciò che è già dovuto a titolo di giustizia» (Apostolicam Actuositatem) –, i laici della Comunità di san Francesco Saverio all’Albergheria, la piccola comunità palermitana animata da don Cosimo Scordato (v. Adista n. 9/11), promuovono una lettera aperta al sindaco, Diego Cammarata, per chiedere all’amministrazione di «istituire una mensa e un dormitorio comunali per i bisognosi della nostra città», affinché non sia solo il volontariato ad occuparsene.

«Egregio sig. sindaco – si legge nel testo redatto dal gruppo Mensa della comunità e dal 27 marzo sottoscrivibile dai cittadini – gli ultimi due anni hanno visto l’imperversare di una gravissima crisi economica internazionale che ha aggravato, con l’allarmante apparire di “nuove povertà”, lo stato di disagio economico endemico vissuto da buona parte della popolazione della nostra città. La situazione è, poi, resa particolarmente drammatica dalla presenza sul nostro territorio di tanti emigranti provenienti da Paesi extra comunitari molto spesso in fuga da situazioni disperate. Proprio in questi giorni stiamo assistendo ad un esodo di proporzioni bibliche che sta portando sulle nostre spiagge un gran numero di persone che cercano rifugio dalle condizioni di guerra civile che stanno martoriando un gran numero di stati del nord Africa».

Il volontariato c’è, e lavora, ma non è sufficiente. Siamo «consapevoli del fatto che le uniche risposte per noi accettabili a questa situazione sono quelle dettate dalla compassione e che le risorse attualmente disponibili nella nostra città per il sostegno dei bisognosi sono affidate prevalentemente all’iniziativa del volontariato che ha già fatto e continua a fare delle cose egregie in questo campo: le iniziative della Caritas, di Biagio Conte, dei Cappuccini… sono soltanto alcuni degli splendidi esempi di come ci si prende cura dei poveri a Palermo», prosegue la lettera. Quindi «le facciamo richiesta di voler istituire una mensa e un dormitorio comunali per i bisognosi della nostra città qualunque sia la loro provenienza, il colore della loro pelle, la loro età, il loro sesso e la loro religione. Riteniamo, inoltre, che se si utilizzassero a tal fine dei beni immobili idonei sequestrati alla mafia e i lavoratori Lsu o Pip (Lavori socialmente utili e Piani di inserimento professionale, ndr) come personale addetto alla conduzione di queste iniziative, i costi di avvio e gestione della mensa e del dormitorio comunali sarebbero minimi per l’amministrazione comunale della città di Palermo».