Archive for giugno 2011

Padroni a Chiesa nostra. La storia dei rapporti fra Lega Nord e gerarchia ecclesiastica

25 giugno 2011

“Adista”
n. 48, 25 giugno 2011

Luca Kocci

Cristianesimo antievangelico, cattolicesimo etnico: sono gli ossimori le figure più appropriate per definire la religiosità della Lega Nord e il ventennale, travagliato e mai lineare rapporto del movimento, poi partito, fondato da Umberto Bossi, con la Chiesa cattolica. Ne fa una ricostruzione – ed è la prima volta nelle analisi politiche della storia contemporanea – Paolo Bertezzolo, nel volume appena pubblicato dalla Emi Padroni a Chiesa nostra. Vent’anni di strategia religiosa della Lega Nord .

«Attenti. Presto la Chiesa avrà sacerdoti che vengono dall’Africa. C’è la crisi delle vocazioni e li fanno venire da laggiù», diceva Bossi nel lontano 1989, all’hotel Jolly di Segrate, durante il primo congresso della Lega lombarda, non ancora partito. Salvo poi, poco tempo dopo, organizzare le prime battaglie in difesa del crocefisso e del presepe nelle scuole, magari insieme a qualche parroco “padano”, in nome della tradizione cattolica italica. Ma alla 42.ma Settimana sociale dei cattolici, a Torino nel 1993, il presidente della Consulta cattolica della Lega Nord, Giuseppe Leoni, minacciò i vescovi di sciopero dell’8 per mille e profetizzò la fine della «pace religiosa del Paese e gli interessi della Chiesa in Italia». L’ennesimo fuoco di paglia visto che, negli anni successivi, Lega e Chiesa saranno solide alleate contro coppie omosessuali e testamento biologico. E poi, ancora, i riti (e i matrimoni) celtici sulle sponde del Po la mattina, i richiami alle «radici cristiane» dell’Europa la sera. Un percorso apparentemente contraddittorio, ma che in realtà aveva, e continua ad avere, una prospettiva e un punto di approdo ben chiaro, non sempre osteggiato dalla gerarchie ecclesiastiche: la costruzione di una religione civile e del “senso comune”, funzionale al progetto egoista e identitario della Lega.

Nel libro la storia viene raccontata e puntualmente documentata con una periodizzazione che, dopo aver ricostruito la genesi della Lega e la sua trasformazione da movimento a partito, segue la scansione dei governi che si sono succeduti dal 1992 ad oggi: dall’ultima fase della “prima Repubblica”, con gli attacchi frontali alla Dc e alla Chiesa che la sosteneva, fino ai governi Bossi- Berlusconi, osservati con attenzione dalle gerarchie ecclesisatiche, passando per i governi Prodi, incontrando lungo il cammino vescovi amici come Maggiolini o nemici come gli odiati Martini e Tettamanzi, facendo battaglie insieme alla Chiesa sui temi “eticamente sensibili” ma anche scontrandosi duramente con le gerarchie e con il Vaticano, per esempio, sulla questione immigrazione o sull’unità d’Italia.

Ma la schizofrenia della Lega – questa la tesi del volume –, è solo apparente, perché il realtà il progetto di Bossi, Calderoli e Maroni è chiaro: la demolizione di una fede e la costruzione di una religione civile che sia «elemento di identificazione culturale, etnico e politico» e per questo è un «cristianesimo anticonciliare e tradizionalista». Infatti la Lega «ha deciso di utilizzare il cattolicesimo, piegandolo alle proprie strategie», «ha riletto e “padanizzato” il messaggio cristiano, prendendo quello che gli serviva e buttando via, anzi demonizzando, quando non rientrava nel suo orizzonte». Un progetto in parte realizzato anche per la «mancata sedimentazione della proposta conciliare di un cristianesimo consapevole e critico, a vantaggio del permanere di una religiosità, i cui simboli il leghismo recupera in un’identità cristiana ridotta alla dimensione rituale e culturale».

E allora, conclude Bertezzolo, la sfida è anche, e soprattutto, per la Chiesa: «Cogliere l’occasione per ripensare al proprio modo di porsi, senza tornare indietro, a posizioni antimoderne. In gioco, in definitiva, è la fedeltà al Concilio». E al Vangelo.

Pubblicità ingannevoli. L’otto per mille «per la carità» va soprattutto per culto e stipendi

18 giugno 2011

“Adista”
n. 46, 18 giugno 2011

Luca Kocci

Tiene l’8 per mille, continuano a diminuire le offerte volontarie per il sostentamento del clero. È questo il bilancio che il Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica ha reso noto al termine della 63.ma Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana di fine maggio. Tanto che, dopo due anni consecutivi di flessione dell’8 per mille (-4% nel 2009 e -1% nel 2010, v. Adista nn. 61 e 67/09, 50/10), dalla Cei possono tornare ad esprimere soddisfazione: i dati, si legge nel comunicato finale dell’Assemblea dei vescovi, «confermano l’ottima tenuta del meccanismo dell’8 per mille: all’aumento complessivo del numero dei firmatari, è corrisposta la perfetta tenuta della percentuale di quanti hanno espresso la propria preferenza per la Chiesa cattolica».

In termini percentuali si raggiunge esattamente il valore dello scorso anno: l’85,01% di coloro che hanno espresso una preferenza di destinazione per l’8 per mille hanno optato per la Chiesa cattolica (ma, dal momento che solo il 44% dei contribuenti firma la casella dell’8 per mille, la percentuale “vera” si aggira intorno al 35%). Ma grazie all’aumento complessivo del gettito fiscale – considerando anche che l’8 per mille delle scelte non espresse va alla Chiesa in percentuale di quelle espresse – la somma che lo Stato ha assegnato alla Chiesa nel 2011 (sulla base delle dichiarazioni dei redditi 2008) è cresciuta rispetto all’anno precedente, passando ad oltre 1.118 milioni di euro, contro i 1.067 del 2010.

E se la massiccia campagna pubblicitaria – che in base ai nostri calcoli costa alla Cei oltre 20 milioni di euro all’anno – insiste sulla destinazione dei fondi per attività assistenziali e sociali in Italia e nei Paesi poveri all’insegna dello slogan «con l’8 per mille alla Chiesa cattolica continuate a fare molto per tanti», in realtà appena un quinto del totale incassato viene impiegato per gli «interventi caritativi»: 235 milioni di euro, 105 dei quali vanno alle diocesi «per la carità», 85 al Terzo mondo e 45 per non meglio specificate «esigenze di rilievo nazionale».

Ma non si tratta di una novità. I vescovi italiani, approvando la ripartizione dei fondi dell’anno 2011, hanno confermato le scelte degli ultimi anni: oltre il 40% delle risorse viene speso per il culto e la pastorale, oltre il 30% per il sostentamento del clero e poco più del 20% per la carità. Nel dettaglio, su un totale di 1.118 milioni di euro, alle «esigenze di culto e pastorale» vanno oltre 467 milioni (di cui 190 per l’edilizia di culto, 156 alle diocesi, quasi 60 ad esigenze di rilievo nazionale, 50 al fondo per la catechesi e l’educazione cristiana e 12 milioni ai tribunali ecclesiastici regionali), al «sostentamento del clero» quasi 361 milioni e, appunto, 235 agli «interventi caritativi»; 55 milioni di euro, poi, sono stati accantonati «a futura destinazione», anche per poter eventualmente tamponare il calo delle firme – che mons. Crociata, segretario della Cei, ritiene «probabile», sebbene lo attribuisca alla «crisi economica» – nei prossimi anni, quando nelle dichiarazioni dei redditi si faranno sentire gli effetti degli scandali ecclesiastici di questi mesi, a cominciare dai casi di pedofilia clericale, potrebbero raffreddare la propensione dei contribuienti verso la Chiesa cattolica.

In calo le offerte per il sostentamento del clero, deducibili dalla dichiarazione dei redditi ma assolutamente volontarie, a differenza dell’8 per mille, che viene comunque prelevato. La diminuzione percentuale è del 5,9%, con un calo di incassi di 900mila euro – dai 14,9 milioni del 2009 ai 14 del 2010 –, equivalenti a circa 9mila offerte in meno. «La flessione era nell’aria», ammettono dalla Cei sul periodico Sovvenire, anche perché «il 2010 non è stato un anno affatto facile per l’immagine dei sacerdoti, macchiata dai casi di pedofilia che tanto hanno addolorato il corpo ecclesiale». E sembra anche fallito il sistema di controllo delle parrocchie, elaborato alla fine del 2008 dal Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa, per premiare quelle che si fossero maggiormente impegnate per la raccolta delle offerte deducibili (v. Adista n.63/08). Tanto da far dire a mons. Crociata che tutta la questione «sarà radicalmente riesaminata».

«Un no al governo». I cattolici di base trainano le gerarchie

14 giugno 2011

“il manifesto”
14 giugno 2011

Luca Kocci

Ci sono molti cattolici in quel 57% di votanti che hanno consentito di raggiungere il quorum e vincere i referendum. Non decisivi come quando nel 2005, obbedendo agli ordini dell’allora presidente della Cei card. Ruini e alla militaresca mobilitazione per l’astensione delle associazioni ecclesiali, fecero fallire il referendum per abrogare la legge sulla procreazione assistita portando la percentuale delle astensioni al 74,1%, ma sicuramente sono stati importanti.

I vescovi non hanno remato contro, anzi più di qualcuno, da Morosini di Locri a Tettamanzi di Milano a Caprioli di Reggio Emilia, ha suggerito di andare a votare. Il papa stesso, correggendo la posizione vaticana favorevole «all’uso pacifico del nucleare» più volte espressa dall’ex presidente del Pontificio consiglio Giustizia e Pace card. Martino, alla vigilia del voto ha tirato la volata al referendum invitando ad usare «energie pulite» non pericolose per l’uomo. La grande maggioranza dei 189 settimanali diocesani, nonostante molti l’anno scorso avessero pubblicato l’opuscolo pro-nucleare Energia per il futuro (realizzato dalla concessionaria pubblicitaria di Radio Vaticana che, non a caso, annovera fra i suoi inserzionisti a pagamento l’Enel, in prima fila a fare il tifo per la riapertura delle centrali atomiche in Italia), si sono schierati per il Sì, così come diverse riviste cattoliche, dal Famiglia Cristiana al mensile dei gesuiti Aggiornamenti sociali.

Sono scesi in campo i religiosi, dai domenicani ai francescani, i missionari, suore e preti di base, che il 9 giugno hanno chiuso la campagna elettorale digiunando in piazza San Pietro, guardati a vista dalla gendarmeria vaticana. E gran parte dei movimenti e delle associazioni laicali, con la solitaria eccezione dei privatizzatori incalliti e non pentiti di Comunione e Liberazione, hanno invitato i loro iscritti al voto – dall’Azione cattolica alle Acli fino agli scout dell’Agesci – o si sono impegnati direttamente nei comitati per il Sì, come Pax Christi, la Rete interdiocesana nuovi stili di vita e le Comunità di base.

Anzi sono stati proprio loro, religiosi, associazioni e gruppi di base, a trascinare le gerarchie ecclesiastiche, costringendole a rivedere le proprie posizioni e a schierarsi. «Il responso del referendum, e prima delle elezioni amministrative – legge il voto dei cattolici Giovanni Avena, direttore editoriale dell’agenzia di informazione Adista, espressione del mondo cattolico di base –, dice basta a Berlusconi e ricorda ai vescovi le loro responsabilità, e qualche volta complicità, nelle scelte politiche del governo, in cambio di privilegi non a vantaggio dei poveri ma a beneficio delle scuole cattoliche e degli enti ecclesiastici. Se la gerarchia saprà finalmente rinunciare a questo enorme piatto di lenticchie dovrà dire grazie al popolo del referendum». L’agenzia ufficiale della Cei non si sofferma sui cattolici ma interpreta comunque il risultato come un nuovo «messaggio diretto al governo», perché «il quorum superato di slancio va ben al di là del merito dei quesiti» e apre «una fase di cambiamento». Un voto politico insomma, che alla vigilia del referendum il quotidiano dei vescovi Avvenire invece negava. E voto politico anche per Famiglia Cristiana: «Un altro no al governo», titola l’edizione online del settimanale diretto da don Sciortino, che segnala che «c’è molto mondo cattolico nel raggiungimento del quorum».

Fra quelli che si sono maggiormente spesi, p. Zanotelli: «Una vittoria della cittadinanza attiva e della base», ora la politica «smetta di obbedire ai potentati economico-finanziari e riconosca invece i beni comuni». E don Nandino Capovilla, coordinatore nazionale di Pax Christi: «Abbiamo detto sì alla partecipazione popolare, al bene comune e all’uguaglianza tra tutte le persone. Abbiamo detto quattro volte Sì. Ed ora ci devono ascoltare».

Benedetto XVI riceve duemila zingari europei

12 giugno 2011

“il manifesto”
12 giugno 2011

Luca Kocci

Duemila zingari di tutta Europa ricevuti in udienza dal papa in Vaticano. È la prima volta che succede – solo Paolo VI, nel 1965, incontrò un gruppo di rom a Pomezia poco prima della chiusura del Concilio Vaticano II – e, in tempi in cui destra e Lega Nord a Milano agitano la minaccia “zingaropoli” e il sindaco Alemanno a Roma chiama “piano nomadi” gli sgomberi continui e la distruzione dei campi rom, il gesto di Benedetto XVI assume un grande valore simbolico. E forse anche “riparatorio” per la cacciata da parte dei gendarmi del Vaticano dei duecento rom che, nel venerdì santo dello scorso aprile, si erano rifugiati nella basilica di San Paolo dopo l’ennesimo campo raso al suolo dalle ruspe del sindaco della Capitale.

«Mai più il vostro popolo sia oggetto di vessazioni, di rifiuto e di disprezzo», ha detto ieri il papa ai duemila rappresentanti dei gruppi Rom, Sinti, Manuches, Kale, Yenish e Travellers, arrivati a Roma da tutta Europa – dove i zingari sono fra i 12 e i 15 milioni, 170mila in Italia – per il 75.mo anniversario del martirio e il 150.mo della nascita del beato Zefirino Giménez Malla, gitano di origine spagnola ucciso durante la guerra civile franchista. E quattro testimoni hanno raccontato la realtà degli zingari di oggi e di ieri. Fra loro l’austriaca Ceija Stojka, sopravvissuta ai lager nazisti di Auschwitz, Ravensbruk e Bergen-Belsen, dove si è consumato il Porrajmos, «divoramento», ovvero lo sterminio degli zingari – oltre 500mila le vittime – voluto da Hitler e a cui collaborò anche il regime fascista di Mussolini istituendo campi di concentramento a loro dedicati: «Quando sono nata in Austria la mia famiglia contava più di 200 persone e solo sei di noi sono sopravvissuti alla guerra e allo sterminio», ha raccontato. «Ero bambina e dovevo vedere morire altri bambini, anziani, donne, uomini; e vivevo fra i morti e i quasi morti nei campi. Sento ancora gli strilli delle Ss, vedo le sorveglianti con i loro cani grandi che ci calpestavano, sento ancora l’odore dei corpi bruciati. Non è possibile dimenticare tutto questo, l’Europa non deve dimenticarlo. Oggi i campi di concentramento si sono addormentati e non si dovranno mai più svegliare. Ho paura però che Auschwitz stia solo dormendo».

«Siete un popolo che non ha vissuto ideologie nazionaliste, non ha aspirato a possedere una terra o a dominare altre genti. Siete rimasti senza patria e avete considerato idealmente l’intero continente come la vostra casa», ha replicato il papa. «Da parte vostra, ricercate sempre la giustizia, la legalità, la riconciliazione», e le amministrazioni si rendano conto che «la ricerca di alloggi e lavoro dignitosi e di istruzione per i figli sono le basi su cui costruire quell’integrazione da cui trarrete beneficio voi e l’intera società». Chissà se a qualche sindaco “cattolico” saranno fischiate le orecchie.

Quattro Sì per la legalità e il creato. E Cl resta sola

7 giugno 2011

“il manifesto”
7 giugno 2011

Luca Kocci

C’è chi lo dice sottovoce e chi tenta di fare il pompiere – come il quotidiano della Cei Avvenire che invita a «non politicizzare» il voto –, ma la posizione della Chiesa e dei cattolici su referendum del 12-13 giugno è quasi unanime: andare a votare – e già questa è un’indicazione piuttosto netta – e votare Sì. Non solo ai due quesiti sull’acqua, dove il consenso è ampio e trasversale, dal Vaticano alle Comunità di base, ma anche agli altri due, su nucleare e legittimo impedimento, quest’ultimo carico di inevitabili risvolti politici.

La rivista dell’Azione cattolica, Segno, pubblica un articolo dall’imparziale titolo Labirinto referendum e coscienza pubblica, ma la Presidenza della principale associazione ecclesiale italiana dice che è «doveroso partecipare al referendum». E aggiunge che, sul nucleare, bisogna stare attenti a compiere scelte che «potrebbero arrecare rischi per la salute dei cittadini» e, per quanto riguarda il legittimo impedimento, va salvaguardata «l’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge». Doppio Sì quindi, senza se e senza ma. Il presidente delle Acli Andrea Olivero informa che «stiamo mobilitando il nostro milione di iscritti per portarli al voto», chiedendo di votare quattro Sì: per l’acqua, ma anche per «cancellare la possibilità di costruire nuove centrali nucleari», visto che «esistono altri modi di produrre energia in modo sicuro e pulito», e per «cancellare lo scudo penale per i politici» perché «la legge è uguale per tutti».

Sulle colonne dell’agenzia settimanale Adista, don Walter Fiocchi – firmatario anche dell’appello per i referendum Per cambiare insieme a molti altri parroci e preti “di base” – spiega che «finalmente viene chiesto ai cittadini di affrontare di petto quel cancro della democrazia che ci sta divorando dal 1994: il conflitto di interessi, negato, attenuato, mascherato, taciuto, anche dall’opposizione» e si augura che «le urne siano riempite da una valanga di Sì indignati». Vicepresidente e coordinatore nazionale di Pax Christi, Sergio Paronetto e don Nandino Capovilla annunciano «Sì al referendum contro il nucleare» perché «i rischi sono maggiori dei benefici»; e «Sì al referendum sul legittimo impedimento: in un Paese dove nessuno si dimette e dove qualcuno ritiene che il terrorismo stia tra i magistrati che fanno il loro dovere, il rinvio delle udienze per legittimo impedimento allunga i tempi per l’accertamento delle eventuali responsabilità penali e per il risarcimento dei danni arrecati alle persone offese». Il coordinamento di cattolici democratici Agire politicamente chiede quattro Sì per «abrogare l’intero operato del governo», ma anche per «bloccare il processo di privatizzazione del patrimonio pubblico», proteggere il «creato» ed «affermare il primato dell’interesse generale sugli interessi particolari».

In solitudine, fanno il tifo per l’astensionismo i liberisti incalliti di Comunione e liberazione, che comunque dicono No a tutti i quesiti: No al legittimo impedimento, ripete in continuazione l’esponente politico ciellino più vista, Maurizio Lupi, possibile nuovo ministro della Giustizia; No al nucleare, sostiene il Dossier nucleare su Il Sussidiario.net, quotidiano online della Fondazione per la Sussidiarietà della Compagnia delle Opere, il braccio economico di Cl; e No all’acqua pubblica perché, si legge sul mensile filociellino Tempi, «il vero nemico del bene comune è lo spreco» mica «la peste del profitto». E chi sono gli unici che, secondo i nipotini di don Giussani, potrebbero ridurre gli sprechi e tappare i buchi degli acquedotti? Ovviamente «i privati».

Agire Politicamente: nella Chiesa e nella politica il disagio si vince con la parresia

4 giugno 2011

“Adista”
n. 44, 4 giugno 2011

Luca Kocci

Una volta c’era il dissenso, ora c’è il disagio da parte di molti, moltissimi cattolici. Disagio per la crisi della democrazia e della politica, disagio nei confronti della Chiesa e delle gerarchie, che tacciono – e spesso chi tace acconsente – e che continuano a scippare ai laici il loro ruolo di mediazione in politica, determinando cosa si deve e non si deve proporre o votare e lanciando scomuniche a chi si allontana dal verbo curiale e, per esempio, prova a negoziare i “valori non negoziabili”.

È l’analisi di Rosy Bindi all’assemblea nazionale di Agire Politicamente, coordinamento di cattolici democratici (Roma, 21-22 maggio), che innanzitutto traccia una rapida pennellata della crisi della democrazia nell’Italia dei nostri giorni. «Si sono irrimediabilmente rotti i meccanismi della ricerca del consenso e della rappresentanza», dice la presidente dell’Assemblea nazionale del Partito Democratico, «perché con l’attuale diabolica legge elettorale tutto il potere spetta alle segreterie dei partiti». E «revisione della legge elettorale e regole di democrazia all’interno dei partiti per una effettiva partecipazione dei cittadini», sono anche punti da mettere in cima all’ordine giorno secondo suor Alessandra Smerilli, docente di Economia politica all’università Cattolica e componente del Comitato scientifico delle Settimane sociali dei cattolici. Questi due fattori, meccanismi del consenso e crisi della rappresentanza, prosegue Rosy Bindi, «hanno alterato i meccanismi delle decisioni. Si è rotto l’equilibrio fra libertà e giustizia, e in questo contesto l’unica proposta è la riduzione della spesa pubblica, ovvero i tagli a scuola, sanità e pensioni. Ma se le diseguaglianze aumentano, la democrazia è ferita a morte, perché non è accettabile che la scuola pubblica non sia più pubblica, che la sanità sia privatizzata o che alla Fiat si possano fare 18 settimane consecutive di turni di notte».

Se questa è la situazione, allora che fare?, chiede Rosy Bindi, interrogando soprattutto i cattolici. «Non c’è più il dissenso degli anni ’70, ma c’è un disagio fortissimo, da parte di tutti i cattolici pensanti, che non sono coloro i quali credono che la fede si affermi a colpi di crocifisso da inchiodare sulle pareti degli uffici pubblici o delle aule scolastiche. Occorre però uscire dal disagio, recuperando le fondamenta evangeliche della nostra vita, altrimenti rischiamo di cadere nelle contraddizioni della religione civile in cui gli atei devoti sono molto più bravi di noi». Uscire dal disagio significa anche parresia, ovvero parlare con franchezza ai nostri vescovi, dicendogli di «riprendere in mano il percorso abbandonato del Concilio Vaticano II, di lasciare perdere i “valori non negoziabili” perché in politica bisogna negoziare per raggiungere sintesi migliori e perché quell’ambito spetta ai laici, che non possono subire scomuniche perché si inoltrano nella difficile arte della mediazione». Fa esempi concreti Rosy Bindi: le unioni civili e il testamento biologico. «Oggi le persone si vogliono bene in maniera diversa, dobbiamo prenderne atto e riconoscerlo a livello pubblico, perché un conto è quello che dice la teologia, un conto è quello che deve fare la politica. Una politica fatta da chi ha le competenze, perché ci vogliono le competenze scientifiche e mediche per affermare chiaramente che la legge sul testamento biologico è aberrante». «Attorno a queste cose occorre organizzarsi – prosegue – perché senza organizzazione non si va da nessuna parte. Organizzarsi, però, senza fare la corrente del Pd e senza fare il gruppo identitario. Ma organizzarsi per creare strumenti che consentano di uscire dal disagio».

E la proposta di organizzazione è quella che arriva da Agire Politicamente e da alcune altre associazioni dell’area cattolico-democratica –Argomenti 2000, Rosa Bianca e Città dell’Uomo –, firmatarie di un recente documento politico che denunciava i guasti del berlusconismo (v. Adista n. 35/11), a cui vanno aggiunti i Cristiano sociali e la fondazione Persona Comunità e Democrazia. Spiega Lino Prenna, coordinatore nazionale di Agire Politicamente: «È a buon punto il percorso per dare vita ad un coordinamento permanente di tutte le associazioni che si riconoscono nel cattolicesimo democratico, sulla base di un manifesto, che dovrebbe essere presentato nel prossimo autunno. Non un coordinamento che faccia solo azione culturale, ma anche azione politica», senza volere affatto costituirsi in partito. Anche perché, aggiunge Prenna, il partito già c’è, ed è il Partito democratico: un luogo dove, «pur nella grande fatica di costruire un progetto, il cattolicesimo democratico ha le maggiori possibilità di trovare la propria traduzione politica»