Nel regno dei cieli

“il manifesto”
20 agosto 2011

Luca Kocci

«Il mio regno non è di questo mondo», diceva Gesù di Nazareth a Pilato che lo interrogava prima della condanna a morte. Ma i contributi statali, le esenzioni fiscali e i privilegi economici di cui gode la Chiesa cattolica in Italia sono per niente spirituali e invece pienamente mondani, contrariamente a quanto sosteneva il fondatore del cristianesimo.

Il capitolo più sostanzioso è rappresentato dall’otto per mille, la quota di imposte di cui lo Stato si priva e che, apparentemente in base alla volontà dei cittadini, indirizza alla Chiesa cattolica: da dieci anni a questa parte si tratta di circa 1 miliardo di euro l’anno, nel 2011 la cifra ha raggiunto il record di 1.118 milioni. Ma a firmare per destinare allo Stato o ad una confessione religiosa l’otto per mille delle proprie tasse è appena il 44% dei contribuenti, e solo il 35% sceglie la Chiesa cattolica. Tuttavia il diabolico meccanismo – per la cui elaborazione ci mise lo zampino anche Tremonti, ben prima di diventare ministro – prevede che le quote non espresse (quelle cioè di coloro che non fanno nessuna scelta) non restino all’erario ma vengano ripartite fra lo Stato e le confessioni religiose, in base alle firme ottenute. E in questo modo la Chiesa con il 35% dei consensi si accaparra l’85% dei soldi. Denaro che, nonostante gli spot pubblicitari facciano credere che siano impiegati per lo più per interventi di solidarietà sociale, viene speso quasi tutto per il funzionamento della struttura ecclesiastica: nel 2011 467 milioni per «esigenze di culto e pastorale», 361 milioni per il «sostentamento del clero», 235 milioni per «interventi caritativi», 55 milioni accantonati «a futura destinazione». A questa cifra, poi, andrebbe aggiunta anche un’altra voce: quella dell’otto per mille che i contribuenti hanno scelto di dare allo Stato ma che, uscendo dalla finestra, finisce ugualmente nelle casse della Chiesa. Nel 2009 – ultimo dato comunicato dalla Presidenza del Consiglio – dei 44 milioni destinati allo Stato, circa 30 sono andati a diocesi, parrocchie, confraternite ed altri enti ecclesiastici come contributo per il restauro di immobili religiosi considerati «beni culturali».

Interamente a carico dello Stato, sebbene svolgano un servizio di assistenza religiosa, sono i cappellani degli ospedali, delle carceri e dei militari, scelti dalle diocesi ma assunti e retribuiti dalle Regioni o dallo Stato. I più numerosi sono quelli degli ospedali, circa 750 secondo fonti vaticane, per un costo approssimativo di 50 milioni di euro l’anno. Nelle carceri operano invece 240 cappellani, per una spesa di 15 milioni euro l’anno. E nelle caserme oggi ci sono 184 cappellani militari, inquadrati con i gradi, e gli stipendi, degli ufficiali: l’ordinario militare, cioè il vescovo a capo della diocesi castrense, ha le stellette e la retribuzione di un generale di corpo d’armata. Nel 2005 – ultimo dato reso noto dalla Difesa – i cappellani militari erano 190 e sono costati allo Stato poco meno di 11 milioni di euro, presumibilmente la stessa cifra di oggi, dal momento che il numero è rimasto sostanzialmente invariato. Senza calcolare le pensioni degli ex cappellani, piuttosto alte trattandosi di ufficiali a tutti gli effetti: quella dell’ordinario-generale di corpo di armata – come è il cardinal Angelo Bagnasco, ordinario militare prima di essere nominato presidente della Cei – si aggira, a seconda degli anni di servizio, fino a 4mila euro al mese.

Capitolo contributi. Alla scuola privata – che è per lo più scuola cattolica – la cosiddetta legge di stabilità del 2011 ha assegnato 245 milioni di euro, mentre la scuola statale si è vista togliere 8 miliardi in tre anni. Bisognerebbe poi aggiungere i vari finanziamenti delle Regioni, sotto forma di “buono scuola”: quello dello scorso anno della Regione Lombardia del ciellino Formigoni, per esempio, ammontava a 45 milioni di euro. All’editoria cattolica, invece, nel 2010 sono stati erogati contributi statali diretti per circa 14 milioni di euro, quasi la metà incamerata da Avvenire, il quotidiano della Cei, che ha incassato 5milioni e 871mila euro. Un altro quotidiano cattolico, Il Cittadino, controllato dalla diocesi di Lodi, ha goduto di un finanziamento pubblico di 2 milioni e 530mila euro. Ai settimanali diocesani – i periodici ufficiali delle diocesi italiane – sono andati circa 4 milioni di euro. Il resto è finito alle riviste edite da congregazione religiose, santuari, associazioni, movimenti e gruppi ecclesiali di varia natura.

Infine le esenzioni: niente Ici per gli immobili di proprietà ecclesiastica che non siano «esclusivamente» impegnati in attività commerciale – un avverbio che evita il pagamento dell’Ici alla maggior parte degli ex conventi riciclati in alberghi, dove però rimangono degli spazi per il culto – con un ammanco, calcola l’Associazione nazionale dei Comuni italiani, di 500 milioni l’anno; e Ires al 50% per gli enti assistenziali, con un risparmio annuo di 900 milioni di euro. Infine acqua gratis per il Vaticano: il credito di circa 50 milioni di euro di bollette non pagate reclamato dall’Acea è stato alla fine estinto dallo Stato.

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