«Noi la crisi non la paghiamo». Esenzioni, agevolazioni, finnziamenti. Tutti i numeri della “casta” Chiesa

“Adista”
n. 62, 10 settembre 2011

Luca Kocci

C’è la crisi economica e il cattivo stato di salute dei conti pubblici, la manovra “lacrime e sangue” – versati sempre dai soliti noti – del governo e le polemiche sui «costi della politica» e sulla casta. Poi è arrivato il card. Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, che piuttosto incautamente, lo scorso 19 agosto, ha attaccatto evasori fiscali, «benefici eccessivi e privilegi» incoraggiando a «rivedere gli stili di vita» all’insegna della sobrietà, senza però fare alcun riferimento alla Chiesa. E immediatamente nel dibattito pubblico si è aperto un altro fronte, che pareva dimenticato: i privilegi economici concessi dallo Stato alle strutture ecclesiastiche.

Una polemica non nuova: per anni è stata una battaglia delle associazioni laiche, ma anche dei cattolici del dissenso, delle comunità di base e del movimento Noi Siamo Chiesa che chiedono l’abolizione del Concordato, di Pax Christi che vuole la smilitarizzazione del cappellani militari (v. Adista nn. 81/95, 67/97, 81/00, 49/06 e 81/06) – anche perché non siano retribuiti dallo Stato come ufficiali –, nel 1989 è nato il movimento Carta 89 (fondato da laici, cattolici e valdesi) contro l’otto per mille che sarebbe stato versato dall’anno successivo (v. Adista nn. 33, 41 e 88/90; 6, 25, 34 e 60/91; 49/92). Ma in tempi di crisi e di movimenti anticasta, provocata anche dalle esternazioni di Bagnasco, è esplosa sui giornali e in internet, con il gruppo su Facebook «Vaticano pagaci tu la manovra finanziaria» che in pochi giorni ha raccolto 140mila iscritti arrabbiati contro «i privilegi del Vaticano».

Una polemica così feroce che Avvenire, il quotidiano della Cei, si è visto costretto a rintuzzare colpo su colpo, con commenti al vetriolo e pagine intere dedicate a smontare le «bufale dei laicisti e dei radicali» – e qualcuna in effetti ne è stata detta, soprattutto in ordine alle cifre che talvolta lievitavano oltremisura – e a portare esempi virtuosi di conventi e parrocchie che versano l’Ici e pagano le bollette. Arrivando anche ad individuare – lo ha fatto il direttore del giornale, Marco Tarquinio, in un editoriale del 27 agosto – chi avrebbe dato «l’ordine d’attacco» alla «campagna anti-Chiesa» poche ore dopo il primo intervento di Bagnasco: l’avvocato Gustavo Raffi, «il gran maestro del Goi (Grande oriente d’Italia, ndr), ovvero “la più antica e numerosa comunione della massoneria italiana”». Non siamo al «complotto giudeo-pluto-massonico», ma poco ci manca.

Al di là delle urla, delle aggressioni e delle dietrologie, vogliamo tentare di documentare, attenendoci a fatti, norme e numeri, i reali rapporti economici fra Stato e Chiesa in Italia, elencando contributi pubblici, esenzioni fiscali e privilegi economici di cui godono le strutture ecclesiastiche.

Otto per mille

Il capitolo più sostanzioso è rappresentato dall’otto per mille, la quota di imposte di cui lo Stato si priva e che, apparentemente in base alla volontà dei cittadini, indirizza alla Chiesa cattolica e alle altre confessioni religiose che hanno firmato un’Intesa: da dieci anni a questa parte si tratta di circa 1 miliardo di euro l’anno, nel 2011 la cifra ha raggiunto il record di 1.118 milioni, in gran parte utilizzata per il funzionamento della struttura ecclesiastica: 467 milioni per «esigenze di culto e pastorale», 361 milioni per il «sostentamento del clero», 235 milioni per «interventi caritativi», 55 milioni accantonati «a futura destinazione» (v. Adista n. 46/11).

Il punto controverso è il sistema di ripartizione, perché a firmare per destinare allo Stato o ad una confessione religiosa l’otto per mille delle proprie tasse è appena il 44% dei contribuenti, e solo il 35% sceglie la Chiesa cattolica. Ma il meccanismo – messo a punto anche da Giulio Tremonti, ben prima di diventare ministro (v. Adista n. 53/11) – prevede che le quote non espresse (quelle cioè di coloro che non fanno nessuna scelta) non restino all’erario ma vengano ripartite fra lo Stato e le confessioni religiose, in base alle firme ottenute. Allora più che un’equa divisione in base alla reale volontà dei cittadini si tratta di una sorta di “sondaggio di opinione”, e in questo modo la Chiesa cattolica con il 35% dei consensi si accaparra l’85% dei soldi. «La Cei rinunci alla ripartizione delle quote non espresse in sede di dichiarazione di redditi», chiedono le Comunità di base italiane. «Questo gesto restituirebbe anche dignità a quei contribuenti che esercitano il sacrosanto diritto di non scegliere per non compromettersi in un sistema che sancisce il privilegio delle istituzioni religiose, imposto dal nuovo Concordato craxiano con la Santa Sede, ad essere finanziate dallo Stato».

A questa cifra, poi, andrebbe aggiunta anche un’altra voce: quella dell’otto per mille che i contribuenti hanno scelto di dare allo Stato ma che, uscendo dalla finestra, finisce nelle casse della Chiesa. Nel 2010 – ultimo dato comunicato dalla Presidenza del Consiglio – dei 144 milioni destinati dai cittadini allo Stato, oltre 53 sono stati assegnati dalla presidenza del Consiglio ad enti ecclesiastici (diocesi, chiese e parrocchie, comunità monastiche e religiose, confraternite, congregazioni ed ordini) come contributo per il restauro di immobili religiosi considerati «beni culturali», nonostante nella ripartizione dell’otto per mille alla Chiesa cattolica sia già presente la voce «tutela beni culturali ecclesiastici» a cui, sia nel 2010 che nel 2011, sono stati riservati 65 milioni.

Cappellani ospedalieri, carcerari e militari

I cappellani degli ospedali, delle carceri e dei militari svolgono un servizio di assistenza religiosa, ma sono pagati dalle dallo Stato o dalle Regioni. Eppure, sostengono anche diversi gruppi cattolici, a cominciare da Pax Christi, all’assistenza spirituale di malati, detenuti e militari potrebbero provvedere, gratuitamente, le parrocchie nel cui territorio si trovano ospedali, prigioni e caserme.

I più numerosi sono quelli degli ospedali, circa 750 divisi in 700 cappellanie sanitarie. A retribuirli ci pensano le Regioni o le Asl, che stipulano apposite convenzioni con le Conferenze episcopali regionali in base al numero dei posti letto (in media c’è un cappellano ospedaliero ogni 300 ricoverati, ma il numero varia territorialmente). Il costo annuale si aggira intorno ai 50 milioni di euro.

Nelle carceri operano invece circa 240 cappellani, per una spesa da parte del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia di 15 milioni di euro l’anno.

I cappellani miltari oggi in servizio sono 184, tutti inquadrati con i gradi, e gli stipendi, degli ufficiali. L’ordinario militare, cioè il vescovo a capo della diocesi castrense – attualmente è mons. Vincenzo Pelvi –, ha le stellette e la retribuzione di un generale di corpo d’armata. L’onere finanziario è di circa 10 milioni di euro l’anno (nel 2005, ultimo dato reso noto, costarono quasi 11 milioni di euro ed erano complessivamente 190). Una cifra che non comprende le pensioni degli ex cappellani, piuttosto elevate trattandosi di ufficiali a tutti gli effetti: la più alta, quella dell’ordinario-generale di corpo di armata – come il card. Bagnasco, ordinario militare prima di essere nominato presidente della Cei, e come Giuseppe Mani (arcivescovo di Cagliari), Giovanni Marra (amministratore apostolico della diocesi di Orvieto-Todi) e Gaetano Bonicelli (arcivescovo emerito di Siena rispettivamente arcivescovo di Cagliari, amministratore apostolico della diocesi di Orvieto-Todi) si aggira, a seconda degli anni di servizio, fino a 4mila euro al mese) intorno ai 4mila euro al mese. Invano, nel 2007, il senatore dei Verdi Gianpaolo Silvestri, riprendendo la storica battaglia di Pax Christi, presentò un disegno di legge per la «smilitarizzazione» dei cappellani militari, ma immediata fu la reazione di Avvenire, con un duro editoriale di Marco Tarquinio, allora vicedirettore del quotidiano della Cei: quella dei cappellani in divisa è una «irrinunciabile presenza» (v. Adista nn. 43 e 57/07).

Contributi pubblici per scuola, editoria ed oratori

Da molti anni, e in particolare da quando l’allora ministro della Pubblica istruzione Luigi Berlinguer istituì le «scuola paritarie», la scuola privata gestita dagli ordini e dalle congregazioni religiose viene finanziata dallo Stato. Nel 2011, la cosiddetta legge di stabilità di Tremonti, ha assegnato alle scuole private 245 milioni di euro, mentre la scuola statale si è vista togliere 8 miliardi in tre anni. Bisognerebbe poi aggiungere i vari finanziamenti delle Regioni, per lo più sotto forma di «buono scuola» alle famiglie che iscrivono i figli nelle scuole provate. Uno dei più sostanzioni e quello della Regione Lombardia del ciellino Roberto Formigoni, che lo scorso anno ammontava a quasi 45 milioni di euro (v. Adista n. 3/10)

All’editoria cattolica, invece, nel 2010 sono stati erogati contributi statali diretti per 15 milioni di euro, quasi la metà incamerata da Avvenire, il quotidiano della Cei, che ha incassato 5milioni e 871mila euro. Un altro quotidiano cattolico, Il Cittadino, controllato dalla diocesi di Lodi, ha goduto di un finanziamento pubblico di 2 milioni e 530mila euro. Ai settimanali diocesani – i periodici ufficiali delle diocesi italiane – sono andati quasi 4 milioni di euro. Il resto, poco meno di 3 milioni di euro, è finito alle riviste edite da congregazione religiose, santuari, associazioni, movimenti e gruppi ecclesiali di varia natura (anche Adista, in quanto agenzia indipendente edita da una cooperativa editoriale, usufruisce di un contributo pubblico, che nel 2010 è stato di 122.100 euro).

A godere di contributi pubblici sono anche molte parrocchie, oratori e scuole materne comunali. I finanziamenti vengono erogati dagli Enti locali, a tutti i livelli, quindi è impossibile riuscire a ricavare la somma complessiva. Solo per fare alcuni esempi: in Veneto, Regione, Provincia e Comune di Padova hanno elargito ad istituzioni ecclesiastiche e religiose 13 milioni di euro tra il 2009 e il 2010 (v. Adista n. 32/11); a Verona circa 1 milione (v. Adista n. 19/10).

Esenzioni: Ici, Ires, canone tv e acqua

Non pagano l’Ici gli immobili di proprietà ecclesiastica (ma anche di altri enti catalogati come «senza fini di lucro») destinati «allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive» purché «non abbiano esclusivamente natura commerciale». L’esenzione venne introdotta da Berlusconi e Tremonti nel 2005 e fu sostanzialmente confermata da Prodi e Bersani nel 2007 con l’aggiunta dell’avverbio «non esclusivamente» (v. Adista nn. 61, 69/05 e 81/07); sembrava che potesse scomparire quando sarebbe stata introdotta l’Imu (Imposta unica municipale), la nuova imposta “federalista” voluta da Tremonti nel 2010 ma, in seguito alle vibranti proteste della Cei, venne subito ripristinata (v. Adista n. 81/10). Le mancate entrate per i sindaci dovute all’esenzione Ici ammonterebbero ad una cifra fra i 400 e i 700 milioni di euro annui, come calcola l’Associazione nazionale dei Comuni italiani. La norma lascia spazio ad una «casistica di confine», ammette eufemisticamente Bersani – inventore del «non esclusivamente» –, per cui i Radicali, lo scorso 25 agosto, hanno annunciato la presentazione di un emendamento in grado di eliminare ogni ambiguità, salvando le Caritas ma facendo pagare l’Ici ai conventi trasformati in alberghi: «L’esercizio a qualsiasi titolo di un’attività commerciale, anche nel caso in cui abbia carattere accessorio rispetto alle finalità istituzionali dei soggetti e non sia rivolta ai fini di lucro – recita il testo –, comporta la decadenza immediata dal beneficio dell’esenzione dell’imposta».

Per gli enti ecclesiastici (e per altri enti assistenziali) c’è anche l’esenzione dal pagamento del 50% dell’Ires (Iimposta sui redditi delle persone giuridiche), con un risparmio fra i 500 e i 900 milioni di euro. Ed è dimezzato anche il canone Rai: gli apparecchi televisivi degli istituti religiosi (e delle associazioni) pagano 198 euro e 11 centesimi l’anno, mentre cliniche, uffici, negozi, alberghi, pensioni, affittacamere e campeggi a 1 o 2 stelle pagano 396 euro e 18 centesimi (gli alberghi a 5 stelle 6.600 euro).

Ci sono poi una serie di esenzioni “romane” che riguardano esclusivamente il Vaticano. Il pass per le zone a traffico limitato del centro storico alle automobili del Vaticano costa 55 euro l’anno, ai cittadini romani 550 euro. Poi l’acqua: nel 1999 lo Stato Città del Vaticano aveva importi arretrati nei confronti dell’Acea (la municipalizzata dell’acqua) per 44 miliardi di lire, ne nacque un contenzioso ma a saldare i conti fu il ministero dell’Economia, con la garanzia che il Vaticano avrebbe cominciato a pagare almeno il servizio di smaltimento delle acque di scarico (2 milioni di euro l’anno); ma il Vaticano non pagò nemmeno quella parte del suo debito e così un emendamento alla legge finanziaria 2004 provvide allo stanziamento di «25 milioni di euro per l’anno 2004 e di 4 milioni di euro a decorrere dall’anno 2005» per dotare il Vaticano di un sistema di acque proprio (v. Adista n. 83/03 e 53/11). Infine sono ovviamente esenti da tasse tutti gli immobili e le attività commerciali e turistiche che hanno sede legale nei palazzi vaticani che godono del regime di extraterritorialità, e quindi appartengono formalmente ad uno Stato estero, anche se si trovano nel cuore di Roma.

«Il mio regno non è di questo mondo», diceva Gesù di Nazareth a Pilato che lo interrogava prima della condanna a morte. Tuttavia i contributi statali, le esenzioni fiscali e i privilegi economici di cui gode la Chiesa cattolica in Italia sono interamente mondani, contrariamente a quanto sosteneva il fondatore del cristianesimo.

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