Archive for luglio 2011

Tutti a caccia della “balena bianca”. Proseguono le grandi manovre al centro

30 luglio 2011

“Adista”
n. 60, 30 luglio 2011

Luca Kocci

La sintesi più efficace di quello che sta accadendo in queste settimane nel mondo cattolico impegnato in politica e nelle stanze vaticane e curiali l’hanno fatta l’opusdeista Paola Binetti e il ciellino Rocco Buttiglione, parlando in libertà a margine di uno degli ultimi incontri politico-clericali, usando il linguaggio parabolico e il registro ecclesialese: «Adesso è il tempo della semina, poi ci sarà la crescita, infine arriverà la raccolta». Perché si moltiplicano manovre, incontri privati e raduni pubblici (l’ultimo lo scorso 19 luglio) di politici cattolici di tutti gli schieramenti – tranne l’area cattolico-democratica e i cristiano-sociali, saldamente ancorati al Partito democratico – ed ecclesiastici di prima e seconda fila con un obiettivo preciso: ricostruire un soggetto politico centrista che si faccia interprete dei desiderata ecclesiastici e che nel futuro possa guidare o perlomeno orientare le scelte di un centro-destra post-berlusconiano.

 

Verso il “partito di Dio”

Si è mossa innanzitutto la Conferenza episcopale italiana prima con l’annuncio del rilancio delle scuole di formazione politica, poi con l’intervento del segretario generale mons. Mariano Crociata al convegno «Cattolici e cattolici a confronto» quando ha rivolto ai politici presenti (da Buttiglione a Pisanu, dalla Binetti a Fioroni) la domanda «unità sui valori o partito unico?», infine con lo stesso presidente card. Angelo Bagnasco che ha ribadito la necessità dell’«unità politica dei cattolici» sulla base dei «valori non negoziabili» (v. Adista n. 51/11). Subito dopo si è attivato il segretario di Stato vaticano, card. Tarcisio Bertone, che non ha agito in prima persona, ma ha incaricato un suo fedelissimo, anch’egli salesiano, mons. Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, che ha animato una serie di incontri, riservati e no, a cui hanno partecipato politici centristi di entrambi gli schieramenti (Buttiglione, Fioroni, Binetti, Cesa, Pisanu, Pezzotta, Bobba, Sarubbi) e rappresentanti dell’associazionismo cattolico (Acli, Azione Cattolica, Rinnovamento dello Spirito, Cisl, Compagnia delle Opere, Confcooperative, Movimento dei Focolari), incoraggiando esplicitamente la rinascita di un partito cattolico, che abbia come programma politico il Compendio della Dottrina sociale cattolica e che si avvalga «di una paternità o maternità» da parte della Chiesa (v. Adista n. 57/11). Un interventismo, quello del segretario di Stato vaticano, che, in una sorta di competizione fra strutture ecclesiastiche, ha infastidito la Cei: i vescovi si sono sentiti scavalcati – cosa assai frequente, in realtà, da quando il card. Ruini ha lasciato la presidenza – tanto che il direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della Cei, mons. Domenico Pompili, ha fatto sapere a mezzo stampa che le manovre di Bertone sono «un’ingerenza vaticana nelle cose di competenza della Chiesa italiana». Ovvero la politica.

 

«Il programma politico è la Dottrina sociale»

Lo scorso 19 luglio, in un albergo romano, un’ulteriore iniziativa, questa volta promossa dal Forum delle persone e delle associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro, un cartello inizialmente formato da Cisl,  Compagnia delle Opere (il braccio economico di Comunione e Liberazione), cooperative bianche di Confcooperative, Movimento cristiano lavoratori e Confartigianato, a cui successivamente si sono aggiunte le Acli e la Coldiretti. Aderiamo «con convinzione e determinazione all’appello del papa e dei vescovi per un impegno fecondo dei cattolici rivolto al rinnovamento morale e civile della politica nazionale», hanno detto le associazioni che hanno presentato il loro Manifesto per la buona politica e il bene comune – che godrebbe anche del favore di Giulio Tremonti e di Maurizio Sacconi – in cui sono espressi i punti fondamentali di un programma in linea con le direttive ecclesiastiche, che si richiama esplicitamente «ai principi della Dottrina sociale della Chiesa» e alle «encicliche papali»: difesa della persona «nella nascita, nella salute e nella malattia», ovvero i cosiddetti valori non negoziabili cari alle gerarchie; sostegno economico alle famiglie; miglioramento del sistema di istruzione «valorizzando la pluralità delle offerte formative», ovvero scuola privata; sussidiarietà «per un welfare moderno», fatto di meno intervento statale e più mercato; costruzione di «un ambiente favorevole per le imprese», cercando anche di depotenziare la conflittualità sociale.

 

«Operazione anacronistica e clericale»

Rimangono fuori dal giro i cristiano-sociali e tutta l’area fedele ai principi del cattolicesimo democratico, contrari ad operazioni identitarie, soprattutto se eterodirette dalle gerarchie ecclesiastiche (v. Adista n. 49/11). E infatti i cattolici democratici di Agire politicamente «ritengono anacronistica dal punto di vista dottrinale oltre che storico la ricostituzione del partito unico dei cattolici – spiega il coordinatore nazionale Lino Prenna – e, mentre chiedono ai loro pastori di rimanere nell’ambito delle loro competenze, rivendicano l’autonoma responsabilità delle scelte politiche».

Dopo ferragosto, nel tradizionale Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, riprenderanno le trattative intorno alla “cosa bianca” (parteciperanno alla kermesse ciellina, fra gli altri, Enrico Letta, Raffaele Bonanni, Andrea Olivero, Roberto Formigoni, Giulio Tremonti). In autunno, poi, sono già in programma nuovi incontri. Allora si capirà meglio, forse, se la «semina» di questi mesi produrrà la «raccolta» auspicata dalla Binetti.

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Irlanda-Vaticano alle strette.

26 luglio 2011

“il manifesto”
26 luglio 2011

Luca Kocci

Tensione alle stelle fra Vaticano e Irlanda sulla questione degli abusi e delle violenze sessuali commesse dai preti cattolici ai danni di diversi minori negli anni passati: qualche giorno fa il duro atto di accusa del governo di Dublino contro la Santa Sede, ieri la decisione della Segreteria di Stato vaticana di «richiamare per consultazioni il nunzio apostolico in Irlanda monsignor Giuseppe Leanza».

Una scelta quasi senza precedenti quella di far rientrare a Roma “l’ambasciatore” vaticano, che indica la gravità della situazione ma anche il livello dello scontro con Dublino, come ammette il vicedirettore della sala stampa della Santa Sede, padre Ciro Benedettini: «Il richiamo del nunzio, essendo una misura cui raramente la Santa Sede fa ricorso, denota la serietà della situazione, la volontà della Santa Sede di affrontarla con obiettività e determinazione, nonché una certa nota di sorpresa e rammarico per alcune reazioni eccessive» da parte delle autorità irlandesi. «Il richiamo del nunzio – precisa Benedettini – ha lo scopo principale di permettere una consultazione con chi lavora sul posto da parte della Segreteria di Stato e degli altri dicasteri coinvolti, al fine di preparare la risposta ufficiale della Santa Sede al governo Irlandese». Non è detto, insomma, che da parte vaticana si accettino i rilievi di Dublino senza fiatare, potrebbe anzi prepararsi una replica altrettanto dura, anche se, mette le mani avanti il portavoce del papa, la decisione della Segreteria di Stato va interpretata «nella linea di una volontà della Santa Sede finalizzata ad una seria e fattiva collaborazione».

La questione è esplosa lo scorso 13 luglio quando è stato reso pubblico il cosiddetto Cloyne Report, ovvero il Rapporto della Commissione d’inchiesta del governo irlandese circa le accuse di abusi di minori da parte del clero della diocesi di Cloyne, nella contea di Cork, nel sud del Paese. Il documento, che affronta 19 casi avvenuti fra il 1996 e il 2008, accusa diversi sacerdoti responsabili delle violenze e punta il dito in particolare su monsignor John Magee, segretario privato di tre papi (Paolo VI, Giovanni Paolo I e per un breve periodo di Giovanni Paolo II) e vescovo della diocesi dal 1987 al 2009, quando si dimise in seguito alla pubblicazione di un’indagine, stavolta di un organismo ecclesiale irlandese, che lo incolpava di non aver adeguatamente contrastato alcuni casi di pedofilia del suo clero: monsignor Magee – che frattanto sembra che sia fuggito negli Stati Uniti –, secondo il Cloyne Report, durante gli anni in cui ha retto la diocesi, ha fatto di tutto per insabbiare lo scandalo e non ha mai denunciato alle autorità civili i suoi preti pedofili, ignorando persino le linee guida della Chiesa – peraltro assai morbide – sui casi di abuso.

Ma ad infiammare i rapporti fra Vaticano e Dublino – fino ad annullare la visita del papa in Irlanda non ancora annunciata ma già prevista per il 2012, rivela l’agenzia Adista, e a richiamare a Roma il nunzio, di cui diversi parlamentari e una campagna su Facebook con circa 6mila adesioni chiedevano peraltro l’espulsione – sono state le dure dichiarazioni del premier irlandese, Enda Kenny, che commentando il Cloyne Report durante un dibattito parlamentare ha accusato la Santa Sede di aver tentato «di bloccare un’inchiesta in uno Stato sovrano» e di nascondere quanto emerso: «Lo stupro e la tortura di bambini – ha detto il premier – sono stati minimizzati per sostenere, invece, il primato delle istituzioni, il suo potere e la sua reputazione». E soprattutto il Vaticano pare molto preoccupato per un progetto di legge, ancora in fase di studio, che però potrebbe essere emanato già nel prossimo autunno: l’obbligo per tutti i sacerdoti di riferire alle autorità giudiziarie notizie di abusi su minori, anche se fossero state apprese in confessione, quindi sotto la tutela del segreto.

Gmg: tutti a Madrid, con sacco a pelo. E carta di credito della banca armata

23 luglio 2011

“Adista”
n. 57, 23 luglio 2011

Luca Kocci

Zaino, stuoia, sacco a pelo e carta di credito. Sarà questa l’attrezzatura del papa boy in partenza per Madrid dove dal 16 al 21 agosto si celebrerà la Giornata mondiale della gioventù, insieme anche a papa Benedetto XVI.

Ma se zaino e sacco a pelo fanno parte del tradizionale armamentario del pellegrino, la novità di quest’anno è la carta di credito. Non una carta di credito qualsiasi, ma la carta di credito del papa boy, emessa dal gruppo Ubi Banca (in tutto 9 istituti, fra cui Banca popolare di Bergamo, Banco di Brescia e Banca popolare commercio e industria) con tanto di marchio «Enjoy Gmg 2011 Madrid». Pubblicità a tutta pagina sul quotidiano dei vescovi Avvenire, banner stabilmente presente sul sito internet del giornale della Conferenza episcopale italiana e su altri siti dedicati alla Gmg, insomma un accessorio indispensabile, con tanto di benedizione papale, visto che il marchio «Gmg 2011» campeggia nella carta accanto al logo MasterCard.

L’affare, ovviamente, è doppio: per l’organizzazione della Gmg, che ha ceduto il marchio a Ubi Banca (anche se dal gruppo bancario fanno sapere che «l’immagine utilizzata è stata approvata in relazione ad accordi che per motivi di riservatezza non possiamo rendere pubblici e che, comunque, non hanno comportato esborsi economici da parte nostra», nessuna dichiarazione invece da parte del Comitato organizzatore della Gmg, ugualmente interpellato da Adista), e per Ubi Banca, che piazzerà le nuove carte di credito a giovani clienti che poi potrà facilmente fidelizzare: la carta, infatti, costa appena 1 euro al mese e ha validità di cinque anni, senza spese di emissione.

Piccolo ulteriore dettaglio, che si aggiunge alla commistione Dio-Mammona: il gruppo Ubi, sebbene abbia una policy rigorosa e non possa esser tacciata di poca trasparenza, è una delle “banche armate” italiane, ovvero quegli istituti di credito che forniscono servizi di intermediazione finanziaria alle industrie belliche che vendono armi all’estero, da più di dieci anni oggetto di una campagna di pressione animata dalle riviste missionarie Nigrizia e Missione Oggi e dal mensile promosso da Pax Christi Mosaico di Pace (v. Adista n. 35/00). Nel 2010 Ubi Banca ha “movimentato” per conto delle industrie armiere 170 milioni di euro (168 milioni il Banco di Brescia, poco più di 2 milioni il Banco di San Giorgio), nel 2009 addirittura 1 miliardo e 231 milioni (risultando la prima “banca armata” in Italia), 238 milioni nel 2008 (v. Adista nn. 46/09, 41/10, 41/11).

Ma anche questa non è una novità: già nel 2005, in occasione della Gmg di Colonia, il comitato organizzatore della Giornata si trovò al centro di numerose critiche – alcune rivoltegli addirittura dalla neonata associazione Papaboys – perché accolse fra gli sponsor principali della kermesse la Banca di Roma (v. Adista nn. 47 e 51/05), all’epoca la principale “banca armata” italiana.

L’armata bianca-Bertone. Nuove prove di vecchio centro

23 luglio 2011

“Adista”
n. 57, 23 luglio 2011

Luca Kocci

È rimasto alla finestra per un bel po’. Poi, però, considerando l’attivismo degli altri e l’importanza delle questioni in ballo, il card. Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, è sceso di nuovo in campo, su tutti i fronti: economico, sanitario (v. notizie successive) e, ovviamente, politico. Tanto da suscitare l’irritazione della Conferenza episcopale italiana che, per mezzo del direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della Cei, don Domenico Pompili – solitamente assai riservato –, ha giudicato il movimentismo di Bertone «un’ingerenza vaticana nelle cose di competenza della Chiesa italiana» e ha invitato le associazioni cattoliche «a non accogliere» gli inviti di Bertone.

È in atto, insomma, una vera e propria competizione fra Cei e Segreteria di Stato – avviata, del resto, dallo stesso Bertone più di quattro anni fa, quando fece capire al neoeletto presidente della Cei Angelo Bagnasco, successore di Ruini, che di politica si sarebbe occupata la Segreteria di Stato, ovvero se stesso (v. notizia successiva) – per tentare di conquistare la guida della costruzione di un nuovo centro, o più probabilmente del nuovo centro-destra post-berlusconiano e maggiormente ancorato al Partito popolare europeo.

Si è mossa per prima la Cei con il suo segretario, mons. Mariano Crociata, che alla fine di maggio, partecipando al convegno «Cattolici e cattolici a confronto», ha rilanciato l’idea del partito unico dei cattolici (v. Adista n. 51/11). Il quotidiano dei vescovi Avvenire, poi, ha benedetto Angelino Alfano, nuovo segretario di un Popolo della libertà «nel segno del Partito popolare europeo», con un editoriale di Sergio Soave (2/7): «Se Alfano saprà fare e se Berlusconi lo lascerà fare, la scommessa non è persa in partenza». E il presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, in visita a Melfi (Pz), ha ribadito la necessità della «unità politica dei cattolici» sulla base dei «valori non negoziabili» tanto declamati dal centro-destra.
Bertone non poteva rimanere a guardare, anche se, piuttosto che spendersi in prima persona, ha preferito mandare avanti mons. Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, anch’egli salesiano, come il segretario di Stato, che lo ha prima portato in Vaticano e poi consacrato vescovo. Toso ha animato una serie di incontri, riservati e no – alcuni dei quali si sono svolti nella salesiana basilica del Sacro Cuore di Roma, a due passi dalla stazione Termini –, a cui hanno partecipato politici centristi di entrambi gli schieramenti, tranne quelli della sinistra del Partito democratico (Buttiglione, Fioroni, Binetti, Cesa, Pisanu, Pezzotta, Bobba), e rappresentanti dell’associazionismo cattolico, dalle Acli all’Azione Cattolica, da Rinnovamento dello Spirito alla Cisl, dalla Compagnia delle Opere a Comunione e Liberazione, da Confcooperative al Movimento dei Focolari. All’ordine del giorno la costruzione del partito dei cattolici, come ha detto chiaramente mons. Toso durante l’ultimo dei questi incontri, lo scorso 14 luglio, nella sede di Confcooperative, promosso dalla rivista dell’istituto Giuseppe Toniolo La società: «Decretare che, dopo il Concilio Vaticano II, è improponibile la nascita di partiti cattolici significa perpetrare uno scippo ed emettere una sentenza di condanna nei confronti del laicato cattolico che sarebbe così costretto ad aderire solo ai partiti che fondano gli altri». È finito il tempo della Dc, spiega, ma anche quello della diaspora; si tratta quindi di «elaborare nuovi codici programmatici e poi veri e propri programmi di partito», trasformando in «progettualità politica il Compendio della Dottrina sociale cattolica», perché non basta più la sola «unione morale degli intenti», ma è necessaria una vera e propria unità partitica, capace di superare i «partiti personali». Traducendo: rifondare il centro, o il centro-destra, senza più Berlusconi.

Avanza il nuovo partito di Dio

20 luglio 2011

“il manifesto”
20 luglio 2011

Luca Kocci

Quello di ieri in un albergo romano, promosso da alcune associazioni cattoliche, è stato l’ultimo di una serie di incontri, sia pubblici che privati, con un obiettivo preciso: ricostruire un soggetto politico centrista che si faccia interprete dei desiderata ecclesiastici e che nel futuro possa guidare o perlomeno orientare le scelte di un centro-destra post-berlusconiano.

A prendere la parola, ieri, è stato il Forum delle persone e delle associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro – di cui fanno parte, fra gli altri, Compagnia delle Opere (il braccio economico di Comunione e Liberazione), Cisl, Acli, le cooperative bianche di Confcooperative, Movimento cristiano lavoratori, Coldiretti –, ma i veri registi di tutta l’operazione sono le gerarchie ecclesiastiche: la Conferenza episcopale italiana e soprattutto la Segreteria di Stato vaticana del cardinal Bertone, in queste settimane attivo su molti fronti, a partire dal tentativo di salvataggio del San Raffaele di don Verzè. Aderiamo «con convinzione e determinazione all’appello del papa e dei vescovi per un impegno dei cattolici» in politica, hanno detto le associazioni che hanno presentato il loro Manifesto per la buona politica e il bene comune – che godrebbe anche del favore di Tremonti – in cui sono espressi i punti fondamentali di un programma in linea con le direttive ecclesiastiche, che si richiama esplicitamente alla Dottrina sociale della Chiesa e alle encicliche papali: difesa della persona «nella nascita, nella salute e nella malattia», ovvero i cosiddetti valori non negoziabili cari alle gerarchie; sostegno economico alle famiglie; miglioramento del sistema di istruzione «valorizzando la pluralità delle offerte formative», ovvero scuola privata; sussidiarietà «per un welfare moderno», fatto di meno intervento statale e più mercato. Tutti temi che verranno approfonditi durante il tradizionale meeting agostano di CL, in attesa dei prossimi appuntamenti autunnali del Forum.

Ma a scendere in campo, nei giorni precedenti, era stato il segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, da sempre interventista nelle vicende politiche italiane, suscitando persino l’irritazione della Cei, spesso scavalcata da quando il cardinal Ruini ha lasciato la presidenza. Bertone non ha agito in prima persona ma ha incaricato un suo fedelissimo, monsignor Mario Toso, segretario del Pontificio consiglio Giustizia e Pace, che ha animato una serie di incontri, riservati e no, a cui hanno partecipato, con l’eccezione dell’area cattolico-democratica di Rosi Bindi e dei Cristiano sociali, politici centristi di entrambi gli schieramenti (Buttiglione, Fioroni, Binetti, Cesa, Pisanu, Pezzotta, Bobba, Sarubbi) e rappresentanti dell’associazionismo cattolico (Acli, Azione Cattolica, Rinnovamento dello Spirito, Cisl, dalla Compagnia delle Opere, Confcooperative, Movimento dei Focolari) e ha incoraggiato esplicitamente la rinascita di un partito cattolico: è finito il tempo della Dc ma anche quello della diaspora – ha detto mons. Toso durante un incontro lo scorso 14 luglio nella sede di Confcooperative –, bisogna «elaborare nuovi codici e programmi di partito», che trasformino in «progettualità politica il Compendio della Dottrina sociale cattolica», perché non basta più la sola «unione morale degli intenti», ma è necessaria una vera e propria unità partitica, capace di superare i «partiti personali». Insomma rifondare il centro e il centro-destra, senza Berlusconi, traduce l’agenzia cattolico-progressista Adista. Inoltre, aggiunge Toso, «c’è bisogno di una nuova generazione di politici cattolici», ma anche «di una paternità o maternità» da parte della Chiesa, ovvero di preti e religiosi «che sappiano accompagnare i politici».

Sebbene schiacciata da Bertone, pure la Cei è in movimento, in una sorta di competizione fra strutture ecclesiastiche. Subito dopo la sconfitta alle amministrative del centro-destra, il segretario generale, monsignor Crociata, ha tenuto la relazione di apertura al convegno «Cattolici e cattolici a confronto». Presente tutto l’arco parlamentare cattolico – da Buttiglione a Pisanu, da Binetti a Fioroni – ad interrogarsi sulla domanda fondamentale: «Unità sui valori o partito unico?».

I tempi non saranno brevi. Ma, come hanno sintetizzato in perfetto ecclesialese l’opusdeista Paola Binetti e il ciellino Buttiglione a margine di uno di questi incontri, c’è prima la semina, poi la crescita, infine arriverà la raccolta.

Finanze vaticane: in caduta libera le donazioni dei fedeli

16 luglio 2011

“Adista”
n. 55, 16 luglio 2011

Luca Kocci

Crollano le offerte dell’Obolo di san Pietro e i contributi delle diocesi di tutto il mondo per il papa. Sono questi i dati maggiormente significativi del bilancio consuntivo 2010 del Vaticano, reso noto al termine della riunione di due giorni (lo scorso 30 giugno-1 luglio) dal Consiglio dei cardinali per lo studio dei problemi organizzativi ed economici della Santa Sede, presieduta dal segretario di Stato, Tarcisio Bertone, e di cui fanno parte, fra gli altri, l’arcivescovo opusdeista di Lima Juan Luis Cipriani e Antonio Maria Rouco Varela, arcivescovo di Madrid e principale oppositore delle politiche laiche del premier spagnolo Zapatero. Il portavoce vaticano, p. Federico Lombardi, spiega l’emorragia con «la fase di difficoltà economica» globale, ma in realtà il motivo è un altro: il 2010 è stato l’anno in cui lo scandalo della pedofilia del clero è emerso a livello mondiale, soprattutto in Usa e Germania – non a caso due fra gli Stati più generosi – e di conseguenza le offerte dei fedeli sono diminuite vertiginosamente.

Il calo è significativo: le offerte per il papa, raccolte durante la questua della solennità degli apostoli Pietro e Paolo (il cosiddetto Obolo di san Pietro è una tradizione di origine medievale, formalizzata da Pio IX con un’enciclica nel 1871, all’indomani della breccia di Porta Pia che decretò la morte dello Stato pontificio e la fine del potere temporale del papa) sono passate dai 65 milioni di euro del 2009 ai 46 del 2010, con una diminuzione percentuale del 30%. E poi ci sono i contributi delle diocesi di tutto il mondo, in obbedienza a quanto previsto dal Codice di diritto canonico («I vescovi, in ragione del vincolo di unità e di carità, secondo le disponibilità della propria diocesi, contribuiscano a procurare i mezzi di cui la Sede Apostolica secondo le condizioni dei tempi necessita, per essere in grado di prestare in modo appropriato il suo servizio alla Chiesa universale»), passati dai 25 milioni del 2009 ai 19 scarsi del 2010, con un calo del 25%

I bilanci veri e propri del Vaticano invece, dopo tre anni di passivi (v. Adista nn. 82/09 e 61/10), chiudono il 2010 con un segno positivo, grazie all’aumento dei visitatori dei musei vaticani e, soprattutto, grazie ad operazioni sui mercati finanziari che hanno fruttato un attivo complessivo di 30 milioni di euro. La Santa Sede, cioè il governo centrale della Chiesa cattolica mondiale – che comprende tutti i dicasteri e gli organismi della Curia romana, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (l’Apsa, che controlla l’enorme quantità di beni mobili e immobili di proprietà vaticana) e i mezzi di comunicazione – ha registrato entrate per 245 milioni di euro e uscite per poco più di 235 milioni, con un utile di quasi 10 milioni. Il Governatorato della Città del Vaticano, cioè l’erede del vecchio Stato pontificio, l’organo a cui il papa – che secondo la Costituzione vaticana rimane il sovrano assoluto – ha affidato l’amministrazione del territorio, ha un bilancio ancora migliore: entrate per quasi 256 milioni di euro e uscite per 235, con un utile di 21 milioni. «A tale risultato – spiega la Santa sede – hanno contribuito sia l’ottimo andamento dei musei vaticani, sia la ripresa dei mercati finanziari». Ovvero operazioni sui mercati azionari e monetari che hanno consentito di fare cassa.

Un’altra nota positiva arriva dallo Ior del governatore Ettore Gotti Tedeschi (sotto inchiesta dalla Procura di Roma per violazione delle norme antiriciclaggio, sebbene pochi giorni fa siano stati dissequestrati 23 milioni della banca vaticana precedentemente bloccati, v. Adista nn. 84/10 e 1/11): per imprecisate «attività di religione» del papa, ha donato 55 milioni di euro, 5 in più dello scorso anno.

Vaticano, i conti tornano

3 luglio 2011

“il manifesto”
3 luglio 2011

Luca Kocci

La crisi economica è mondiale, ma uno Stato sembra uscirne indenne: il Vaticano. Dopo tre anni di bilanci in rosso, i conti del papa chiudono il 2010 con un segno positivo, grazie all’aumento dei visitatori dei musei vaticani e, soprattutto, grazie ad operazioni sui mercati finanziari che hanno fruttato un attivo complessivo di 30 milioni di euro.

C’è però una nota negativa, messa in sordina dalla sala stampa della Santa sede, ma in realtà assai significativa: il netto calo delle offerte dei fedeli con l’Obolo di san Pietro, crollato di oltre 20 milioni di euro, e delle diocesi di tutto il mondo, diminuite di 6 milioni. Il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, spiega l’emorragia con «la fase di difficoltà economica» globale, ma in realtà il motivo è un altro: il 2010 è stato l’anno in cui lo scandalo della pedofilia del clero è emerso a livello mondiale, soprattutto in Usa e Germania – non a caso due fra gli Stati più generosi –, e di conseguenza le offerte dei fedeli sono calate vertiginosamente.

I bilanci del 2010 sono stati resi noti al termine della riunione di due giorni (30 giugno-1 luglio) del Consiglio dei cardinali per lo studio dei problemi organizzativi ed economici del Vaticano. La Santa sede, cioè il governo centrale della Chiesa cattolica mondiale – che comprende tutti gli organismi della Curia romana, l’Amministrazione del patrimonio della Santa sede (che controlla l’enorme quantità di beni mobili e immobili di proprietà vaticana) e i mezzi di comunicazione – ha registrato entrate per 245 milioni di euro e uscite per poco più di 235 milioni, con un utile di quasi 10 milioni. Il Governatorato della Città del Vaticano, cioè l’erede del vecchio Stato pontificio, l’organo a cui il papa – che secondo la costituzione vaticana rimane il sovrano assoluto – ha affidato l’amministrazione del territorio, ha un bilancio ancora migliore: entrate per quasi 256 milioni di euro e perdite per 235, con un utile di 21 milioni. «A tale risultato – spiega la Santa sede – hanno contribuito sia l’ottimo andamento dei musei vaticani, sia la ripresa dei mercati finanziari». Ovvero operazioni sui mercati azionari e monetari che hanno consentito di fare cassa.

Le dolenti note arrivano però dai fedeli. L’Obolo di san Pietro – una tradizione di origine medievale, formalizzata da Pio IX all’indomani della breccia di Porta Pia –, ovvero le offerte dei cattolici per il papa sono passate dai 65 milioni di euro del 2009 ai 46 del 2010 (-30%). E i contributi delle diocesi di tutto il mondo dai 25 milioni del 2009 ai 19 scarsi del 2010.

C’è però un contribuente speciale: lo Ior del governatore Ettore Gotti Tedeschi (sotto inchiesta dalla Procura di Roma per violazione delle norme antiriciclaggio, sebbene pochi giorni fa siano stati dissequestrati 23 milioni della banca vaticana precedentemente bloccati), vicino all’Opus Dei e grande amico del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che per imprecisate «attività di religione» del papa ha donato 55 milioni di euro.

Grandi manovre al centro per il dopo Berlusconi. Guida la Cei

2 luglio 2011

“Adista”
n. 51, 2 luglio 2011

Luca Kocci

Dopo ogni terremoto, seguono le inevitabili scosse di assestamento. E se il primo ha interessato soprattutto il centro-destra e la Lega – sconfitti alle elezioni amministrative di maggio e, in un certo senso, anche ai referendum di giugno –, le seconde riguardano i cattolici e la Conferenza episcopale italiana, che hanno da qualche settimana avviato una rete di contatti, incontri e interventi per riorganizzare il “centro”, o forse per dare vita ad un nuovo centro-destra senza Berlusconi e la Lega.

I primi segnali sono arrivati direttamente dal presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, che nella prolusione all’Assemblea generale dei vescovi del 23-27 maggio – fra il primo turno e i ballottaggi delle amministrative, quando comunque il risultato negativo per il centro-destra era già abbastanza evidente – ha parlato di una «politica inguardabile», auspicando l’avanzata di «una nuova generazione di politici cattolici», per la cui formazione la Cei è pronta ad impegnarsi direttamente (v. Adista n. 44/11). Alla conclusione della stessa Assemblea, il presidente della Cei è stato ancora più esplicito: ha riproposto la consueta unità sui «valori irrinunciabili o non negoziabili», sottolineando che «la mediazione non può più essere il criterio primo» dell’azione politica, e ha annunciato un prossimo monitoraggio delle scuole di formazione politica promosse dalle aggregazioni laicali – in particolare quelle di Retinopera, la rete socio-politica benedetta dalla Cei a cui aderiscono le principali associazioni e movimenti ecclesiali italiani: Azione Cattolica, Acli, Agesci, Csi, Focsiv, Fondazione per la sussidiarietà, Fuci, Rinnovamento nello Spirito Santo, Comunità di Sant’Egidio, Movimento dei focolari e altri (v. Adista nn. 27/02, 55/05, 9/06 e 51/07) – e dalla diocesi.

Pochi giorni dopo, il 30 maggio, mentre arrivava la stroncatura della maggior parte dei settimanali diocesani al Berlusconi sconfitto (v. Adista n. 46/11) e un editoriale del direttore di Avvenire Marco Tarquinio in cui prevedeva l’avvio di «una fase nuova per la politica italiana», dove «nulla è scontato quanto a soggetti in campo», a Roma, nella Sala del refettorio di Palazzo San Macuto, il convegno «Cattolici e cattolici a confronto»: parlamentari cattolici di diversi partiti (da Rocco Buttiglione a Giuseppe Pisanu, da Paola Binetti a Giuseppe Fioroni), guidati dal segretario generale della Cei mons. Mariano Crociata – a cui era stata affidata la relazione di apertura – e coordinati da Tarquinio, si sono interrogati sul quesito «unità sui valori o partito unico?» (v. Adista n. 49/11). Complessivamente concordi le opinioni. Buttiglione: «C’è bisogno di un movimento politico che ricostruisca il Paese sulla base di un modello ispirato alla dottrina sociale della Chiesa», soprattutto ora «che sono falliti sia il Pd che il Pdl». Pisanu: «Anche se è impossibile ricostruire la Dc, cosa impedisce ai cattolici di ritrovarsi insieme per elaborare un progetto?». Binetti: «Non è un tabù parlare di partito unico dei cattolici», opinione rinforzata da Donato Mosella per cui «ci sono le condizioni per cominciare a pensarci». Il giorno successivo, una pagina intera di Avvenire titola: «Cattolici, laboratorio della nuova politica». E lo stesso quotidano della Cei, nei giorni seguenti all’iniziativa, ha dato spazio a diverse lettere sullo stesso tema, con le risposte del direttore Tarquinio: «I limiti dell’attuale bipolarismo», del lettore Alessandro Olivieri, il 2 giugno; oppure «Ancora sui valori», di Guglielmo Nicoletti, il 4 giugno.

Dietro le quinte si stanno muovendo Comunione e liberazione, Compagnia delle Opere e Opus Dei, ma anche pezzi di Acli e di Azione cattolica. E infatti nelle prossime settimane verrà presentato pubblicamente un manifesto per una “politica buona”, fondata sui principi della Dottrina Sociale della Chiesa, sottoscritto fra gli altri da Acli, Cisl, Coldiretti, Compagnia delle Opere, Confcooperative (ovvero le cooperative “bianche”) e Movimento cristiano lavoratori. Prove di nuovo centro che guarda a destra, anche perché uno dei più autorevoli firmatari del manifesto è Giulio Tremonti, non a caso da tempo in rotta sia con Berlusconi – nonostante le reciproche rassicurazioni e attestazioni di stima – sia, più recentemente, con la Lega, di cui invece è stato sempre “quinta colonna” dentro il Pdl.

Tremonti – insieme al segretario di Benedetto XVI, mons. George Ganswein – ha ricevuto, lo scorso 17 giugno, un omaggio pubblico da parte dell’Università Cattolica in occasione della festa patronale dell’Ateneo, «per la sua crescente attenzione ai valori cristiani che naturalmente fondano e intessono l’agire economico al pari dell’azione politica (…), per la tenacia e il coraggio che lo guidano nel far coniugare in ogni circostanza idee, cultura e politica». In prima fila, ad omaggiare il ministro, il card. Camillo Ruini, ancora regista di tutte le operazioni politiche targate Cei, e mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione: insomma, quasi un’investitura.