Archive for febbraio 2012

Giulio Girardi: un autentico cristiano per il socialismo

28 febbraio 2012

“il manifesto”
28 febbraio 2012

Luca Kocci

Il titolo di uno dei suoi libri più importanti, Marxismo e cristianesimo, è la migliore sintesi della ricerca, dell’impegno e della vita stessa di Giulio Girardi: il dialogo e la collaborazione fra comunisti e cristiani nella lotta comune per la liberazione degli oppressi e degli emarginati.

Girardi è morto domenica mattina, a 86 anni, dopo anni difficili per un ictus che lo aveva colpito qualche anno fa. Ordinato prete nel 1955, docente di filosofia nelle università pontificie, viene chiamato al Concilio Vaticano II come esperto di marxismo e di ateismo. Una scelta non solo intellettuale, ma di campo: partecipa al dialogo fra cristiani e marxisti, collabora con i movimenti di base, parla del marxismo «non come nemico ma come interlocutore del quale si condividono numerose opzioni». I salesiani, nel 1969 lo espellono dall’università – e insieme a lui cacciano anche un altro professore, don Gerard Lutte, che aveva abbracciato la causa dei baraccati delle periferie di Roma – e Girardi va ad insegnare nelle università cattoliche di Parigi a di Bruxelles. Ma viene presto espulso anche da lì, incassando la solidarietà di François Houtart, Gustavo Gutierrez e Paulo Freire – fra i padri, insieme a Girardi, della teologia della liberazione – che si dimettono per solidarietà.

Nascono in America latina i Cristiani per il socialismo, Girardi vi aderisce con convinzione, contribuendo a portare il movimento in Europa e in Italia. Nel 1977 il Vaticano lo sospende a divinis, ma non blocca il suo impegno ecclesiale nelle comunità di base, accademico – insegna a Sassari fino al 1996 – e sociale: lavora con i sindacati dei metalmeccanici, continua a promuovere il dialogo tra comunisti e cattolici, intensifica i rapporti con i popoli e i Paesi latinoamericani, in particolare il Nicaragua – dove collabora con la rivoluzione sandinista – e Cuba.

«Girardi è stato negli ultimi 50 anni il maggiore teologo che in Italia si è confrontato col marxismo e con la modernità, interloquendo contemporaneamente coi movimenti di base – il saluto di Noi siamo Chiesa –. La sua riflessione deve essere rilanciata perché capace di indicare percorsi a quanti sono impegnati a liberare la fede nel Vangelo dalle vecchie religioni e l’uomo da ogni dominio spirituale, ideologico e materiale». «Marxismo e cristianesimo evangelico, non quello clericale, non nemici ma alleati per la liberazione dell’uomo: questo è stato il senso della sua vita», dice Giovanni Avena, direttore di Adista, agenzia di informazione con cui Girardi ha sempre collaborato. «Un cristiano autentico, un intellettuale impegnato, un compagno di tante battaglie per il socialismo – ricorda Marcello Vigli, delle Comunità di base –. Ha integrato utopia e progetto, studio e militanza nel tenace impegno per dare una concreta risposta alla domanda del titolo di uno dei suoi libri: Gli esclusi costruiranno la nuova storia?».

Oggi alle 14, presso la Comunità di base di San Paolo (via Ostiense 152), l’ultimo saluto a Giulio Girardi.

La Chiesa non «collusa» si ribella

26 febbraio 2012

“il manifesto”
26 febbraio 2012

Luca Kocci

La Chiesa è spesso alleata del potere, invece dovrebbe schierarsi sempre con gli ultimi e con i senza potere. Lo chiedono in una Lettera aperta alla Chiesa italiana – rilanciata ieri dall’agenzia di informazioni Adista – 7 parroci e religiosi, fra cui don Alessandro Santoro della Comunità delle Piagge di Firenze e la teologa domenicana Antonietta Potente, insieme ad oltre 250 cattolici che l’hanno sottoscritta.

Il malessere e l’insofferenza verso le strutture gerarchiche e i comportamenti di un’istituzione ecclesiastica che sembra assai distante dal Vangelo sono evidenti: «L’esempio che abbiamo dalla Chiesa ufficiale è, la maggior parte delle volte, quello di pretendere riconoscimenti e i difendere propri interessi, immischiandosi in politica solo per salvaguardare i propri privilegi», si legge nella Lettera aperta. Non vogliamo «essere collusi e complici», scrivono i religiosi, che chiedono che la Chiesa «ripensi la propria struttura gerarchica e i rapporti con la società. Vorremmo che si rifiutasse ogni privilegio economico e soprattutto vorremmo che l’economia delle strutture ecclesiali non fosse complice della finanza e delle banche che speculano con il denaro a scapito del sudore e del sangue di individui e intere comunità, praticando un indebito sfruttamento, non solo delle risorse umane, ma anche di quelle naturali».

I credenti, denunciano, non sono considerati e trattati nel rispetto della loro autonomia e libertà – quel «popolo di Dio in cammino» proclamato da un Concilio Vaticano II sempre più soffocato e riportato nel solco della tradizione, da papa Wojtyla prima e da Ratzinger adesso –, bensì gregge obbediente da condurre: «La struttura ecclesiale sembra più preoccupata a guidarci che a farci partecipare», si legge nella Lettera, «le comunità cristiane appaiono più tese a difendere una tradizione che a vivere una esperienza di fede», «ci sentiamo trattati come persone immature, come se non fossimo responsabili delle nostre comunità, ma solo destinatari chiamati a obbedire a ciò che pochi decidono ed esprimono per noi». Infatti molto spesso la Chiesa interviene «attraverso analisi, sentenze e a volte giudizi, che non ascoltano e non rispettano le ricerche e i tentativi che comunque la società fa per essere più autentica e giusta. Ci sembrano sempre più vere le parole di Gesù nel Vangelo: legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle  della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito».

Quello espresso dalla Lettera aperta è un disagio che emerge sempre di più. Dall’interno della stessa Chiesa – assai meno monolitica di quanto viene proclamato dalle gerarchie e dai mezzi di informazione istituzionali –, spesso si levano voci critiche non di isolati “battitori liberi” ma di gruppi consistenti di preti, religiosi e religiose che non possono essere etichettati con la categoria del «dissenso», in voga qualche decennio fa, ma che sono pienamente inseriti nel tessuto ecclesiale e che chiedono riforme, anche radicali. Come quella di un gruppo di preti del Triveneto, fra i quali Albino Bizzotto dei Beati i costruttori di pace, che ad inizio anno fecero un elenco: la Chiesa rinunci ai patrimoni, elimini i cappellani militari e l’ora di religione cattolica, dia spazio alle donne e si apra alla democrazia. Insomma sia più evangelica.

I gay credenti di Palermo al card. Romeo: accogliere tutti, omosessuali compresi

25 febbraio 2012

“Adista”
n. 7, 25 febbraio 2012

Luca Kocci

«Sua Eminenza il card. Romeo precisa che quanto gli viene attribuito è del tutto privo di ogni fondamento e appare tanto fuori dalla realtà da non dover essere preso in alcuna considerazione». È la perentoria ma generica nota della Curia di Palermo con cui viene smentito il ruolo dell’arcivescovo di Palermo nell’ultima spy story vaticana: l’appunto (pubblicato dal Fatto quotidiano lo scorso 10 febbraio) recapitato in Vaticano, tramite il card. Castrillón, in cui Romeo denuncia una congiura contro il papa entro il novembre 2012 (v. Adista n. 12/12).

Smentisce la Curia, ma non può negare il viaggio in Cina, che anzi conferma: «Nella metà dello scorso mese di novembre il card. Romeo ha fatto un viaggio privato, della durata complessiva di cinque giorni, nella Repubblica Popolare Cinese. Del breve soggiorno, che si è limitato alla sola città di Pechino, sono stati opportunamente prevenuti, come da prassi, i competenti uffici della Santa Sede». Il viaggio c’è stato quindi, anche se non è affatto chiaro cosa sia andato a fare Romeo in Cina: la Curia non lo spiega; a Palermo, in ambienti vicini alla stessa Curia, si dice che il cardinale a Pechino abbia incontrato per lo più alcuni uomini di affari cinesi che hanno cospicui interessi in Sicilia. Il mistero rimane. Da parte sua l’arcivescovo di Palermo, durante un’omelia nella cattedrale la domenica successiva, si è dichiarato rattristato, rammaricato, ha proclamato ubbidienza e fedeltà al papa, ha chiesto ai fedeli di pregare per lui.

Forse perché travolto dagli eventi, il card. Romeo non ha avuto la possibilità di rispondere alla lettera aperta che gli hanno inviato (e che è stata recapitata in Curia il 23 gennaio, come testimonia la ricevuta di ritorno della raccomandata) gli omosessuali cristiani di Palermo riuniti nel gruppo Ali d’Aquila, stimolati dalle parole che l’arcivescovo ha pronunciato nell’omelia della messa di inizio anno a Palazzo delle Aquile. «Il suo augurio, perché possano affermarsi la “riconciliazione” e la “solidarietà” non solo nella sfera dei rapporti strettamente personali ma a qualsiasi livello, è senz’altro apprezzabile e condivisibile, così come la Sua esortazione a rafforzare quella determinazione interiore perché tutti contribuiscano a rendere Palermo “più accogliente”», scrivono gli omosessuali credenti di Ali d’Aquila. Tuttavia «la “riconciliazione”, la “solidarietà” e l’“accoglienza” imporrebbero di fare talune scelte o taluni atti di buona volontà, che a tutt’oggi l’Autorità ecclesiale, malgrado più volte sollecitata, non ha in alcun modo manifestato concretamente di voler compiere». Il riferimento è al «veto» posto da Romeo ad una veglia di preghiera per le vittime dell’omofobia promossa proprio da Ali d’Aquila nel maggio 2011 (v. Adista nn. 39 e 44/11). Ma anche al duro nrichiamo dell’arcivescovo all’ammistrazione comunale che ha da poco approvato una mozione per l’istituzione di un registro delle Unioni civili (v. Adista n. 3/12) e alle altre richieste di incontro inoltrate all’arcivescovo che non hanno ricevuto risposta: è prevalso «il muro del silenzio», scrivono, «non di certo l’accoglienza, la riconciliazione, la solidarietà che tale muro avrebbero dovuto abbattere».

Allora, si legge nella lettera al cardinale, «se vogliamo costruire realmente una società dal volto più umano e solidale e se vogliamo concretamente dare forza alla determinazione interiore di rendere Palermo più accogliente, non possiamo non iniziare dalla stessa Chiesa e non possiamo non “accogliere” tutti e, in particolare, le persone omosessuali, specie se credenti, e la cui condizione, come da lei sottolineato in quello che forse rimarrà l’unico nostro incontro, avvenuto a maggio del 2011 il giorno prima della veglia di preghiera per le vittime dell’omofobia, può essere quanto mai dolorosa, precaria, esposta ad ogni genere di incomprensione o di violenza, anche fisica». Facciamo quindi appello «alla pluralità delle voci tra le comunità cattoliche, parrocchiali e non, ai tanti laici impegnati, religiosi, presbiteri che hanno in mente un’idea di Chiesa che contempli l’accoglienza non solo di alcuni, ma di tutti» affinché «vengano accolte, non solo da parte delle Istituzioni, quelle altre realtà familiari, formate da persone dello stesso sesso o da persone separate, divorziate, che lei, Eminenza, non ha considerato, malgrado la proclamata necessità di essere solidali, riconcilianti ed accoglienti».

Fede e omosessualità

23 febbraio 2012

Micromega online
23 febbraio 2012

Luca Kocci

È senza dubbio uno dei più autorevoli esponenti della teologia queer, quella cioè che studia le differenze sessuali. Eppure, in Italia sono poche le sue opere ad essere state tradotte. Ormai introvabile la traduzione del suo libro più famoso The Church and the Homosexual, del 1976 (La Chiesa e l’omosessualità, Milano, Mondadori, 1979). Lo stesso vale per le altre due sole opere pubblicate nel nostro Paese.

Eppure John McNeill è tra i pionieri nella lotta per i diritti civili del mondo lgbt (acronimo che sta per Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) e leader del movimento di liberazione delle persone lgtb nella Chiesa cattolica.
Una lacuna, quella della conoscenza in Italia del pensiero di McNeill, cui le EdizioniPiagge (piccola casa editrice nata all’interno dell’esperienza della Comunità di Base delle Piagge, quartiere popolare della periferia Firenze), pongono parziale rimedio con un libro libro-intervista a McNeill (Cercare se stessi… per trovare Dio. Omosessualità, Chiesa, Fede, Vangelo, Spirito, 2011, euro 5) in cui il teologo, intervistato da Valerio Gigante, redattore dell’agenzia di informazione politico-religiosa Adista, ripercorre il suo percorso umano e spirituale, delinea le tappe del suo processo di liberazione da un vecchio modo di concepire la Chiesa e la teologia verso una nuova comprensione della fede e della dimensione ecclesiale, indaga il rapporto tra fede ed omosessualità, sottolinea l’importanza degli studi psicanalitici nell’elaborazione della sua teologia e della sua pastorale, racconta il suo coinvolgimento nel movimento di liberazione lgbt.

Nato nel 1925, entrato nell’ordine dei gesuiti subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, ordinato prete nel 1959, per molti anni McNeill ha svolto il suo ministero a New York. Determinante nella sua decisione di essere prete e teologo “militante”, furono i moti di Stonewall, nel 1969, dove l’ennesima retata della polizia contro i ritrovi omosessuali diede origine alla prima, massiccia rivolta della comunità gay locale. Convinto dell’urgenza di una testimonianza pubblica, nella Chiesa e fuori, a sostegno della lotta di liberazione delle persone lgbt, McNeill fu dal 1970 tra i fondatori di Dignity Usa (un movimento che resta ancora oggi un fondamentale riferimento per migliaia di gay credenti che reclamano il loro diritto ad essere parte della comunità ecclesiale) nella città di New York. Poi, dopo il coming out pubblico, nel 1976, e la pubblicazione del suo libro-manifesto, The Church and the Omosexuals, McNeill, agli inizi degli anni ’80, non esitò a difendere quei gay che vivevano nella disperazione e nella derisione che caratterizzavano la prima fase della comparsa del virus dell’Aids. Nel frattempo, alla sua azione pastorale, McNeill, già dalla metà degli anni ’70, affiancava il lavoro di psicoterapeuta e docente universitario, mentre i suoi rapporti con il Vaticano si facevano sempre più difficili, finché nel 1977 la Congregazione per la Dottrina della Fede gli impose il silenzio, cioè il divieto di scrivere ed insegnare, in conseguenza della incompatibilità del suo approccio al tema dell’omosessualità e della sua pastorale con la dottrina ufficiale della Chiesa cattolica; provvedimento cui seguì, nel 1987, l’espulsione dalla Compagnia di Gesù: l’anno prima infatti, McNeill aveva deciso di rompere il silenzio che gli era stato imposto, reagendo con durezza al documento della Congregazione per la Dottrina della Fede (firmato dal prefetto di allora, Joseph Ratzinger) che definiva l’omosessualità come “un disordine oggettivo” e “una tendenza più o meno forte verso un intrinseco male morale”.

Nel libro intervista con Valerio Gigante, McNeill affronta diversi temi spinosi, tra cui quello del rapporto tra la Chiesa-istituzione e la questione omosessuale. Ma, più in generale, McNeill mette in discussione tutto l’attuale modello ecclesiastico, che afferma basarsi sul potere e sulla centralizzazione. Sulle prospettive di questo modello McNeill non ha dubbi: «La categoria del chierico maschio e celibe negli – afferma – Usa sta rapidamente scomparendo. La gerarchia ha cercato di adottare diverse misure palliative per contrastare questo trend, come, ad esempio, importare preti e missionari da Asia o Africa o accettare all’interno del ministero cattolico preti sposati provenienti dalla Chiesa episcopaliana. Tuttavia, io credo che la casta clericale si estinguerà rapidamente e che la Chiesa sarà obbligata a riscoprire e rinnovare il magistero sul sacerdozio universale dei fedeli: la facoltà, cioè, di ogni cattolico battezzato di consacrare pane e vino. L’intera comunità di fedeli sarà componente attiva della consacrazione. E il tema del celibato semplicemente scomparirà dal dibattito intra-ecclesiale. Ammiro la scaltrezza dello Spirito Santo. Il sacerdozio inteso come professione riservata a maschi celibi, siano essi eterosessuali o omosessuali repressi, sta rapidamente scomparendo. E non mi viene in mente nessuna misura che il Vaticano potrebbe prendere per scongiurare il collasso totale del ministero così come è adesso. Ma questo crollo porterà necessariamente come conseguenza una nuova forma di pastorale nella Chiesa».

Una Chiesa universale ma romana

19 febbraio 2012

“il manifesto”
19 febbraio 2012

Luca Kocci

Con la nomina di 22 nuovi cardinali – che ieri hanno ricevuto la berretta rossa nella basilica di San Pietro da papa Ratzinger – il vertice della Chiesa cattolica diventa ancora meno universale e sempre più europeo (italiano in particolare) e, soprattutto, “romano”, ovvero cresciuto negli uffici della Curia romana.

Su 125 cardinali con meno di 80 anni – quelli hanno diritto di voto quando dovrà essere eletto il nuovo papa –, 67 sono europei (e di questi 30 italiani: il “partito nazionale” di maggioranza relativa, che quindi avrà un grande peso nell’elezione del successore di Ratzinger, seguito dagli Usa fermi a quota 12) e 44 provengono non dalle diocesi ma direttamente dagli uffici del Vaticano, dove lavorano tutt’ora o dove erano impiegati fino a poco tempo fa. Gli altri continenti sono in netta minoranza (22 i sud-americani, 15 i nord americani) o quasi spariscono (11 africani, 9 asiatici, 1 solo dell’Oceania). Segno visibile di una Chiesa che si proclama cattolica, ovvero universale, ma è sempre più bianca, occidentale e legata a filo doppio alla Curia vaticana più che ai territori.

Le nomine del Concistoro di ieri – il quarto da quando Ratzinger è papa – non solo confermano, ma sottolineano ulteriormente questa tendenza. Su 22 (18 dei quali sono “elettori”, perché hanno meno di 80 anni), 16 sono europei, di cui 7 italiani,  quasi tutti legati al segretario di Stato Bertone, che così può prendersi una rivincita dopo gli “incidenti” che lo hanno visto protagonista nelle scorse settimane, dalla fuga di documenti sfuggiti al suo controllo e finiti sulla stampa, al fallimento dell’affare San Raffaele di Milano, acquistato non dal Vaticano – come avrebbe voluto Bertone – ma dall’imprenditore lombardo Giuseppe Rotelli. Poi ci sono 4 americani (3 del nord e 1 del sud), 2 asiatici e nessun africano. Fra gli italiani, anche Antonio Vegliò, presidente del pontificio consiglio per i migranti, che poco prima della sua nomina rilancia la proposta di molte associazioni di base, cattoliche e no: si conceda la cittadinanza ai nati in Italia, anche se da genitori stranieri.

«Il servizio ai fratelli» e non «lo stile mondano del potere e della gloria» è il compito che il papa affida ai neocardinali prima della loro proclamazione. Ma in giorni di veleni e di scontri interni, dei dossier e dei documenti più o meno riservati che finiscono sui giornali o in prima serata tv – il «Vatileaks», come lo ha ribattezzato il portavoce della Santa Sede, padre Lombardi –, le parole di Ratzinger suonano piuttosto stonate. O forse sono una richiesta preventiva rivolta ai nuovi porporati.

Si cambia passo, ma sulle denunce restano tanti «se»

10 febbraio 2012

“il manifesto”
10 febbraio 2012

Luca Kocci

Negli ultimi dieci anni oltre quattromila casi di abusi sessuali commessi da preti e religiosi su bambini, ragazze e ragazzi minorenni sono stati segnalati alla Congregazione vaticana per la dottrina della fede. A rivelarlo è una fonte sicura: il cardinale statunitense William Levada, prefetto dell’ex Sant’uffizio, a cui, secondo una disposizione del 2001 di papa Wojtyla, i vescovi dovrebbero comunicare tutti i casi di abuso e di violenza da parte di sacerdoti contro minori di cui sono a conoscenza. Ma benché alto – quattromila in dieci anni significa più di un nuovo caso al giorno – il numero sembra assai inferiore alla realtà: Michael Bemi e Patricia Neal (del National catholic risk retention group e del National catholic services) parlano di «almeno centomila vittime solo negli Usa» dal 1950 ad oggi. Cifre degne di una guerra in cui lo stupro viene utilizzato come arma. In questo caso, però, si parla di pedofilia ecclesiastica, al centro dei lavori del simposio internazionale sull’abuso sessuale Verso la guarigione e il rinnovamento che si è concluso ieri sera alla Pontificia università gregoriana di Roma a cui hanno partecipato vescovi e preti in rappresentanza di 110 conferenze episcopali e 30 ordini religiosi.
Un incontro senza precedenti, che segna un evidente cambio di passo rispetto al passato in cui la parola d’ordine era negare il fenomeno. Ma non ancora una svolta perché su un punto, quello dell’obbligo da parte dei vescovi di denunciare alle autorità civili l’autore delle violenza, le parole dei rappresentanti del Vaticano non sono state affatto chiare. Come del resto non è chiara la Lettera circolare della Congregazione per la dottrina della fede del maggio 2011 inviata alle Conferenze episcopali di tutto il mondo per aiutarle a preparare le «linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici»: si invita ad «ascoltare le vittime» e a «proteggere i minori», a garantire «un’adeguata formazione ai sacerdoti e ai religiosi» e a «vigilare» sui loro comportamenti, fino a «limitare l’esercizio del ministero da parte di un chierico » o a dimetterlo dallo stato clericale se riconosciuto colpevole. Si chiede anche di «collaborare» con le autorità statali, perché l’abuso sessuale dei minori «rappresenta anche un crimine perseguibile dal diritto civile», sebbene «i rapporti con le autorità civili possano variare da Paese a Paese», precisa mons. Charles Scicluna, promotore di giustizia – una sorta di pubblico ministero – della Congregazione per la dottrina della fede. E comunque mai se la notizia dell’abuso fosse stata appresa in confessione, che rimane «inviolabile», puntualizza Levada.
Insomma una collaborazione con tanti “se” e molti “ma”. Eppure, spiega Marier Collins – una donna irlandese di 66 anni violentata da un prete quando aveva appena 13 anni ed era ricoverata in ospedale –, «avevo 47 anni quando parlai del mio abuso per la prima volta» ma «l’inizio della guarigione per me è stato il giorno in cui il mio aggressore in tribunale ha riconosciuto la propria responsabilità ed ha ammesso la sua colpa».
In Italia, per ammissione dello stesso card. Bagnasco, la Cei riconosce oltre cento casi di abusi compiuti da preti e religiosi nei confronti di minori negli ultimi dieci anni. A maggio verranno presentate le «linee guida» per «affrontare la questione in spirito di giustizia, avendo premura – spiega – in primo luogo per le vittime degli abusi e curando in particolare la formazione dei futuri sacerdoti». E chissà se si terrà conto anche della giustizia terrena.

Preti calabresi sotto tiro. Intimidazione mafiosa al parroco di Cetraro

7 febbraio 2012

“Adista”
n. 5, 11 febbraio 2012

Luca Kocci

Una testa di maiale mozzata, con uno straccio in bocca: se l’è vista recapitare sulla porta di casa, nella notte del 28 gennaio, don Ennio Stamile, parroco di San Benedetto a Cetraro (Cs) e responsabile diocesano dell’Ufficio Migrantes, a cui qualche giorno prima era già stata danneggiata l’automobile. Un doppio avvertimento mafioso nei confronti di un prete che, nella sua attività pastorale e sociale, ha più volte denunciato la presenza e il potere della ‘ndrangheta nel territorio, esortando i fedeli a fare altrettanto, rinunciando all’omertà. E la testa di maiale con la bocca chiusa da uno straccio, nella simbologia mafiosa, è contemporaneamente una pesante offesa nei confronti di chi parla e un chiaro avvertimento al silenzio.
«Non possiamo sicuramente fermarci, perché non siamo soli: e non lo siamo non solo e non tanto perché tanta gente sta accanto a noi, ma perché il Signore è con noi», ha detto don Stamile ai microfoni di Radio Vaticana. «Non abbiamo bisogno di eroi, abbiamo bisogno di persone che semplicemente facciano, si sforzino di fare, con i propri limiti, con le proprie debolezze, il loro dovere» e si impegnino «per il bene, per la giustizia, per la legalità, per la solidarietà».
Al parroco, oltre a quella delle istituzioni locali, è arrivata la «fraterna vicinanza» del vescovo della  diocesi di san Marco Argentano-Scalea, mons. Leonardo Bonanno, che ha ribadito «la ferma condanna verso queste forme di violenza» e ha confermato «la sua fiducia nel confratello e nella sua opera pastorale rivolta specialmente verso le categorie più deboli». E la solidarietà di Libera, la rete antimafia fondata da don Luigi Ciotti: «Nessuno può pensare con tali minacce di ostacolare il percorso tracciato di legalità e giustizia portato avanti da don Ennio Stamile. Esprimiamo profonda vicinanza, condivisione e corresponsabilità a don Ennio e tutta la comunità di Cetraro». Prosegue la nota: «Tutti siamo chiamati a condividere concretamente l’impegno di chi si mette in gioco contro la criminalità organizzata. Queste intimidazioni sono anche la riprova del lavoro positivo che in quella terra si sta realizzando. Un positivo che allarma e infastidisce chi vuole continuare a imporre le logiche della violenza e del profitto criminale. Un positivo che va però alimentato giorno per giorno con il contributo di tutti: cittadini e associazioni, istituzioni e Chiese».
L’intimidazione a don Stamile è l’ultima di una lunga serie di avvertimenti, cominciati poco più di due anni fa, nei confronti dei preti calabresi impegnati anche nella lotta alla ‘ndrangheta. Nel novembre 2009 vengono manomessi i freni di alcune automobili per il trasporto disabili della comunità Progetto Sud di don Giacomo Panizza a Lamezia Terme (v. Adista n. 117/09) e il mese successivo è il vescovo di Lamezia (Cz), mons. Luigi Antonio Cantafora, a ricevere una busta contenente una sua foto e il disegno di una bara. Nell’estate del 2010 vengono squarciate le gomme delle automobili di don Salvatore Giovinazzo – parroco a Cittanova (Rc) che lavora in un bene confiscato alla ‘ndrangheta – e di don Ermenegildo Albanese, parroco a Seminara (Rc). Nell’estate del 2011 tocca invece a don Tonino Vattiata, parroco di Pannaconi di Cessaniti (Vv) e fra gli estensori di un documento anti-‘ndrangheta sottoscritto da 14 parroci del vibonese (v. Adista n. 85/08), e poi a don Giuseppe Campisano, parroco a Gioiosa Jonica (Rc), avere le proprie auto danneggiate (v. Adista n. 65/11). Nello scorso mese di ottobre, poi, vengono bucate le gomme dell’automobile di don Mario Fuscà, parroco a Piscopio (Vv) e del pulmino della parrocchia di santa Maria Assunta a Cropalati (Cs) guidata da don Giovanni Sommario.

Partito dei “valori non negoziabili”: gerarchia avanti tutta

7 febbraio 2012

“Adista”
n. 5, 11 febbraio 2012

Luca Kocci

Proseguono nell’ombra e sotto traccia le manovre politico-ecclesiastiche, o ecclesiastico-politiche, per la costruzione e aggregazione di quel «soggetto di interlocuzione con la politica» – come lo chiamò il presidente della Cei Bagnasco nel Consiglio episcopale permanente di fine settembre 2011 che diede il benservito a Berlusconi (v. Adista n. 72/11), ribattezzato poi «soggetto unitario diffuso» al Consiglio permanente della Cei di fine gennaio scorso (v. Adista n. 8/12) – in vista delle elezioni che ormai, pare certo, si svolgeranno nella primavera 2013.
A metà gennaio, alla Cei – come riferisce il vaticanista della Stampa Andrea Tornielli – si sarebbe svolta una riunione riservata per discutere del Manifesto di Todi, ovvero i contenuti programmatici emersi durante il seminario di metà ottobre 2011 delle associazioni cattoliche del mondo del lavoro insieme al card. Bagnasco (v. Adista nn. 76, 78, 79, 82, 83 e 84/11), a cui avrebbero preso parte, oltre allo stesso Bagnasco, il segretario della Cei mons. Crociata, i rappresentanti dei movimenti e delle associazioni religiose – Azione Cattolica, Comunione e liberazione, Comunità di Sant’Egidio, Focolarini, Rinnovamento nello Spirito e Neocatecumenali –, il portavoce del Forum delle associazioni cristiane del mondo del lavoro (ovvero quelle di Todi) Natale Forlani, il coordinatore di Retinopera Franco Pasquali, il segretario della Cisl Raffaele Bonanni e il ministro della Cultura Lorenzo Ornaghi. Si sarebbe parlato di economia, disoccupazione, di politiche sociali ma soprattutto di «valori non negoziabili», l’elemento discriminante posto dai vescovi e capace di sgombrare il campo da qualsiasi tentazione di sinistra. Pochi giorni dopo, il 26 gennaio, una nuova occasione di incontro, organizzata dal mensile Il domani d’Italia, diretto dal senatore Lucio D’Ubaldo, il più centrista fra i centristi del Partito democratico: un dibattito su Aldo Moro e sul centro-sinistra degli anni ’60 a cui hanno preso parte, fra gli altri, ancora Bonanni, e poi gli scontenti del Pd (Fioroni e Follini) e del Pdl (Pisanu), insieme a Buttiglione e al ministro Riccardi. Mancavano i cattolici democratici come Bindi, Castagnetti e Franceschini: assenze più che giustificate, perché loro non sono graditi nel progetto di un nuovo centro-destra cattolico e senza Berlusconi, alternativo al centro-sinistra e illuminato dal Partito popolare europeo. Non a caso, il giorno prima, Pdl, Terzo polo e Lega, con la benedizione del premier Monti, avevano approvato in Senato una mozione per il riconoscimento delle radici «giudaico-cristiane» dell’Europa. E il prossimo 9 febbraio, i reduci di Todi si incontreranno di nuovo a Roma, per discutere di famiglia, welfare e legge elettorale.
Insomma manovre in corso per un approdo che pare confuso nelle forme ma chiaro nella sostanza: un nuovo dentro-destra fondato sui «valori non negoziabili». «Del resto – scrive il direttore del Regno Lucio Brunelli – l’elaborazione piuttosto rigida della nozione di “valori non negoziabili” è la formula con la quale si prende atto della secolarizzazione dello stesso mondo cattolico e ci si riserva, da parte ecclesiastica, il diritto d’intervenire pubblicamente sui temi che maggiormente interessano la gerarchia e determinare, di fatto, in funzione di quella rigidità, la maggiore o minore vicinanza di singoli e di gruppi alle posizioni della Chiesa. In questo senso non serve più neppure lo strumento dell’unità politica dei cattolici».

Azione cattolica: sì ai sacrifici ma non per i più deboli

7 febbraio 2012

“Adista”
n. 5, 11 febbraio 2012

Luca Kocci

Sacrifici per tutti, ma non per i più deboli, per i giovani e per le donne, che sono stati già ampiamente penalizzati nel corso degli anni. E poi una legge elettorale che restituisca ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti. Sono le due richieste “non negoziabili” che emergono dal convegno nazionale degli amministratori locali iscritti all’Azione Cattolica, lo scorso 28 gennaio alla Domus Pacis di Roma.
Un incontro bipartisan a cui hanno partecipato oltre 200 amministratori locali di tutti gli schieramenti politici – ma prevalevano nettamente quelli di centro e di centro-sinistra – accomunati però da una tessera: quella dell’Azione Cattolica che, il giorno dopo la kermesse, saluta anche uno dei suoi iscritti più famosi, il presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro (scomparso il 29/1).
Monti e il governo vadano avanti nella loro opera di risanamento ma, «specie dopo una lunga serie di manovre economiche che hanno anche duramente inciso sui redditi medio-bassi, sulle famiglie e sulla platea dei “soliti noti” che coprono con i loro maggiori esborsi la piaga dell’evasione» – si legge nella nota conclusiva della Presidenza nazionale di Ac – pensino soprattutto ai più deboli. «Le uniche deroghe e tutele da prevedere al clima di sacrificio e responsabilità riguardano gli ultimi e i deboli della società, i giovani e le donne cui sono state negate opportunità, gli anziani e i malati spogliati del decoro e della dignità, i bambini allevati nell’indigenza materiale e morale, gli stranieri ridotti a “moderni schiavi” e privati anche dell’opportunità minima di dare la nazionalità italiana alla prole. Che si parli di liberalizzazioni o di mercato del lavoro, non sono ammesse altre deroghe e tutele se non queste che primeggiano su tutte e che hanno maturato, negli ultimi anni, un diritto superiore rispetto a qualsiasi altra categoria sociale che ora agita le proprie ragioni», chiede l’Ac. Che invita governo e Parlamento a modificare la legge elettorale e ad avere come stella polare la questione morale: «Da una parte è necessario mettere mano ad una riforma della legge elettorale, affinché sia finalmente restituito ai cittadini, come “arbitri”, il diritto di scegliere i propri rappresentanti e sia assicurata chiarezza alla competizione elettorale e politica; dall’altra, occorre regolare con una specifica disciplina i partiti politici, affinché siano garantiti meccanismi di democrazia interna, come indicato dall’articolo 49 della Costituzione, e di trasparenza nella gestione dell’organizzazione e delle risorse economiche».

Pellegrini, ora si vola in Terra santa con El Al

4 febbraio 2012

“il manifesto”
4 febbraio 2012

Luca Kocci

Apartheid con approvazione ecclesiastica. Da metà febbraio i pellegrini dell’Unitalsi – la struttura cattolica che organizza i viaggi di ammalati e anziani a Lourdes e negli altri santuari religiosi – si recheranno in Terra santa, ovvero in Israele e Palestina, con i voli della El Al, la compagnia di bandiera israeliana. L’accordo è stato presentato pochi giorni fa a Roma, in un palazzo del Vicariato, alla presenza anche del sindaco Alemanno, e ha incassato la benedizione del patriarca latino di Gerusalemme, mons. Foud Twal. «Grazie all’assistenza a terra e a bordo della compagnia di bandiera El Al Israel Airlines», spiega entusiasta Salvatore Pagliuca, presidente dell’Unitalsi, migliaia di «persone disagiate e disabili, nonostante le loro difficoltà, potranno viaggiare verso gli itinerari dello Spirito per scoprire attraverso il pellegrinaggio in Terra Santa il cuore delle radici cristiane».

«Un’altra, pesantissima, irresponsabile e deprecabile firma di sostegno diretto all’apartheid più lungo della storia», il duro commento di Pax Christi e del suo coordinatore nazionale, don Nandino Capovilla, principale animatore della campagna “Ponti e non muri”, contro il muro di separazione voluto dal governo di Gerusalemme. Si tratta di «un accordo apparentemente solo economico-turistico, ma la potenza occupante che da decenni distrugge nell’impunità il popolo palestinese è riuscita a comprare l’appoggio incondizionato della più grande organizzazione cattolica di pellegrinaggi alle sue politiche di oppressione», aggiunge Pax Christi, e migliaia di malati e anziani delle nostre parrocchie diventeranno «inconsapevolmente sostenitori dell’occupazione di Israele nei Territori palestinesi». Perché ad Israele «non bastano tank e bulldozer per arrestare e demolire, né caccia e bombe al fosforo», ma anche «milioni di inconsapevoli “soldati” da tutto il mondo che, pensando di aderire ad un percorso spirituale e culturale encomiabile, prestino il loro volto innocente e magari sofferente, alla demolizione di interi villaggi e aiutino a nascondere il vero volto di uno Stato occupante e violento».

Insomma un’operazione di cosmesi al profumo di incenso e mirra, con benedizione ecclesiastica, che chiama i Territori palestinesi occupati con l’edulcorata e bugiarda espressione «Judean desert» e riporta tutti i nomi degli insediamenti israeliani ma dimentica quelli delle città e dei villaggi arabi dove i palestinesi tentano di sopravvivere. Dal prossimo 19 febbraio – quando è previsto il primo viaggio Unitalsi-El Al – migliaia di pellegrini cattolici italiani «diventeranno senza saperlo diretti promotori e finanziatori dei crimini di cui continua a macchiarsi Israele», denuncia Capovilla.

Ma è solo l’inizio, annuncia Pagliuca: «Unitalsi ed El Al contano di incrementare il flusso dei pellegrini in Terra Santa ma anche di inaugurare nuove destinazioni europee di pellegrinaggi, Lourdes, Banneaux, Nevers, Fatima e Santiago de Compostela».