Archive for dicembre 2011

La solidarietà che fa paura alla mafia. Nuovo attentato a don Panizza

31 dicembre 2011

“Adista”
n. 1, 7 gennaio 2012

Luca Kocci

Attentato intimidatorio di stampo mafioso, nella notte di Natale, alla comunità Progetto Sud, guidata da don Giacomo Panizza. Una bomba è stata fatta esplodere davanti all’ingresso di un centro per minori stranieri non accompagnati, inaugurato l’estate scorsa, in un edificio confiscato ai Torcasio, una delle famiglie egemoni della ‘ndrangheta lametina. Lievi i danni: è stata divelta la porta di ferro e danneggiata la soglia. Ma, se qualcuno si fosse trovato a passare vicino al luogo dell’esplosione, le conseguenze sarebbero state più gravi. Più che i danni e le vittime, perlomeno in questo caso, contano i simboli, come è prassi della logica e della simbologia mafiosa: un attentato ad un prete in prima fila nella lotta alla ‘ndrangheta, proprio nella notte di Natale e per di più contro un bene confiscato ai boss della città.

«È un chiaro messaggio mafioso contro la comunità e contro il territorio, ma noi continuiamo nel nostro lavoro e proseguiremo nelle attività di accoglienza», il primo commento di don Panizza, che ha incassato l’immediata solidarietà da parte delle istituzioni locali e delle associazioni vicine al lavoro di Progetto Sud. «La ‘ndrangheta ha voluto colpire un simbolo della lotta alle mafie, una comunità che da 35 anni è un punto di riferimento non solo per persone con disabilità, tossicodipendenti o malati di Aids, ma per chiunque voglia rafforzare il tessuto sociale sui principi della legalità e del bene comune», dice don Armando Zappolini, presidente del Coordinamento nazionale comunità di accoglienza, a cui Progetto Sud è associato. «Ma anche lo Stato deve fare la sua parte: aver assegnato, e dunque restituito alla collettività, a fini sociali, solo una percentuale minima dei beni confiscati alle organizzazioni mafiose rende più deboli anche coloro che si sono esposti. Chiediamo quindi alle istituzioni di porre termine a questa inefficienza che danneggia fortemente la lotta alle mafie nel nostro Paese». «Quando la società civile esprime il proprio  impegno più deciso, quando promuove e realizza, con i fatti, la cultura della solidarietà, quando il volontariato si trasforma in denuncia quotidiana e vivente del degrado, dell’abbandono, della violazione dei diritti umani, può anche infastidire qualcuno ed armare mani vigliacche e ignote», commenta Pietro Barbieri, presidente della Federazione italiana per il superamento dell’handicap, la cui delegazione calabrese è ospitata nella sede di Progetto Sud, che porta avanti anche programmi e attività per i disabili. «Esprimiamo profonda vicinanza, condivisione e corresponsabilità. Toccare quella realtà, quella comunità, quel bene confiscato, significa toccare tutti noi», aggiunge don Luigi Ciotti, presidente di Libera, rete di associazioni antimafia.

Non è la prima volta che don Panizza – che ha raccontato la sua storia nel libro intervista con Goffredo Fofi Qui ho conosciuto Purgatorio, Inferno e Paradiso (Feltrinelli, 2011, pp. 240, 15€) – e Progetto Sud subiscono intimidazioni mafiose: nel 2009 vennero manomessi i freni di due autovetture utilizzate per il trasporto dei disabili, fortunatamente, anche in quel caso, senza conseguenze per le persone; successivamente venne presa di mira, con furti e danneggiamenti, una cooperativa di Progetto Sud (v. Adista n. 117/09). E tutto è cominciato proprio quando Progetto Sud si è fatto carico dell’immobile confiscato ai Torcasio: il giorno della consegna dell’edificio, Antonio Torcasio, uno dei rampolli della famiglia mafiosa (ucciso qualche anno dopo, mentre andava in commissariato a firmare il registro dei sorvegliati speciali), insultò e minacciò pubblicamente don Giacomo, che da allora vive sotto scorta. «Era la prima volta che a Lamezia un bene confiscato veniva assegnato ad un’associazione sociale», spiega don Panizza ad Adista. «Evidentemente le cosche temevano un “effetto domino”, che poi ci fu perché negli anni seguenti altri beni confiscati vennero assegnati ad altri enti. Fui minacciato e denunciai il fatto». Infatti al novembre 2011 erano 1.163 gli immobili, i terreni e le aziende sequestrate e confiscate alla ‘ndrangheta in tutta la Calabria, 245 nella provincia di Catanzaro di cui quasi 200 solo nel Comune di Lamezia. E non è la prima volta che vengono colpiti preti o attività anti-‘ndrangheta in Calabria, dove anzi gli episodi si moltiplicano: questa estate era toccato a don Giuseppe Campisano, parroco di San Rocco a Gioiosa Jonica (Rc), e a don Tonino Vattiata, parroco di Pannaconi di Cessaniti (Vv), subire le intimadizioni della criminalità organizzata (v. Adista n. 65/11).

Annunci

«Iniziative clamorose» contro don Zappolini

29 dicembre 2011

“il manifesto”
29 dicembre 2011

Luca Kocci

Non è piaciuto ai catto-fascisti di Forza Nuova il presepe che don Armando Zappolini, presidente del Coordinamento nazionale comunità di accoglienza e parroco di Perignano (Pisa), ha realizzato nella sua parrocchia. «Gesù, bambino nato in Italia nella notte fra il 24 e il 25 dicembre da genitori palestinesi senza documenti di soggiorno, non potrà diventare cittadino italiano», ha scritto il parroco in un cartello accanto al presepe – dove compaiono anche tre statue che rappresentano figli di immigrati, con tanto di schede anagrafiche -, invitando poi i suoi parrocchiani a firmare subito la proposta di legge di iniziativa popolare della campagna «L’Italia sono anch’io» per concedere la cittadinanza a tutti i bambini stranieri nati in Italia, secondo il principio dello ius soli e non di quello vigente dello ius sanguinis.
I militanti di Forza Nuova, devoti a Mussolini e a santa romana Chiesa, però hanno urlato allo scandalo, alla «strumentalizzazione politica del Natale» e hanno chiesto al vescovo di richiamare il parroco «al rispetto dell’istituzione che rappresenta, facendo cessare tali trovate propagandistiche, riservandosi, in difetto, di porre in essere iniziative clamorose». Chissà se intenderanno bruciare la chiesa. «Affermare il principio dello ius soli, per cui tutti i nati sul territorio italiano acquisterebbero automaticamente la cittadinanza, cavalcato dall’ideologia progressista e da certa Chiesa modernista – puntualizza Forza nuova -, non potrà che comportare una regolarizzazione dell’immigrazione musulmana con conseguente disgregazione della nostra civiltà cattolico romana».
«Le intimidazioni di Forza Nuova non possono e non devono fermare la battaglia di civiltà a favore dei diritti di cittadinanza delle persone straniere che vivono e lavorano in Italia», la replica di don Zappolini. «Una legge sulla cittadinanza ancorata al principio dello ius sanguinis non è adeguata al messaggio rivoluzionario di Gesù, al riconoscere fratello qualunque altro essere umano», ha aggiunto. «È una questione di giustizia, ma anche di buonsenso: si possono tenere ai margini tante persone che arricchiscono la vita del Paese dal punto di vista sociale e culturale, ma anche economico? Ci sono già troppi strappi in un tessuto sociale che ha invece bisogno di forti elementi di coesione. E la Chiesa si è espressa più volte a favore di una maggiore integrazione, a cominciare dalle chiare parole pronunciate dal papa, che hanno trovato posto nel nostro presepe accanto a quelle del presidente Giorgio Napolitano», che recentemente, ricevendo al Quirinale i valdesi e i protestanti italiani è intervenuto sulla necessità di concedere la cittadinanza ai nati in Italia. Ma evidentemente i militanti di Forza nuova il papa lo difendono ma non lo ascoltano, perlomeno quando parla di diritti degli immigrati.

Manovre di cattolici alla ricerca di un “centro”. E dopo Todi spunta “Iniziativa per l’Italia”

27 dicembre 2011

“Adista”
n. 97, 31 dicembre 2011

Luca Kocci

Giurano che non è il seguito del seminario di Todi, dove, a metà ottobre, si riunirono le associazioni aderenti al Forum delle persone e delle associazioni cattoliche nel mondo del lavoro insieme al card. Angelo Bagnasco per gettare le basi di un non ben precisato “soggetto cattolico” impegnato in politica (v. Adista n. 78/11). Eppure l’incontro riservato che si è svolto lo scorso 13 dicembre in un istituto religioso a Roma sembra essere proprio il secondo passo dopo Todi, sia per i partecipanti – fra gli altri il segretario della Cisl Raffaele Bonanni, il neo ministro Andrea Riccardi, lo “scontento” del Partito Democratico Giuseppe Fioroni, i centristi ortodossi Casini e Cesa, più i rappresentanti di qualche associazione –, sia per gli obiettivi: l’elaborazione di un manifesto, «Iniziativa per l’Italia», aperto anche alla cultura laica, ma saldamente ispirato dai cattolici. Prossimo appuntamento, stavolta pubblico, a gennaio a Napoli, quando il manifesto verrà lanciato ufficialmente. E poi a Milano, a marzo, segno che l’iniziativa vuole assumere un rilievo nazionale.

«Il nostro è un progetto prepolitico», spiega Bonanni, riprendendo esplicitamente quanto detto dal presidente della Conferenza Episcopale Italiana a Todi («la comunità cristiana deve animare i settori prepolitici nei quali maturano mentalità e si affinano competenze, dove si fa cultura sociale e politica»). E Riccardi spiega al Corriere della Sera (14/12), in un pezzo firmato dal cronista politico Roberto Zuccolini (anche lui, come Riccardi, proveniente dalla Comunità di sant’Egidio), che in Italia, da qualche mese – non a caso dall’inizio dei “movimenti” in ambito cattolico seguiti alla sconfitta del centro-destra alle amministrative dello scorso maggio (v. Adista n. 51/11) – sta emergendo una «grande voglia di fare politica» che «viene dal sociale e dal mondo cattolico. Siamo sollecitati ogni giorno, chiamati continuamente». Il ministro per la Cooperazione Internazionale e l’Integrazione auspica «un’iniziativa per l’Italia», ma «orientata verso l’Europa, in cui il fare politica si saldi con la grande cultura cattolica e laica del nostro Paese». Perché «la cultura cattolica è per sua natura di sintesi, secondo il modello degasperiano».

Si tratterà però di vedere cosa ne pensa il “popolo cattolico”. I dati di un recentissimo sondaggio Acli-Ipsos sui «cattolici nell’attuale scenario politico italiano» non sono univoci: solo il 9 per cento degli intervistati vorrebbe un “partito cattolico”, mentre al 27 per cento piacerebbe un movimento per fare sentire la propria voce al mondo dell’economia e della politica. Tuttavia più della metà dei cattolici è convinta che i vari movimenti e associazioni sono assai diversi tra loro e quindi incapaci di trovare una posizione comune.

Libertà di coscienza, vigilata dalla Cei. Il card. Bagnasco al convegno di Retinopera

27 dicembre 2011

“Adista”
n. 97, 31 dicembre 2011

Luca Kocci

«Libertà di coscienza» e «cristiani adulti»: formule «intrinsecamente ambigue» utilizzate da molti cattolici – soprattutto in ambito politico – per giustificare scelte personali che si collocano al di fuori dei «confini dell’obbedienza ecclesiale», dovuta sempre e comunque. Il presidente della Cei card. Angelo Bagnasco interviene, lo scorso 17 dicembre, alla Giornata di riflessione sulla formazione sociale e politica di Retinopera (cartello che riunisce le principali associazioni cattoliche, fra cui Azione Cattolica, Acli, Rinnovamento nello Spirito Santo, Comunità Sant’Egidio, Movimento dei Focolari, impegnate nel sociale, nato nel 2005 per iniziativa della Cei, v. Adista nn. 55/05 e 6/06) e compie un ulteriore balzo in avanti rispetto alla tradizionale dottrina dei «principi non negoziabili»: non c’è solo la riaffermazione dei «pilastri irrununciabili e imprescindibili» di vita, famiglia e scuola cattolica («la vita umana dal suo primo istante alla morte, la libertà di crescere e maturare, il matrimonio tra l’uomo e la donna», precisa il presidente della Cei) su cui non è possibile mediazione, ma anche la demolizione di due capisaldi del Concilio – e della tradizione del cattolicesimo democratico – come appunto la libertà di coscienza e l’autonomia dei laici cattolici adulti.

La rivendicazione della libertà di coscienza, «la voce di Dio dentro di noi», spiega Bagnasco, può diventare «un alibi alla propria ostinazione quando la caparbia indisponibilità alla correzione di sé viene giustificata con la fedeltà alla voce interiore. Una contraffazione che non di rado scambia  l’ossequio vitale alla verità con l’uscita dai confini dell’obbedienza ecclesiale». Lo «stravolgimento del concetto di coscienza» è «la causa di tanti equivoci nei quali navighiamo» e «l’origine di molte scelte sbagliate» perché diventa un modo per «agire come ci pare». Uno «slittamento semantico», aggiunge il presidente dei vescovi italiani, che riguarda anche l’espressione «cristiani adulti»: occorre vigilare anche su questa espressione perché non comporti «l’adozione di atteggiamenti di autosufficienza e di autonomia dal Magistero della Chiesa». «Per ovviare a queste degenerazioni» è però sufficiente «educare e formare la coscienza» perché sia docile al Magistero della Chiesa.

Sono indicazioni precise quelle di Bagnasco, paletti in vista delle prossime elezioni politiche – fra qualche mese o nella primavera del 2013, alla scadenza della legislatura – e soprattutto istruzioni vincolanti per il riassestamento politico dei cattolici degli ultimi mesi (v. Adista nn. 76, 78, 79, 82, 83 e 84/11) per cui il cardinale si è speso molto e a cui dedica la conclusione del suo intervento: «Le realtà che aderiscono a Retinopera hanno uno specifico da apportare al movimento che, grazie a Dio, ha preso il largo e che deve portare i cattolici del nostro Paese a spendersi non per smania, ma “in scienza e coscienza”, nei vari ambiti e livelli della vita sociale e politica».

La solidarietà armata

24 dicembre 2011

“il manifesto”
24 dicembre 2011

Luca Kocci

È toccato al ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione Andrea Riccardi dare l’annuncio, al termine della riunione del consiglio dei ministri di ieri, dell’approvazione del decreto Milleproproghe – ribattezzato Poche proroghe – che contiene, fra l’altro, il rifinanziamento delle missioni militari all’estero delle Forze armate.
Niente da fare, quindi, per le organizzazioni non governative italiane impegnate nella cooperazione allo sviluppo che hanno denunciato con forza i continui tagli ai progetti internazionali di solidarietà da un lato e l’intangibilità degli stanziamenti per le armi e per le missioni militari dall’altro. Il “loro” ministro conferma tutto: nessuna riduzione, le missioni all’estero delle Forze armate continuano.
Del resto non è una novità: Riccardi, ministro ma soprattutto fondatore e principale animatore della Comunità di sant’Egidio – neolaureato honoris causa dall’Università di Friburgo anche per il suo impegno per «il dialogo interreligioso e la pace nell’era della globalizzazione» – da sempre riesce a far convivere solidarietà e armi. Finmeccanica infatti, la prima industria armiera italiana in queste settimane anche al centro di episodi di corruzione che hanno coinvolto i suoi massimi vertici, è da sempre uno dei principali sponsor del progetto Dream (Drug resource enhancement against aids and malnutrition), un programma di prevenzione e cura dell’Aids in Africa, avviato da Sant’Egidio nel 2002 e oggi attivo in Mozambico, Malawi, Tanzania, Kenya, Repubblica di Guinea, Guinea Bissau, Nigeria, Angola, Repubblica Democratica del Congo e Camerun. In Africa quindi – dove è finita la metà degli armamenti italiani esportati nel 2010 – Finmeccanica vende armi; poi, anche grazie a Sant’Egidio, si rifà il trucco finanziando progetti sanitari in quegli stessi territori e può scrivere con orgoglio sulla sua pagina web: «La solidarietà non ha confini. Non geografici, né politici, né religiosi».
Ma non c’è solo Finmeccanica fra gli sponsor ambigui del movimento fondato da Andrea Riccardi: finanziano le attività di Sant’Egidio – tutte benedette e sostenute dalla Conferenza episcopale italiane – Unicredit e Intesa San Paolo, fra le principali “banche armate”, ovvero gli istituti di credito che sostengono l’export di armi italiane e i programmi internazionali di riarmo, come i 131 cacciabombardieri F-35, per cui il nostro Paese spenderà almeno 15 miliardi di euro nei prossimi 15 anni; sempre il programma Dream è sponsorizzato da Farmindustria (la federazione delle aziende farmaceutiche italiane associate a Confindustria) e dalle multinazionali farmaceutiche Glaxo, Boehringer e Merck, tutte aderenti al cartello di 39 società che, anni fa, avviarono una causa contro l’allora presidente del Sudafrica Nelson Mandela che aveva concesso alle aziende locali di produrre farmaci anti-Aids a basso costo aggirando così lo strapotere delle multinazionali che commercializzavano le medicine ad altissimo prezzo; e in passato la Fondazione per la pace di Sant’Egidio è stata finanziata dalla Nestlé, quando la multinazionale era sottoposta ad un boicottaggio internazionale per violazione del codice internazionale di commercializzazione del latte in polvere.
Armi e solidarietà. Anzi solidarietà anche con i soldi delle armi. E poi una bella marcia della pace, come quelle che la Comunità di Sant’Egidio organizzerà in tutta italia l’1 gennaio. A Roma si concluderà a piazza san Pietro, per ascoltare il papa. E Riccardi, c’è da scommettere, sarà in prima fila.

La crisi di un papato che ha paura del mondo e del futuro. Un libro di Marco Politi

21 dicembre 2011

“Adista”
n. 95,  24 dicembre 2011

Luca Kocci

È difficile, forse impossibile, guardare e immaginare il futuro per la Chiesa cattolica quando le preoccupazione prevalenti sono la difesa e la conservazione dell’esistente. Anzi, in questo caso, l’esito non è nemmeno la conservazione e l’immobilismo, ma la restaurazione e un «ritorno al passato» dettato dalla paura che genera un inevitabile riflesso identitario. È la chiave di lettura con cui Marco Politi – vaticanista del Fatto quotidiano, dopo un ventennio trascorso alla Repubblica – interpreta i primi 6 anni e mezzo di pontificato di Benedetto XVI nel suo saggio Joseph Ratzinger. Crisi di un papato, appena pubblicato da Laterza (pp. 328, euro 18, acquistabile anche presso Adista: tel. 066868692, e-mail: abbonamenti@adista.it). Volume documentato e puntuale, ma non per questo di lettura difficile o noiosa, che ricostruisce le tappe del “regno” di Benedetto XVI, dal Conclave che lo ha eletto papa nell’aprile 2005 fino agli ultimissimi atti.

Quello che sarebbe stato il pontificato di Benedetto XVI era, in parte, già scritto nelle premesse che hanno portato Ratzinger al soglio pontificio. Quando ormai la malattia di papa Wojtyla era avanzata, scrive Politi, si forma all’interno del collegio cardinalizio un gruppo pro-Ratzinger mosso da tre preoccupazioni: «Salvaguardare il centralismo romano, ristabilire in misura più forte la dottrina e la disciplina, non permettere che gesti e decisioni papali – come era successo con il mea culpa del Giubileo o le riunioni interreligiose di Assisi, volute da Giovanni Paolo II – potessero intaccare l’immagine di supremazia della Chiesa cattolica». E Ratzinger era il candidato adatto per l’obiettivo.

Nota Politi che Ratzinger viene eletto grazie a due “complicità”: il “ricatto” della Universi dominici gregi (la Costituzione apostolica emanata da Wojtyla che, dopo un certo numero di votazioni senza esito, avrebbe consentito l’elezione di un papa a maggioranza assoluta e non più con i due terzi: se così fosse avvenuto si sarebbe data l’idea di una Chiesa divisa, risultando quindi un indiretto strumento di pressione per gli indecisi) e l’assenza di candidati tanto autorevoli da occupare l’enorme spazio lasciato vacante da Giovanni Paolo II (uno ce ne sarebbe stato, il card. Martini, ma la malattia conclamata lo tagliò fuori prima ancora che se ne iniziasse a parlare seriamente). Eletto sebbene sia un papa che «polarizza», che rappresenta solo una parte di Chiesa, quella più conservatrice, così come Martini avrebbe del resto rappresentato l’ala più progressista.

I rischi sono tutti sul tavolo e di lì a poco, dopo il primo «anno di grazia» in cui Ratzinger sembra dare un’immagine diversa da quella che ci si sarebbe aspettata dal «guardiano della fede» – incontra anche il teologo ribelle Hans Küng, suo vecchio amico e compagno “riformista” ai tempi del Concilio Vaticano II, ma «l’incontro resterà una parentesi senza seguito», nota Politi –, emergono uno dopo l’altro, come “incidenti di percorso” che però rivelano una precisa idea di Dio, di Chiesa e di umanità, frutto di una teologia – ha sostenuto Vito Mancuso durante la presentazione romana del libro il 16 novembre – incapace di dialogare con il mondo e con la storia, come invece fecero, ad esempio, i teologi della Liberazione o il teologo protestante Karl Barth, con la sua espressione «la Bibbia e il giornale». Politi elenca sei elementi critici del pontificato di Ratzinger: la frattura nei rapporti con il mondo islamico, in seguito al discorso di Benedetto XVI a Regensburg in cui, citando l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo, il papa attribuisce all’Islam cattiveria, violenza e disumanità; la definitiva sepoltura del Concilio Vaticano II – e, con esso, delle speranza di rinnovamento della Chiesa di oggi – interpretato nell’ottica della continuità della tradizione, resa evidente anche dal ripristino della messa in latino (peraltro contraddicendo il Ratzinger riformista del post-Concilio che, ricorda Politi, scriveva su Concilium che la messa tridentina era un «rito archeologico»); la frattura nei rapporti con il mondo ebraico in seguito all’auto-assoluzione per il popolo tedesco e per la Chiesa cattolica rispetto all’affermazione del nazismo (discorso ad Auschwitz nel maggio 2006), alla riproposizione della preghiera per i «perfidi ebrei» nella liturgia del Venerdì santo secondo il messale di san Pio V (poi parzialmente corretta), all’accelerazione al processo di beatificazione del “papa dei silenzi” sulla Shoah Pio XII e alla revoca della scomunica per il vescovo lefebvriano negazionista Richard Williamson, anche a causa di un pasticcio informativo-diplomatico del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone; l’affermazione, durante un volo papale verso l’Africa, che l’uso del preservativo «aumenta il problema» della diffusione dell’aids; la questione della pedofilia ecclesiastica, in cui Politi riconosce a Benedetto XVI di aver fatto molto e di essersi «impegnato in una visibile azione di contrasto degli abusi sessuali del clero», ma di non essere arrivato fino in fondo dando «un ordine chiaro alle autorità ecclesiastiche di qualsiasi parte del mondo affinché denuncino sempre i preti predatori a magistratura e polizia»; infine, l’invenzione, da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, dei «principi non negoziabili» e la loro riproposizione martellante da papa come argine alla modernità e alla secolarizzazione, con evidenti ricadute politiche, soprattutto in Italia, dove sempre più frequentemente vengono agitati dalla gerarchie ecclesiastiche come clava contro i cattolici che guardano a sinistra.

Circostanze che sono indizi di un’idea di Chiesa-«cittadella assediata» che richiama Pio IX – di cui, forse non a caso, Benedetto XVI ha ripristinato alcuni paramenti liturgici dall’evidente significato simbolico: la mitria e il pastorale – e spia di una sempre maggiore assenza di collegialità e di un progressivo rafforzamento del «centralismo curiale» e dell’«assolutismo papale». Il risultato è che «su tutti i grandi temi che richiederebbero una riforma (dalla carenza del clero al ruolo della donna nella Chiesa, dalla collegialità alle questioni della sessualità, della scienza e della bioetica) si è prodotta una stagnazione» e, nel frattempo, «si approfondisce all’interno della comunità cattolica la frattura fra due grandi tendenze: coloro che si arroccano nella riaffermazione dell’identità cattolica e coloro che si aspettano una Chiesa capace di misurarsi con le tematiche nuove, secondo l’antico detto Ecclesia semper reformanda». Forse, si chiede Politi, «bisogna cominciare a porsi la domanda se il modello di monarchia assoluta, nato dal Concilio di Trento cinquecento anni fa, sia ancora in grado di funzionare».

*******************************************************************

traduzione in francese
a c. di Nous sommes aussi l’Eglise (Noi Siamo Chiesa – Francia)
22 dicembre 2012

La crise d’un pontificat qui a peur du monde et de l’avenir

Un livre de Marco Politi

Par Luca Kocci

Il est difficile, voire impossible, de regarder et d’imaginer l’avenir de l’Église catholique, lorsque la préoccupation dominante est la défense et la conservation de ce qui existe. En effet, dans ce cas, le résultat n’est même pas la préservation et l’immobilisme, mais la restauration et un “retour en arrière” dictés par la peur qui crée un réflexe inévitable d’identité. C’est la clé de lecture avec laquelle Marco Politi – vaticaniste du Fatto quotidiano, après vingt années passées à la Repubblica – interprète les 6 ans et demi du pontificat de Benoît XVI dans son essai : Joseph Ratzinger. La crise d’un pontificat, qui vient d’être publié par Laterza (328 pages, 18 €). Un livre qui tombe à pic, bien documenté mais pas pour autant difficile ou ennuyeux, et qui reconstitue les étapes du «règne» de Benoît XVI, depuis le conclave qui l’a élu pape en avril 2005 jusqu’à ses dernières actions.

Ce que serait le pontificat de Benoît XVI était déjà en partie écrit dans les prémisses qui ont conduit Ratzinger à la papauté. Au fur et à mesure que progressait la maladie du pape Jean Paul II, écrit Politi, s’est constitué un groupe pro-Ratzinger au sein du collège des cardinaux, motivé par trois préoccupations : “sauvegarder le centralisme romain, rétablir plus fermement la doctrine et la discipline, ne pas permettre que des gestes et des décisions papales puissent ternir l’image de suprématie de l’Église catholique – comme cela s’était produit avec le mea culpa du Jubilé ou les rencontres interreligieuses d’Assise voulues par Jean-Paul II”. Et Ratzinger était le bon candidat pour cet objectif.

Politi constate que Ratzinger a été élu par deux “complicités” : le “chantage” de Universi Dominici Gregi (la constitution apostolique promulguée par Wojtyla qui, après un certain nombre de votes infructueux, permettrait l’élection d’un pape à la majorité absolue et non pas aux deux tiers : si cela devait arriver, on donnerait l’image d’une Église divisée, et ce serait un moyen indirect de pression sur les indécis) ;  et l’absence d’autorité de candidats très influents pour combler l’immense vide laissé par Jean-Paul II (il y en aurait eu un, le cardinal Martini, mais sa maladie déclarée l’écartait avant même qu’on commence à en parler sérieusement). Il a donc été élu, bien qu’il soit un pape qui «polarise», qui ne représente qu’une partie de l’Église, les plus conservateurs, comme Martini du reste aurait représenté l’aile progressiste.

Les risques étaient tous sur la table, dès après la première «année de grâce» pendant laquelle Ratzinger a semblé donner une image différente de ce qu’on attendait du “gardien de la foi” : il rencontre le théologien rebelle Hans Küng, son vieil ami et compagnon «réformiste» au temps de Vatican II, mais «la réunion restera une parenthèse sans suite», note Politi. Surviennent alors l’un après l’autre, des espèces d’ “accidents de parcours”, qui cependant révèlent une idée précise sur Dieu, l’Eglise et l’humanité, qui est le résultat d’une théologie. Lors de la présentation du livre à Rome le 16 novembre, Vito Mancuso a décrit cette théologie comme incapable de communiquer avec le monde et l’histoire, comme l’ont fait, par exemple, les théologiens de la Libération ou le théologien protestant Karl Barth avec son expression “la Bible et le journal”. Politi énumère six éléments essentiels du pontificat de Ratzinger:

1. la rupture des relations avec le monde islamique, après le discours à Ratisbonne où Benoît XVI, citant l’empereur byzantin Manuel II Paléologue, attribue à l’Islam la méchanceté, la violence et le manque d’humanité ;

2. l’enterrement définitif du Concile Vatican II – et avec lui l’espoir d’un renouveau de l’Eglise aujourd’hui – interprété dans l’optique de la continuité de la tradition, rendue évidente par la restauration de la messe en latin (ce qui contredit le Ratzinger réformiste d’après le Concile qui, rappelle Politi, avait écrit dans Concilium que la messe tridentine était un “rite archéologique”);

3. la fracture dans les relations avec le monde juif comme résultat de l’auto-absolution du peuple allemand et de l’Eglise catholique par rapport au nazisme (discours à Auschwitz en mai 2006), la reprise de la prière pour les “juifs perfides” dans la liturgie du Vendredi Saint selon le missel de saint Pie V (ensuite partiellement corrigée), l’accélération du processus de béatification du “pape du silence” sur la Shoah, Pie XII, et la levée de l’excommunication de l’évêque lefebvriste négationniste Richard  Williamson, également due à une défaillance de l’information diplomatique du cardinal secrétaire d’Etat Tarcisio Bertone ;

4. l’affirmation, au cours d’un vol pour l’Afrique, que l’utilisation du préservatif “augmente le problème” de la diffusion du sida ;

5. la question de la pédophilie des clercs, pour laquelle Politi reconnaît que Benoît XVI avait fait beaucoup et qu’il s’était “engagé dans une action visible contre les abus sexuels du clergé” mais qu’il n’avait pas pu aller au fond en donnant «un ordre clair aux autorités ecclésiastiques du monde entier de toujours dénoncer les prêtres coupables à la justice et à la police”,

6. et enfin, l’invention, comme préfet de la Congrégation pour la Doctrine de la Foi, des “principes non négociables” et leur répétition incessante en tant que pape, comme un obstacle à la modernité et à la sécularisation, avec des retombées politiques évidentes, surtout en Italie, où de plus en plus fréquemment ils sont brandis par la hiérarchie de l’Eglise comme une menace contre les catholiques qui se tournent vers la gauche.

Ces éléments sont des signes d’une conception de l’Eglise comme “citadelle assiégée” qui rappelle Pie IX – de qui, ce n’est peut-être pas surprenant, Benoît XVI a rétabli certains vêtements liturgiques à la signification symbolique évidente : la mitre et la crosse – et l’indicateur d’un manque croissant de collégialité et d’un renforcement progressif de la “centralisation de la curie” et de “l’absolutisme de la papauté”. Le résultat est que “sur toutes les grandes questions qui exigent une réforme (de la pénurie du clergé au rôle des femmes dans l’Eglise, de la collégialité aux questions de sexualité, de science et de bioéthique) c’est le statu quo”, et, en attendant, “le fossé se creuse au sein de la communauté catholique en deux grandes tendances: ceux qui se retranchent dans la réaffirmation de l’identité catholique et ceux qui attendent une Eglise capable de se mesurer avec de nouvelles questions, selon le vieil adage Ecclesia semper reformanda“. Peut-être, se demande Politi, “devons-nous commencer à nous demander si ce modèle de monarchie absolue, né au Concile de Trente il y a cinq cents ans, est encore capable de fonctionner.”

Notes : 
in Adista Notizie n. 95 – 24 Dicembre 2011.
Traduction : P. Collet

Ici e chiesa Benedetta esenzione

18 dicembre 2011

“il manifesto”
18 dicembre 2011

Luca Kocci

«La Chiesa paga l’Ici», se ci fossero «casi di elusione relativi a singoli enti devono essere accertati e sanzionati». Sceglie il «Corriere della sera» – a cui ha concesso, ieri, una lunga e inusuale intervista, segno evidente della volontà di reagire alle polemiche delle scorse settimane – il cardinale Angelo Bagnasco per ribadire la posizione della Cei sulla questione Ici. L’occasione è l’approvazione del decreto «salva-Italia» da parte della camera, che ha votato anche un ordine del giorno Pd-Pdl che impegna il governo a «valutare l’opportunità di definire la questione relativa al pagamento dell’Imu sugli immobili parzialmente utilizzati a fini commerciali» dagli enti ecclesiastici e non profit. E la posizione non cambia: l’esenzione è sacrosanta, anche se c’è qualche peccatore che fa il furbetto e non paga quello che dovrebbe. «Non è un privilegio», spiega dunque Bagnasco, ma «il riconoscimento del valore sociale dell’attività svolta», perché non è giusto che «il mondo della solidarietà debba essere tassato al pari di quello del business». Peccato però che ad essere soggetto ad Imu (la nuova Ici) non sarà solo «il mondo del business», ma anche le abitazioni delle famiglie – tanto care alla Conferenza episcopale – che si limitano a viverci. Bagnasco corregge qualche grossolanità sulla «cresta dei vescovi» detta nei giorni scorsi. Ricorda le cifre, che in realtà sono pubbliche, degli stipendi di parroci (1.000 euro) e vescovi (1.300 euro), dimenticando però di citare i “diritti di stola” a cui può attingere ogni prete: ovvero le offerte – in molti casi obbligatorie e quantificate secondo un tariffario – per battesimi, matrimoni, funerali. Difende l’otto per mille: 350 milioni per gli stipendi dei preti, spiega, «i restanti 650 milioni sono spesi per la Caritas, per i beni culturali, per il Terzo Mondo». Non proprio. Nel 2011 la maggior parte dei 1.118 milioni incassati è stata usata per il funzionamento della struttura ecclesiastica: 467 milioni per edilizia, culto e pastorale, 361 milioni per il sostentamento del clero, 235 milioni per «interventi caritativi» in Italia e all’estero, 55 milioni, infine, accantonati per il futuro.

Bagnasco apre, ma la legge non si tocca

10 dicembre 2011

“il manifesto”
10 dicembre 2011

Luca Kocci

La normativa che prevede l’esenzione dal pagamento dell’Ici per gli immobili di proprietà degli enti ecclesiastici «è giusta, in quanto riconosce il valore sociale delle attività svolte», ma «è altrettanto giusto, se vi sono dei casi concreti nei quali un tributo dovuto non è stato pagato, che l’abuso sia accertato e abbia fine». Il presidente della Cei Bagnasco, sospinto dalla marea montante di protesta contro il privilegio riservato agli immobili ecclesiastici, ha parlato, confermando sostanzialmente la linea dei vescovi, ribadita anche dal quotidiano Avvenire, che per due giorni consecutivi ha polemicamente pubblicato lo stesso editoriale: l’esenzione è giusta, se per caso ci fosse qualche abuso da parte di enti che esercitano attività «esclusivamente» commerciali, i Comuni devono intervenire. Le aperture di Bagnasco, interpretate come disponibilità a rivedere la legge, in realtà non intendono modificare sostanzialmente il quadro: «in quest’ottica», ovvero della conferma dell’esenzione, ha detto, non abbiamo «preclusioni pregiudiziali circa eventuali approfondimenti volti a valutare la chiarezza delle formule normative vigenti».
Non si tratta quindi di cancellare l’esenzione, semmai di chiarirne i confini. Una posizione assai diversa rispetto a quella del movimento di base Noi Siamo Chiesa, che chiede ai vertici ecclesiastici «di fare un passo indietro» e di porre fine «unilateralmente» a tutte quelle ambiguità che la legge attualmente consente. «Sarebbe un passo in avanti nella direzione di una Chiesa orientata a maggiore sobrietà», prosegue Noi Siamo Chiesa, e che, in nome del Vangelo, «inizia a rinunciare a qualcosa del molto che riceve in Italia dalle istituzioni».
Come, ad esempio, l’otto per mille. Non tanto quello che i contribuenti hanno devoluto alla Chiesa cattolica (oltre 1 miliardo di euro l’anno), nel qual caso – nonostante il meccanismo truffaldino della legge che prende i soldi anche di chi non ha scelto nulla – non ci sarebbe stato nulla di anomalo. Bensì le quote che i cittadini italiani hanno dichiarato esplicitamente di voler destinare allo Stato ma che finiscono ugualmente nelle casse della Chiesa: su 144 milioni di euro che lo Stato ha incassato nel 2010, oltre 50 sono stati assegnati dalla presidenza del Consiglio a parrocchie, diocesi ed enti ecclesiastici per restaurare i loro immobili.

Se Dio pagasse l’Ici. Il caso di via Aurelia

9 dicembre 2011

“il manifesto”
9 dicembre 2011

Luca Kocci

Eliminare l’esenzione dal pagamento dell’Ici, anzi dell’Imu, per gli immobili di proprietà ecclesiastica? «È una questione che non ci siamo ancora posti», ha ammesso il premier Mario Monti presentando la manovra da lui ribattezzata “salva Italia”, ma che bisognerebbe chiamare anche “salva Chiesa. «Non abbiamo avuto il tempo di pensarci», gli ha fatto eco il sottosegretario alla Presidenza del consiglio Catricalà. Del resto era prevedibile (il manifesto ne aveva parlato già il 20 novembre) che in un Consiglio dei ministri dove siedono, fra gli altri, il rettore dell’università Cattolica di Milano nonché vicepresidente del Consiglio di amministrazione del quotidiano dei vescovi Avvenire, Lorenzo Ornaghi, e il fondatore della Comunità di sant’Egidio, Andrea Riccardi, la priorità non sarebbe stata l’abolizione dell’esenzione. E così gli immobili di proprietà ecclesiastica (e degli enti «senza fini di lucro») continueranno a non pagare tasse per una cifra che, secondo i calcoli dell’Anci, si aggirerà – considerando anche la rivalutazione al 60% degli estimi catastali – attorno agli 800 milioni di euro l’anno. Un privilegio che ora, con l’imposta che graverà anche sulla prima casa, in precedenza esclusa, risulta ancora più intollerabile.

Il patrimonio immobiliare della Chiesa cattolica, attraverso una miriade di enti, diocesi, istituti religiosi, confraternite, è enorme: il Gruppo Re – che non è un’associazione anticlericale ma una società finanziaria nata a metà anni ‘80 «al servizio della Chiesa cattolica» – calcola che sia pari al 20 per cento del patrimonio immobiliare italiano. Solo a Roma il radicale Maurizio Turco ha contato 23mila immobili di proprietà di 2mila enti ecclesiastici, alcuni appositamente creati per mimetizzarli meglio: la Congregazione vaticana per l’evangelizzazione dei popoli, più nota come Propaganda Fide, con sede in piazza di Spagna, per esempio, utilizza 48 diverse denominazioni sociali per coprire le sue proprietà. Il sindaco Alemanno ha valutato che il Comune, a causa dell’esenzione,  non incassa 25 milioni di euro l’anno.

Non tutti gli immobili ecclesiastici sono esenti dal pagamento, ma quasi. All’esenzione tombale introdotta da Berlusconi nel 2005 – anche per neutralizzare l’effetto di una sentenza della Corte di cassazione che aveva dato torto ad un istituto di suore dell’Aquila che non versava l’Ici nonostante la casa di cura e il pensionato per studentesse che gestivano fossero a tutti gli effetti attività commerciali –, Prodi e Bersani l’anno dopo precisarono che gli immobili continuavano ad essere esenti purché non avessero «esclusivamente» natura commerciale. Con l’avverbio, un po’ di pulizia è stata fatta – sempre Alemanno, a marzo, ha detto che in 5 anni sono stati recuperati oltre 10 milioni di euro illecitamente non pagati dagli enti ecclesiastici – ma tanta ne resta ancora da fare. E l’Europa sta ancora indagando, in seguito ad un ricorso dei radicali: deve accertare se la legge italiana è contraria alle direttive comunitarie sulla concorrenza, la sentenza è attesa per giugno.

L’ambiguità della normativa resta, e i margini di manovra rimangono ampi, come dimostra il trucchetto messo in atto dalla stessa Cei lo scorso anno, documentato dall’agenzia Adista: la proprietà del mega complesso immobiliare di via Aurelia 796, dove hanno sede alcuni organismi di solidarietà della Cei, come Caritas e Fondazione Migrantes, ma anche la televisione e la radio dei vescovi (Tv2000 e Radio InBlu), è passata dall’Immobiliare aurelia sostentamento srl – organismo commerciale controllato dall’Istituto centrale per il sostentamento del clero –, alla Fondazione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, controllata direttamente dalla Cei e proprietaria anche della maggioranza di Avvenire. La Fondazione è ente ecclesiastico senza scopo di lucro, e questo consente alla Cei un risparmio fiscale, non solo dell’Ici, di 2 milioni e 700mila euro l’anno, spiegò allora il segretario della Cei mons. Crociata, precisando che l’operazione è «in piena conformità con le norme vigenti» e «con i permessi autorizzativi e di destinazione d’uso rilasciati dal comune di Roma». Insomma tutto regolare.

***********************************************************************

“il manifesto”
13 dicembre 2011
Precisazione
Gentile Direttore, in merito all’articolo di Luca Kocci «Se Dio pagasse l’Ici. Il caso di Via Aurelia» (il manifesto 9/12), si precisa che la notizia è priva di fondamento in quanto sia l’Immobiliare Aurelia Sostentamento srl che la Fondazione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena hanno sempre pagato e continueranno a pagare l’Ici sul complesso immobiliare di Via Aurelia 796. Stupisce che sul nulla si riesca ad imbastire una prosa tanto inutile quanto aggressiva.
mons. Domenico Pompili (portavoce Cei)

“il manifesto”
14 dicembre 2011
Controprecisazione
Prendo atto della precisazione di mons. Pompili (portavoce della Cei) pubblicata sul “manifesto” di ieri. Tuttavia tale precisazione, più che al “manifesto”, dovrebbe essere rivolta a mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei che, a margine dell’assemblea della Cei in cui si determinò la ripartizione dell’otto per mille per il 2010, dichiarò all’Asca: Il passaggio di proprietà «risponde alla necessità di incardinare in un ente ecclesiastico senza scopo di lucro, quale appunto la Fondazione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, controllata al 100% dalla Cei», in «coerenza con i permessi autorizzativi e di destinazione d’uso rilasciati dal comune di Roma». Dopo il completamento della costruzione del complesso, spiega infatti il segretario della Cei, «mantenere in vita la Ias, che è per natura una società commerciale, comporterebbe oneri aggiuntivi dell’ordine di oltre 1,5 milioni di euro di tasse sul reddito prodotto per ciascuno esercizio annuale, in aggiunta all’applicazione dell’Iva sulle locazioni, che, in capo ad attività di fatto sostenute dalla Cei, determinerebbe un ulteriore aggravio per gli enti usuari di 1,2 milioni di euro all’anno». Il risparmio totale, quindi, che la Cei trarrà dall’operazione è pari a 2,7 milioni di euro all’anno. Con questo obiettivo, spiega quindi Crociata, «e in piena conformità con le norme vigenti», la Presidenza della Cei ha deciso «l’acquisto in capo alla Fondazione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena dell’intero complesso immobiliare, per un valore complessivo di 90 milioni di euro più Iva, pagabili nei tre prossimi anni, disponendo la conseguente e successiva liquidazione della società».
Luca Kocci

Camminare Insieme 1971-2011. Mons. Bettazzi: «Una lettera pastorale rivoluzionaria»

7 dicembre 2011

“Adista”
n. 92, 10 dicembre 2011

Luca Kocci

Rivoluzionaria nei temi affrontati – la povertà, la libertà e la fraternità, non trattati astrattamente ma incarnati nella realtà sociale ed ecclesiale torinese tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70 – e per il metodo di elaborazione: non calata dall’alto, ma nata dal basso e condivisa realmente dalla Chiesa-Popolo di Dio, in un processo durato più di un anno (dal novembre 1970 al dicembre 1971) che può essere accostato a quello della scrittura collettiva. È la Camminare insieme. Linee programmatiche per una pastorale della Chiesa torinese, la Lettera pastorale firmata l’8 dicembre del 1971, quarant’anni fa, dal card. Michele Pellegrino (1903-1986) – “padre Pellegrino”, come preferiva essere chiamato – arcivescovo di Torino dal 1965 al 1977, fedele al Concilio, attento come pochi al mondo operaio e del lavoro, realmente sensibile alle condizioni dei poveri.

Una Lettera «rivoluzionaria», spiega mons. Luigi Bettazzi – all’epoca vescovo di Ivrea e presidente di Pax Christi –, profondamente evangelica e profondamente sociale e politica, che, sebbene pressoché dimenticata, potrebbe costituire un punto di riferimento e un’ispirazione anche per la Chiesa di oggi, perché tenti di assomigliare di più a quella sognata da p. Pellegrino: una Chiesa povera e fraterna, impegnata «a denunciare profeticamente le ingiustizie di una società che, mentre consente a minoranze privilegiate l’uso e l’abuso del potere», scriveva nella Camminare insieme, «impedisce a molti dei suoi membri di realizzare le condizioni indispensabili a un’esistenza degna dell’uomo».

Mons. Bettazzi, quale era il contesto sociale ed ecclesiale in cui nacque la Camminare insieme?

Sul piano sociale si usciva dai fermenti degli anni ’60, con la rivoluzione dei giovani e le rivendicazioni degli operai. Tutto questo, anziché essere valutato ed affrontato, era stato soffocato, aprendo le porte al terrorismo: non a caso il primo atto di terrorismo, significativamente protetto da organismi statali, era stato la strage di piazza Fontana, nel dicembre del 1969! Sul piano ecclesiale i fermenti e le speranze destate dal Concilio sembravano osteggiate o sopite per il timore che esplodessero, rendendo poi estremamente difficile governarle.

Perché fu una lettera pastorale “rivoluzionaria”?

Era rivoluzionaria per i problemi affrontati, ma anche per il metodo con cui era stata elaborata. La gerarchia si è sempre servita di collaborazioni, ma in forma di consultazioni riservate, così che la responsabilità rimanga tutta del papa o del prelato che firma il documento. Così era stato, per esempio, per l’importante contributo di Giuseppe Toniolo – presto beato – alla Rerum novarum di Leone XIII. Questa volta l’arcivescovo Pellegrino riceve il primo suggerimento dalla sua Chiesa, in particolare dai preti operai ovviamente più sensibili ai problemi della vita della gente ed anche dell’atteggiamento nei confronti della Chiesa; poi lo sottopone al vaglio del popolo di Dio e del clero – attraverso i Consigli pastorale e presbiterale – per un giudizio e per contributi anche sostanziali. Ovviamente l’ultima parola fu quella dell’arcivescovo – soltanto con qualche sfumatura di ammorbidimento – ma si trattò comunque di un metodo nuovo ed esemplare per un cammino davvero sinodale nel senso più ampio del termine. Penso come un coinvolgimento del genere, se diventasse comune nella Chiesa, potrebbe rendere il magistero della Chiesa più vicino e più facilmente accolto dai fedeli, proprio a cominciare dai giovani.

Quali sono i temi della Camminare insieme che ritiene più significativi?

I temi che la Lettera affrontava erano davvero rivoluzionari: povertà, libertà, fraternità. La fraternità era un tema più usuale nei documenti pastorali della Chiesa, tuttavia si osservava che poteva ridursi a “buonismo” se non si approfondivano gli altri due: la povertà come condizione per una vita cristiana che non si lasci dominare dagli idoli della ricchezza e del potere, e che allora indicava come modello significativo “la classe operaia”, e la libertà come caratteristica della persona e della vita umana, ma che va riconosciuta e rispettata anche all’interno della Chiesa.

Come fu accolta dai cattolici, dai preti e dai non credenti?

All’interno della Chiesa fu accolta con molta attenzione, sebbene in maniera non univoca: con entusiasmo da parte di alcuni, sia preti che laici, per questo atto di coraggio e di franchezza (la parresia degli Atti degli apostoli); con perplessità e talora con ostilità da parte di altri, che temevano un illanguidirsi della fede e coinvolgimenti ambigui con la politica. Presso i cosiddetti non credenti, specialmente di sinistra, fu accolta con molta simpatia, perché sembrava distinguere per la prima volta tra le posizioni politiche e la coerenza col Vangelo. La Lettera comunque avviò una profonda riflessione, importante sul piano dell’atteggiamento della Chiesa ma anche per il comportamento della politica e per i suoi sviluppi.

Fu una lettera pastorale incarnata nel sociale, profondamente evangelica. Sembra che oggi, perlomeno nella Chiesa che è in Italia, si faccia fatica a coniugare questi aspetti…

A quel tempo non si scendeva concretamente sul sociale, nel timore che un’applicazione specifica della Dottrina sociale della Chiesa finisse col trovarsi allineata con i grandi progetti della sinistra, promossi allora in modo totalitario dal marxismo “materialista e ateo”. Oggi sembra che, pur caduto il comunismo storico, si esiti a dedurre dai principi evangelici le più ovvie conseguenze, che contrasterebbero con i settori politici che si accaparrano i favori della gerarchia con la difesa (almeno nominale) dei “principi non negoziabili”, a cominciare dalla famiglia (che peraltro non si è mai effettivamente favorita con provvedimenti efficaci) e della vita, difesa al suo sbocciare e al suo tramonto, ma praticamente ignorata sia nel suo sviluppo sia nella sua qualità per le persone che non fanno parte dei settori più fortunati e ricchi della nazione e del mondo. Credo che il principio fondamentale “non negoziabile”, a cui andrebbero ricondotte poi tutte le applicazioni, sia quello della “solidarietà”, così come emerge dall’insegnamento di Gesù e dal Vangelo, e quindi questo “principio” sia irrinunciabile e distintivo della Chiesa e del cristiano.

La Camminare insieme è ancora attuale? Può avere qualcosa da dire e da insegnare alla Chiesa e ai cristiani del nostro tempo?

Credo che la Camminare insieme sia particolarmente attuale in un tempo in cui più che mai si ha bisogno di “annunci” forti. In realtà la “nuova evangelizzazione” di cui tanto si parla (se n’è fatto perfino un nuovo Dicastero in Vaticano) richiede, più che nuove formule, proprio la testimonianza efficace – della comunità cristiana e dei suoi componenti – di coerenza con il Vangelo, di maggiore spirito di comunione fraterna, fra i singoli e fra i gruppi e le comunità, ma anche di maggiore sobrietà, di maggiore prioritaria condivisione con i problemi della gente. Non a caso Gesù, prima di predicare per tre anni il Vangelo e di vivere per tre giorni la sua Pasqua, ha voluto inserirsi per trent’anni nell’umanità, in “quella umanità”: trent’anni per farsi uomo, tre anni per insegnare a vivere da cristiano e per realizzare pienamente il suo sacerdozio in tre giorni. Dovrebbe risultare che mammona – parola aramaica che indica la ricchezza ed il potere –, che è il grande idolo del mondo che si dice cristiano e che domina e impoverisce la maggior parte dell’umanità, è in realtà la vera alternativa a Dio, e che, come ripeteva Gesù, non si può servire a due padroni (Mt 6,24): o Dio o mammona. Questo dovrebbe risultare evidente nella predicazione e nella vita della Chiesa, ma anche nella testimonianza dei cristiani.