Archive for ottobre 2011

Giovanni XXIII patrono dell’esercito

30 ottobre 2011

“il manifesto”
30 ottobre 2011

Luca Kocci

La guerra? Roba da matti (alienum a ratione), scriveva Giovanni XXIII nella Pacem in Terris, l’enciclica del 1963 che condannò la guerra e ne denunciò l’irragionevolezza, tanto più nell’era atomica. Oggi, a 50 anni di distanza, Giovanni XXIII – beatificato nel 2000 insieme a Pio IX, un accoppiamento “innaturale” e denso di polemiche – potrebbe diventare il santo patrono dell’esercito. Perlomeno così vorrebbero l’arcivescovo ordinario militare Vincenzo Pelvi, i vertici delle Forze armate e il ministro della Difesa Ignazio La Russa, nel cui sito internet si annuncia trionfalmente: «Giovanni XXIII patrono dell’esercito». L’intento, se andrà in porto, è chiaro: legittimare ulteriormente, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, guerre umanitarie e bombe intelligenti, perché con papa Giovanni patrono dell’esercito, ogni missione militare sarà missione di pace, assai più di oggi. Del resto lo ha ribadito anche Benedetto XVI, lo scorso fine settimana, al convegno degli Ordinariati militari di tutto il mondo: è possibile «essere militari per amore», ha detto papa Ratzinger, ricordando il «soldato impegnato a disinnescare mine» e il militare che, «nell’ambito delle missioni di pace, pattuglia città e territori affinché i fratelli non si uccidano fra di loro». E se è lui ad uccidere, pazienza.

«Il nostro esercito ha bisogno di calore umano, di affetto reciproco, di costruttivo dialogo, di quello spirito di pace che unisce», come sosteneva anche il «magistero pontificio di Giovanni XXIII», ha detto nell’omelia della messa celebrata nella basilica romana di Santa Maria in Aracoeli per «promuovere la devozione del beato Giovanni XXIII quale santo patrono dell’esercito» mons. Pelvi, che è arcivescovo castrense e, insieme, generale di corpo d’armata – il grado che spetta agli ordinari militari –, con uno stipendio di 9mila euro al mese, secondo i calcoli dell’agenzia Adista. «Basti ricordare le centinaia di ragazzi che vedeva morire nelle retrovie dove era cappellano» e «il rumore della rivoluzione staliniana ben udibile dalla Bulgaria (dove era visitatore apostolico, n.d.r.) del primo decennio dopo la morte di Lenin», ha detto ancora Pelvi durante la celebrazione a cui hanno partecipato le massime autorità militari, tra le quali il capo di Stato maggiore dell’esercito, Giuseppe Valotto.

Il giovane Roncalli, in effetti, il servizio militare l’ha svolto, ma ben lontano dalle retrovie del fronte: fra il 1901 e il 1902, a Bergamo, al posto del fratello maggiore, la cui presenza era necessaria in famiglia per il lavoro nei campi; e poi nel 1915-1918, durante la I guerra mondiale, come cappellano nell’ospedale di Bergamo. E, nonostante il clima nazionalista a cui peraltro non sfuggì nemmeno il futuro papa Giovanni, non sembra conservarne un ricordo piacevole: «Tornato a casa – scrive nel suo diario – ho voluto staccare dai miei abiti e da me stesso tutti i segni del servizio militare», che definisce una «schiavitù».

Primo: non negoziare. Il comandamento delle gerarchie alla politica

27 ottobre 2011

“Adista”
n. 78, 29 ottonre 2011

Luca Kocci

Da qualsiasi punto si parta e ovunque si voglia arrivare, c’è un passaggio obbligato: i «valori non negoziabili» di vita, famiglia e scuola cattolica, snodo inevitabile per qualsiasi iniziativa politica che voglia conquistarsi il placet delle gerarchie ecclesiastiche.

Ne hanno parlato a Norcia il 15-16 ottobre i cattolici del Pdl, in una due giorni promossa da Magna Carta, la fondazione di Gaetano Quagliariello – in cui è intervenuto anche il vescovo di Terni Vincenzo Paglia, consigliere spirituale della Comunità di sant’Egidio –, con il ministro Maurizio Sacconi che li ha definiti «il pavimento» sul quale «costruire le nuove politiche sociali» e il «vero discrimine tra le forze politiche». Sono stati al centro dell’intervento del card. Bagnasco al seminario di Todi del 17 ottobre (v. notizia precedente). E ne ha discusso anche il segretario del Partito democratico Pierluigi Bersani con mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione ed ex “cappellano” di Montecitorio, in un incontro sul tema “Vangelo e laicità”, organizzato a Roma il 20 ottobre dalla congregazione dei Figli dell’Immacolata concezione.

È necessario un «impegno concreto e testardo da parte dei cattolici per la difesa di questi principi, perché vanno oltre la nostra volontà ma sono l’immagine stessa di Dio impressa in ogni uomo», ha detto Fisichella. «Non farlo sarebbe ignavia, ma anche un affronto per la democrazia», e comunque «ogni tentativo di limitarli o cambiarne la gerarchia non sarebbe privo di conseguenze per il corretto impegno dei cattolici in politica». Quasi il preannuncio di future scomuniche per chi volesse girarsi dall’altra parte, e in ogni caso paletti invalicabili attorno ai quali Bersani, che si presenta come «segretario di un partito di credenti e non credenti», tenta di replicare. «Il relativismo assoluto è una bomba per la convivenza civile, non tocca alla politica far negozio dei valori né della gerarchia dei valori», ma la politica «ha il dovere di negoziare la convivenza e il bene comune, tenendo conto che quella dei temi etici è una frontiera mobile» e che «il copyright non appartiene né alla fede né alla Chiesa». Si tratta allora di incontrarsi su un terreno di discussione e trovare una soluzione, come invece non è stato fatto in occasione della discussione della legge sul testamento biologico, ha proseguito il segretario del Pd, perché «in un Paese giá lacerato e diviso, il bipolarismo etico, oltre a essere una iattura, sarebbe una caricatura».

«Interloquire con il mondo cattolico» e «cercare forme nuove di collaborazione con la Chiesa» è stato anche l’invito, in una lettera aperta pubblicata su Avvenire (16/10), rivolto a Bersani e al Pd da quattro intellettuali di formazione marxista – Mario Tronti, Giuseppe Vacca, Pietro Barcellona e Paolo Sorbi (che però è un marxista pentito e convertito sulla via del Movimento per la vita) –, convinti che il concetto dei valori non negoziabili «non nega l’autonomia della mediazione politica». Buona intenzione, che però sembra scontrarsi con una visione opposta delle gerarchie: «Su molte questioni si deve procedere attraverso mediazioni e buoni compromessi, ma ci sono valori che, per il contenuto loro proprio, difficilmente sopportano mediazioni», ha ribadito Bagnasco a Todi, con buona pace di Tronti e Vacca.

Tutti uniti, ma per fare cosa? Gli interrogativi del dopo Todi

27 ottobre 2011

“Adista”
n. 79, 29 ottobre 2011

Luca Kocci

Non è chiaro quale forma assumerà il rinnovato impegno politico organizzato dei cattolici di cui si parla con insistenza dall’inizio dell’estate (v. Adista nn. 51, 57, 60, 65, 70, 71 e 76/11), in ogni caso ci vorrà ancora parecchio tempo per capirlo. Da Todi, infatti – dove lo scorso 17 ottobre, nel convento di Montesanto, si è svolto il seminario “La Buona politica per il Bene comune”, promosso dalle 7 associazioni del Forum delle persone e delle associazioni cattoliche nel mondo del lavoro (Acli, Cisl, Coldiretti, Compagnia delle Opere, Confartigianato, Confcooperative e Movimento Cristiano Lavoratori), a cui hanno partecipato diversi esponenti di peso del mondo cattolico, provenienti dall’università (fra cui i fedelissimi di Ruini, Lorenzo Ornaghi e Vittorio Parsi, della Cattolica di Milano), dell’associazionismo (Azione Cattolica, Comunione e Liberazione, Focolarini, Rinnovamento nello Spirito e altri) e della finanza (come l’ad di Intesa San Paolo, Corrado Passera) –, tutti si sono trovati concordi sul fatto che «le elezioni anticipate sarebbero la soluzione peggiore» perché, in tal caso, non ci sarebbe il tempo per mettere a punto il “soggetto cattolico” di cui, in maniera piuttosto caotica, oscillando fra lobby bianca e partito dei cattolici, si parla da mesi.

Il governo di Silvio Berlusconi è stato nuovamente bocciato: lo ha fatto il segretario della Cisl Raffaele Bonanni nelle conclusioni dell’incontro («Ci vuole un governo più forte, questo non va bene, non è adeguato per il bene del Paese») e il quotidiano della Cei Avvenire che, l’indomani, ha titolato a tutta pagina: «Serve un governo nuovo e più forte». Tanto che Berlusconi si è dovuto affrettare prendere le distanze: «Secondo certi giornali, il card. Bagnasco avrebbe presieduto un convegno destinato a dare una spallata al governo e impostare una politica in senso neodemocristiano e terzopolista. È il contrario della verità. Il convegno è stato introdotto da uno splendido discorso del capo dei vescovi italiani in cui era esplicitamente e reiteratamente affermato che qualunque impegno dei cattolici deve fondarsi sui principi e sui valori in cui essi credono, a partire dai diritti non negoziabili della persona predicati con forza e intelligenza dalla dottrina della Chiesa», ha dichiarato il premier in una nota.

Ma se a Todi non è stato bocciato il centro-destra, anche per l’ossessiva insistenza sui «valori non negoziabili», soprattutto non è risultato chiaro cosa si intenda fare nel prossimo futuro, anche perché le opinioni sono diverse: Carlo Costalli (Mcl) e Luigi Marino (Confcooperative) – sostenuti anche da Ornaghi e Passera – sembrano spingere per il partito, Acli e Compagnia delle Opere invece frenano. Meglio quindi aspettare e vedere cosa succederà. Anche perché è stato lo stesso presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, a cui era stata affidata la relazione di apertura, a fare marcia-indietro rispetto alla Prolusione al Consiglio permanente della Cei di fine settembre: in quell’occasione – quando aveva anche “scaricato” Berlusconi, i cui comportamenti «ammorbano l’aria» – aveva parlato un «soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica, promettente grembo di futuro», a Todi invece ha detto che «la comunità cristiana deve animare i settori prepolitici nei quali maturano mentalità e si affinano competenze, dove si fa cultura sociale e politica».

Dopodiché, nel suo ampio intervento, Bagnasco ha parlato quasi esclusivamente dei «valori non negoziabili», come unica “stella polare” del nuovo soggetto. Un modo, nemmeno troppo mascherato, per piantare rigidi paletti non solo a sinistra, ma anche nei confronti del mondo cattolico-democratico. «La sensibilità generale è puntata in modo speciale sull’uomo nello sviluppo della sua vita terrena, e quindi sulle vie migliori per assicurare giustizia sociale, lavoro, casa e salute, rete accogliente e solidale, pace», ha detto Bagnasco. «Ma la giusta preoccupazione verso questi temi non deve far perdere di vista la posta in gioco», ovvero «le sorgenti stesse dell’uomo: l’inizio e la fine della vita umana, il suo grembo naturale che è l’uomo e la donna nel matrimonio, la libertà religiosa ed educativa che è condizione indispensabile per porsi davanti al tempo e al destino. Proprio perché sono “sorgenti” dell’uomo, questi principi sono chiamati “non negoziabili”». «Senza un reale rispetto di questi valori primi, che costituiscono l’etica della vita, è illusorio pensare ad un’etica sociale che vorrebbe promuovere l’uomo ma in realtà lo abbandona nei momenti di maggiore fragilità», «per questa ragione – ha concluso il presidente della Cei – non sono oggetto di negoziazione».

Partito o lobby che sarà, è chiaro che il programma – dettato direttamente dalla presidenza della Cei – è questo, come conferma anche il portavoce del Forum, Natale Forlani: «Questi principi irrinunciabili stanno alla base di ogni necessaria politica sociale. Che poi disegna il futuro, in maniera però piuttosto fumosa: «Non vogliamo fare un partito, non siamo costruttori di partiti. Dobbiamo interagire con un processo politico composto da diverse fasi: la condivisione dei valori e la formazione dei programmi, l’espressione della rappresentanza politica, la presenza nelle istituzioni, la governabilità. E per influenzare l’insieme del processo politico è necessario organizzarci». Anche L’Osservatore Romano apprezza: a Todi è iniziato «un cammino verso una nuova stagione unitaria dell’impegno dei cattolici in politica», scrive il quotidiano vaticano (19/10), «per evitare che i cattolici possano ritrovarsi in una condizione di irrilevanza».

Ma non tutti, fra i cattolici impegnati in politica, ci stanno ad essere inglobati. «Dall’ampia informazione data in questi giorni sull’incontro di Todi si  potrebbe dedurre che, nel convento di Montesanto, si sia raccolto, in una ritrovata unità, l’intero mondo cattolico», puntualizza Lino Prenna, coordinatore nazionale dei cattolici democratici di Agire politicamente. «In realtà, l’invito della Cei è stato rivolto ad una parte dell’associazionismo cattolico, prevalentemente di natura ecclesiale. Come sappiamo bene, quello che chiamiamo, con riduttiva semplificazione, “mondo cattolico”, ha un volto plurale: c’è, infatti, un “altro” cattolicesimo politico, non necessariamente minoritario, che non si riconosce nel percorso aggregativo avviato dalla Cei sin dal maggio scorso, e che continuiamo a denominare “cattolicesimo democratico” per distinguerlo, con la stessa terminologia usata da don Sturzo, dal cattolicesimo “conservatore”, clerico-moderato. Prendiamo atto che dall’incontro di Todi sia venuta, quale esito condiviso, l’intimazione di sfratto al presidente del Consiglio: è una buona notizia, anche se tardiva, soprattutto da parte di quelle associazioni e della linea stessa ufficiale della Chiesa cattolica italiana che, in questa lunga, sciagurata stagione berlusconiana, hanno sostenuto e favorito l’ascesa del cavaliere di Arcore».

«Un’Autorità mondiale per regolare i mercati»

25 ottobre 2011

“il manifesto”
25 ottobre 2011

Luca Kocci

Il «liberismo economico senza regole e senza controlli»: è questa la causa principale della crisi economica che ha investito il mondo e di cui i più deboli – sia Stati che persone – stanno pagando le conseguenze più pesanti. La soluzione: la creazione di «un’autorità pubblica a competenza universale» che abbia che abbia come fine il «bene comune». È l’analisi e la proposta della Santa sede in vista del prossimo G20 del 3-4 novembre a Cannes, dove si parlerà soprattutto di economia e finanza, contenuta nella Nota del Pontificio consiglio della giustizia e della pace Per una riforma del sistema finanziario internazionale nella prospettiva di un’Autorità pubblica a competenza universale presentata ieri in Vaticano.

«Le vecchie ideologie sono tramontate, ma ne sono sorte di nuove, non meno pericolose per lo sviluppo integrale della famiglia umana», che «hanno inciso negativamente sul sistema monetario e finanziario internazionale e globalizzato, provocando diseguaglianze sul piano dello sviluppo economico sostenibile, nonché gravi problemi di giustizia sociale, mettendo a dura prova soprattutto i popoli più deboli», illustra il documento il segretario del Pontificio consiglio giustizia e pace, mons. Mario Toso: ideologie «neoliberiste, neoutilitariste e tecnocratiche che, mentre appiattiscono il bene comune su dimensioni economiche, finanziarie e tecniche assolutizzate, mettono a repentaglio il futuro delle stesse istituzioni democratiche».

Ovviamente in Vaticano non hanno cambiato idea: il marxismo ha fallito – puntualizza la Nota – e i mercati monetari e finanziari non vanno demonizzati, anzi sono un «bene pubblico». Si tratta però di trovare una “terza via” che umanizzi la globalizzazione e il capitalismo: un «umanesimo globale, aperto alla trascendenza», in cui ci sia «il primato dell’essere sull’avere», aggiunge Toso, «un’etica della fraternità e della solidarietà, nonché la subordinazione dell’economia e della finanza alla politica, responsabile del bene comune».

Come tradurre in pratica tutto ciò? Con una «Autorità pubblica mondiale» che favorisca «mercati liberi e stabili, disciplinati da un adeguato quadro giuridico», è la ricetta della Santa Sede. Una struttura super partes da costruire con gradualità, che vada oltre le «fallimentari istituzioni di Bretton Woods», ma anche oltre  il G20 il quale, sebbene sia meglio del G7, precisa Toso, non può «considerarsi rappresentativo di tutti i popoli». Tre le misure che dovrebbe prendere questa «sorta di Banca centrale mondiale», senza però ledere le sovranità e le autonomie decisionali dei singoli Stati: la «tassazione delle transazioni finanziarie, mediante aliquote eque», anche per «contribuire alla costituzione di una riserva mondiale, per sostenere le economie dei Paesi colpiti dalle crisi, nonché il risanamento del loro sistema monetario e finanziario», come peraltro ha proposto anche il gruppo internazionale di economisti capitanato da Joseph Stiglitz, (anche membro della Pontificia accademia delle scienze sociali), ricorda in conferenza stampa Leonardo Becchetti, docente di Economia politica a Tor Vergata, che ha partecipato alla stesura del documento pontificio; la «riforma del sistema monetario internazionale» per dare vita «a qualche forma di controllo monetario globale»; la «ricapitalizzazione delle banche anche con fondi pubblici condizionando il sostegno a comportamenti “virtuosi” e finalizzati a sviluppare l’economia reale»; e la regolamentazione del mercato dei derivati.

 

Pdl e Pd cercano la benedizione, ma i vescovi non negoziano

21 ottobre 2011

“il manifesto”
21 ottobre 2011

Luca Kocci

Tutti in fila, qualcuno anche in ginocchio, dal card. Bagnasco e dai vescovi per chiedere benedizioni, incassare imprimatur, cercare convergenze o comunque avviare dialoghi per cominciare a preparare il terreno per il dopo-Berlusconi.

Hanno cominciato lo scorso fine settimana i cattolici del Pdl, a Norcia, in una due giorni promossa da Magna Carta, la fondazione di Gaetano Quaglieriello, in cui è intervenuto il vescovo di Terni Vincenzo Paglia, vicinissimo alla Comunità di sant’Egidio. Hanno proseguito lunedì, a Todi, le associazioni cattoliche del mondo del lavoro, in un attesissimo seminario aperto dal presidente della Cei. E ieri sera è toccato a Bersani, che ha incontrato mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione ed “ex cappellano” di Montecitorio, in un incontro sul tema Vangelo e laicità.

Al centro di tutte le iniziative, segno di un’agenda dettata dalle gerarchie ecclesiastiche, i «valori non negoziabili» cari ai vescovi, diventati discrimine di ogni iniziativa politica che voglia assicurarsri il placet della Cei: vita, famiglia, scuola cattolica. È necessario un «impegno concreto e testardo da parte dei cattolici per la difesa di questi principi, non farlo sarebbe ignavia ma anche un affronto per la democrazia», ha detto ieri sera Fisichella a Bersani che lo ascoltava e che ha tentato di replicare: «Il relativismo assoluto è una bomba per la convivenza civile», ma la politica «ha il dovere di negoziare la convivenza, ovvero il bene comune, tenendo conto che quella dei temi etici è una frontiera mobile» e che «il copyright non appartiene né alla fede alla Chiesa». Si tratta allora di incontrarsi su un terreno di discussione e trovare una soluzione, ha proseguito il segretario dei Ds, perché «in un Paese giá lacerato e diviso, il bipolarismo etico, oltre a essere una iattura, sarebbe una caricatura».

«Interloquire con il mondo cattolico» e «cercare forme nuove di collaborazione con la Chiesa» è stato anche l’invito, in una lettera aperta pubblicata su Avvenire, rivolto a Bersani e al Pd da quattro intellettuali di formazione marxista – Mario Tronti, Giuseppe Vacca, Pietro Barcellona e Paolo Sorbi –, convinti che il concetto dei valori non negoziabili «non nega l’autonomia della mediazione politica». Eppure Bagnasco sembra pensarla in maniera opposta: questi valori «non sono oggetto di negoziazione», ha detto nel suo intervento al seminario delle associazioni cattoliche a Todi. «Su molte questioni si deve procedere attraverso mediazioni e buoni compromessi, ma ci sono valori che, per il contenuto loro proprio, difficilmente sopportano mediazioni», ha ribadito, con buona pace di Tronti e Vacca.

A Todi molti si aspettavano il battesimo del «soggetto politico» dei cattolici, ma i tempi saranno ancora lunghi e incerti. Lo stesso Bagnasco ha fatto una parziale marcia indietro, limitandosi a dire che «la comunità cristiana deve animare i settori prepolitici». E i promotori dell’iniziativa (Acli, Cisl, Coldiretti, Compagnia delle Opere e altri), pur bocciando il governo Berlusconi – «ci vuole un governo più forte, questo non va bene per il Paese», ha detto Bonanni nelle conclusioni – si sono trovati concordi sul fatto che «le elezioni anticipate sarebbero la soluzione peggiore», anche perché in tal caso, non ci sarebbe il tempo per mettere a punto questo non indentificato “soggetto cattolico”. Che però, lobby bianca o partito che sarà, seguendo la stella polare dei «valori non negoziabili», è abbastanza evidente dove approderà.

Concorso pubblico per dirigenti scolastici: i quiz li preparano anche le università cattoliche

17 ottobre 2011

“Adista”
m. 76, 22 ottobre 2011

Luca Kocci

Dovrebbe essere uno dei concorsi pubblici più importanti: quello per l’assunzione, nelle scuole statali italiane, di 2.386 dirigenti scolastici, ovvero coloro che una volta si chiamavano direttori didattici e presidi, a seconda che guidassero una scuola elementare oppure una media e superiore. Eppure, dopo anni di attesa, in cui fra l’altro moltissime scuole sono rimaste senza dirigente titolare ma sono state affidate in «reggenza» ad un preside che amministrava già un altro istituto, la prova preselettiva del concorso, che si è svolta in tutta Italia lo scorso 12 ottobre, è stata quasi un disastro: lunghe ore di attesa (mediamente 3, ma alcuni casi anche 4 o più) per i 32mila insegnanti aspiranti dirigenti seduti ad un banco prima che arrivassero le domande del quiz; procedure farraginose (ogni candidato aveva accanto a sé un volumone grande come un elenco del telefono con 5.663 domande e un foglio sui cui era indicato il numero della domanda a cui rispondere che andava rintracciata sul tomo: 100 domande in 100 minuti); e soprattutto domande errate, per cui il ministero, pochi giorni prima della prova, è stato costretto a cestinarne ben 975, perché palesemente sbagliate.

Evidentemente ancora scottata per la recente gaffe sul fantomatico tunnel sotterraneo dal Gran Sasso al Cern di Ginevra che i neutrini avrebbero percorso superando la velocità della luce, il ministro Gelmini si è affrettata a dire «non è colpa mia» e ha fatto pubblicare l’elenco degli 89 esperti incaricati dal Ministero di redigere le domande della prova: dirigenti scolastici, ispettori e funzionari del ministero, ricercatori, avvocati e docenti universitari. E le sorprese si annidano proprio fra quest’ultima categoria: su 27 professori universitari, 10 provengono da università private, di cui 9 fra pontificie e cattoliche e 1 privata laica (sebbene con una storia cattolica), la “Suor Orsola Benincasa” di Napoli.

Non era possibile per il ministero dell’Istruzione trovare professori attingendo esclusivamente ad università statali, tanto più che il concorso serve a reclutare i dirigenti scolastici delle scuole pubbliche? Ovviamente sì, ma forse il ministro non ha sufficiente fiducia nei docenti delle università di Stato, dal momento che è andata a pescare gli esperti dalla Lumsa-Libera università Maria Ss. Assunta di Roma, a due passi dal Vaticano (Antonio Augenti, docente di Teorie e metodi di programmazione e valutazione scolastica); dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (Piero Cattaneo, docente di Metodologia della ricerca, della valutazione e della sperimentazione educativa; Pier Cesare Rivoltella, docente di Tecnologie dell’istruzione e dell’apprendimento; Gianfranco Porcelli, docente di Linguistica inglese in Cattolica fino al 2003, ma questo il comunicato del ministero non lo specifica); e soprattutto dall’Università Pontificia Salesiana (il rettore, don Carlo Nanni, docente di Filosofia dell’educazione; don Mario Comoglio, docente di Didattica; don Francesco Casella, docente di Storia della pedagogia e decano della facoltà di Scienze dell’educazione; don Marco Bay, docente di Metodologia della ricerca; Sergio Melogno, docente invitato della Facoltà di Scienze dell’educazione). Chissà se anche questo, dopo i lauti finanziamenti concessi dal governo alla scuola cattolica, è un ennesimo atto di ossequio al cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, che all’Università Pontificia Salesiana insegnò Teologia morale e Diritto per due decenni e di cui fu anche rettore.

Partito cattolico cercasi

16 ottobre 2011

“il manifesto”
16 ottobre 2011

Luca Kocci

Non nascerà domani a Todi il partito dei cattolici benedetto dalla Conferenza episcopale italiana. Ma l’incontro convocato dal Forum delle associazioni cattoliche del mondo del lavoro nel convento di Montesanto sarà un passo importante verso quel «soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica» rilanciato alla fine di settembre dal card. Bagnasco al Consiglio permanente della Cei, quando ha scaricato non il centro-destra ma Berlusconi, i cui comportamenti «ammorbano l’aria».

Il cardinale ha ribadito che «non esiste nessun partito di Bagnasco», ma sarà proprio il presidente della Cei ad aprire i lavori a porte chiuse del seminario di Todi. «I cattolici, sollecitati dagli appelli del papa e dei vescovi, non possono sottrarsi al diritto e al dovere di concorrere attivamente al rinnovamento della politica. Dobbiamo farlo insieme, superando la diaspora che ci ha reso marginali», spiegano i promotori dell’incontro che, insieme ai leader delle 7 associazioni del Forum (Acli, Cisl, Coldiretti, Compagnia delle Opere, Confartigianato, Confcooperative e Movimento cristiano lavoratori), hanno invitato diversi esponenti di peso del mondo cattolico, provenienti dall’università (fra cui i fedelissimi di Ruini Lorenzo Ornaghi e Vittorio Parsi, della Cattolica di Milano), dell’associazionismo (Azione cattolica, Focolarini, Comunione e Liberazione e altri) e della finanza (l’ad di Intesa San Paolo, Corrado Passera), per elaborare «contenuti e percorsi per rilanciare il protagonismo dei cattolici nella politica». E siccome, nonostante la fiducia ottenuta venerdì dal governo, molti prevedono elezioni in primavera, non c’è tempo da perdere.

A tirare le fila del progetto pare destinato Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di sant’Egidio (presente a Todi con le prime linee: il vescovo Vincenzo Paglia e il presidente Marco Impagliazzo): all’indomani della prolusione di Bagnasco aveva lanciato sul Corriere della sera l’idea di un «movimento per i cattolici laici» e in questi giorni, in due interviste ad Avvenire e Famiglia Cristiana, ha ribadito che bisogna «compattare un movimento multiforme», che «Todi è una tappa di questo processo» e che poi «verrà fuori» anche un leader.

Insomma lavori in corso a pieno ritmo, il cui esito finale sembra essere la costruzione di un’area clerico-moderata – lobby o partito che sia – di centro-destra, senza Berlusconi, ancorata ai «valori non negoziabili» di vita e famiglia declinati dai vescovi e ai temi cari al mondo cattolico (scuola confessionale e sussidiarietà), sul modello del Ppe. Del resto a Todi, prima delle conclusioni affidate al cislino Bonanni, interverrà Ernesto Galli Della Loggia, che un giorno sì e l’altro pure sostiene che il posto dei cattolici è a destra. E Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, la “voce” della Cei, rispondendo ad una lettera del cattolico del Pd Giorgio Merlo, ha ribadito: i cattolici nel centro-sinistra non sono «marginali» ma «insignificanti». Più chiaro di così.

La Calabria benedetta dal papa. E la ‘ndrangheta?

9 ottobre 2011

“il manifesto”
9 ottobre 2011

Luca Kocci

 

Lascia il Vaticano e vola a Lamezia Terme oggi papa Ratzinger per una visita lampo in Calabria, 27 anni dopo quella del suo predecessore, Giovanni Paolo II, nell’ottobre del 1984.

Viaggio rapido – in serata sarà di nuovo a Roma, dopo aver celebrato in mattinata la messa e in città e nel pomeriggio visitato la Certosa di Serra San Bruno – ma assai costoso: 1 milione e 500mila euro. Solo il Comune di Lamezia ha stanziato 500mila euro per sistemare l’area industriale dismessa dove si svolgerà la messa a cui, secondo le previsioni, parteciperanno 100mila persone e ha versato 150mila euro di contributo alla Curia per l’organizzazione dell’evento; inoltre, riferisce lo staff del sindaco all’agenzia di informazioni Adista, sono stati sborsati altri 140mila euro per il restauro di alcune chiese della città (ma secondo l’Unione sindacale di base sono quattro volte di più); verrà poi allestito un servizio navette gratuito a disposizione dei fedeli la cui spesa «non è quantificabile». E soldi per la visita del papa sono stati stanziati anche da Regione e Provincia: 600mila euro. Un bel gruzzolo da spendere tutto per un’unica giornata, tanto più in tempi di crisi e di tagli ai servizi, anche da parte degli enti locali che finanziano l’iniziativa. Sarebbe stato meglio destinare questi soldi ad altro, «dando sì un contributo per la visita papale, ma lasciando che la Chiesa cattolica, cui vanno i nostri soldi attraverso l’otto per mille, assumesse in prima persona l’onere economico per la gestione dell’evento», nota la Confederazione regionale Usb.

La criminalità organizzata e i silenzi della Chiesa sono l’altro tema forte della giornata. Pronuncerà papa Ratzinger la parola ‘ndrangheta? Saprà dire parole nette di condanna, anche delle tante compromissioni da parte di alcuni settori dell’istituzione ecclesiastica, a cominciare dalle riunioni dei boss nel santuario della Madonna di Polsi, in Aspromonte? Molti lo chiedono, soprattutto dalla base cattolica impegnata nell’antimafia. Anche perché chi negli ultimi tempi in Calabria ha tentato di spezzare i legami fra Chiesa e ‘ndrangheta ha pagato di persona: a don Giuseppe Campisano, parroco di Gioiosa Jonica, nella Locride, che insieme al vescovo ha impedito la partecipazione alla festa patronale dei boss – i quali da sempre usano queste occasioni per riaffermare pubblicamente il loro prestigio e potere –, alla fine di agosto hanno sparato alla macchina; a don Tonino Vattiata, parroco nel Vibonese, in prima linea nella lotta alla ‘ndrangheta, l’auto è stata incendiata; e da anni nel mirino dei boss è anche don Giacomo Panizza, che lavora proprio a Lamezia. Senza contare poi le decine di attentati alle cooperative di Libera e del consorzio Goel di Locri che gestiscono e coltivano i terreni confiscati alla ‘ndrangheta. Queste storie e queste situazioni si troverà davanti oggi il papa tedesco, nella cui patria lontana, a Duisburg, nel ferragosto di 4 anni fa, la ‘ndrangheta realizzò una delle sue stragi più cruente.

Parroco romano shock: «I martiri fascisti risplendono come fiaccole accanto al trono di Dio»

3 ottobre 2011

“Adista”
n. 71, 8 ottobre 2011

Luca Kocci

«Martiri fascisti» come i «martiri cristiani», anzi «superiori ai martiri cristiani», perché «hanno sacrificato le proprie vite non per la promessa del Paradiso ma per difendere la Patria e l’idea, quindi senza aspirare ad alcun premio». Con questo spirito – sintetizzato dall’ex repubblichino di Salò Stelvio Dal Piaz – si è svolta al cimitero del Verano di Roma, lo scorso 25 settembre, la commemorazione dei «martiri» di Rovetta, 43 soldati appartenenti alla Legione Tagliamento della Repubblica Sociale Italiana di Mussolini, uccisi dai partigiani il 28 aprile del 1945 a Rovetta, nel bergamasco, negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale.

Un centinaio di “fascisti del 2000” – diversi giovani, alcuni anziani e parecchie donne e uomini di mezz’età, spesso famiglie al completo con bambini al seguito – fra saluti romani, camicie nere, vessilli della Rsi, della X-Mas e della Legione Tagliamento, si è ritrovato all’ingresso secondario del cimitero e, formando un corteo che voleva essere marziale, ma si è rivelato piuttosto sgangherato (hanno anche sbagliato strada fra i viali interni del Verano), ha raggiunto la tomba dei «caduti di Rovetta» per ricordare i 43 e, con loro, «tutti i martiri dell’olocausto perpetrato ai danni dei fascisti», come ha ricordato Dal Piaz. Dopo «l’appello ai caduti» – un altro reduce di Salò ha scandito uno per uno i 43 nomi, accompagnati dal «presente» gridato da tutti a braccio destro teso, che è risuonato fra le tombe del Verano –, la messa celebrata dal parroco dei Santi sette fondatori, il servo di Maria p. Massimo Anghinoni. «Ricordiamo questi 43 eroi e martiri che ardono come fiaccole accanto al trono di Dio e che illuminano il nostro cammino», ha detto p. Anghinoni nell’omelia. «Uniti nella vita e nel sacrificio della morte, sono ancora oggi tutti qui insieme e ci raccomandano l’unità, perché uniti si vince, in ogni situazione. Imitiamoli, seguiamo il loro esempio per impedire la putrefazione di una società malata, la nostra, che noi dobbiamo tentare di purificare». Ce n’è anche per il presidente della Repubblica, «l’ex comunista» Giorgio Napolitano, colpevole di ricordare i partigiani, ma di dimenticare i repubblichini, e quindi di cooperare alla mistificazione della storia. Ma noi, ha detto il parroco, «dobbiamo correggere chi ancora oggi sbaglia, chi crede di essere nel giusto, ma in realtà è cieco e guida altri ciechi. Le 43 fiaccole fanno luce e ci indicano il cammino della verità».

Alla fine della messa, la preghiera del legionario: «Dio, che accendi ogni fiamma e fermi ogni cuore, rinnova ogni giorno la passione mia per l’Italia. Rendimi sempre più degno dei nostri morti, affinché loro stessi, i più forti, rispondano ai vivi: “Presente”. Nutrisci il mio libro della tua saggezza e il mio moschetto della tua volontà. (…). Signore, fa’ della tua croce l’insegna che precede il labaro della mia legione. E salva l’Italia nel duce sempre e nell’ora di nostra bella morte».

La tromba suona il Silenzio, qualcuno va a portare un fiore sulla vicina tomba di Claretta Petacci, l’amante di Mussolini. Pochi metri oltre incomincia il Reparto israelitico del Verano, dove sono sepolti gli ebrei romani. Una delle prime lapidi ricorda: «Mario Volterra, deportato, 21 agosto 1916 – 22 marzo 1945».

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Pochi giorni dopo la pubblicazione dell’articolo, il parroco p. Massimo Anghinoni ha scritto ad Adista. Di seguito la sua lettera e la mia replica, entrambe pubblicate sul “Adista” n. 76, del 22 ottobre 2011.

Con la presente vengo a rettificare quanto è stato riportato dalla vostra agenzia sul numero 71/11 circa il parroco romano shock. Ferma restando la buona fede dell’autore del riassunto, devo però fare delle doverose precisazioni, poiché si sa, la brevità non sempre è amica della fedeltà.
Non ho mai citato il nome Giorgio Napolitano, né quanto riportato dall’agenzia, lo ha fatto un illustre professore che è intervenuto prima della celebrazione della messa.
È dovere di un pastore pregare per la salvezza delle anime e invocare la misericordia divina perché entrino in Paradiso. Davanti a Dio siamo tutti figli suoi. La parola “martiri” per questi 43 giovani (dai 16 ai 20 anni) non è stata da me usata a motivo dell’ideologia per cui hanno combattuto, ma perché una volta arresisi e accettato dalla controparte di affrontare un giusto processo, l’indomani sono stati fucilati presso il cimitero di Rovetta (Bg). Sono quindi martiri delle istituzioni, per aver creduto alla giustizia, loro negata. L’accezione del termine martire è dunque testimone, colui che dà testimonianza in questo caso di una giustizia spesso violata o negata.
Il virgolettato del titolo non è una mia citazione, credo che sia un errore della vostra redazione; per cui vi chiedo maggiore attenzione e giustizia, cioè essere giusti e corretti.
Colgo l’occasione per porgere le mie scuse a quanti possono essere stati offesi dalle mie parole riportate in tale articolo. Ciò non è dipeso dalla mia volontà, ma da una imprecisa rievocazione dei fatti.
Cordiali e fraterni saluti.
p. Massimo Anghinoni, Osm

Ringraziamo p. Anghinoni per la sua lettera di rettifica, che pubblichiamo con alcune nostre precisazioni, in ossequio a quella «attenzione e giustizia» che egli stesso ci chiede.
È vero: p. Anghinoni non ha mai pronunciato il nome di Giorgio Napolitano, che infatti, nella nostra notizia, non è riportato fra virgolette, per cui la citazione non era stata attribuita al parroco (sebbene io stesso ammetta la possibilità che si possa equivocare). Napolitano è stato chiamato in causa da Augusto Sinagra, docente di Diritto dell’Unione Europea all’università La Sapienza di Roma (nonché iscritto alla P2 e avvocato di Licio Gelli) che, intervenendo prima della messa, ha rimproverato al presidente della Repubblica, a margine dello scorso Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, di aver reso omaggio ad alcuni partigiani, ma di non essersi recato a Lugo di Romagna, vicino Rimini, dove avrebbe potuto portare il suo cordoglio alla tomba di alcuni repubblichini di Salò. Tuttavia p. Anghinoni, nell’omelia, in un passaggio dedicato alle mistificazioni della storiografia ufficiale, ha detto che di tali errori sono responsabili anche «illustri personalità istituzionali, come ci è stato ricordato prima». Non ha fatto il nome di Napolitano, ma è difficile credere che non si riferisse proprio al presidente della Repubblica.
P. Anghinoni ha più volte definito i 43 repubblichini fucilati a Rovetta «martiri» e «fiaccole che ardono attorno al trono di Dio» in due momenti: durante l’omelia e alla fine della messa, quando ha invitato i partecipanti a pregare per questi «giovani martiri ed eroi», introducendo così la recita corale di un Salve Regina e di un Eterno riposo. Non ha detto la parola «fascisti» – che Adista ha utilizzato nel titolo e non nella notizia –, ma come potremmo definire 43 volontari arruolatisi volontari nella Repubblica Sociale Italiana di Mussolini se non fascisti?
Luca Kocci

«A Kabul, con le vittime della guerra infinita». Intervista a don Renato Sacco

2 ottobre 2011

“Adista”
n. 70, 1 ottobre 2011

Luca Kocci

Dieci anni dopo gli attentati alle Torri gemelle di New York, Tavola della Pace, Pax Christi, Libera e Associazione per la Pace hanno deciso di trascorrere un “altro” 11 settembre: in Afghanistan, a Kabul (dal 31 agosto al 5 settembre), «insieme alle vittime di una guerra infinita», a cui è stata consegnata la “Luce di Assisi”, la lampada dei francescani, simbolo di una pace ancora tutta da costruire (v. Adista n. 65/11). «Dieci anni fa gli avevamo promesso libertà e democrazia, ma abbiamo finito con l’aggiungere altra violenza, altro dolore, altri lutti», spiega Flavio Lotti, coordinatore della Tavola per la Pace. Perché «la guerra in Afghanistan – racconta ad Adista don Renato Sacco, di Pax Christi – è stata una vendetta per l’11 settembre, non ci sono altre definizioni possibili. Non solo non ha risolto nulla, ma anzi ha moltiplicato le vittime. Averle incontrate ci ha fatto vedere la gravità di questa tragedia». «Siamo andati a Kabul per esprimere la nostra solidarietà con il popolo afghano e rendere omaggio alle vittime della guerra e del terrorismo. Ma anche per riflettere: a cosa è servito scatenare una simile guerra? E ora cosa dobbiamo fare? E per demolire quei tabù che portano a pensare che tutti gli afghani siano talebani e terroristi, che tutti gli statunitensi americani siano per la guerra».

Don Renato, perché l’11 settembre a Kabul?
L’iniziativa è stata proposta dalla Tavola della Pace e dal Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la pace e i diritti umani per non essere travolti dalla logica che accompagna da dieci anni l’11 settembre: si ricordano, giustamente, le tante, troppe vittime delle Torri gemelli – che sono le vittime di un giorno – ma si scorda che l’11 settembre è stato anche l’inizio di altre tragedie, come la guerra in Afghanistan e poi la guerra in Iraq. Per questo abbiamo scelto di voler stare accanto a queste altre vittime dimenticate e di dire il nostro “no” a tutte le violenze, proprio dal luogo in cui la guerra ancora continua, ovvero Kabul. Con noi c’era anche un rappresentante dei familiari delle vittime delle Torri gemelle – riunite nell’associazione Paceful Tomorrows –, Paul Arpaia, un italo-americano che l’11 settembre ha perso la cugina: ha portato in Afghanistan il dolore delle famiglie statunitensi, ma anche la loro opposizione alla vendetta, perché quella contro l’Afghanistan è stata una guerra per “vendicare” i morti delle Torri gemelle, senza peraltro che nessuno lo avesse chiesto. Ed è stato molto bello che le vittime di entrambi i fronti – sia quelle del terrorismo sia quelle della guerra – si siano potute incontrare e abbiano alzato insieme un grido di dolore, ma anche ribadito il loro “no” alla guerra, perché l’11 settembre non è solo il giorno in cui sono morte 3mila persone, ma anche quello da cui è cominciata una guerra infinita che ha provocato la morte di centinaia di migliaia di persone, in Afghanistan prima e in Iraq poi, nel silenzio, senza telecamere. Perché noi conosciamo bene e contiamo le vittime delle Torri gemelle, il numero dei soldati Usa uccisi e quello dei militari italiani morti in Afghanistan e in Iraq, ma chi ha contato le vittime afghane e irachene di queste guerre? Chi le ricorda? Chi li considera?

Cosa avete fatto, chi avete incontrato a Kabul?
Innanzitutto siamo andati in giro per la città, da soli, senza alcun tipo di scorta. E i bambini, soprattutto loro, osservavano me, che sono di corporatura un po’ robusta, e mi chiedevano: «Bodyguard?» («guardia del corpo?»). Perché, in una realtà dove esiste solo la guerra, è l’unica cosa che conoscono dell’Occidente. Abbiamo incontrato rappresentanti delle associazioni e delle istituzioni internazionali, giornalisti che hanno dato vita ad una rete di informazione indipendente che si chiama Killed, medici (fra cui quelli di Emergency), cooperanti e poi i familiari delle vittime della guerra, alcuni dei quali dovrebbero aprire la marcia Perugia-Assisi, insieme a Paul Arpaia.

Sono passati dieci anni da una guerra che avrebbe dovuto portare la democrazia e i diritti umani in Afghanistan…
È la domanda che anche noi abbiamo posto a loro. La situazione è molto difficile. Anche solo con uno sguardo superficiale si vede una città con 4 milioni di abitanti, fogne a cielo aperto, strade pressoché inesistenti (tranne quelle che servono ai mezzi militari della Nato per raggiungere gli aeroporti e le basi), sistema sanitario e scolastico a pezzi, in molte zone della periferia di Kabul ci sono case di fango e paglia… Insomma, in Afghanistan c’è l’Onu, la Nato, i Paesi occidentali, l’Italia, i militari eppure risultati non se ne vedono. Se tutto quello che in questi dieci anni è stato speso per sostenere unicamente la presenza militare (solo l’Italia spende 700 milioni di euro ogni anno) fosse stato investito nel sociale oggi avremmo di fronte un altro Paese e un’altra situazione. Invece la democrazia è assente, il mercato dell’oppio gode di ottima salute, i “signori della guerra” sono tornati, la fanno da padroni e sono gli unici interlocutori dell’Occidente, per cui la guerra ha fatto guadagnare quelli che fanno la guerra: questi sono i risultati. Per cui è tutto da ripensare, perché proseguendo lungo questa via non si va da nessuna parte.

Come?
Se dobbiamo difendere la vita, forse bisogna intraprendere con maggior coraggio il taglio delle spese per gli armamenti, che uccidono anche se non vengono usati. In Italia il popolo della pace chiede, in tempi di crisi e di tagli per la manovra finanziaria, di ridurre le spese militari. Il progetto dei cacciabombardieri F-35 ha un costo globale di oltre 15 miliardi di euro. Ognuno di questi aerei costa oltre 150 milioni di euro. Non è pura follia? Perché anche dalla Chiesa non arriva una forte denuncia di questo spreco che uccide e crea solo morte? Ma è significativo il silenzio quasi totale di questi giorni, da parte dei politici, sulle spese militari. Si potrebbe definire un vero tabù che nasconde o rivela grandi interessi molto evidenti proprio in questi giorni con la tragica vicenda della guerra in Libia. È possibile che di fronte a una guerra le preoccupazioni più evidenti di una parte della politica siano state quelle di contrastare l’arrivo dei profughi? Ecco chi vuole la pace è accanto ai profughi, alle vittime di oggi e di ieri. Grida nel silenzio delle strade di Kabul che la guerra è un’avventura senza ritorno.