Archive for novembre 2011

Costituzione, Concilio, cittadinanza: nasce la rete dei cattolici democratici

30 novembre 2011

Adista
n. 9, 3 dicembre 2011

Luca Kocci

Dispersi, sparpagliati in decine di piccole associazioni diffuse sul territorio, per qualcuno ormai irrilevanti, superati dalla storia e schiacciati da una politica sempre più personalizzata e ridotta a spettacolo e a mercato. Eppure i cattolici democratici ci sono, riaffermano la loro identità sostanzialmente diversa da quella dei clerico-moderati – per utilizzare il lessico e le definizioni di don Sturzo –, rivendicano non solo la loro «ricca tradizione culturale, politica ed ecclesiale», ma anche «idee e valori» che ritengono ancora utili per l’Italia di oggi e di domani e, soprattutto, si uniscono in una Rete che intende, senza trasformarsi in partito e tantomeno in “corrente” del Partito Democratico, intervenire nel dibattito e partecipare alla vita politica del Paese, finalmente liberatosi – perlomeno così sembra – da una «grave deriva populistica» che lo affliggeva da quasi un ventennio.

L’assemblea che ha sancito la nascita della Rete, dando vita al coordinamento nazionale che la farà camminare e allargare – si augurano i promotori – avviando il suo nuovo strumento di comunicazione (il sito internet www.c3dem.it, dove le “3c” stanno per Costituzione, Concilio e cittadinanza), si è svolta lo scorso 19-20 novembre alla Domus pacis di Roma, storica residenza dell’Azione Cattolica, con la partecipazione di un’ampia rappresentanza delle associazioni che formano il mosaico del cattolicesimo democratico italiano (fra le altre Agire politicamente, Argomenti 2000, Città dell’uomo, Cristiano sociali, Rosa bianca).

Un progetto di ampio respiro, sebbene dai contorni piuttosti vaghi, per collaborare a «ricostruire la democrazia» a partire dalla «rifondazione della politica», spiega Guido Formigoni, già presidente di Città dell’uomo, docente di Storia contemporanea all’Università Iulm di Milano. Senza chiudersi in recinti – «non vorremmo che si ripetessero gli equivoci consueti, che sono sempre dietro l’angolo: i soliti reduci della sinistra democristiana, i cattocomunisti, le anime belle dell’utopia», precisa Formigoni – e senza nostalgie del passato, né ammiccamenti alle associazioni cattoliche riunitesi a Todi insieme al card. Angelo Bagnasco (v. Adista nn. 76, 78, 79, 82, 83 e 84/11) o al centro-destra post-berlusconiano: «L’insistenza recente su una nuova stagione di impegno politico dei cattolici, ha in sé virtualità ricche, ma è ancora irrisolta tra protagonismo associativo e laicale e una malcelata tutela gerarchica», aggiunge. «Si accavallano progetti e istanze diverse, in un gioco ancora piuttosto confuso: dalle velleità di costruire una nuova formazione cattolica da lanciare in politica (il neo-ministro Ornaghi ha parlato recentemente di una “identità guelfa”), fino all’idea ambiziosa di poter raccogliere l’eredità del centro-destra post-berlusconiano nella forma della cosiddetta sezione italiana del Ppe». L’aspirazione è invece a «rivitalizzare un’area democratica e di sinistra» portando il contributo specifico dei cattolici-democratici: «Un forte sentire ecclesiale vissuto nella laicità e nella libertà, cosciente dell’eccedenza della fede cristiana e della sua irriducibilità a religione politica o civile» e « una scelta politica per l’uguaglianza, la pace e la giustizia, innervata da un senso acuto delle mediazioni e della “giustizia possibile” da realizzare nella storia» – tema rilanciato a gran voce anche da Lino Prenna, coordinatore nazionale di Agire politicamente –, ben distante quindi dalla irriducibilità dei “valori non negoziabili” dettati dalle gerarchie ecclesiastiche, con il solo scopo – aggiunge il senatore del Pd Stefano Ceccanti – di poter dire che «la Chiesa italiana è equidistante dimostrando che in realtà è più vicina al centro-destra».

Formigoni elenca alcune delle «condizioni di possibilità per poter sostenere questo ruolo»: l’ancoraggio alla Parola, ben più dirimente e dirompente del magistero o della Dottrina sociale della Chiesa; una «severa lettura del passato» (ovvero la lunga stagione della Democrazia cristiana) e «un’autocritica rispetto alle fragilità e alle inadempienze dei successivi venti’anni» (ovvero il berlusconismo); la costruzione di luoghi dove poter «pensare politicamente», come diceva Giuseppe Lazzati, dove «i pilastri di ieri si sviluppino nei progetti per il domani» e dove si possa «prendere di petto le questioni di cosa sia il riformismo e di cosa voglia dire essere di centro-sinistra»; una «partecipazione convinta e solidale alla vita delle comunità cristiane», rivendicando però la piena e totale autonomia dei laici, continuamente sotto attacco dai detrattori del Concilio – chiosa la teologa Marinella Perroni – che hanno ben capito che «la laicità mette in discussione la cattedrale della verità cattolica».

E Michele Nicoletti, docente di Filosofia politica all’Università di Trento, riflette sul “che fare”, riprendendo in parte alcuni spunti di Formigoni: lavorare sul piano della cultura politica democratica, senza però arretrare rispetto al bipolarismo e alla democrazia dell’alternanza, un arretramento che, inevitabilmente, favorirebbe posizioni di rendita al centro e tentazioni terzopoliste: «Non siamo disponibili per il progetto, per vari aspetti politicamente e pastoralmente regressivo, di una eventuale “cosa bianca”», ribadisce Formigoni.

L’esito dovrà essere la politica, non il volontariato, aggiunge Rocco D’Ambrosio, docente di Filosofia politica all’università Gregoriana: per sconfiggere quella «tentazione di anti-Stato che spesso serpeggia nel mondo del volontariato che talvolta concepisce la solidarietà come “opera”, travestendo il profit da non profit», e perché solo con la politica si può tentare di realizzare l’articolo 3 della Costituzione che vuole la «rimozione degli ostacoli che limitano l’eguaglianza e la partecipazione dei cittadini».

Il Novecento delle «rivoluzioni interrotte»

25 novembre 2011

“Adista”
n. 87, 26 novembre 2011

Luca Kocci

La Costituzione della Repubblica, il Concilio Vaticano II e il ’68: sono le tre «rivoluzione interrotte», o forse non ancora portate a compimento, del secolo scorso e tre momenti cardine del ‘900 che Raniero La Valle racconta nel volume Quel nostro Novecento, appena pubblicato dall’editore Ponte alle grazie, intrecciando la sua biografia personale con la storia politica, sociale ed ecclesiale non di quello che il grande storico Eric Hobsbawm chiamò «secolo breve» ma di un «secolo grande e terribile» che, scrive La Valle, «ha prodotto i totalitarismi e il nuovo costituzionalismo, che ha fatto le più grandi guerre e ha dato fondamento alla pace, che ha inventato la bomba atomica e la dottrina della nonviolenza, che ha perpetrato la Shoah, ha compiuto genocidi e ha visto popoli insorgere e liberarsi».

Un secolo che per l’autore, nato nel 1931, comincia con la «notte del fascismo», la guerra, le leggi razziali e le persecuzioni contro gli ebrei, l’occupazione di Roma da parte dei nazisti e la Resistenza, che La Valle ricorda attraverso il racconto, bellissimo, della storia di due donne: Teresa Mattei – partigiana e deputata comunista alla Costituente, la più giovane fra tutti i 556 eletti, appena 24 anni – e Tina Anselmi, che poi sarà chiamata da Nilde Iotti a presiedere la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, la resistenza «più importante» della sua vita perché «senza di lei – scrive La Valle – il gruppo eversivo non sarebbe stato sconfitto» e se «alla sua relazione conclusiva e ai suoi moniti si fosse prestata maggiore attenzione oggi non si starebbe attuando il piano di smantellamento democratico ereditato da Licio Gelli e messo in opera dai piduisti rimasti in servizio».

Dalla Resistenza scaturiscono la Liberazione e la Costituzione, in cui uguaglianza e pace vengono proclamate come principi generali e universali, sebbene mai, o non ancora, pienamente realizzati: la prima delle «rivoluzioni interrotte». Poi il Concilio, anche se molti oggi sostengono che «non ha cambiato niente o che deve essere interpretato secondo un’ermeneutica dell’invarianza», la seconda rivoluzione, perché ha riconciliato non solo la Chiesa con il mondo, ma «l’uomo con gli uomini e le donne quali noi siamo». «Rivoluzione interrotta» anche questa, fin da subito, a cominciare dalla chiusura dall’alto di quell’esperienza pressoché unica di un quotidiano cattolico libero e pensante che fu L’Avvenire d’Italia, di cui lo stesso La Valle fu direttore, sostenuto dal cardinal Lercaro, fino a quando non venne messo in quarantena anche lui.

E poi il ’68, la terza «rivoluzione interrotta» del Novecento. «Dopo la rivoluzione del diritto, dopo la conversione del linguaggio della fede, venne col ‘68 la rivoluzione della vita quotidiana, l’esplodere dei movimenti, il nuovo pensiero femminista, il sogno della libertà, la lotta contro le istituzioni totali, la chiusura dei manicomi, il nuovo diritto di famiglia. Il ‘68 avrebbe dovuto essere letto come un segno dei tempi – scrive La Valle –, ma così non fu letto né dalla Chiesa né dai partiti, e perciò non poté sprigionare tutte le sue energie». Fra quelle che riuscì a liberare, la stagione del fecondo dialogo fra cattolici e comunisti, di cui La Valle fu uno dei protagonisti, anche come parlamentare cattolico del Pci nella Sinistra indipendente fra il ’76 e il ’92, la cui nascita fu “certificata” alla Badia fiesolana di padre Balducci, grazie anche alla spinta decisiva del pastore valdese Tullio Vinay e di Mario Gozzini. «L’Arbitro (ovvero le gerarchie ecclesiastiche, ndr) fischiò, considerò un tradimento che dei figli si schierassero in quel modo», ricorda La Valle. «Ma non ci fu alcuna scomunica; ormai la partita era iniziata e bisognava giocarla, anche perché sembrava davvero che per l’Italia fosse cominciata una partita nuova». E quella «partita» portò la legge 194 e la nuova legge sull’obiezione di coscienza, due fra i grandi diritti civili dell’Italia repubblicana. Poi la fine del ‘900, iniziata con l’89 e con il ripristino della guerra – dalla prima (in Iraq), all’ultima (in Libia), da Saddam Hussein a Gheddafi – e terminata con Berlusconi: «Il Novecento finì così con una sconfitta. Non vinse né il socialismo né il costituzionalismo liberale». Ma del Novecento, scrive La Valle, «restano, insieme a molti altri doni, quelle tre grandi cose che furono la Costituzione, il Concilio, e il ‘68. Ma nessuna di queste cose potrà sopravvivere se non sarà assunta con amore, così come per amore sono state compiute».

La “quinta mafia” alla conquista di Roma

24 novembre 2011

“Adista”
n. 87, 26 novembre 2011

Luca Kocci

Ha subito due attentati in pochi giorni il Villaggio della legalità di Borgo Sabotino (Lt), una struttura sociale sorta su un terreno confiscato alla criminalità organizzata tra Fondi e Latina e gestita da Libera, l’associazione antimafia fondata da don Luigi Ciotti. La prima volta nella notte fra il 21 e il 22 ottobre, alla vigilia di un’iniziativa per ricordare don Cesare Boschin, brutalmente ucciso nel marzo del 1995 per aver denunciato il traffico di rifiuti tossici nella discarica di Borgo Montello (Lt): ignoti sono entrati nel Villaggio distruggendo computer, impianti elettrici, amplificazioni, arredi, vetrate, provocando danni per migliaia di euro. La seconda volta pochi giorni fa, lo scorso 11 novembre: impianto idraulico messo fuori uso e struttura nuovamente inagibile.

Due episodi “minori”, che mettono però in evidenza come anche Roma e il basso Lazio siano ormai “terra di mafie”, arrivate da fuori regione ma anche autoctone. È la “quinta mafia” – dopo quella siciliana, campana, calabrese e pugliese –, come è stata chiamata in un rapporto curato da Libera e presentato a fine ottobre durante un seminario all’Università “La Sapienza” di Roma: nasce nelle borgate, negli anni ‘70, come derivazione delle mafie storiche, ma poi cambia pelle diventando autonoma e profondamente radicata nel territorio.

Dai primi anni ‘80 – spiega il rapporto di Libera – si stabiliscono nel basso Lazio molti dei capi della camorra casertana e napoletana, di ‘Ndrangheta e Cosa nostra: i casalesi e i La Torre a Formia, i Moccia e i Magliulo a Gaeta, i Tripodo a Fondi, i Cava a Sabaudia, i Santapaola e le ‘ndrine di Polistena a Latina, gli Alvaro ad Aprilia, i corleonesi e la mafia italo-americana a Pomezia con Frank “tre dita” Coppola, le ‘ndrine dei Gallace-Novella a Nettuno, Anzio e su parte del litorale romano. Nello stesso periodo arriva e opera a Roma Pippo Calò, il “cassiere” di Cosa nostra, che entra in contatto con i boss della Banda della Magliana. Negli anni ‘90 le “mafie d’importazione” si radicano e, anche a causa della sottovalutazione del fenomeno da parte della politica locale, intrecciano rapporti con la criminalità organizzata autoctona e con settori dell’economia locale: controllano pezzi importanti dell’economia agricola e del ciclo del cemento a sud di Roma ed entrano in contatto con settori importanti dell’alta finanza e con pezzi della politica romana. Successivamente acquisiscono sempre maggiore autonomia. I processi che si sono tenuti e che si stanno tenendo nei tribunali del Lazio vedono come imputati del delitto di associazione mafiosa, o reati collegati, moltissimi cittadini laziali con ruoli di primo piano. I magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Roma segnalano come in tutto il basso Lazio ed in consistenti territori della Capitale sia in aumento la pervasività delle mafie nel controllo dei mercati criminali del traffico delle sostanze stupefacenti, dell’usura e del riciclaggio del danaro sporco nei settori dell’edilizia e del commercio. Non pochi politici ed imprenditori laziali sono indagati o imputati di associazione mafiosa.

«Le mafie nei nuovi territori dapprima investono, poi tendono a contaminare, creano metastasi che si diffondono e corrompono lentamente, in silenzio», si legge nel rapporto di Libera. «Questa è la “quinta mafia”, questo è il nuovo fronte della lotta alle mafie. Il pericolo è rappresentato da un sistema di criminalità economica che contamina i territori anche dal punto di vista sociale e culturale. Le conseguenze di questo processo di trasformazione fanno sì, per esempio, che a Fondi i cittadini abbiano più paura dei mafiosi autoctoni che dei Tripodo, e ancor di più dei politici e degli “imprenditori” imputati di 416 bis nati a Fondi o a Roma. A Nettuno molti cittadini sono più omertosi per paura dei mafiosi rinviati a giudizio nati nel Lazio che dei Gallace-Novella provenienti dalla Calabria. A Roma i cittadini di Tor Bella Monaca hanno più paura dei clan di origine nomade che dei loro soci di Casal di Principe».

I numeri parlano chiaro. Da luglio 2010 a luglio 2011 sono stati sequestrati e confiscati beni mafiosi per 330 milioni di euro. Ad ottobre 2011 nel Lazio erano 517 i beni confiscati alle mafie, di cui 404 immobili e 113 aziende, l’8% del totale nazionale, segno che il Lazio è terra di investimenti e riciclaggio. Nel 2010 gli intermediari finanziari hanno trasmesso 5.495 segnalazioni (15% del totale nazionale) di operazioni sospette di riciclaggio, seconda regione in Italia dopo la Lombardia, con un aumento dell’80% rispetto al 2009, quando erano “appena” 3.044. Secondo l’ultima relazione annuale della Direzione nazionale antimafia, nel periodo luglio 2009-giugno 2010, sono stati iscritti 354 nuovi procedimenti per reati di competenza della Dda; sono state emesse misure di custodia cautelare a carico di 356 persone; sono state avanzate richieste di rinvio a giudizio nei confronti di 377 imputati; sono state disposte 23 misure cautelari reali; sono stati gestiti 13 collaboratori di giustizia e sono state avanzate nuove proposte di misure di protezione per 4 collaboratori. Nella Relazione finale della Direzione investigativa antimafia per il 2010, il Lazio è la quinta regione, con 402 fatti estorsivi denunciati, preceduta solo da Campania, Lombardia, Sicilia e Puglia, ma prima della Calabria. Sempre nel 2010 nel Lazio sono state 94 le persone denunciate per reati di concussione e varie tipologie di corruzione, prima regione d’Italia dopo quelle a tradizionale presenza mafiosa.

L’aggressione all’ambiente (ciclo dei rifiuti, abusivismo, incendi dolosi, speculazioni) è un’altra delle “attività” nelle mani della “quinta mafia”. Secondo i dati di Legambiente, nel 2010, nel Lazio sono state 3.124 le infrazioni accertate contro l’ambiente, una media di oltre otto reati al giorno, con 2.011 persone denunciate o arrestate e 751 sequestri effettuati. La provincia di Roma è “maglia nera” a livello nazionale, con 1.750 infrazioni accertate, Latina è ottava, con 735 infrazioni accertate. E poi la mafia degli incendi, con i piromani che diventano “braccio operativo” degli speculatori: dal 2007 al 2010 sono andati in fumo 21.986 ettari, la metà in provincia di Latina.

C’è anche la “mafia dei vip”. A Roma i principali investimenti si concentrano nei locali di lusso, nei bar frequentati dalla politica, nei ristoranti, come testimoniano i recenti sequestri del Café de Paris di via Veneto, del Teatro Ghione, del ristorante la Rampa o del Antico Caffè Chigi a due passi dal Parlamento. Si calcola che nella Capitale un locale su cinque sia nell’orbita dei boss: i Piromalli della Piana di Gioia Tauro; i Bidognetti e gli Schiavone, partiti da San Cipriano d’Aversa e Casal di Principe e arrivati a Campo de Fiori, Ostia e Fiumicino; i Pesce-Bellocco di Rosarno e gli Alvaro di Sinopoli, nel cuore della “dolce vita” romana. Arrivano piano, in silenzio, invisibili, ma pieni di soldi e acquistano quasi tutto in contanti: locali che servono per incrociare i colletti bianchi della politica e della finanza e fare accordi, scambi e cene elettorali. E non solo. Servono anche per far girare soldi, “ripulire” contanti, copertura per introiti altrimenti ingiustificabili.

Ici, Monti e sante esenzioni

20 novembre 2011

“il manifesto”
20 novembre 2011

Luca Kocci

Torna l’Ici, e chissà se stavolta la pagheranno anche gli enti ecclesiastici e religiosi proprietari di immobili, che da anni godono di ampie esenzioni.
Sul ripristino dell’imposta, il neo-premier fresco di fiducia è stato chiaro: «L’esenzione dall’Ici delle abitazioni principali costituisce una peculiarità, se non vogliamo chiamarla anomalia, del nostro ordinamento tributario», ha detto Mario Monti giovedì al Senato preannunciando che intende «riesaminare il peso del prelievo sulla ricchezza immobiliare». Dunque non solo il ritorno dell’Ici, ma anche un aumento dei valori catastali o delle aliquote. Sulle esenzioni per gli enti ecclesiastici, però, neanche una parola da parte del presidente del Consiglio che venerdì, prima di andare a Montecitorio per il voto di fiducia, si è precipitato a Fiumicino per salutare il papa in partenza per il Benin. Eppure in tempi che saranno non di «lacrime e sangue», perché a Monti l’espressione truculenta non piace, ma di «sacrifici», l’abolizione di questa esenzione, secondo le prudenti stime dell’Anci, consentirebbe di recuperare ogni anno almeno 500 milioni di euro di tasse non versate e di far pagare un po’ di crisi anche a chi finora «ha dato di meno», come ha detto il premier alla Camera, o non ha dato nulla.
L’esenzione dal pagamento dell’Ici per gli immobili di proprietà ecclesiastica, infatti, è totale. E il gruppo Re (società finanziaria e immobiliare «al servizio della Chiesa cattolica») ha calcolato che la Chiesa – attraverso una miriade di enti, confraternite, istituti religiosi e diocesi – è padrona del 20 per cento del patrimonio immobiliare italiano: ne è stata fatta di strada da quando Gesù diceva ai suoi discepoli che «le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». Solo a Roma il radicale Maurizio Turco ha contato oltre 23mila immobili di proprietà di 2mila enti ecclesiastici, alcuni creati ad hoc per mimetizzarli meglio.
La storia dell’esenzione Ici è piuttosto travagliata, ma per la Chiesa sempre a lieto fine. Venne introdotta fin da subito, nel 1992, con la nascita dell’imposta. A metà anni ’90 il Comune dell’Aquila avviò un contenzioso contro l’Istituto delle suore zelatrici del Sacro cuore e gli intimò il pagamento dell’Ici per alcuni immobili usati come casa di cura per anziani e pensionato per studentesse universitarie. Ne scaturì una battaglia di ricorsi e contro-ricorsi fra le religiose e l’amministrazione comunale che, dopo una guerra legale durata quasi dieci anni, vinse: la Corte di cassazione stabilì che l’attività delle suore non era né di culto né benefica – come prevedeva la legge – ma commerciale, perché le anziane e le studentesse l’ospitalità la pagavano. A soccorrere le zelatrici, e con loro tutti gli altri enti ecclesiastici proprietari, provvidero subito Berlusconi e Tremonti, al governo nel 2005, che modificarono la legge e salvarono suore e religiosi: erano esentati dall’Ici gli immobili di proprietà ecclesiastica in cui si svolgevano anche attività commerciali purché «connesse a finalità di religione o di culto». Un condono tombale.
L’anno successivo, appena vinte le elezioni, Prodi e Bersani, anche perché l’Europa si stava interessando al caso – e sta tuttora indagando sulla questione che si configurerebbe come improprio aiuto di Stato -, tentarono di correggere la rotta, giocando con gli avverbi: sono esentati dall’Ici gli immobili di proprietà ecclesiastica (e degli enti «senza fini di lucro») destinati al culto e allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive purché «non abbiano esclusivamente natura commerciale». Il «non esclusivamente» sanò alcune situazioni limite, ma mantenne intatti i privilegi delle migliaia di conventi trasformati in alberghi, case di riposo, cliniche e scuole private, tanto che lo stesso Bersani, l’inventore della formula avverbiale, la scorsa estate, quando infiammava la campagna sui privilegi della Chiesa, ammise che la norma lasciava spazio a una «casistica di confine».
Sembrava che l’esenzione potesse scomparire nel 2014, quando sarebbe stata introdotta l’Imu (Imposta unica municipale), la nuova tassa «federalista» partorita da Tremonti nel 2010 ma, in seguito alle vibranti proteste della Cei, venne subito ripristinata. A tagliare la testa al toro ci hanno provato di nuovo i Radicali – gli unici, a livello politico, a impegnarsi senza equilibrismi filo-clericali – che a settembre hanno presentato un emendamento a una delle tante manovre economiche del governo Berlusconi-Tremonti: «L’esercizio a qualsiasi titolo di un’attività commerciale, anche nel caso in cui abbia carattere accessorio rispetto alle finalità istituzionali dei soggetti e non sia rivolta ai fini di lucro comporta la decadenza immediata dal beneficio dell’esenzione dell’imposta». Caritas salve, ma conventi-alberghi sottoposti alla normale tassazione riservata agli enti commerciali.
Emendamento bocciato, ovviamente, esenzione integra.
Chissà se il «tecnico» Monti sarà in grado di mettere mano alla normativa e abolire il privilegio per gli enti ecclesiastici. Ma, ammesso che voglia farlo, dovrà vedersela con alcuni dei suoi ministri: Andrea Riccardi, fondatore e leader della Comunità di sant’Egidio, che è di casa in Vaticano, e soprattutto Lorenzo Ornaghi, ministro della Cultura ma anche da dieci anni vicepresidente del Consiglio di amministrazione del quotidiano della Cei Avvenire, e rettore dell’università Cattolica di Milano. Dove, fra l’altro, l’Ici non si paga.

Riccardi, l’Onu di Trastevere

17 novembre 2011

“il manifesto”
17 novembre 2011

Luca Kocci

Dall’Onu di Trastevere – come viene chiamata con un’eccessiva dose di considerazione la Comunità di sant’Egidio – al ministero della cooperazione internazionale. Ma si potrebbe anche dire, dalle stanze vaticane alla poltrona ministeriale, perché Andrea Riccardi, fondatore e leader indiscusso di sant’Egidio, è uno dei cattolici più accreditati in Vaticano, sia durante il lungo pontificato di Wojtyla – di cui ha appena scritto una voluminosa biografia – sia sotto quello di Ratzinger, che pochi giorni fa lo ha chiamato a relazionare alla giornata di studio sulle incomprensioni tra Chiesa cattolica e media, in occasione dei 150 anni dell’Osservatore romano.
Nato a Roma nel 1950, in pieno ‘68, con alcuni compagni del Virgilio – uno dei licei della borghesia romana – diede vita al primo nucleo della Comunità di sant’Egidio: un gruppo cattolico che avviò una serie di iniziative di solidarietà per i poveri delle borgate romane. Senza strizzare l’occhiolino ai catto-comunisti o al dissenso cattolico, anzi guardando proprio dall’altra parte perché, dice Riccardi, non bisogna «marxistizzare l’utopia e la speranza». Infatti, nota lo storico Massimo Faggioli nella sua Breve storia dei movimenti cattolici, «tra il ‘68 e gli anni ‘70 sant’Egidio rappresentò una delle eccezioni al cattolicesimo politicamente impegnato che tentava di riconvertirsi da una cultura antiliberale e anticomunista alla cultura sociale e politica modernizzante di sapore marxista, socialista e terzomondista». E infatti il movimento, che oggi conta 50mila aderenti, si è mosso sempre in un’ottica e in un percorso saldamente istituzionale e filo-Vaticano.
Accanto a sant’Egidio, per Riccardi c’è il lavoro di storico – specializzato nella storia della Chiesa in età moderna e contemporanea, soprattutto nei suoi risvolti politico-ecclesiastici –, con un illustre protettore, Pietro Scoppola, che nel 1988 lo portò alla Sapienza di Roma. Ora Riccardi insegna Storia contemporanea a Roma Tre e molti dei suoi “discepoli” di sant’Egidio sono sparpagliati in diverse università italiane, secondo la consuetudine del sistema baronale.
Il ministero della cooperazione internazionale arriva in virtù del ruolo di mediazione svolto da sant’Egidio in alcune crisi internazionali in Africa e in America latina e dell’impegno del movimento in diversi progetti di sviluppo nel sud del mondo (sponsorizzati anche Finmeccanica, la principale industria armiera italiana), per cui, sebbene si tratti di un dicastero senza portafoglio, il conflitto di interessi è evidente.
Difficile dargli una precisa collocazione politica: è il più progressista fra i cattolici conservatori, il Pd lo voleva candidato alla presidenza della Regione Lazio, la Cei lo vorrebbe alla guida del “soggetto cattolico” di cui tanto si parla in questi mesi. E infatti non è detto che il ministero non costituisca un buon trampolino di lancio per un futuro impegno non più solo tecnico ma anche politico.

E la Cei rilancia il suo programma: i valori non negoziabili

13 novembre 2011

“il manifesto”
13 novembre 2011

Luca Kocci

Nei sacri palazzi non si aspettavano che la crisi politica sarebbe precipitata così in fretta e che Berlusconi sarebbe stato costretto alle dimissioni in tempi così ravvicinati. L’accelerazione improvvisa potrebbe mandare a gambe all’aria quel progetto di riaggregazione dei cattolici avviato da alcune associazioni insieme al cardinal Bagnasco a Todi lo scorso 17 ottobre su cui le gerarchie ecclesiastiche stanno puntando decisamente. Nel caso di elezioni a breve, poi, si potrebbe affermare un centro-sinistra temutissimo dai vescovi, soprattutto se allargato anche a Vendola e alla Federazione della sinistra di Diliberto e Ferrero.

A dimostrazione della consistenza di tali preoccupazioni, sebbene in questi giorni le gerarchie siano complessivamente silenti, su due argomenti insistono i vescovi e il Vaticano: il sostegno a Mario Monti che, se l’operazione sarà coronata da successo, ritarderebbe le elezioni; e il martellamento sui «valori non negoziabili» – la vita «dal concepimento alla morte naturale», famiglia fondata sul matrimonio e sostegno alla scuola cattolica – utilizzati come paletti invalicabili, o come clava, per scongiurare qualsiasi ipotesi di centro-sinistra che guardi più a sinistra che al centro.

«Una certa cultura radicale insiste sull’autonomia della politica dai valori etici oggettivi» e «non negoziabili», ha detto ieri Bagnasco intervenendo al 25mo anniversario della Pontificia università della Santa Croce (dell’Opus Dei). In politica la mediazione è «importante», ma «non su tutto ci può essere mediazione» per non distruggere alcuni «valori costitutivi e quindi irrinunciabili». Per un cattolico la fede deve «ispirare ogni ambito e azione, privato o pubblico che sia», quindi chiedere «che i cristiani che hanno responsabilità pubbliche sospendano la loro coscienza è impossibile e ingiusto».

Di «valori non negoziabili» si parlerà in maniera particolare venerdì e sabato prossimo a Roma, al centro congressi di Tv2000, l’emittente dei vescovi, in occasione del convegno nazionale di Scienza & Vita, l’associazione creata dalla Cei per contrastare il referendum che chiedeva l’abrogazione della legge 40 sulla fecondazione assistita e in prima linea in tutte le battaglie sui cosiddetti «temi eticamente sensibili»: apertura di Bagnasco e tavola rotonda con Alfano, Casini, Maroni e Bersani. Tutti a «lezione» dal cardinale.

A poche centinaia di metri, alla Domus Pacis – storica struttura dell’Azione cattolica –, e quasi negli stessi giorni (il 19 e il 20 novembre), ci sarà un’assemblea di tutt’altro segno. Una serie di associazioni che si riconoscono nella tradizione del cattolicesimo democratico (dai Cristiano sociali di Mimmo Lucà a Città dell’uomo fondata negli anni ’80 dall’antifascista Lazzati, dalla Rosa Bianca ispirata ai giovani studenti tedeschi oppositori di Hitler ad Agire politicamente) si incontreranno per dare vita non ad un partito né una “corrente”, ma ad una «rete» anche per intervenire nella politica, con due stelle polari: non i «valori non negoziabili» dettati dalla gerarchie ecclesiastiche, ma «la Costituzione repubblicana del 1948 e il Concilio Vaticano II». Segno di un mondo cattolico variegato e non interamente irregimentato dalla Cei.

Guerre umanitarie e bombe caritatevoli. In Vaticano il convegno degli ordinari militari

1 novembre 2011

“Adista”
n. 80, 5 novembre 2011

Luca Kocci

Militari per amore: quando disinnescano le mine, ma anche quando partecipano attivamente alle “missioni di pace”, sganciando “bombe umanitarie” e “intelligenti”, come in Iraq, Afghanistan e Libia. Lo ha ricordato Benedetto XVI che, lo scorso 22 ottobre, ha ricevuto in  udienza i partecipanti al VI Convegno internazionale degli Ordinariati militari, nel venticinquesimo anniversario della Spirituali Militum cura, la Costituzione apostolica – emanata da Giovanni Paolo II nel 1986 – che elevò al rango di diocesi tutti gli Ordinariati e i Vicariati castrensi del mondo. Diocesi anomale, le cui parrocchie sono le cappellanie militari, i cui parroci sono i cappellani militari – preti sottratti all’autorità del loro vescovo locale che devono obbedienza all’ordinario militare, vescovo e al contempo generale – e i cui fedeli sono i militari e le loro famiglie, gli allievi delle scuole militari, il personale medico, paramedico e i degenti degli ospedali militari.

«La vita militare di un cristiano va posta in relazione con il primo e il più grande dei comandamenti, quello dell’amore a Dio e al prossimo, perché il militare cristiano è chiamato a realizzare una sintesi per cui sia possibile essere anche militari per amore, compiendo il ministerium pacis inter arma», ha detto Ratzinger all’udienza. «Penso in particolare all’esercizio della carità nel soldato che soccorre le vittime dei terremoti e delle alluvioni, come pure i profughi, mettendo a disposizione dei più deboli il proprio coraggio e la propria competenza. Penso all’esercizio della carità nel soldato impegnato a disinnescare mine, con personale rischio e pericolo, nelle zone che sono state teatro di guerra, come pure al soldato che, nell’ambito delle missioni di pace, pattuglia città e territori affinché i fratelli non si uccidano fra di loro».

La situazione è più complessa però, soprattutto in epoca di “guerre umanitarie”: militari e cappellani – ha notato piuttosto mons. Dominique Mamberti, segretario di Stato vaticano per i rapporti con gli Stati, aprendo i lavori del Convegno – in questo tempo devono «adattarsi a nuove condizioni nell’esercizio delle loro mansioni, a motivo di cambiamenti di diversa indole, come la fine della coscrizione obbligatoria e l’arruolamento su base professionale nelle Forze armate, ormai in vigore in molti Paesi europei, i tagli di risorse provocati dalla crisi economica, le nuove tecnologie belliche e di difesa, nonché le nuove caratteristiche dei conflitti, che implicano un ripensamento delle regole d’ingaggio e del ruolo di interposizione e di peace-keeping». Una questione «di drammatica attualità», ha aggiunto Mamberti, forse pensando anche alla Libia. «Nello scenario internazionale i conflitti non sono un fenomeno limitato nello spazio e nel tempo. In passato essi venivano combattuti su campi di battaglia e con una modalità nei metodi e nei mezzi che marcava formalmente l’inizio e la cessazione delle ostilità. Oggi, e voi lo sapete bene, non è così. Il conflitto, anche armato, tende pericolosamente ad assumere la forma di un “elemento persistente” della realtà umana e sociale; viene spesso combattuto nei centri urbani, senza la chiara demarcazione di un inizio e di una fine, talvolta senza la possibilità di distinguere i combattenti dai civili, i nemici dalle forze amiche». Per cui si fa sempre più faticosa l’opera di «discernimento di fenomeni che spesso assumono forme non agevolmente qualificabili alla luce delle categorie classiche della diplomazia e del diritto internazionale, e che giungono talora a rendere problematico il dare efficacia al corpus normativo applicabile in caso di conflitti armati».

Nodo intricato, forse impossibile da sciogliere. «Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza ad ogni costo?», chiedeva don Lorenzo Milani ai cappellani militari nel 1965. «Se siete ancora vivi e graduati è segno che non avete mai obiettato a nulla». E allora in questo contesto si dimostra di grande attualità la storica proposta di Pax Christi di smilitarizzare i cappellani e affidare la cura pastorale dei soldati ai sacerdoti delle parrocchie nei cui territori sorgono le caserme, anche per dare loro totale autonomia dalle gerarchie militari (v. Adista nn. 81/95, 67/97, 81/00, 49/06 e 81/06). In Vaticano però da quest’orecchio non ci sentono. Anzi, la proposta emersa dal convegno è di aumentare gli Ordinariati, stipulando nuovi accordi internazionali con gli Stati.