Archive for settembre 2011

Cattolici e politica: «Un balzo indietro clericomoderato». Intervista a Franco Monaco

29 settembre 2011

“Adista”
n. 70, 1 ottobre 2011

Luca Kocci

L’attivismo politico delle gerarchie ecclesiastiche – dal segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone, coadiuvato da mons. Mario Toso, fino al presidente della Cei Angelo Bagnasco (v. Adista nn. 51, 57, 60 e 65/11) – in vista del dopo-Berlusconi insospettisce Franco Monaco, deputato dell’Ulivo dal 1996 al 2006 e già presidente dell’Azione Cattolica ambrosiana e di Città dell’uomo, associazione fondata da Giuseppe Lazzati. «Il carattere politicamente indefinito e la regia ecclesiastica – spiega ad Adista – lo fa assomigliare al vecchio “clerico-moderatismo”, quindi un balzo indietro anziché in avanti. Riscontro uno scarto tra l’ambizione alta di un nuovo protagonismo politico dei cattolici e l’assenza di un qualche pensiero e di un abbozzo di progetto. Così pure rilevo una certa contraddizione tra l’appello al protagonismo e all’iniziativa dei laici cristiani autonomi e responsabili e la loro convocazione da parte di rappresentanti della gerarchia».

Tuttavia molti – per lo più esponenti e associazioni dell’area cattolico-democratica – non hanno partecipato a queste iniziative, o perché non hanno voluto o perché non sono stati invitati…
Non so se essi siano stati invitati o no. Certo è significativa ed eloquente la loro esclusione o autoesclusione. Ed è sintomatico che a manifestare entusiasmo siano stati esponenti decisamente lontani dalla sensibilità e dai paradigmi propri del cattolicesimo liberale e democratico, come Buttiglione e Binetti. Ai quali porto rispetto, ma il cui profilo politico-culturale è oggettivamente altro. Non a caso essi sono stati già attori protagonisti di rotture (Buttiglione al tempo dei Popolari) o di congedi (Binetti dal Pd) dal troncone dei cattolici democratici. Differenze che non devono essere demonizzate ma neppure esorcizzate in nome di una unità politica dei cattolici innaturale e coatta.

Si parla di irrilevanza dei cattolici in politica…
Il problema è che si misuri la rilevanza del contributo cattolico alla politica con parametri vecchi, partendo dal presupposto che in passato i cattolici fossero più centrali o addirittura egemoni. In verità anche il mezzo secolo segnato dalla Dc ha conosciuto stagioni alte e basse sotto il profilo della qualità cristiana della politica. Così pure nella cosiddetta Seconda Repubblica: Berlusconi, talvolta ricambiato, ha sempre sostenuto che la sua politica è stata conforme ai desiderata delle gerarchie cattoliche; Prodi non si è mai azzardato a rivendicare un’esemplare coerenza della sua azione con una visione cristiana della politica ma avrebbe qualche titolo per sostenerlo. Quindi la questione è controversa. Però trovo superficiale e ingenerosa la liquidazione dell’impegno di quanti, tra i cattolici, ci hanno provato in varie forme. Esprimo un punto di vista “di parte”: ora che il ciclo berlusconiano si sta chiudendo con un bilancio fallimentare, si dovrebbe dare atto a quanti, tra i cattolici, si sono opposti politicamente sempre e a viso aperto, applicandosi a cooperare a quel progetto cui abbiamo dato nome Ulivo-Pd. Sarebbe piuttosto da chiedere conto a quanti hanno disertato quel fronte praticando un comodo terzismo al cospetto di una deriva morale e politica visibilissima per chi non si fosse ostinato a non vedere.

E poi c’è Comunione e liberazione…
Che invece è stata tutt’altro che marginale e ha dato organico sostegno alla corrente del partito di Berlusconi, capeggiata da Formigoni. Perché c’è tanta reticenza nel formulare un giudizio critico sul bilancio di quell’investimento politico da parte di un movimento cattolico?

Quindi?
Chi auspica un rilancio deve prima operare un onesto bilancio. Oggi, a fronte di uno sfacelo conclamato, dei cumuli di macerie morali e politiche, un nuovo e positivo protagonismo non può essere invocato e tantomeno esercitato senza prima tracciare un rendiconto delle responsabilità, attive e omissive. A che titolo possono proporsi come attori-protagonisti di una impresa ricostruttiva materiale e morale quanti sono stati complici o inerti nel tempo della devastazione? Qui non si tratta di semplici errori ma di vere e proprie gravi responsabilità. Colpe collettive, le definiva Dossetti, non limitate ad attori politici e sociali, ma alla comunità cristiana tutta, a cominciare da chi, in essa, porta le più alte responsabilità di guida, cui spettava un compito, largamente omesso, di discernimento, di illuminazione delle coscienze e di vigilanza cristiana.

All’associazionismo invece si riconosce dinamismo e vivacità…
È vero, ma io ho un’opinione opposta: l’associazionismo mi pare sfibrato da sotto e da sopra. Da sotto, dalla corrosione della scristianizzazione per nulla in via di regressione come alcuni uomini di Chiesa si sono raccontati in chiave autorassicurante. Dall’alto, da una verticalizzazione delle dinamiche interne alla Chiesa a discapito dell’autonomia e del protagonismo dei laici cristiani. Alla lievitazione dell’influenza delle gerarchie romane su Parlamento e governo ha corrisposto una mortificazione dell’autonomia responsabile del laicato. Dal Familiy Day al referendum sulla fecondazione assistita mi pare che l’associazionismo si sia attivato solo se convocato dall’alto. La sua ostentata ricomposizione unitaria è stata pagata al prezzo della sua eterodirezione e del depotenziamento di quell’associazionismo, Azione Cattolica in primo luogo, che aveva rappresentato il vivaio delle migliori vocazioni politiche. Per tacere delle storiche espressioni del cattolicesimo sociale, come Cisl e Acli, che non mi pare scoppino di salute se paragonate al loro glorioso patrimonio storico e ideale.

Il card. Bagnasco ha aperto la Summer school delle fondazioni Magna Carta (di Quagliariello) e Italia protagionista (di Gasparri), “organiche” al Pdl, con una lectio magistralis su Chiesa e politica. Non le è sembrato inopportuno?
Mi ha sorpreso sia perché in contrasto con la cura per una nitida distinzione tra Chiesa e parti politiche – distinzione che, almeno in punto di teologia e magistero, è patrimonio certo e consolidato – sia perché, in quella stessa sede, il presidente della Cei ha ribadito tale distinzione, sia infine perché mi pare che quella specifica formazione politica, per tacere del suo leader maximo, non brilli per affidabilità ed esemplarità morale. Un tempo, quand’anche si appannava la chiarezza delle distinzioni, quantomeno operava una misura di prudenza, il senso delle opportunità.

In quella lectio magistralis, Bagnasco ha bocciato le «mediazioni» e sottolineato di nuovo la centralità dei «principi non negoziabili», che come tali sono sottratti alla mediazione della politica. Non le sembra che così, da un lato, si diminuisca il ruolo dei laici impegnati in politica e dei cattolici-democratici in particolare, che della laicità e della mediazione hanno fatto sempre le loro bussole, e dall’altro si legittimi ulteriormente il centro-destra apparentemente più incline, perlomeno a parole, ad assecondare le gerarchie su questo fronte?
Il rapporto tra principi etici e mediazione politica è complesso. A mio avviso la mediazione, cosa diversa dal compromesso, è attività immanente all’azione politica. La politica è essenzialmente attività pratica, non è disputa intorno alle essenze. È vero tuttavia che, nel concreto delle mediazioni e delle scelte, si può dare un grado maggiore o minore di coinvolgimento dei principi etici. Non credo però che sia un semplice problema di oggetto, di materia. Come se alcune questioni fossero eticamente dense ed altre no. Troppo facile. Il bello e il difficile della politica e dell’etica specificamente politica è coniugare principi e prassi. In concreto fare i conti con il pluralismo delle concezioni etiche che abitano le nostre società, con la laicità delle istituzioni politiche, con la regola del consenso che presiede alle decisioni collettive nei regimi democratici. Il politico non può ridursi a predicatore che si contenta di proclamare i principi nella loro astratta purezza ma deve, per quanto possibile, insediarli nell’ethos della polis. A destra la si fa facile, si fa il verso alla Chiesa, ci si rapporta ad essa in termini strumentali, la si concepisce quale instrumentum regni. A sinistra si deve ragionare e discutere con compagni di viaggio che, su certe questioni, la pensano diversamente. Ma mi pare approccio più serio, più onesto e, a consuntivo, più utile alla politica e alla stessa Chiesa, altrimenti tentata di concepire se stessa come potere tra i poteri e di illudersi che la società sia cristiana. Un’illusione fuorviante, che ne allenta la tensione evangelizzatrice.

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I cattolici di base non ci stanno: «No al testamento biologico»

28 settembre 2011

“il manifesto”
28 settembre 2011

Luca Kocci

Oltre alla denuncia della «questione morale» e dei «comportamenti licenziosi» che «ammorbano l’aria» da parte del premier evocato ma mai nominato, nell’intervento di apertura del card. Bagnasco al Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana una richiesta era chiara ed esplicita: la rapida approvazione anche al Senato della legge sul cosiddetto testamento biologico, «un provvedimento – ha detto il presidente dei vescovi – necessario per salvaguardare il diritto di tutti alla vita».

Immediata è arrivata l’esultanza di Scienza & Vita, l’associazione nata per input della Cei, allora guidata da Ruini, ai tempi del referendum per l’abrogazione della legge sulla fecondazione assistita, quando l’astensionismo, grazie soprattutto alla mobilitazione delle associazioni ecclesiali, raggiunse il 74% e fece fallire la consultazione popolare. Ma nel mondo cattolico, nonostante la compattezza millantata dalle gerarchie ecclesiastiche, il tema è controverso e le opinioni differenti. Già due anni fa, all’avvio del dibattito, 41 preti firmarono un appello «per la libertà sul fine vita» promosso dalla rivista Micromega, buscandosi poi i richiami del Vaticano. In Germania invece è la stessa Chiesa cattolica, insieme a quelle evangeliche, a raccogliere le indicazioni dei fedeli per il fine-vita.

In queste settimane, alla vigilia del ripresa del dibattito parlamentare al Senato, emergono dei dissensi, alcuni molto significativi, come quello di Pax Christi, movimento per la pace presieduto da un vescovo nominato dalla Cei. Bisogna assolutamente evitare «tesi dichiaratamente favorevoli all’eutanasia», ma la bocciatura della legge già approvata alla Camera è senza appello: la vita «può essere gravemente offesa anche nella situazione opposta dell’accanimento terapeutico, in cui essa viene vanamente protratta attraverso, come è scritto anche nel Catechismo della Chiesa cattolica, procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate». Soprattutto, aggiunge Pax Christi che in questo modo si inserisce nell’attualità politica, la vita è «minacciata nelle ancora più frequenti ipotesi di abbandono terapeutico in cui, per ragioni ultimamente economiche, al paziente non vengono offerte la cura e l’assistenza richieste». I difensori della vita devono farlo sempre: in politica estera, «dove l’intervento militare si arroga il diritto di scegliere quali vite difendere a scapito di altre», e in politica interna, «dove la manovra finanziaria colpisce pesantemente la vita di moltissime famiglie anche nell’ambito della sanità».

Obiezioni anche dal movimento Noi siamo Chiesa, per cui l’approvazione di una legge voluta «per ordine delle autorità ecclesiastiche» – che infatti il movimento ribattezza «legge Bagnasco-Calabrò – potrà essere per la Chiesa italiana «una vittoria», ma anche «un peccato di cui dovrà pentirsi in futuro». Il testo già licenziato dalla Camera (su cui Noi siamo Chiesa ha prodotto un lungo e dettagliato documento di analisi critica) «crea le condizioni perché il fine-vita non sia “naturale” (aggettivo usato dai vescovi) ma innaturale, prigioniero di interventi medici come l’idratazione e l’alimentazione in casi di mancanza permanente di coscienza permanente» che si configurano come «vero e proprio accanimento terapeutico».

Il disegno di legge è «incostituzionale», tagliano corto le Comunità cristiane di base. «Nega del tutto la sovranità della persona sulla propria vita nella fase del morire, burocratizza e, in questo senso, banalizza le direttive anticipate e ci fa fare un passo indietro di mezzo secolo rispetto a quella che era stata la conquista progressiva, da parte della civiltà giuridica, del diritto della persona di decidere sulla propria vita». Con questo provvedimento «siamo di fronte al tentativo di instaurare un regime autoritario e repressivo», perché si mina «il principio supremo di laicità, baluardo della libertà individuale e della libertà di coscienza di ciascuno». Ma si tratta anche, aggiungono le Comunità di base, «di difendere la credibilità dell’annuncio evangelico di liberazione che le gerarchie ecclesiastiche cattoliche tradiscono a scopi di potere».

La Chiesa non perdona

27 settembre 2011

“il manifesto”
27 settembre 2011

Luca Kocci

Non c’è né il benservito al governo né la “scomunica” al premier, tuttavia la Prolusione del cardinal Bagnasco al Consiglio permanente della Cei, aperto ieri a Roma, è severa e inequivocabile: Berlusconi non viene mai nominato, ma è evidente che sia proprio lui il destinatario delle critiche e il soggetto di quei comportamenti che «ammorbano l’aria». Da purificare.
«Mortifica soprattutto dover prendere atto di comportamenti non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui», dice il presidente dei vescovi italiani. Si moltiplicano «racconti che, se comprovati, a livelli diversi rilevano stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica», mentre, sottolinea Bagnasco, «chiunque sceglie la militanza politica, deve essere consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che comporta, come anche la nostra Costituzione ricorda».
Tenta di temperare l’affondo, il presidente dei vescovi, dando anche un colpo alla botte: la stampa non è esente da responsabilità per «la dovizia delle cronache» – eccessivamente morbose, sembra aggiungere fra le righe – e la magistratura esagera per «l’ingente mole di strumenti di indagine messa in campo». Ma ribadisce: «Nessun equivoco tuttavia può qui annidarsi. La responsabilità morale ha una gerarchia interna che si evidenzia da sé, a prescindere dalle strumentalizzazioni che pur non mancano. I comportamenti licenziosi e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un danno sociale a prescindere dalla loro notorietà. Ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune». La questione morale, aggiunge, «non un è un’invenzione mediatica» e contribuisce «a propagare la cultura di un’esistenza facile e gaudente» mentre «dovrebbe lasciare il passo alla cultura della serietà e del sacrificio». Occorre quindi «purificare l’aria».
Ce n’è anche per il governo. Di fronte ad una crisi economica e sociale «devastante», sembra che non si voglia «riconoscere l’esatta serietà della situazione» e «amareggia il metodo scombinato con cui a tratti si procede, dando l’impressione che il regolamento dei conti personali sia prevalente rispetto ai compiti istituzionali». Le manovre economiche schizofreniche e antisociali approvate dalla maggioranza a colpi di fiducia non sono chiamate per nome, ma a quelle si riferisce Bagnasco, anche per la sottolineatura del tema dell’evasione fiscale: è «difficile sottrarsi all’impressione che non tutto sia stato messo in campo per rimuovere questo cancro sociale».
Niente di nuovo, queste cose le diciamo da tempo, mette le mani avanti. Ma al di là delle autodifese d’ufficio, è evidente che i toni utilizzati ieri dal presidente dei vescovi siano più incisivi rispetto al consueto equilibrismo della Cei: nelle ultime settimane si erano fatte troppo pressanti, all’interno della stessa Chiesa, le richieste di «nostri pronunciamenti», ammette il presidente dei vescovi, che quindi non poteva continuare a tacere. E in un certo senso, prima di partire per la Germania, aveva ricevuto il via libera dal Papa che, con un telegramma a Napolitano, auspicava un «intenso rinnovamento etico per il bene dell’Italia».
Bagnasco affronta molte altre questioni, a cominciare dalla «presenza dei cattolici nella società civile e nella politica». Le gerarchie ecclesiastiche sono state molto attive sul fronte politico negli ultimi mesi – lo stesso Bagnasco ai primi di settembre ha tenuto la relazione di apertura alla Summer school dei giovani del Pdl organizzata da Gasparri e dal teocon Quagliariello e il 17 ottobre, a Todi, interverrà ad un incontro politico con associazioni sociali cattoliche e movimenti ecclesiali, Bonanni e Comunità sant’Egidio in prima fila – in vista della costituzione di una formazione centrista o, più probabilmente, di una ristrutturazione di un centro-destra senza Berlusconi, modellato sul Partito popolare europeo e saldamente ancorato ai «valori non negoziabili». Il presidente della Cei, sebbene in ecclesialese piuttosto spinto, conferma l’ipotesi: parla di credenti che avvertono la necessità «di rendere politicamente più operante la propria fede» e di una nuova partecipazione che «sta lievitando». Tanto che «sembra rapidamente stagliarsi all’orizzonte la possibilità di un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica che, coniugando strettamente l’etica sociale con l’etica della vita, sia promettente grembo di futuro, senza nostalgie né ingenue illusioni». Non una nuova anacronistica Dc quindi, perché «la transizione dei cattolici verso il nuovo inevitabilmente maturerà all’interno della transizione più generale del Paese, e oserei dire anche dell’Europa». Ma l’auspicio di un Ppe in salsa italiana, con i «valori non negoziabili» di vita, scuola cattolica e famiglia come paletti – che escludono contaminazioni a sinistra – e come orizzonte: nella Prolusione parla, stavolta assai esplicitamente, di valorizzare «il patrimonio della scuola cattolica» e di sostenere « il diritto dei genitori di scegliere l’educazione per i propri figli» e di approvare definitivamente la legge sul cosiddetto testamento biologico, un provvedimento «necessario per salvaguardare il diritto di tutti alla vita».

Imbarazzo per il silenzio di Bagnasco

25 settembre 2011

“il manifesto”
25 settembre 2011

Luca Kocci

Continuano a tacere i vertici della Chiesa italiana sulle nuove, ed ulteriori, vicende affaristico-sessuali che vedono coinvolto il premier. Per prudenza, sostengono i difensori d’ufficio del cardinal Bagnasco, come il direttore del quotidiano della Cei Avvenire: «Di fronte allo strepito di non pochi moralisti improvvisati, la pacata fermezza della Chiesa» può sembrare «silenzio», ma «la Chiesa sa fare il proprio mestiere di madre e maestra». Ma più probabilmente tacciono per calcolo, anche alla luce dell’attivismo politico delle ultime settimane delle gerarchie ecclesiastiche, che sognano un nuovo centro-destra – senza Berlusconi e possibilmente con Casini – modellato sul Partito popolare europeo e saldamente ancorato ai «valori non negoziabili»: vita, famiglia, scuola cattolica. Il prossimo incontro preparatorio, a porte chiuse, dopo quelli estivi animati dalla presidenza della Cei e dal cardinal Bertone, è in programma in un convento a Todi il prossimo 17 ottobre, con apertura di Bagnasco, conclusioni del cislino Bonanni e partecipazione delle associazioni sociali cattoliche e dei movimenti ecclesiali, a cominciare dalla Comunità di sant’Egidio di Andrea Riccardi.

Ma nella Chiesa non tutti ci stanno e molti sono critici nei confronti del governo e della maggioranza. Le Acli, che nel loro recente incontro di studi sul lavoro hanno dato del «fascista» a Sacconi e accolto con freddezza Tremonti, sostengono il referendum contro il “porcellum” e, insieme alla Caritas, hanno avviato la raccolta firme per la cittadinanza e il diritto di voto amministrativo agli immigrati. Pax Christi denuncia la «questione immorale» e l’intreccio «prostituzione sessuale-umana, corruzione economica-politica» di questi giorni. Famiglia Cristiana e i settimanali diocesani bocciano la manovra economica. E anche nell’episcopato – dove almeno un quarto dei vescovi sarebbe antiberlusconiano – i mal di pancia si fanno sentire: «La Chiesa ha fatto dei compromessi che avrebbe potuto e dovuto evitare, la difesa di principi considerati irrinunciabili e del mantenimento di alcuni privilegi ha portato i vertici ecclesiastici a preferire talvolta il silenzio alla denuncia», dice l’arcivescovo emerito di Foggia, Giuseppe Casale, all’agenzia di informazioni Adista in uscita domani. «Credo che ci vorrebbe da parte della Cei e della segreteria di Stato vaticana un pronunciamento forte» contro un «sistema fatto di abusi, di avidità, di ricerca del potere a tutti i costi».

Da più parti arrivano sollecitazioni a Bagnasco perché domani, quando a Roma si riunirà il Consiglio permanente dei vescovi, intervenga sulla crisi e sulle malefatte del premier. Ad incoraggiarlo potrebbero essere le parole del papa inviate a mezzo telegramma al presidente Napolitano prima di partire per Berlino, in cui auspica un «intenso rinnovamento etico per il bene dell’Italia». E le aggiunte di padre Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana: «In Italia c’è una lunga serie di problemi che hanno a che fare con l’etica, e questi riguardano sia le attività economiche e le relazioni sociali, sia anche i comportamenti personali». Ma più probabilmente Bagnasco parlerà in termini generali, com’è suo costume, della crisi italiana, senza intervenire direttamente sul presidente del consiglio. Anche perché due settimane fa lo stesso Bagnasco era a Frascati ad aprire la Summer school dei giovani del Pdl con una relazione su “Chiesa e politica” in cui ha ribadito la linea della gerarchia: no a mediazioni e contaminazioni, sì ai «valori non negoziabili».

Le mani della ‘ndrangheta sulle feste patronali. Ma a Locri la Chiesa si oppone

16 settembre 2011

“Adista”
n. 65, 17 settembre 2011

Luca Kocci

Sembra che sia stata la volontà di restituire alla festa patronale il suo carattere autenticamente religioso – spezzando quindi anche gli stretti legami con gli ‘ndranghedisti locali che da sempre usano queste occasioni per riaffermare pubblicamente il loro dominio del territorio e il loro prestigio – a provocare l’attentato intimidatorio di cui è stato vittima, a festa conclusa, la notte fra il 29 e il 30 agosto, don Giuseppe Campisano, parroco di San Rocco a Gioiosa Jonica: diversi colpi di fucile sono stati sparati contro l’automobile parcheggiata del sacerdote, che peraltro già in passato aveva ricevuto minacce e intimidazioni. Un avvertimento non proprio nel cuore della notte, ma in un orario in cui c’erano ancora molte persone in giro per il paese, perché chi ha sparato voleva farsi sentire e far sapere chi colpiva.

Immediata la solidarietà del vescovo di Locri, mons. Giuseppe Fiorini Morosini, che ha condannato l’atto intimidatorio, ha esortato il parroco «a continuare nel suo prezioso ed apprezzato ministero tutto dedito alla sua missione, religiosa e sociale» e ha richiamato «tutti i fedeli ad una maggiore coerenza tra fede e vita, ricordando che la fede non può ridursi ad esteriorità devote, ma deve accogliere l’invito a seguire Cristo e a mettere in pratica la sua parola». Anche Libera, l’associazione antimafia guidata da don Luigi Ciotti, ha espresso solidarietà a don Campisano, che collabora attivamente con Libera; come anche don Tonino Vattiata, parroco di parroco di Pannaconi di Cessaniti (Vv), a cui alla fine di giugno era stata incendiata l’automobile.

«Sappiamo bene quanto in questi momenti sia importante rompere quella cappa di solitudine che spesso accompagna chi è vittima di tali attentati, al di là delle espressioni di solidarietà dei primi momenti – si legge nel comunicato di Libera –. La continuità della nostra azione civile è l’antidoto migliore contro l’isolamento e la solitudine di chi viene colpito così vigliaccamente. Don Giuseppe sappia che non è solo in questo suo cammino, che non intendiamo rinunciare agli spazi di libertà che faticosamente lui e la sua comunità ecclesiastica hanno costruito in questi anni, che quegli spazi li difenderemo fermamente da chi intende occuparli con la violenza e la sopraffazione». E il consorzio di cooperative Goel – uno dei frutti dell’episcopato di mons. Giancarlo Bregantini quando era vescovo di Locri, che ha sede proprio a Gioiosa Jonica – condanna l’attentato anche perché atto che «inquina tutta la società civile calabrese». Don Campisano è «un parroco che non rimane a guardare in silenzio, ma uno che lavora per la legalità e per purificare la religiosità popolare da incrostazioni anti-evangeliche e antireligiose, e questo agli ‘ndranghedisti non piace», spiega ad Adista il presidente del Goel, Vincenzo Linarello.

La festa di San Rocco, patrono di Gioiosa Jonica, è stato probabilmente il “movente” dell’attentato contro don Giuseppe Campisano. Una processione che dura dieci ore, da mattina a sera, in cui la statua del santo viene portata a braccio per le vie del paese, accompagnata da “balli votivi” al ritmo incessante di tamburi percossi dai “tamburinai”. E durante la quale i mafiosi vogliono avere – e spesso hanno – un ruolo importante e visibile: un modo simbolico per dimostrare pubblicamente, e in un’occasione solenne e benedetta dalla Chiesa, il loro potere, il loro consenso e il loro prestigio. A tutto ciò vanno aggiunti gli aspetti economici: la raccolta dei soldi curata dai comitati per la festa molto spesso infiltrati dalla ‘ndrangheta, il pizzo richiesto alle bancarelle degli ambulanti, il controllo delle offerte per la gestione dei costosissimi fuochi d’artificio e delle illuminazioni, che in molti casi vengono poi realizzati da ditte “amiche” (in alcune intercettazioni telefoniche si sentono i boss che concordano con le ditte i costi dei fuochi e la spartizione dei soldi). Don Campisano e il vescovo Giuseppe Fiorini Morosini sono intervenuti per tentare di ripristinare il significato religioso della festa e ridimensionare gli altri elementi, a partire da quelli economici, facendo così perdere agli ‘ndranghetisti denaro e ruolo pubblico. Inoltre la processione è stata preceduta – come già lo scorso anno – da tre giorni di incontri sulla legalità che si sono tenuti in parrocchia a cui hanno partecipato magistrati ed esponenti di associazioni antimafia. «Ma cosa c’entrano questi incontri con San Rocco?», si sono lamentati con il parroco alcuni “fedeli”. E subito dopo la parola è passata al fucile, che ha sparato contro la macchina di don Campisano.

Tre giorni dopo, il 2 settembre, si è celebrata la festa della Madonna di Polsi, a San Luca, nel cuore dell’Aspromonte, il cosiddetto “santuario della ‘Ndrangheta”, dove spesso – e lo scorso anno sono stati immortalati dalle telecamere nascoste dei carabinieri – i boss si ritrovano per mettere a punto le loro azioni, fare le investiture, svolgere i processi interni. Mons. Morosini, che già in passato aveva pronunciato parole molto dure contro «coloro i quali hanno fatto del santuario di Polsi il centro di incontri e raduni illegali» (v. Adista n. 64/10), ha ribadito la linea adottata per la festa di San Rocco. «La devozione popolare va purificata», ha detto il vescovo nell’omelia. Ed è proprio a partire dalla rottura «dell’intoccabilità di certe manifestazioni devozionistiche, che ormai non sono più nell’ordine della fede e della sequela evangelica», che si potrà procedere «in maniera più rapida all’eliminazione della commistione perversa tra criminalità e religiosità». «Se aiuterete la Chiesa a riformare processioni e feste in genere – ha detto ancora il vescovo rivolgendosi direttamente ai fedeli e riferendosi implicitamente anche a quanto avvenuto a Gioiosa Jonica – , vedrete che non avremo più quei fenomeni negativi sui quali oggi si discute. Se non si invoca la tradizione contro le indicazioni di un vescovo che proibisce di appendere soldi alle statue, che stabilisce che i portatori delle statue siano persone che abitualmente partecipano alla vita della parrocchia, che dispone per le processioni un percorso lineare e spedito e che durante il loro svolgimento si dia maggiore risalto alla preghiera e all’ascolto della parola di Dio; se verranno accolte con docilità queste indicazioni di natura pastorale, allora sicuramente non avremo ostentazioni di potere da parte della ‘ndrangheta».

Bagnasco fa lezione di politica ai giovani del Pdl. E le gerarchie continuano a guardare a destra

14 settembre 2011

“Adista”
n. 65, 17 settembre 2011

Luca Kocci

È stato il presidente della Conferenza episcopale italiana, il card. Angelo Bagnasco, ad aprire, lo scorso 4 settembre a Frascati, con una lectio magistralis su «Chiesa e politica» la Summer school dei giovani del Popolo della libertà – 60 partecipanti selezionati attraverso un apposito bando di concorso – organizzata dalle fondazioni Magna carta di Gaetano Quagliariello (di area teocon) e Italia protagonista di Maurizio Gasparri, rispettivamente vicepresidente e presidente del gruppo Pdl al Senato, a cui hanno preso parte come “docenti” tutti i big del partito, da Alfano a Brunetta, dalla Gelmini a Sacconi, da La Russa a Tajani.

Una presenza “pesante” quella di Bagnasco – prima di lui avevano partecipato alla scuola di formazione politica dei giovani berlusconiani i cardinali Angelo Scola, Camillo Ruini, Ersilio Tonini e il vescovo Giampaolo Crepaldi, ma nessuno, nemmeno Ruini, ricopriva l’incarico di presidente della Cei – che conferma l’interesse, e soprattutto l’attivismi, dei vertici delle gerarchie ecclesiastiche per la situazione e gli scenari futuri della politica italiana, in direzione di una ristrutturazione di un centro destra post-berlusconiano.

È il sogno di un nuovo Caf (Casini, Alfano, Formigoni) o di un Cal (con il ciellino Maurizio Lupi al posto di Formigoni, ciellino pure lui), ipotizza Massimo Franco sul Corriere della sera (4/9), riconquistando: «Si tratterebbe del nuovo asse chiamato a stabilizzare un fronte moderato logorato e lacerato da diciassette anni di berlusconismo». Anche Casini, senza più Berlusconi, ci starebbe, e magari si aggiungerebbe qualche cattolico insoddisfatto del Partito democratico, come Giuseppe Fioroni, sempre presente agli incontri politico-clericali dell’estate promossi dalla Cei e dalla Segreteria di Stato vaticana del card. Bertone, anche lui della partita, sebbene in concorrenza con Bagnasco (v. Adista nn. 51, 57 e 60/11). In un certo senso conferma l’ipotesi anche Roberto Formigoni, dal meeting ciellino di Rimini di fine-agosto: una «grande costituente di centro» da convocare entro la primavera 2012 per unificare tutta l’area moderata per le elezioni 2013. «Ci stiamo lavorando, con Alfano», spiega il presidente della Regione Lombardia, «sarà un Popolo della libertà allargato ad altri», ma «siamo pronti a cambiare il nome Pdl». Molto più di una nuova Dc anche perché, aggiunge Formigoni, «dai miei interlocutori in Vaticano non ho mai sentito nostalgie della Dc. E una nuova Dc non avrebbe senso in un sistema bipolare, che io sostengo. Noi dobbiamo rispondere all’attuale sconcerto dell’elettorato, all’astensionismo enorme. Creare un partito nella tradizione del popolarismo europeo e poi ricontrattare l’alleanza con la Lega, per restare maggioranza nel Paese».

Una “ristrutturazione” che le gerarchie ecclesiastiche stanno continuando ad “animare”. E la presenza di Bagnasco alla Summer school del Pdl lo indica ancora una volta. «Certi valori, come nel campo della vita e della famiglia, della concezione della persona, della libertà e dello Stato, anche se sono illuminati dalla fede, sono anzitutto  bagaglio della buona ragione, per questo sono detti “non negoziabili” – ha detto Bagnasco nella sua “lezione” ai giovani berlusconiani –. Si dice che la politica è l’arte della mediazione: è vero per molte cose, e speriamo che si raggiungano sempre le mediazioni migliori, ma vi sono dei principi primi che qualunque mediazione distrugge». La visione etica cristiana, ha detto ancora il presidente della Cei, «non è qualcosa di esclusivamente cristiano in senso particolaristico, ma piuttosto la sintesi delle grandi intuizioni etiche del genere umano». Un discorso simile ad un altro intervento di Bagnasco, lo scorso 10 agosto, nell’omelia per la festa di San Lorenzo nella cattedrale di Genova, città di cui Bagnasco è arcivescovo: un richiamo alla moralità per la classe politica, ma in nome dei valori cattolici, perché «è nella dimensione religiosa che l’uomo può trovare di fatto il fondamento ultimo dei  riferimenti etici universali. Senza una radice trascendente, dove  possono poggiare le leggi morali che illuminano l’agire dei singoli, delle istituzioni e della società?». I cattolici, ha aggiunto, «nell’agone pubblico vengono a volte liquidate come minoranze sparute e smarrite. Ma così non è e non sarà».

La confusione è grande sotto il cielo e si naviga a vista, anche perché le gerarchie ecclesiastiche non hanno mai brillato per capacità divinatorie o profetiche in politica, piuttosto sono state sempre ben attente ad osservare i movimenti per poi accodarsi e benedire il carro del vincitore, con cui è sempre opportuno intrattenere buoni rapporti. Sembra però certo – come testimonia anche l’insistenza di Bagnasco sui «principi non negoziabili» e sulla valutazione negativa delle «mediazioni», tanto care ai cattolici democratici autentici, che di fatto tende ad escludere una parte politica – che gli sguardi si rivolgano verso centro e centro-destra, immaginando un Partito popolare europeo in salsa italiana.

Ratzinger: «Mai nel nome di Dio»

11 settembre 2011

“il manifesto”
11 settembrre 2011

Luca Kocci

Il papa ricorda gli attentati alle Torri gemelli dell’11 settembre e le «molte vittime innocenti di quel brutale attacco» ma si dimentica di tutto il resto che da quell’evento è scaturito: della «guerra al terrorismo» proclamata da Bush, degli attacchi all’Afghanistan e all’Iraq e delle centinaia di migliaia di vittime di questi due conflitti voluti dagli Usa, innocenti come quelle delle Twin towers.

«La tragedia di quel giorno è aggravata dalla pretesa degli attentatori di agire in nome di Dio», scrive Benedetto XVI in una lettera inviata all’arcivescovo di New York, Timothy Dolan, per il decimo anniversario dell’11 settembre. «Ma va detto, senza mezzi termini, che nessuna circostanza può mai giustificare atti di terrorismo». Quindi l’elogio al popolo statunitense «per il coraggio e la generosità che ha dimostrato nelle operazioni di soccorso e per la sua prontezza nell’andare avanti con speranza e fiducia». Nemmeno una parola per condannare le guerre che negli anni successivi gli Stati Uniti hanno combattuto, e combattono ancora oggi, nonostante i nemici di allora – Osama Bin Laden e Saddam Hussein – siano stato eliminati e gli «Stati canaglia» – Afghanistan e Iraq – ridotti a poco più che protettorati Usa, benché tutt’altro che in pace.

Non si tratta di un’amnesia, bensì di un ulteriore segnale di una Chiesa di Roma sempre più filo-occidentale. Eppure dieci anni fa papa Wojtyla – che sicuramente non può essere sospettato di antiamericanismo –, all’indomani dell’11 settembre, aveva fatto appello agli Usa a «non cedere alla tentazione dell’odio e della violenza», nei mesi successivi si era nettamente schierato contro l’eventualità di un attacco all’Iraq e il 14 febbraio del 2003, il giorno prima delle grandi manifestazioni contro la guerra in tutto il mondo (quelle che spinsero il New York Times  a scrivere che il movimento pacifista era «la seconda superpotenza mondiale»), aveva ricevuto in Vaticano Tarek Aziz, vicepremier dell’Iraq che un mese dopo sarebbe stato attaccato.

Fanno eco a quelle di papa Ratzinger le parole dell’arcivescovo di New York: «I cittadini di New York non sono rimasti a rigirarsi nel dolore e nella rabbia, ma quasi subito hanno cominciato ad aiutare e a consolare quanti avevano bisogno», ha dichiarato alla Radio Vaticana. «Il modo migliore per avere la nostra rivincita sui terroristi è dimostrare che niente può distruggere lo spirito che è dentro il popolo americano».

Un undici settembre diverso è stato invece quello di Pax Christi, della Tavola della pace, di Libera e di Paeceful tomorrows (l’associazione Usa dei familiari dei caduti delle Torri gemelle), trascorso a Kabul, «insieme alle vittime di una guerra infinita», a cui è stata consegnata la “Luce di Assisi”, la lampada dei francescani, simbolo di una pace ancora tutta da costruire. «Dieci anni fa gli avevamo promesso libertà e democrazia, ma abbiamo finito con l’aggiungere altra violenza, altro dolore, altri lutti», dice Flavio Lotti, coordinatore della Tavola per la pace. E don Renato Sacco di Pax Christi al manifesto: «La guerra in Afghanistan è stata una vendetta per l’11 settembre, non ci sono altre definizioni possibili. Non solo non ha risolto nulla, ma anzi ha moltiplicato le vittime. Averle incontrate ci ha fatto vedere la gravità di questa tragedia». E al ritorno da Kabul chiedono di ritirare il contingente militare dall’Afghanistan e di elaborare una strategia «non più basata sul paradigma della sicurezza militare ma su quello della sicurezza umana».

«Noi la crisi non la paghiamo». Esenzioni, agevolazioni, finnziamenti. Tutti i numeri della “casta” Chiesa

5 settembre 2011

“Adista”
n. 62, 10 settembre 2011

Luca Kocci

C’è la crisi economica e il cattivo stato di salute dei conti pubblici, la manovra “lacrime e sangue” – versati sempre dai soliti noti – del governo e le polemiche sui «costi della politica» e sulla casta. Poi è arrivato il card. Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, che piuttosto incautamente, lo scorso 19 agosto, ha attaccatto evasori fiscali, «benefici eccessivi e privilegi» incoraggiando a «rivedere gli stili di vita» all’insegna della sobrietà, senza però fare alcun riferimento alla Chiesa. E immediatamente nel dibattito pubblico si è aperto un altro fronte, che pareva dimenticato: i privilegi economici concessi dallo Stato alle strutture ecclesiastiche.

Una polemica non nuova: per anni è stata una battaglia delle associazioni laiche, ma anche dei cattolici del dissenso, delle comunità di base e del movimento Noi Siamo Chiesa che chiedono l’abolizione del Concordato, di Pax Christi che vuole la smilitarizzazione del cappellani militari (v. Adista nn. 81/95, 67/97, 81/00, 49/06 e 81/06) – anche perché non siano retribuiti dallo Stato come ufficiali –, nel 1989 è nato il movimento Carta 89 (fondato da laici, cattolici e valdesi) contro l’otto per mille che sarebbe stato versato dall’anno successivo (v. Adista nn. 33, 41 e 88/90; 6, 25, 34 e 60/91; 49/92). Ma in tempi di crisi e di movimenti anticasta, provocata anche dalle esternazioni di Bagnasco, è esplosa sui giornali e in internet, con il gruppo su Facebook «Vaticano pagaci tu la manovra finanziaria» che in pochi giorni ha raccolto 140mila iscritti arrabbiati contro «i privilegi del Vaticano».

Una polemica così feroce che Avvenire, il quotidiano della Cei, si è visto costretto a rintuzzare colpo su colpo, con commenti al vetriolo e pagine intere dedicate a smontare le «bufale dei laicisti e dei radicali» – e qualcuna in effetti ne è stata detta, soprattutto in ordine alle cifre che talvolta lievitavano oltremisura – e a portare esempi virtuosi di conventi e parrocchie che versano l’Ici e pagano le bollette. Arrivando anche ad individuare – lo ha fatto il direttore del giornale, Marco Tarquinio, in un editoriale del 27 agosto – chi avrebbe dato «l’ordine d’attacco» alla «campagna anti-Chiesa» poche ore dopo il primo intervento di Bagnasco: l’avvocato Gustavo Raffi, «il gran maestro del Goi (Grande oriente d’Italia, ndr), ovvero “la più antica e numerosa comunione della massoneria italiana”». Non siamo al «complotto giudeo-pluto-massonico», ma poco ci manca.

Al di là delle urla, delle aggressioni e delle dietrologie, vogliamo tentare di documentare, attenendoci a fatti, norme e numeri, i reali rapporti economici fra Stato e Chiesa in Italia, elencando contributi pubblici, esenzioni fiscali e privilegi economici di cui godono le strutture ecclesiastiche.

Otto per mille

Il capitolo più sostanzioso è rappresentato dall’otto per mille, la quota di imposte di cui lo Stato si priva e che, apparentemente in base alla volontà dei cittadini, indirizza alla Chiesa cattolica e alle altre confessioni religiose che hanno firmato un’Intesa: da dieci anni a questa parte si tratta di circa 1 miliardo di euro l’anno, nel 2011 la cifra ha raggiunto il record di 1.118 milioni, in gran parte utilizzata per il funzionamento della struttura ecclesiastica: 467 milioni per «esigenze di culto e pastorale», 361 milioni per il «sostentamento del clero», 235 milioni per «interventi caritativi», 55 milioni accantonati «a futura destinazione» (v. Adista n. 46/11).

Il punto controverso è il sistema di ripartizione, perché a firmare per destinare allo Stato o ad una confessione religiosa l’otto per mille delle proprie tasse è appena il 44% dei contribuenti, e solo il 35% sceglie la Chiesa cattolica. Ma il meccanismo – messo a punto anche da Giulio Tremonti, ben prima di diventare ministro (v. Adista n. 53/11) – prevede che le quote non espresse (quelle cioè di coloro che non fanno nessuna scelta) non restino all’erario ma vengano ripartite fra lo Stato e le confessioni religiose, in base alle firme ottenute. Allora più che un’equa divisione in base alla reale volontà dei cittadini si tratta di una sorta di “sondaggio di opinione”, e in questo modo la Chiesa cattolica con il 35% dei consensi si accaparra l’85% dei soldi. «La Cei rinunci alla ripartizione delle quote non espresse in sede di dichiarazione di redditi», chiedono le Comunità di base italiane. «Questo gesto restituirebbe anche dignità a quei contribuenti che esercitano il sacrosanto diritto di non scegliere per non compromettersi in un sistema che sancisce il privilegio delle istituzioni religiose, imposto dal nuovo Concordato craxiano con la Santa Sede, ad essere finanziate dallo Stato».

A questa cifra, poi, andrebbe aggiunta anche un’altra voce: quella dell’otto per mille che i contribuenti hanno scelto di dare allo Stato ma che, uscendo dalla finestra, finisce nelle casse della Chiesa. Nel 2010 – ultimo dato comunicato dalla Presidenza del Consiglio – dei 144 milioni destinati dai cittadini allo Stato, oltre 53 sono stati assegnati dalla presidenza del Consiglio ad enti ecclesiastici (diocesi, chiese e parrocchie, comunità monastiche e religiose, confraternite, congregazioni ed ordini) come contributo per il restauro di immobili religiosi considerati «beni culturali», nonostante nella ripartizione dell’otto per mille alla Chiesa cattolica sia già presente la voce «tutela beni culturali ecclesiastici» a cui, sia nel 2010 che nel 2011, sono stati riservati 65 milioni.

Cappellani ospedalieri, carcerari e militari

I cappellani degli ospedali, delle carceri e dei militari svolgono un servizio di assistenza religiosa, ma sono pagati dalle dallo Stato o dalle Regioni. Eppure, sostengono anche diversi gruppi cattolici, a cominciare da Pax Christi, all’assistenza spirituale di malati, detenuti e militari potrebbero provvedere, gratuitamente, le parrocchie nel cui territorio si trovano ospedali, prigioni e caserme.

I più numerosi sono quelli degli ospedali, circa 750 divisi in 700 cappellanie sanitarie. A retribuirli ci pensano le Regioni o le Asl, che stipulano apposite convenzioni con le Conferenze episcopali regionali in base al numero dei posti letto (in media c’è un cappellano ospedaliero ogni 300 ricoverati, ma il numero varia territorialmente). Il costo annuale si aggira intorno ai 50 milioni di euro.

Nelle carceri operano invece circa 240 cappellani, per una spesa da parte del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia di 15 milioni di euro l’anno.

I cappellani miltari oggi in servizio sono 184, tutti inquadrati con i gradi, e gli stipendi, degli ufficiali. L’ordinario militare, cioè il vescovo a capo della diocesi castrense – attualmente è mons. Vincenzo Pelvi –, ha le stellette e la retribuzione di un generale di corpo d’armata. L’onere finanziario è di circa 10 milioni di euro l’anno (nel 2005, ultimo dato reso noto, costarono quasi 11 milioni di euro ed erano complessivamente 190). Una cifra che non comprende le pensioni degli ex cappellani, piuttosto elevate trattandosi di ufficiali a tutti gli effetti: la più alta, quella dell’ordinario-generale di corpo di armata – come il card. Bagnasco, ordinario militare prima di essere nominato presidente della Cei, e come Giuseppe Mani (arcivescovo di Cagliari), Giovanni Marra (amministratore apostolico della diocesi di Orvieto-Todi) e Gaetano Bonicelli (arcivescovo emerito di Siena rispettivamente arcivescovo di Cagliari, amministratore apostolico della diocesi di Orvieto-Todi) si aggira, a seconda degli anni di servizio, fino a 4mila euro al mese) intorno ai 4mila euro al mese. Invano, nel 2007, il senatore dei Verdi Gianpaolo Silvestri, riprendendo la storica battaglia di Pax Christi, presentò un disegno di legge per la «smilitarizzazione» dei cappellani militari, ma immediata fu la reazione di Avvenire, con un duro editoriale di Marco Tarquinio, allora vicedirettore del quotidiano della Cei: quella dei cappellani in divisa è una «irrinunciabile presenza» (v. Adista nn. 43 e 57/07).

Contributi pubblici per scuola, editoria ed oratori

Da molti anni, e in particolare da quando l’allora ministro della Pubblica istruzione Luigi Berlinguer istituì le «scuola paritarie», la scuola privata gestita dagli ordini e dalle congregazioni religiose viene finanziata dallo Stato. Nel 2011, la cosiddetta legge di stabilità di Tremonti, ha assegnato alle scuole private 245 milioni di euro, mentre la scuola statale si è vista togliere 8 miliardi in tre anni. Bisognerebbe poi aggiungere i vari finanziamenti delle Regioni, per lo più sotto forma di «buono scuola» alle famiglie che iscrivono i figli nelle scuole provate. Uno dei più sostanzioni e quello della Regione Lombardia del ciellino Roberto Formigoni, che lo scorso anno ammontava a quasi 45 milioni di euro (v. Adista n. 3/10)

All’editoria cattolica, invece, nel 2010 sono stati erogati contributi statali diretti per 15 milioni di euro, quasi la metà incamerata da Avvenire, il quotidiano della Cei, che ha incassato 5milioni e 871mila euro. Un altro quotidiano cattolico, Il Cittadino, controllato dalla diocesi di Lodi, ha goduto di un finanziamento pubblico di 2 milioni e 530mila euro. Ai settimanali diocesani – i periodici ufficiali delle diocesi italiane – sono andati quasi 4 milioni di euro. Il resto, poco meno di 3 milioni di euro, è finito alle riviste edite da congregazione religiose, santuari, associazioni, movimenti e gruppi ecclesiali di varia natura (anche Adista, in quanto agenzia indipendente edita da una cooperativa editoriale, usufruisce di un contributo pubblico, che nel 2010 è stato di 122.100 euro).

A godere di contributi pubblici sono anche molte parrocchie, oratori e scuole materne comunali. I finanziamenti vengono erogati dagli Enti locali, a tutti i livelli, quindi è impossibile riuscire a ricavare la somma complessiva. Solo per fare alcuni esempi: in Veneto, Regione, Provincia e Comune di Padova hanno elargito ad istituzioni ecclesiastiche e religiose 13 milioni di euro tra il 2009 e il 2010 (v. Adista n. 32/11); a Verona circa 1 milione (v. Adista n. 19/10).

Esenzioni: Ici, Ires, canone tv e acqua

Non pagano l’Ici gli immobili di proprietà ecclesiastica (ma anche di altri enti catalogati come «senza fini di lucro») destinati «allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive» purché «non abbiano esclusivamente natura commerciale». L’esenzione venne introdotta da Berlusconi e Tremonti nel 2005 e fu sostanzialmente confermata da Prodi e Bersani nel 2007 con l’aggiunta dell’avverbio «non esclusivamente» (v. Adista nn. 61, 69/05 e 81/07); sembrava che potesse scomparire quando sarebbe stata introdotta l’Imu (Imposta unica municipale), la nuova imposta “federalista” voluta da Tremonti nel 2010 ma, in seguito alle vibranti proteste della Cei, venne subito ripristinata (v. Adista n. 81/10). Le mancate entrate per i sindaci dovute all’esenzione Ici ammonterebbero ad una cifra fra i 400 e i 700 milioni di euro annui, come calcola l’Associazione nazionale dei Comuni italiani. La norma lascia spazio ad una «casistica di confine», ammette eufemisticamente Bersani – inventore del «non esclusivamente» –, per cui i Radicali, lo scorso 25 agosto, hanno annunciato la presentazione di un emendamento in grado di eliminare ogni ambiguità, salvando le Caritas ma facendo pagare l’Ici ai conventi trasformati in alberghi: «L’esercizio a qualsiasi titolo di un’attività commerciale, anche nel caso in cui abbia carattere accessorio rispetto alle finalità istituzionali dei soggetti e non sia rivolta ai fini di lucro – recita il testo –, comporta la decadenza immediata dal beneficio dell’esenzione dell’imposta».

Per gli enti ecclesiastici (e per altri enti assistenziali) c’è anche l’esenzione dal pagamento del 50% dell’Ires (Iimposta sui redditi delle persone giuridiche), con un risparmio fra i 500 e i 900 milioni di euro. Ed è dimezzato anche il canone Rai: gli apparecchi televisivi degli istituti religiosi (e delle associazioni) pagano 198 euro e 11 centesimi l’anno, mentre cliniche, uffici, negozi, alberghi, pensioni, affittacamere e campeggi a 1 o 2 stelle pagano 396 euro e 18 centesimi (gli alberghi a 5 stelle 6.600 euro).

Ci sono poi una serie di esenzioni “romane” che riguardano esclusivamente il Vaticano. Il pass per le zone a traffico limitato del centro storico alle automobili del Vaticano costa 55 euro l’anno, ai cittadini romani 550 euro. Poi l’acqua: nel 1999 lo Stato Città del Vaticano aveva importi arretrati nei confronti dell’Acea (la municipalizzata dell’acqua) per 44 miliardi di lire, ne nacque un contenzioso ma a saldare i conti fu il ministero dell’Economia, con la garanzia che il Vaticano avrebbe cominciato a pagare almeno il servizio di smaltimento delle acque di scarico (2 milioni di euro l’anno); ma il Vaticano non pagò nemmeno quella parte del suo debito e così un emendamento alla legge finanziaria 2004 provvide allo stanziamento di «25 milioni di euro per l’anno 2004 e di 4 milioni di euro a decorrere dall’anno 2005» per dotare il Vaticano di un sistema di acque proprio (v. Adista n. 83/03 e 53/11). Infine sono ovviamente esenti da tasse tutti gli immobili e le attività commerciali e turistiche che hanno sede legale nei palazzi vaticani che godono del regime di extraterritorialità, e quindi appartengono formalmente ad uno Stato estero, anche se si trovano nel cuore di Roma.

«Il mio regno non è di questo mondo», diceva Gesù di Nazareth a Pilato che lo interrogava prima della condanna a morte. Tuttavia i contributi statali, le esenzioni fiscali e i privilegi economici di cui gode la Chiesa cattolica in Italia sono interamente mondani, contrariamente a quanto sosteneva il fondatore del cristianesimo.

Mons. Bettazzi: «La Chiesa si distacchi dai beni materiali»

5 settembre 2011

“Adista”
n. 62, 10 settembre 2011

Luca Kocci

Nel corso del tempo, la Chiesa «si è umanamente adattata ai compromessi umani» e invece dovremmo imparare ad «ascoltare le sollecitazioni che lo Spirito non fa mancare» e «compiere gesti concreti e significativi di distacco dai beni materiali e di testimonianza dello spirito di povertà vissuto e richiesto da Gesù per chi vuol essere suo discepolo». È la riflessione di mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea e già presidente di Pax Christi, intervistato da Adista sulla questione dei patrimoni e dei beni ecclesiastici: dall’otto per mille all’Ici, dagli immobili ai cappellani militari, un colloquio “a tutto campo” in cui Bettazzi invita la Chiesa a riscoprire il sogno del Concilio della «Chiesa dei poveri».

In Italia la Chiesa cattolica è finanziata, direttamente o indirettamente, anche dallo Stato. Non sarebbe più evangelico che siano solo i fedeli a provvedere al suo mantenimento?

L’auspicio che sia la comunità dei fedeli ad occuparsi del mantenimento della propria Chiesa è all’origine del problema. In realtà la comunità l’aveva fatto, ma durante il Risorgimento lo Stato le aveva sottratto quanto la comunità aveva costruito, impegnandosi in cambio a mantenere i vescovi, i canonici e i parroci con una cifra adeguata, la «congrua». E così, nella decisione dello Stato di destinare l’otto per mille del suo bilancio a finalità sociali, con il Concordato del 1984 si è data anche la possibilità ai cittadini di indicare che esso possa venir destinato anche alle Chiese e alle loro attività.

A proposito di otto per mille e del suo meccanismo di redistribuzione: non sarebbe opportuno che la Chiesa – e anche le altre Confessioni – rinunci alle quote non espresse? In questo modo verrebbero percepite solo le donazioni di coloro i quali vogliono effettivamente e volontariamente offrirle, e non più quelle dei tanti cittadini che, spesso per non conoscenza del sistema, non operano nessuna scelta.

L’attuale meccanismo di redistribuzione, per cui le donazioni di chi non ha espresso la destinazione vengono divise secondo le indicazioni di chi le ha espresse, crea problemi. È vero che viene da pensare ad un’astuzia clericale di chi ha contrattato il Concordato, posto che la rinuncia a questa quota comporterebbe che le destinazioni non espresse confluiscano nella quota dello Stato. Viene da chiedersi se anche questo sarebbe logico, data la scarsa fiducia che i cittadini hanno nel senso “sociale” dei responsabili dello Stato, considerato che anche chi esprime la destinazione solo in minima parte indica lo Stato, forse perché consapevole che le destinazioni “sociali” dello Stato hanno in passato compreso persino gli armamenti e le guerre! Credo che invece proprio da parte dello Stato, ed anche della Chiesa, andrebbe fatta una campagna di informazione perché cresca il numero dei cittadini che indicano consapevolmente la destinazione.

Si dice che i finanziamenti pubblici o le esenzioni fiscali sono una sorta di risarcimento per la funzione sociale che le strutture ecclesiastiche svolgono. Ma il ruolo della Chiesa è quello di collaborare ad un regime di sussidiarietà oppure di impegnarsi perché venga costruito uno Stato sociale pubblico ed universalistico?

Nella misura in cui la Chiesa svolge il suo compito di assistenza senza chiusure confessionali in realtà sollecita e prepara lo Stato sociale, come ha fatto con le scuole pubbliche, gli ospedali pubblici, l’assistenza ai tossicodipendenti. L’impegno per la Chiesa dovrebbe essere, accanto ad un’assistenza aperta a tutti, proprio la disponibilità a trasferire via via le sue iniziative alla dimensione civile.

Senza entrare nei dettagli normativi dell’esenzione Ici – dove esiste sicuramente un margine di ambiguità che consente diverse elusioni –, non ritiene comunque che l’uso commerciale di alcuni immobili di proprietà ecclesiastici sia molto lontano dal Vangelo?

Da una parte, la Chiesa dovrebbe essere sempre molto trasparente nell’evitare le “furberie” di chi trasforma realtà assistenziali in realtà commerciali. Dall’altra parte ,dovrebbe fare il possibile perché la responsabilità di questi enti commerciali sia affidata a laici competenti e fidati. Meno ecclesiastici si trovano a trattare di soldi e meglio sarebbe per l’immagine, ma anche per la realtà della Chiesa.

I cappellani militari inquadrati nelle Forze armate con i gradi, al di là della contraddizione del prete-soldato, vengono anche retribuiti come ufficiali. Perché non rilanciare la storica proposta di Pax Christi che propone da anni la smilitarizzazione dei cappellani, affidando il servizio pastorale alle parrocchie nel cui territorio ricade la caserma (e lo stesso potrebbe valere per ospedali e carceri)? Sarebbe fedeltà al Vangelo della pace e anche, in tempi di crisi e di tagli, un risparmio non irrilevante per lo Stato.

La proposta di Pax Christi si rifà ad altre esperienze che vedono i cappellani dei militari non inseriti nell’esercito, come in Francia e negli Stati Uniti. Pare che la «smilitarizzazione» fosse la condizione posta da mons. Aldo Delmonte, poi vescovo di Novara, già cappellano militare in Russia, prigioniero e ferito, quando gli fu proposto di divenire ordinario militare: «Accetto, ma senza gradi». E non divenne generale, come succede oggi. L’assegnazione esclusiva ai parroci potrebbe non risultare funzionale, dato un tipo di pastorale non sempre facile da realizzare. Però il vescovo potrebbe designare i sacerdoti più adatti, come già per le carceri e gli ospedali, ricompensati, come tutti i sacerdoti, con i proventi dell’otto per mille.

Che ne è del sogno del Concilio di una Chiesa povera e dei poveri?

Già al Concilio era emerso l’impegno, introdotto da un’affermazione di papa Giovanni XXIII, per una Chiesa che non sia – come è sempre stata – «per i poveri», ma che sia «dei poveri», in cui tutti cioè, anche i poveri, si sentano protagonisti. Quello che non è riuscito a fare il Concilio, guidato dalle Chiese ricche dell’Occidente, l’ha fatto la Chiesa dell’America Latina a Medellin, nel 1968, con «l’opzione preferenziale per i poveri» e chiedendo di vedere sempre i problemi e le loro soluzioni con l’occhio dei poveri. Credo che questo sia il grande problema della Chiesa, che si è umanamente adattata ai compromessi umani, anche nelle stesse istituzioni nate per testimoniare lo spirito di povertà. Le grandi strutture di potere, inevitabili per la guida di tanta parte di umanità, dovrebbero saper ascoltare le sollecitazioni che lo Spirito non fa mancare, attraverso la voce di testimoni qualificati o attraverso le vicende della storia. E se normalmente cerchiamo di custodire il passato, penso che, soprattutto in questo campo e in questo tempo, dovremmo compiere gesti concreti e significativi di distacco dai beni materiali e di testimonianza dello spirito di povertà vissuto e richiesto da Gesù per chi vuol essere suo discepolo.

Irlanda, sui preti pedofili il Vaticano si assolve

4 settembre 2011

“il manifesto”
4 settembre 2011

Luca Kocci

Sui casi di pedofilia avvenuti in Irlanda il Vaticano ammette le responsabilità dei sacerdoti che hanno commesso gli abusi e del vescovo che li ha coperti, ma respinge le accuse di Dublino alla Santa Sede di aver ostacolato le indagini. Quindi, secondo una prassi consolidata Oltretevere, i singoli “figli della Chiesa” sono colpevoli, ma l’istituzione è innocente e senza peccato e, come tale, non si processa.

Il caso esplode a luglio, quando viene reso noto il Rapporto della Commissione d’inchiesta del governo irlandese sulle accuse di violenze a minori da parte del clero della diocesi di Cloyne (Cloyne Report): 19 preti, fra il 1996 e il 2009, hanno abusato di 40 bambini e il vescovo John Magee – ex-segretario di Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II – ha insabbiato lo scandalo e non ha mai denunciato alle autorità civili i suoi preti pedofili. Il premier irlandese Enda Kenny accusa la Santa Sede di aver nascosto la vicenda e tentato «di bloccare l’inchiesta», il Vaticano richiama a Roma il nunzio apostolico per «consultazioni».

Ieri, dopo oltre un mese, arriva la risposta. La Santa Sede riafferma «il proprio orrore verso i crimini di abuso sessuale che sono avvenuti in quella diocesi – si legge nella nota inviata al governo irlandese –, è profondamente addolorata e si vergogna per le terribili sofferenze che le vittime e le loro famiglie hanno dovuto sopportare». Inoltre, prosegue, riscontra «gravi ed inquietanti errori nel modo di affrontare le accuse di abuso sessuale di bambini e minori da parte di sacerdoti» e «gravi mancanze nel governo della diocesi di Cloyne».

Fin qui le ammissioni. Dopo di che l’autodifesa: in nessun modo la Santa Sede «ha ostacolato o tentato d’interferire in alcuna delle indagini» né «di intralciare le autorità civili». Ostacolare forse no, ma aiutare nemmeno, come peraltro si precisa nella stessa nota: la Congregazione vaticana per il clero «non ha proibito ai vescovi irlandesi di denunciare alle autorità civili le accuse di abuso sessuale sui minori», tuttavia «ha espresso riserve circa l’obbligo di denuncia», come invece chiedevano i vescovi irlandesi.

Del resto i documenti papali parlano chiaro: nel 2001, quando Ratzinger era prefetto della Congregazione per la Dottrina delle fede (l’ex Sant’Uffizio), ribadì che per i casi di abuso sessuale contro i minori vale il «segreto pontificio» e sono di competenza del Vaticano.