Archive for gennaio 2012

La Calabria che resiste: «Sottrarre i migranti al controllo malavitoso».

26 gennaio 2012

“Adista”
n. 3, 28 gennaio 2012

Luca Kocci

La Calabria che resiste e che si oppone al dominio mafioso è sotto il tiro dei clan.

Nella notte di Natale era toccato alla comunità Progetto Sud di don Giacomo Panizza a Lamezia Terme (Cz) subire un attentato intimidatorio: una bomba, che fortunatamente ha provocato solo lievi danni al portone di entrata, è stata fatta esplodere davanti all’ingresso di un centro per minori stranieri non accompagnati che ha sede in un edificio confiscato ad una delle famiglie egemoni della ‘ndrangheta lametina (v. Adista n. 1/12).

Il giorno di Capodanno – di nuovo una data simbolica, probabilmente scelta non a caso – ad essere vittima di un attentato è stata una cooperativa del Goel, il consorzio sociale nato per iniziativa dell’ex vescovo di Locri, mons. Giancarlo Bregantini, dieci anni fa e che oggi conta 14 imprese sociali attive nei settori più disparati: accoglienza, servizi socio-sanitari, agricoltura, abbigliamento, turismo responsabile. Un attacco anomalo quello che ha distrutto il locale che avrebbe dovuto ospitare – e che ospiterà comunque, forse solo con qualche settimana di ritardo rispetto alla tabella di marcia, perché la determinazione ad andare avanti è rimasta intatta – un ristorante multietnico a Caulonia (Rc) gestito dai rifugiati politici inseriti in uno dei numerosi progetti di accoglienza del Goel. «All’interno del locale distrutto non sono state trovate tracce di fiamme, quindi le ipotesi sono due: o hanno messo tutto a soqquadro simulando un’esplosione, oppure, ed è l’ipotesi più probabile, è stato utilizzato un ordigno sofisticato che non lascia tracce. E questa seconda eventualità ci preoccupa maggiormente perché significherebbe che ci troviamo di fronte a professionisti e non a ‘ndranghetisti di bassa manovalanza», spiega ad Adista Vincenzo Linarello, presidente del consorzio Goel, che gestisce diversi progetti di accoglienza per i rifugiati politici e per i minori non accompagnati. «Siccome non vogliamo limitarci alle azioni di accoglienza, integrazione, insegnamento della lingua italiana – dice ancora Linarello – ma abbiamo intenzione di dimostrare che gli immigrati possono costituire una risorsa anche dal punto di vista economico, abbiamo pensato di aprire un ristorante multietnico, inizialmente gestito all’interno delle attività degli stessi progetti di accoglienza, poi in grado di camminare da solo e di essere economicamente sostenibile. Nelle nostre intenzioni l’avremmo dovuto inaugurare fra febbraio e marzo, e credo che riusciremo a mantenere questa scadenza, anche perché non vogliamo cedere a nessuna intimidazione».

«Non sono noti i moventi di questo gesto assurdo e vigliacco, ma indipendentemente da quali siano stati gli intenti, il consorzio Goel si sente ancor di più motivato a continuare nel proprio percorso di legalità, giustizia sociale e sviluppo sostenibile», si legge in una nota del Goel, subito dopo l’attentato: «Proseguirà con forza le attività di accoglienza degli immigrati per sottrarli al controllo della malavita e guadagnarli all’integrazione e allo sviluppo, diffonderà nelle regioni settentrionali le iniziative di contrasto all’infiltrazione criminale che da alcuni anni vengono portate avanti, persisterà a ignorare e disprezzare le regole non scritte che la ‘ndrangheta impone a livello sociale ed economico».

Ad essere colpite, a Capodanno come a Natale, sono state strutture che lavorano con gli immigrati. Ma Linarello non crede ad un’unica regia: «La tentazione di collegare i due fatti c’è, ma il “federalismo” della ‘ndrangheta, per cui ogni clan è “padrone a casa propria”, ci porta ad escluderlo, perché ci sarebbe dovuto essere un coordinamento fra gruppi di diversi territori, Lamezia e la Locride, che solitamente non si verifica». Così come, in entrambi i casi, si è trattato di strutture cattoliche, ma non c’è l’intenzione di colpire la Chiesa in quanto tale: «Il fatto è che in questo momento storico diverse personalità ed associazioni ecclesiali sono in prima linea, quindi sono loro ad essere il bersaglio della ‘ndrangheta. Ma non perché si vuole attaccare la Chiesa – aggiunge il presidente del Goel – solo perché sono fra i pochi, nella società civile, a resistere e a contrastare il potere mafioso. Nel nostro caso, i motivi per cui possiamo dare fastidio alla ‘ndrangheta sono numerosi: molti minori stranieri non accompagnati inseriti nei nostri progetti si rifiutano poi di pagare il debito alle organizzazioni criminali che li hanno portati qui; il nostro consorzio Goel Bio paga le arance ai produttori 40 centesimi al kg, un prezzo equo per tentare di rompere l’egemonia mafiosa nelle campagne che si fonda anche sullo sfruttamento dei lavoratori stranieri, come si è visto a Rosarno; lo scorso novembre, a Reggio Emilia, è stato sottoscritto il patto dell’Alleanza reggiana per una società senza mafie, che vede la partecipazione di istituzioni, categorie sociali ed economiche, mondo cooperativo, sindacati, ordini professionali, associazioni di cittadini, realtà giovanili e del mondo cattolico per contrastare le infiltrazioni della ‘ndrangheta anche fuori della Calabria; e la nostra collaborazione con diverse Camere di commercio del nord Italia, che iniziano a non rilasciare più i certificati antimafia alle ditte sospette, sta iniziando a dare risultati. Insomma i motivi per attaccarci potrebbero essere tanti, ma rispetto all’episodio di Caulonia, preferiamo ancora aspettare per vederci chiaro».

Kateri Tekakwitha: donna, laica, pellerossa e santa. Intervista a Massimo Faggioli

26 gennaio 2012

“Adista”
n. 3, 28 gennaio 2012

Luca Kocci

Sarà la prima indigena del Nord America ad essere proclamata santa dalla Chiesa cattolica: Gah-Dah-Li Degh-Agh-Widtha (1656-1680), nativa americana appartenente alla Nazione Mohawk, meglio conosciuta come Katerina Tekakwitha («Colei che ha la sua strada nelle sue mani», in lingua mohawk), patrona dell’ecologia insieme a San Francesco d’Assisi. Già beata (la proclamò papa Wojtyla nel 1980), pochi giorni prima di Natale, il 19 dicembre, la Santa Sede ha riconosciuto il suo secondo miracolo, spianando la strada verso la canonizzazione, che arriverà nei prossimi mesi.

Sul significato della canonizzazione di Kateri Tekakwitha, laica, donna e pellerossa, Adista ha rivolto qualche domanda a Massimo Faggioli, docente di Storia del Cristianesimo all’Università di St. Thomas, nel Minnesota.

«Tekakwitha è considerata da lungo tempo ormai la patrona dei nativi americani ed è la prima nativa ad essere canonizzata dalla Chiesa cattolica. Ma è anche la prima santa americana a non appartenere ad un ordine religioso. Al momento attuale ci sono nove santi canonizzati che operarono negli Stati Uniti o in territori che divennero parte degli Stati Uniti, e cinque di essi sono donne. L’aggiunta di Tekakwitha e di Marianne Cope (1838-1918, religiosa della Congregazione delle suore del terz’ordine di san Francesco di Syracuse, il cui secondo miracolo è stato anch’esso riconosciuto dalla Santa Sede lo scorso 19 dicembre, ndr) sposta l’ago della bilancia verso le donne. In questo senso il cattolicesimo americano vede in questa canonizzazione non solo un gesto di riconoscimento verso il cattolicesimo dei nativi, ma anche verso un cattolicesimo come quello americano che è diventato forte, tra il XIX e il XX secolo, principalmente grazie al lavoro delle donne. Un cattolicesimo di “carità organizzata” in cui il ruolo delle donne è stato finora sottovalutato. I cattolici americani se ne accorgono oggi, quando vedono che la crisi delle scuole cattoliche si deve in gran parte alla scomparsa delle suore».

Sappiamo molto del ruolo non sempre positivo svolto dalla Chiesa nella conquista e nella colonizzazione dell’America Latina. Si sa poco, invece, di questo ruolo nel Nord America…

«Rispetto alla canonizzazione di Tekakwitha è interessante notare le sue radici non anglosassoni ma francofone, testimonianza del fatto che l’eredità del cattolicesimo americano come cattolicesimo di immigrati (irlandesi soprattutto, ma anche italiani, tedeschi, polacchi) ha una radice storicamente precedente a quello irlandese, con le prime missioni di inizio Seicento, con un cattolicesimo francofono (nell’attuale Quèbec) e un cattolicesimo ispanofono (nell’attuale sudovest degli Stati Uniti). Questo per dire che, rispetto ad uno dei “peccati originali” della colonizzazione del Nordamerica, appunto quello del rapporto con i nativi, il cattolicesimo ha la coscienza più leggera, perché arrivò più tardi e divenne culturalmente rilevante solo dopo la metà dell’Ottocento, a conquista ultimata. Come per ogni opera di missione, vi sono lati positivi (come l’opera di traduzione e inculturazione operata dai gesuiti, molti dei quali italiani a fine Ottocento, specialmente nel West) e lati negativi. Ma sono passati i tempi in cui i missionari usavano per catechizzare i nativi il celebre “Catechismo delle due strade”: la strada per la Chiesa e quella per l’inferno. Le prime ordinazioni di preti e religiosi nativi risalgono solo a inizio Novecento».

E in tempi più recenti?

«Il problema è stato soprattutto la mancanza di preti nelle missioni presso i nativi, specie nel nordest degli Stati Uniti, che ha forzato molte comunità di cattolici pellerossa a integrarsi in parrocchie non-native, con risultati problematici. Interessante notare che dal 1939 esiste la National Tekakwitha Conference, un forum di dialogo per i cattolici “pellerossa” che si fa portatore di istanze di solidarietà e giustizia sociale».

Per quanto riguarda invece lo schiavismo e la segregazione razziale il ruolo della Chiesa cattolica è stato meno “pacifico”…

«La Chiesa cattolica si divise sulla questione dello schiavismo, come si divisero tutte le altre Chiese americane, nonostante i papi avessero condannato molte volte lo schiavismo. Contrariamente alle altre Chiese, per le quali al centro della questione vi era l’autorità della Bibbia, per i cattolici americani (del sud specialmente) l’abolizione dello schiavismo rappresentava il possibile inizio di una rivoluzione sociale simile a quella francese, e il timore di una vittoria degli abolizionisti protestanti e un inasprirsi dell’anticattolicesimo in America. In questo senso, sulla storia del cattolicesimo americano pesa di più la questione dello schiavismo che quella del rapporto con i pellerossa».

Quali reazioni ci sono state negli Usa alla notizia della prossima canonizzazione?

«I periodici cattolici hanno dato la notizia, ma non mi sembra che ci siano state reazioni particolari nel cattolicesimo “bianco”. Ce ne sarebbero state, invece, se per esempio fosse avanzata la causa di una cattolica radicale e pacifista come Dorothy Day».

Questa canonizzazione può avere un valore di “risarcimento” nei confronti di un popolo oppresso?

«Direi di no: il risarcimento di cui ha diritto questo popolo non può venire dalla Chiesa cattolica. Ma la canonizzazione di Kateri Tekakwitha riconosce che questa cattolica pellerossa è già da lungo tempo la rappresentante principale della fede cristiana dei pellerossa americani e un esempio di inculturazione. I nativi americani sperano che non si ripetano incidenti come quello del 1985-1988, quando la National Tekakwitha Conference protestò con Roma per la decisione di beatificare Junipero Serra, uno dei missionari spagnoli che avevano collaborato al genocidio culturale dei nativi della California del Sud»

Sepe come Monti: «Liberalizziamo le offerte»

26 gennaio 2012

“Adista”
n. 3, 28 gennaio 2012

Luca Kocci

Il card. Sepe come Monti: se il premier e il suo governo dicono di voler liberalizzare taxi, farmacie e professioni, l’arcivescovo di Napoli chiede ai suoi preti di «liberalizzare le offerte». Ovvero di non chiedere più il pagamento dei sacramenti amministrati – secondo il tariffario in uso in molte diocesi – ma di lasciare i fedeli liberi di offrire quello che vogliono, se vogliono.

L’indicazione è contenuta nella Lettera pastorale alla Chiesa e alla città di Napoli per la chiusura del Giubileo cittadino, che si è celebrato nell’anno 2011. «Poiché la comunità ecclesiale è mistero di comunione e di condivisione fraterna», scrive il cardinale, «chiedo che le offerte date dai fedeli nelle varie occasioni, anche e soprattutto per la celebrazione dei sacramenti, siano caratterizzate da spirito di liberalità e di spontaneità, come già avviene in molte parrocchie. Sono certo che questo “segno giubilare” avrà un forte impatto nell’attività pastorale perché aiuterà a correggere il sospetto di alcuni, secondo i quali anche i sacramenti “si comprano”. Che nessuno esca dalle nostre chiese con la sensazione di aver comprato un beneficio che il Signore elargisce secondo la ricchezza del suo cuore!». Tuttavia questo, precisa Sepe, «non esime dal dovere di educare i fedeli alla responsabilità di sovvenire alle necessità della parrocchia, affinché essa possa disporre di quanto è necessario per il culto divino, per le opere di apostolato e per il sostentamento dei ministri».

Ma non è l’unico rilievo di natura economica che segnala il cardinale, per diversi anni alla guida di Propaganda Fide – ovvero la Congregazione vaticana per l’evangelizzazione dei popoli –, coinvolta nelle indagini e nel giro di immobili che hanno riguardato la “cricca” di Angelo Balducci e Diego Anemone e, notizia degli ultimi giorni, il deputato del Popolo della libertà Nicola Cosentino, accusato dai pm di Napoli di essere il referente politico dei casalesi. «Il ministero ordinato esige anche che noi per primi pratichiamo giustizia e trasparenza nella gestione dei beni della Chiesa, trattandoli non come patrimonio personale ma, appunto, come beni dei quali dobbiamo rendere conto a Dio e ai fratelli, soprattutto ai più poveri», scrive Sepe; il quale annuncia anche la prossima costituzione di un Fondo di solidarietà tra le parrocchie napoletane – con cui «le parrocchie più grandi e più ricche» possano sostenere economicamente «quelle più piccole e più povere» – e di un Fondo diocesano di solidarietà destinato al finanziamento di piccoli progetti parrocchiali: una sorta di «microcredito che non preveda erogazioni a fondo perduto, ma un responsabile piano di rimborso, se

Quando il governo sceglie la laicità: torna allo Stato l’otto per mille dello Stato

18 gennaio 2012

“Adista”
n. 2, 21 gennaio 2012

Luca Kocci

Torna tutto allo Stato l’otto per mille delle Stato e non finirà, almeno per quest’anno, a molti enti ecclesiastici per il restauro dei loro beni immobili. Lo ha annunciato la Presidenza del Consiglio, in una nota, lo scorso 2 gennaio: «Nessuno dei progetti presentati con scadenza 15 marzo 2011 è stato ammesso a contributo», ha informato Palazzo Chigi; dei 145 milioni di euro dall’otto per mille dell’Irpef a gestione statale per il 2011, 64 milioni sono stati destinati «alla Protezione Civile per le esigenze della flotta aerea antincendi» (come deliberato in parte dal governo Berlusconi) e 57 milioni «sono stati destinati dall’attuale esecutivo alle esigenze dell’edilizia carceraria e per il miglioramento delle condizioni di vita nelle prigioni». In realtà mancano all’appello 24 milioni di euro, ma sono già stati spesi dal precedente governo e non si sa come: dalla Presidenza del Consiglio si limitano a rispondere che «durante il governo Berlusconi erano stati finanziati altri progetti», ma non specificano quali.

Scompare quindi la lunga lista di diocesi, parrocchie, chiese, comunità religiose, confraternite, congregazioni e associazioni cattoliche che, nel recente passato, avevano beneficiato di una parte cospicua delle quote dell’otto per mille statale che, secondo la legge, devono essere impiegati per «interventi per calamità naturali», «interventi per la fame del mondo», «interventi per l’assistenza ai rifugiati» e «interventi per la conservazione dei beni culturali». Pur essendo stati infatti esplicitamente destinati allo Stato dai contribuenti, andavano a finire ad enti ecclesiastici e associazioni cattoliche per lo più alle voci «beni culturali» e «interventi per la fame del mondo» e per i «rifugiati»: nel 2010, 53 milioni su un totale di 144 (v. Adista n. 62/11).

E infatti le associazioni cattoliche protestano subito, come il Centro Astalli, dei gesuiti, che lavora con i rifugiati: «Ci sembra molto scorretto che questa scelta venga fatta dopo che gli italiani hanno destinato il loro otto per mille allo Stato, sapendo che questi soldi sarebbero serviti per tre cose, tra cui l’accompagnamento dei rifugiati», dice a Radio Vaticana Bernardino Guarino, responsabile progetti, che lamenta: «Erano stati già presentati progetti per l’utilizzo di questi fondi e perfino fatte le graduatorie». Ora «auspichiamo – prosegue – che attraverso l’iniziativa parlamentare almeno una parte di questi fondi possa essere destinata alle finalità per cui la legge li prevede».

Frattanto è appena partita, e in grande stile, la nuova campagna della Conferenza Episcopale Italiana per l’otto per mille alla Chiesa cattolica: «Chiedilo a lui» si legge sulla quarta di copertina delle Pagine bianche distribuite gratuitamente in questi giorni porta a porta a tutte le famiglie italiane, in almeno 15 milioni di copie. «Sì, chiedilo a padre Gaetano – prosegue il testo –, che ha passato una vita a difendere i più deboli nelle carceri minorili (p. Gaetano Greco, cappellano del carcere minorile di Casal del Marmo a Roma, ndr). Chiedilo a sister Gracy, che in India salva dalla miseria e dallo sfruttamento tante bambine abbandonate. Oppure chiedilo a Lucia, che era sola al mondo con il suo bambino. Con l’otto per mille alla Chiesa cattolica continui a fare molto, per tanti». Campagna sicuramente incisiva, ma non del tutto veritiera, perché verrebbe da pensare che l’intero ammontare dell’otto per mille venga impiegato per opere di carattere sociale, mentre questo accade solo per una minima parte: andando ad analizzare nel dettaglio l’ultimo rendiconto dell’otto per mille comunicato dalla Cei alla fine dello scorso mese di maggio (v. Adista n. 46/11), si nota che il 21% degli oltre 1.100 milioni di euro incassati nel 2011 è stato impiegato per quelle azioni di solidarietà sociale elencate nella pubblicità; il 42% delle risorse è stato speso per il culto e la pastorale, il 32% per il sostentamento del clero e il 5% è stato messo da parte. In particolare, su un totale di 1.118 milioni di euro, alle «esigenze di culto e pastorale» vanno oltre 467 milioni; al «sostentamento del clero» quasi 361 milioni; agli «interventi caritativi 235 milioni; 55 milioni di euro sono stati accantonati «a futura destinazione».

Lettera aperta alla Comunità di Sant’Egidio: come si fa a difendere i poveri stando con i potenti?

18 gennaio 2012

“Adista”
n. 2, 21 gennaio 2012

Luca Kocci

«Come fa la Comunità di Sant’Egidio ad organizzare una marcia per la pace quando la sua solidarietà va a braccetto con la vendita delle armi, accettando finanziamenti da una azienda come Finmeccanica?». È la domanda diretta ed esplicita che alcuni fiorentini, cattolici e no – fra cui lo studioso del pacifismo Alberto L’Abate, don Alessandro Santoro della Comunità delle Piagge, la consigliera comunale della lista civica perUnaltracittà Ornella De Zordo e il giornalista Lorenzo Guadagnucci –, hanno rivolto alla Comunità di Sant’Egidio, anche in seguito all’articolo di Adista (n. 1/12) in cui si rilevavano le contraddizioni del movimento fondato da Andrea Riccardi, “diviso” fra armi e solidarietà: l’impegno per la pace e la solidarietà, unito alle sponsorizzazioni assai discutibili di aziende armiere come Finmeccanica, “banche armate” come Unicredit e Intesa-San Paolo, industrie farmaceutiche più attente al profitto che alla salute.

Risposte dalla Comunità di Sant’Egidio, come era prevedibile – anche perché di queste stesse contraddizioni Adista parlò già nel 2007 (n. 21/07) –, non sono arrivate, ma le domande, e le contraddizioni, rimangono tutte.

Ecco il testo integrale della lettera alla Comunità di San’Egidio.

«Carissime amiche e carissimi amici della Comunità di S. Egidio,
abbiamo visto che avete organizzato per il primo gennaio 2012 una Marcia per la pace in varie città d’Italia; a Firenze in particolare è stata legata al problema del razzismo, in solidarietà con la comunità senegalese, colpita recentemente, dal barbaro assassinio che ha portato alla morte di due dei suoi membri ed al ferimento di altri tre.

Ma questa volta ci viene un dubbio. Come fa la Comunità di Sant’Egidio ad organizzare una marcia per la pace e la solidarietà quando, come risulta dalla stampa, la sua solidarietà va a braccetto con la vendita delle armi, accettando finanziamenti da una azienda come Finmeccanica? O quando il suo fondatore, Andrea Riccardi, come ministro dell’attuale governo, ha approvato il totale rifinanziamento delle nostre missioni e spese militari, e se ne è fatto addirittura il portavoce presso la stampa?

In questo momento la crisi economica viene fatta pagare ai più poveri, e non si approfitta, invece, di questa crisi per ridurre almeno del 5%  ogni anno, come richiesto da varie organizzazioni nonviolente italiane, queste spese che, investite nella società civile, porterebbero sicuramente un maggiore sviluppo ed una maggiore occupazione. Sarebbe  importante che si ricordasse ai ministri, colleghi del governo, la frase di Bonhoeffer: “Le armi uccidono anche se non vengono usate”. Come può un membro di un ente religioso come il vostro approvare che il governo italiano continui a spendere enormi cifre per le armi e per le guerre (ad esempio in Afghanistan) e non le riduca invece per investirle nella società civile?

Perché, invece di approvare il mantenimento delle spese militari attuali, non ci si adopera, all’interno del governo, perché questo prenda coscienza dell’assurdità di seguire questa strada, cercandone piuttosto di radicalmente alternative?

È questo che chiede il mondo del volontariato e della solidarietà cui ci si vanta di appartenere. Solo se ci fosse stato un impegno in questo senso ci saremmo sentiti di partecipare, con gli amici senegalesi, alla marcia per la pace e la solidarietà da voi promossa a Firenze. La vostra comunità cristiana ricorda le parole di Gesù: “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no”? Alla guerra noi possiamo dire soltanto No ed essere duri come pietre. In attesa di un riscontro a questa nostra vi salutiamo cordialmente».

Alberto L’Abate, Carlo Maria Boni, Tiziano Cardosi, Pietro Maffezzoli, Pierluigi Ontanetti, Mariapia Passigli (ulteriori firmatari: Myriam Bartolucci, Francesco Benvenuti, Moreno Biagioni, Franca Bonichi Rastrelli, Ornella De Zordo, Tommaso Grassi, Lorenzo Guadagnucci, Isabella Horn, Camilla Lattanzi, Luca Lovato, Lapo Miccinesi, Roberto Pelozzi, Luisa Petrucci, Mariateresa Saltarelli, Alessandro Santoro, Sandro Targetti, Riccardo Torregiani.

Monti benedetto subito

15 gennaio 2012

“il manifesto”
15 gennaio 2011

Luca Kocci

La visita Oltretevere del presidente del consiglio rimane tradizione tutta italiana a cui nemmeno Mario Monti si sottrae. E così ieri mattina il premier ha varcato il portone di bronzo e si è recato inVaticano, ricevuto da papa Ratzinger insieme ai ministri degli esteri Giulio Terzi di Sant’Agata e degli affari europei Enzo Moavero, e al sottosegretario Antonio Catricalà.

«Un incontro non di circostanza, accuratamente preparato», nota L’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede uscito nel pomeriggio di ieri. Soprattutto un’udienza immediatamente richiesta da Palazzo Chigi e concessa a tempo di record, visto che il premier si è insediato meno di due mesi fa. Del resto quello di Monti è un governo laico ma ad alta densità cattolica: fra i ministri ci sono Lorenzo Ornaghi (cultura), rettore «in aspettativa» dell’università Cattolica, Andrea Riccardi (cooperazione
internazionale), fondatore della Comunità di sant’Egidio e biografo di papa Wojtyla, Renato Balduzzi (salute), docente alla Cattolica ed ex presidente del Movimento ecclesiale di impegno culturale (i cosiddetti laureati dell’Azione cattolica) e Corrado Passera (sviluppo economico), tutti presenti all’incontro delle associazioni cattoliche a Todi lo scorso ottobre, durante il quale, insieme
al cardinal Bagnasco, si sono gettate le basi di un «soggetto cattolico» impegnato in politica. Ed è la seconda volta che Monti incontra Ratzinger: la prima fu il 18 novembre, poche ore prima che l’aula di Montecitorio votasse la fiducia al suo neonato governo, quando si precipitò a Fiumicino per salutare il papa, ai piedi dell’aereo che avrebbe portato Benedetto XVI in Benin.

Incontro breve – 25 minuti – quello di ieri. Nessun inchino, nessun baciamano – come invece fece Silvio Berlusconi quando venne ricevuto dal papa nel 2008 -, nessun velo a coprire il capo della signora Elsa Antonioli, la moglie di Monti, con un piccolo strappo al protocollo che vuole le donne velate. Rituale scambio di doni e poi un colloquio privato sulla «situazione sociale italiana, l’impegno del governo e il contributo della Chiesa cattolica alla vita del Paese», informa la Sala stampa della Santa sede. «Avete cominciato bene, ma in una situazione difficilissima, quasi insolubile», ha detto Ratzinger, che poi ha parlato con Monti anche «dell’attuale quadro internazionale, dall’Europa alla
situazione nell’area mediterranea meridionale», e della «tutela delle minoranze religiose, soprattutto cristiane».

Poi giù al piano di sotto, dove il presidente del consiglio ha incontrato il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone e il sottosegretario per i rapporti con gli Stati Ettore Balestrero, con cui ha sicuramente affrontato anche temi più “concreti”: il sostegno economico alla famiglia – raccomandato da Ratzinger anche agli amministratori di Roma e Lazio, ricevuti in udienza due giorni prima di Monti – e alla scuola cattolica, la questione dell’Imu sugli immobili ecclesiastici e altre questioni care alla gerarchia cattolica. Intanto in piazza san Pietro un gruppo di indignados manifesta e grida: il Vaticano ha tante ricchezze e non paga la crisi.

Pax Christi contro gli F-35: «Sono come Erode»

7 gennaio 2012

“il manifesto”
7 gennaio 2011

Luca Kocci

I cacciabombardieri di Erode: anche loro, come il re della Giudea che secondo il racconto del Vangelo ordinò il massacro dei neonati per tentare di uccidere Gesù appena nato, compiono «stragi di innocenti», magari mascherate da «danni collaterali». Vanno fermati. Usa una metafora biblica e parole estremamente dure monsignor Giovanni Giudici, vescovo di Pavia e presidente nazionale di Pax Christi, per attaccare governo e Parlamento che non sembrano voler recedere dall’intenzione di acquistare 131 cacciabombardieri F-35 per una spesa di oltre 15 miliardi di euro.
«Finalmente la notizia è arrivata nei titoli di giornale – dice mons. Giudici –, nel panorama drammatico di questa crisi economica che esige sacrifici e tagli per il bene del Paese e per il futuro di tutti: anche le spese militari devono essere drasticamente tagliate», e in particolare va cancellato – senza dover pagare alcuna esorbitante penale, come le lobby militari sostenevano e come un’inchiesta di Altreconomia, confermata anche dall’ex Capo di Stato maggiore il generale Vincenzo Camporini ha smento – il programma di acquisto degli F-35, «aerei di attacco che costano quasi 150 milioni di euro ciascuno». «L’assordante silenzio che copriva questo progetto è stato rotto», denuncia il presidente di Pax Christi, una delle poche associazioni cattoliche da sempre in prima linea contro gli F-35. «Sempre più palese è l’assurdità di produrre armi investendo enormi capitali mentre il grido dei poveri, interi popoli, ci raggiunge sempre più disperato».
Bisogna cambiare radicalmente strada, dice il vescovo: abbandonare quella «di Erode, fatta di violenza e sopruso», e – non a caso le parole vengono pronunciate proprio in occasione della festa dell’Epifania – seguire invece quella «dei magi e di chiunque, singoli e popoli, discerne le opere di pace per garantire il futuro di tutti» e per orientare «ogni scelta alla via esigente e necessaria della pace». Per questo, chiede il presidente di Pax Christi anche ai tanti cattolici, per lo meno a parole, che fanno parte del governo – dal “ministro di Sant’Egidio” Riccardi, al rettore dell’università Cattolica Ornaghi, all’ex presidente del movimento dei laureati dell’Azione cattolica Balduzzi – «esigiamo un ripensamento di queste spese militari con un serio dibattito in Parlamento. I popoli che camminano nella tenebra di questa follia chiedono di cancellare questo progetto, e ciò è ancora più necessario in un tempo di crisi che è già molto pesante soprattutto per le famiglie e per i più poveri e che non sembra invece toccare i grandi investimenti per le armi». Chi proclama cattolico, aggiunge mons. Giudici, «non può familiarizzare con progetti di violenza, neppure in chiave di pseudo-sicurezza internazionale».

Teologi italiani, riprendete la parola, senza paura e senza reticenze. Appello di preti e religiosi

1 gennaio 2012

“Adista”
n. 1, 7 gennaio 2012

Luca Kocci

Il “dio denaro” governa il mondo, la guerra è tornata ad essere «continuazione della politica», i cambiamenti climatici sconvolgono il pianeta, i poveri aumentano, eppure i teologi tacciono, forse perché sono convinti che la teologia viva fuori dal mondo e non debba avere rapporti con la storia. Ma non è così, anzi è compito della teologia e dei teologi «fare sogni» incarnati nella realtà e «diventare profeti» nel nostro tempo. Lo dicono, con forza e passione, in una “lettera aperta” a tutti i teologi e le teologhe italiane, alcuni parroci, preti e religiosi: Alessandro Santoro (prete della Comunità delle Piagge di Firenze), la teologa domenicana Antonietta Potente, Andrea Bigalli (prete di S. Andrea in Percussina, Firenze), Pasquale Gentili (parroco di Sorrivoli, Cesena), Benito Fusco (frate dei Servi di Maria), Pier Luigi Di Piazza del Centro Balducci di Zugliano (Udine) e Paolo Tofani (parroco di Agliana, Pistoia). Chiedono loro di riprendere la parola e li invitano il prossimo 20 gennaio (dalle 17.30) alla Comunità delle Piagge di Firenze, per un «incontro aperto» su tali questioni. Occasione forse unica – e comunque la prima da diversi anni a questa parte – per rompere il silenzio, per riscoprire la «Bibbia e il giornale», come affermava il teologo evangelico Karl Barth («È necessario che tra la Bibbia e il giornale, come tra due poli di un arco elettrico, comincino ad accendersi lampi di luce per rischiarare la terra») o la lezione della Teologia della liberazione capace di coniugare Parola di Dio e realtà sociale di oppressione.

«Dove stai tu quando si soffrono cambiamenti climatici e cambiamenti di umore? – si legge nella “lettera aperta -. Dove stai tu mentre il nostro pianeta va al collasso e le multinazionali e le banche, vendute al dio profitto e al dio denaro, governano il mondo? Dove stai tu quando si deve decidere se intervenire per sostenere un intervento armato della Nato nella terra degli altri? Dove stai tu quando si riducono tutte le spese per il sociale, la sanità e la scuola, mentre continuano ad aumentare i bilanci della difesa e si spendono cifre folli per le armi? Dove stai tu quando la gente dei Sud del mondo si sospinge fino alle spiagge di Lampedusa e viene ricacciata indietro o chiusa nei Cie, colpevoli soltanto di immigrazione? Dove stai tu quando qualcuno dice che l’ex primo ministro è meglio che un politico dichiarato gay, perché il primo è “secondo natura”? Dove stai tu quando il bilancio familiare è insufficiente e si vive una precarietà che riduce a brandelli sogni e progetti? Dove stai tu quando gli indignados scendono in piazza o fanno rete virtuale su internet?

E ancora… perchè accettiamo solamente che qualcuno tenga le chiavi del Regno e decida chi farci entrare? Forse tu ci sei? E se ci sei, ci sei clandestinamente perché la tua teologia non appartiene a questi ambiti?

Quando il profeta Gioele (3,1-2) dice che tutti diventeranno profeti e gli anziani faranno sogni e i giovani avranno visioni, a chi si rivolge? Forse non parla a tutti gli uomini e le donne del nostro tempo? E allora, se fare sogni e interpretarli e diventare profeti è proprio della teologia, non è forse vero che tutti i credenti sono teologi? E perché non glielo diciamo più?».