Archive for marzo 2012

Bagnasco benedice il governo «No a rendite di posizione»

27 marzo 2012

“il manifesto”
27 marzo 2012

Luca Kocci

Non lo ha nominato in maniera esplicita, ma leggendo con attenzione le parole pronunciate ieri dal cardinal Bagnasco all’apertura della riunione del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, l’articolo 18 era presente in diversi passaggi. «I padri, lottando, hanno ottenuto garanzie che oggi appaiono sproporzionate rispetto alle disponibilità riconosciute ai loro figli», dice il presidente dei vescovi italiani, eppure «dal mondo degli adulti e dalle loro organizzazioni – ma forse Bagnasco voleva dire dalla Cgil –, stenta ad emergere una disponibilità al riequilibrio delle risorse che sono in campo».

Il linguaggio è in “ecclesialese” spinto, ma il sostegno alla linea Monti-Fornero pare evidente. Del resto, aggiunge il cardinale a proposito dell’azione di governo, «con i provvedimenti adottati è stato portato al sicuro il Paese». Adesso però il governo deve andare avanti: proseguendo la «lotta all’evasione fiscale» e «alla corruzione», ma anche portando a termine la riforma del mercato del lavoro, perché «nella realtà odierna nessuno può pensare di preservare automaticamente delle rendite di posizione». «La globalizzazione è una condizione ineluttabile», spiega Bagnasco, per cui «dobbiamo starci dentro con la nostra cifra sociale, superando con la necessaria gradualità gli strumenti che sono inadeguati», ma anche «con animo sgombro da pregiudizi». Insomma, dice il presidente della Cei, alcune delle attuali tutele, a cominciare dall’articolo 18, devono essere superate, sebbene con gradualità.

Benché la linea ufficiale sia quella dettata da Bagnasco, tuttava nella Cei – e all’interno dello stesso Consiglio permanente, una sorta di “esecutivo” dei vescovi – non c’è unanimità sulla questione articolo 18. Solo pochi giorni fa l’arcivescovo di Campobasso nonché presidente della Commissione lavoro, giustizia e pace della Cei, mons. Bregantini, aveva espresso una posizione molto diversa da quella del suo presidente: «Bisogna chiedersi, davanti alla questione dei licenziamenti, chiamati elegantemente, con un eufemismo, “flessibilità in uscita”, se il lavoratore è persona o merce», ha detto Bregantini, auspicando anzi un’estensione dell’articolo 18 alle aziende con meno di 15 dipendenti. «Il lavoratore non è una merce. Non lo si può trattare come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio, perché resta invenduto in magazzino».

Le idee, anche fra i vescovi, non sono quindi all’unisono. Ed è proprio per questo allora che Bagnasco – fra l’altro appena riconfermato dal papa per i prossimi 5 anni alla presidenza della Cei –, al di là di queste poche frasi sul mercato del lavoro, nella sua Prolusione preferisce “volare alto”, con un discorso buono per tutte le stagioni e condivisibile da tutti i suoi confratelli vescovi: meglio non attizzare possibili divisioni su un tema caldo come quello dei licenziamenti senza giusta causa. Auspica l’avvio della «fase di ripresa e degli investimenti in grado di creare lavoro, che è la priorità assoluta», e appoggia la soluzione proposta dal governo sulla questione dell’esenzione dall’Imu per i beni ecclesiastici, «un approdo soddisfacente» che ha eliminato «le sia pur remote ma possibili zone d’ombra, sottraendo argomenti a polemiche sgradevoli e devianti, fondate talora su vere e proprie menzogne». Ribadisce i «principi non negoziabili» della difesa della vita dall’embrione alla morte naturale, condannando ancora una volta aborto ed eutanasia; riconferma i valori della famiglia fondata sul matrimonio, bocciando «il cosiddetto divorzio breve» che consacrerebbe la «precarietà affettiva».

E sulla politica, come del resto la Cei fa da mesi, rilancia l’impegno dei cattolici: «Si continua lungo la strada intrapresa, con meno clamore» ma «puntando ad una reale efficacia, sviluppando le iniziative che i vari soggetti aggregativi decidono liberamente di assumere sul versante politico». Sono, fra gli altri, le associazioni cattoliche del mondo del lavoro che al governo, dall’incontro di Todi dello scorso ottobre, hanno fornito sostegno e ministri e che in Monti, forse, hanno trovato il loro leader. Benedetto dalla Cei.

Palermo: insegnanti di religione “schedati” dai parroci. Per ordine del vescovo

19 marzo 2012

“Adista”
n. 11, 24 marzo 2012

Luca Kocci

Pare che gli insegnanti di religione cattolica di Palermo, perlomeno così dicono le chiacchiere, siano particolarmente indisciplinati: alcuni convivono, altri sono divorziati, altri ancora sono addirittura omosessuali. E così l’arcivescovo di Palermo, il card. Paolo Romeo – quello che durante un viaggio in Cina “profetizzò” la fine del pontificato di papa Ratzinger entro l’anno –, per mezzo di don Antonio Todaro, del Servizio diocesano per l’insegnamento della religione cattolica, ha ordinato a tutti i 500 docenti di religione di recarsi dal proprio parroco per farsi rilasciare una sorta di certificato di buona condotta: un documento – in busta chiusa, quindi non leggibile dall’interessato – in cui il parroco attesti che l’insegnante sia irreprensibile «per retta dottrina, per testimonianza di vita cristiana e per abilità pedagogica», che si impegni «nella vita della parrocchia, nella catechesi e nella carità», che sia «coerente con la fede professata» e viva in «piena comunione ecclesiale».

Una richiesta illegittima, protestano i docenti, che minacciano di non obbedire al diktat della Curia. La quale però avverte: chi non lo presenterà, oppure riceverà una “nota in condotta” dal parroco, si vedrà ritirata dal vescovo l’idoneità all’insegnamento e scatterà il licenziamento. Tranne per i professori di ruolo che, essendo stati assunti a tempo indeterminato, dovranno necessariamente essere ricollocati in altri incarichi di insegnamento o comunque all’interno dell’amministrazione scolastica.

«Contestiamo tre aspetti», dichiara Orazio Ruscica, segretario nazionale dello Snadir, il sindacato dei docenti di religione: la “testimonianza di vita cristiana” è attestata dall’idoneità di cui già sono in possesso; inoltre don Todaro si rivolge al parroco del luogo di residenza dell’insegnante e non a quello del luogo di domicilio, previsto dal codice di diritto canonico; infine la revoca dell’idoneità non può essere frutto di una decisione estemporanea ma ci vuole una sorta di “processo”.

Sostanziali invece le obiezioni di Augusto Cavadi, insegnante (di storia e filosofia), teologo e scrittore: «I colleghi di religione, in questi anni, mi hanno ripetutamente confidato l’elenco dei requisiti etici che vengono loro richiesti. Devono brillare per puntualità nel lavoro e per spirito di cooperazione? Devono mostrare particolare attenzione agli alunni meno favoriti intellettualmente o socialmente? Devono esercitare senso critico nei riguardi delle eventuali malefatte di politici corrotti? Devono testimoniare netta distanza dalla mentalità e dalla prassi mafiosa? Devono manifestare in parole e opere la sobrietà nell’uso delle ricchezze e la bellezza della condivisione con gli sfruttati della società? Niente di tutto questo, né di altri principi evangelici. Essi sinora sono stati “monitorati” sulla base di altri criteri, più o meno opportuni, ma che certamente non si trovano nel messaggio originario evangelico né nel solco della grande tradizione della santità cristiana: se sono eterosessuali o omosessuali; se vivono da sposati, separati, divorziati o conviventi; se frequentano attività parrocchiali; se partecipano o meno a movimenti di riforma della Chiesa cattolica; se esprimono pubblicamente, sulla fecondazione artificiale o sull’eutanasia, idee in contrasto con la dottrina del papa e dei vescovi e via dicendo». Ma «il quadro complessivo è tre volte paradossale», prosegue: «Porta ad avere insegnanti di religione allineati e coperti con le direttive di un organo istituzionale (la Chiesa) diverso da chi li stipendia (lo Stato). Quando qualche docente non si sente in sintonia con il Magistero ufficiale, per esempio perché convive, deve imparare a camuffarsi e ad attivare strategie ipocrite di mascheramento. Qualora, infine, né si è sinceramente fedeli alle direttive vaticane né si accetta di vivere clandestinamente, si può fare tranquillamente outing: tanto chi perde l’autorizzazione ecclesiastica ad insegnare religione cattolica, purché abbia una laurea di riserva, ha diritto di restare nella scuola come titolare di altra cattedra».

Mons. Crociata: rilanciare il «soggetto unitario» con le scuole di formazione politica

16 marzo 2012

“Adista”
n. 10, 17 marzo 2012

Luca Kocci

Non cedere alla fuga dalla politica, tenersi alla larga dall’antipolitica: sono le due tentazioni che i cristiani devono sforzarsi di evitare, per dedicarsi, al contrario, alla promozione del bene comune. Lo ha detto il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Mariano Crociata, chiudendo, lo scorso 3 marzo il convegno nazionale «Educare alla cittadinanza responsabile», promosso dall’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei e rivolto ai direttori degli uffici diocesani di pastorale sociale, ai responsabili degli enti di formazione socio-politica e ai loro formatori. Una realtà, questa, diffusa di fatto in tutte le diocesi italiane (213 su 226 hanno un ufficio per la pastorale sociale e il lavoro), ma non particolarmente attiva, dal momento che, secondo il rapporto della Fondazione Lanza sulla Formazione all’impegno socio-politico presentato al convegno, sono state “censite” solo 96 iniziative dedicate a tale impegno. E di queste la metà sono vere e proprie scuole di formazione all’impegno socio-politico (ovvero percorsi triennali, biennali o annuali, con almeno 10 incontri), negli altri casi si tratta di incontri talvolta singoli ed estemporanei.

Insomma un settore da potenziare, ha suggerito Crociata, anche in vista di quel «soggetto unitario diffuso» di cui ha parlato il card. Bagnasco in occasione del Consiglio permanente della Cei di gennaio (v. Adista notizie n. 4/12). «Il senso non è quello di un cripto-partito – ha messo le mani avanti Crociata – ma è espressione di una coscienza, di una volontà, di un impegno pastorale che rivela il volto socio-politico della Chiesa». «La presenza diffusa di cattolici sul territorio – ha aggiunto – è già realtà che dice la volontà di reagire sia alla tentazione di chiudersi nel privato e di scaricare su altri l’incombenza di prendersi cura della cosa pubblica, sia a quella di farsi prendere dalla sfiducia e dalla diffidenza. Dobbiamo evitare gli scogli dell’anti-politica come quelli della fuga dalla politica: se pur spinti da qualche fondato motivo, la scelta di chiudersi nel privato, nell’illusione che nel piccolo si possa vivere tranquilli, equivarrebbe all’illusione che una nave possa andare tranquilla nel suo viaggio, mentre tutti, a cominciare dal capitano, pensano solo a divertirsi». Riferimento nemmeno troppo velato – e di dubbio gusto – alla recente tragedia della nave Costa Concordia, naufragata all’isola del Giglio.

L’obiettivo, ribadito, sebbene in toni più sfumati, anche da altri interventi, pare essere quello di ridare slancio alle scuole e alle altre iniziative di formazione politica e di procedere ad un accentramento dei percorsi, anche in vista di un ricompattamento del fronte dei cattolici: le scuole, ha detto Crociata, messe in rete e fra loro collegate, dovranno svolgere un compito di «accompagnamento morale e spirituale» anche per evitare di «dividere le comunità» e di «renderle di parte o esporle a possibili e facili strumentalizzazioni».

 

La Calabria sotto tiro, la Calabria che resiste: nuove intimidazioni, nuove iniziative antimafia

10 marzo 2012

“Adista”
n. 9, 10 marzo 2012

Luca Kocci

Non c’è pace per i preti calabresi impegnati nel sociale e contro la ‘ndrangheta. E non c’è pace in particolare per don Giacomo Panizza e la “sua” comunità Progetto Sud, che ha subito due attentati in due mesi: il primo nella notte di Natale, quando un ordigno venne fatto esplodere davanti al portone di ingresso di un centro di accoglienza per minori non accompagnati (v. Adista notizie n. 1/12); il secondo nella notte fra il 25 e il 26 febbraio, quando un colpo di pistola è stato sparato alla finestra del secondo dell’edificio – confiscato alla cosca dei Torcasioe assegnato a Progetto sud – che ospita un centro sociale per disabili non autosufficienti.

Nel pomeriggio dello stesso giorno, presentando a Lamezia il libro del nostro redattore Giampaolo Petrucci Terra rossa. Viaggio nel cuore della Tanzania (Cambia una virgola, pp. 208, euro 15, acquistabile anche presso Adista), don Panizza aveva avuto occasione di dire: «Non è vero che sono così coraggioso come mi si descrive, io ho una grande paura, ma non si può far vincere la paura e rimanere senza fare niente». Poche ore dopo è arrivata l’intimidazione. Ma il prete, benché ammetta che «questa volta è stata un’azione proprio contro di noi», non ha cambiato idea: «Le pallottole fanno male, ma non ci fermeranno. È il momento di resistere tutti insieme per traghettare un’altra Calabria».

E la Calabria che resiste, infatti, non si ferma. Varie le iniziative. Il 26 febbraio, prima domenica di Quaresima, a Locri, la decima Marcia per la penitenza, promossa dalla diocesi e rivolta in particolare ai giovani, all’insegna dell’impegno per il bene comune: «Preferirei avere meno cristiani iscritti nei registri, ma più cristiani impegnati nella testimonianza, non avere una massa di cristiani allo stato anagrafico, ma che non incidono in una vita evangelica veramente rinnovata», ha detto il vescovo di Locri, mons. Giuseppe Fiorini Morosini, che negli ultimi tempi ha usato parole nette contro la ‘ndrangheta e le timidezze – se non le connivenze – di alcuni settori della Chiesa (v. Adista n. 64/10 e 65/11).

Il 29 febbraio, giusto a Lamezia, la manifestazione “Il giorno che non c’è… la ‘ndrangheta” (con incontri sulla legalità nelle scuole e un corteo per le vie della città), promossa e organizzata da varie associazioni (Acli, Arci, Cgil, Libera, Agesci) fra cui Progetto Sud, tanto che proprio questo potrebbe essere uno dei moventi dell’attentato: «Questa città deve uscire a testa alta. Dobbiamo essere comunità e non clan di mafia, si può fare comunità per il bene degli altri», ha esortato don Panizza.

Infine l’1 marzo la quinta edizione della manifestazione anti-‘ndrangheta organizzata dal Goel, il consorzio di cooperative sociali della Locride fondato dal mons. Giancarlo Bregantini, ex vescovo di Locri-Gerace, a Caulonia (Rc), dove il giorno di capodanno ad essere colpito è stato il locale che ospiterà un ristorante multietnico gestito dai rifugiati politici inseriti in uno dei numerosi progetti di accoglienza del Goel (v. Adista Segni nuovi n. 3/12): anche in questo caso un evento «per riconfermare l’impegno nel contrasto alla ‘ndrangheta e alle massonerie deviate».

Caserta: medico di Lourdes indagato per spreco di denaro pubblico

10 marzo 2012

“Adista”
n. 9, 10 marzo 2012

Luca Kocci

In quanto medico permanente del Bureau medical del santuario di Lourdes, deve verificare l’autenticità dei miracoli di cui avrebbero beneficiato i fedeli che vi si sono recati in pellegrinaggio. Lui però, Sandro De Franciscis, ex presidente della Provincia di Caserta (nato nella Dc e approdato nel Partito Democratico passando per l’Udeur di Mastella), non è stato miracolato, anzi: la Procura della Corte dei Conti della Campania gli ha sequestrato 19 appartamenti e bloccato tutti i conti correnti. Con un’accusa precisa: spreco di denaro pubblico per 13 milioni di euro durante il periodo della sua amministrazione.

Secondo i magistrati contabili, fra il 2007 e il 2009 la Provincia di Caserta avrebbe elargito all’Acms (Azienda Casertana Mobilità e Servizi) – l’azienda di trasporto pubblico locale – contributi non spettanti per 12 milioni e 795mila euro, senza alcuna giustificazione economica e in spregio ad ogni procedura contabile. L’Acms, sostengono i magistrati, si era trasformata in una sorta di “idrovora succhia soldi”, ovviamente pubblici, che poi venivano dispensati agli amici degli amici: indennità, premi e permessi per oltre 2 milioni di euro, consulenze esterne milionarie – nonostante la presenza di professionalità all’interno della stessa azienda –, progetti fantomatici. L’accusa per De Franciscis – ma sono coinvolti altri 31 tra assessori, consiglieri e dirigenti – è di aver «surrettiziamente tenuto in vita» l’Acms, di cui la Provincia è l’azionista principale, «impiegando alla cieca ingenti risorse pubbliche». Nel 2009, poi, l’azienda venne commissariata, messa in liquidazione e la pacchia finì. Ma il danno era fatto, per cui è scattata l’indagine e, pochi giorni fa, il sequestro dei beni per un ammontare complessivo di 13 milioni di euro, pari cioè alle elargizioni fuorilegge.

Non è la prima indagine in cui De Franciscis viene coinvolto: è finito sotto inchiesta per aver autorizzato l’apertura a Caserta di una discarica illegale, quella di Lo Uttaro (v. Adista nn. 31, 33, 37/07 e 5/08) e in un’inchiesta sulla malasanità campana (v. Adista n. 19/08). Ed è proprio sull’onda di queste vicende giudiziarie che, all’inizio del 2009, lascia ogni incarico politico per trasferirsi a Lourdes – che prima frequentava con l’Unitalsi – per giudicare i miracoli della Madonna, perché De Franciscis è anche medico, pediatra e ricercatore in aspettativa alla facoltà di Medicina dell’Università Federico II di Napoli, dove già insegnava il padre, Pietro: il vescovo della diocesi di Tarbes e Lourdes, mons. Jacques Perrier, lo nomina medico permanente del Bureau medical, l’organismo che ha l’incarico di esaminare e vagliare le presunte guarigioni miracolose. E ora chissà se la Madonna potrà fare qualcosa per lui

 

Caserta: Istituto sostentamento del clero batte soprintendenza. Speculazione in arrivo?

3 marzo 2012

“Adista”
n. 8, 3 marzo 2012

Luca Kocci

Sembrava sventato il rischio che il Macrico, un’area verde di 33 ettari situata nel centro della città di proprietà dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero (Idsc) di Caserta, venisse sepolta da una colata di cemento. Invece, con l’annullamento da parte del Tribunale amministrativo regionale della Campania del vincolo della Soprintendenza dei beni architettonici e paesaggistici, che aveva di fatto reso inutilizzabile l’area per futuri progetti di edificabilità, la questione si riapre. Esulta l’Idsc – che ha promosso il ricorso al Tar –, si allarmano i cittadini casertani e gli ambientalisti riuniti nel comitato Macrico Verde – che temono la cementificazione selvaggia –, rimane a guardare l’amministrazione comunale che però, nelle prossime settimane, dovrà necessariamente prendere una posizione.

La vicenda inizia oltre 15 anni fa. L’area in questione è l’ex-Macrico (Magazzino centrale ricambi mezzi corazzati): 324.533 metri quadrati – tre quarti dei quali coperti da alberi e prati – situati nel centro di Caserta. Di proprietà della Chiesa fin dal XVII secolo, nell’Ottocento l’area venne ceduta in affitto ai Borboni che la usarono come Campo di Marte, per le esercitazioni militari; nel dopoguerra, passò alle Forze armate italiane che la trasformarono in magazzino e caserma, costruendo capannoni in lamiera e amianto ed edifici in muratura per un totale di 500mila metri cubi, occupando circa un quarto della superficie. Negli anni ‘80, la curia di Caserta avviò una causa per ottenere la restituzione dell’area che fu vinta nel 1994. Il Macrico tornò così ad essere a disposizione della diocesi e, per legge concordataria, essendo un «beneficio ecclesiastico», ne divenne proprietario l’Idsc, articolazione periferica dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero, con personalità giuridica autonoma, indipendente quindi, dal vescovo della diocesi, al quale deve chiedere l’autorizzazione solo per cifre superiori ai 250mila euro.

Un primo tentativo di vendita venne bloccato nel 2000 dall’allora vescovo di Caserta, mons. Raffaele Nogaro che, durante il Te Deum di fine anno, pronunciò parole molto dure, arrivando perfino a minacciare le dimissioni, contro un’operazione che rischiava di trasformarsi in una gigantesca speculazione (v. Adista n. 9/01). E proprio sull’onda di quel Te Deum si costituì un comitato Area ex Macrico (oggi comitato Macrico Verde) che, negli anni, si è sempre battuto per salvare il terreno dai numerosi tentativi di vendita ai costruttori – un affare per l’Idsc da almeno 35 milioni di euro – e per farne uno spazio pubblico verde a disposizione di tutta la città (v. Adista nn. 9, 11, 13, 15, 43, 51, 63, 73 e 87/07; 65/08). Fino a quando riuscì ad ottenere che la Soprintendenza ponesse il vincolo, chiudendo così la questione.

L’Istituto sostentamento del clero però, subito dopo il pensionamento di mons. Nogaro nell’aprile 2009 – il più forte oppositore interno alla vendita del Macrico – e la sua sostituzione con mons. Pietro Farina (v. Adista nn. 49 e 79/09), ha fatto ricorso al Tar. Che pochi giorni fa ha sentenziato: il vincolo è illegittimo perché viziato da «eccesso di potere» da parte delle Soprintendenza che ha agito per motivazioni di carattere urbanistico e non di salvaguardia del bene.

La faccenda, quindi, si riapre, perché l’Idsc potrebbe cedere l’area al miglior offerente. E del resto il fatto che abbia fatto ricorso al Tar testimonia, al di là di ogni ragionevole dubbio, la volontà di avere le mani libere per poter vendere l’area a prezzo pieno. Già si parla di una sorta di triangolazione: il terreno verrebbe ceduto a privati, che ne lascerebbero una parte per la costruzione del nuovo stadio di Caserta, ricevendo in cambio l’area dove sorge l’attuale stadio da abbattere e dove si potrebbe edificare ex novo.

A meno che – chiede Sergio Tanzarella, del comitato Macrico Verde, in una lettera al sindaco di Caserta Pio Del Gaudio – il Comune non qualifichi il Macrico come zona F2, ovvero non edificabile e destinata ad interesse generale. Sarebbe «una decisione molto semplice, senza costi, che ha però ad un tempo il potere di abbattere sia il valore economico dell’area sia le mire di quei costruttori sanguisughe che tanto danno hanno procurato alla città», scrive Tanzarella. L’Istituto sostentamento per il clero «non potrà che rallegrarsi della scelta poiché, sebbene non possa per suo statuto fare donazioni, è certo un’istituzione che moralmente non dovrebbe incoraggiare speculazioni edilizie e ha sicuramente a cuore il bene dei cittadini. Lo stesso vescovo di Caserta, mons. Farina, saluterà certamente con grande entusiasmo la decisione del Consiglio comunale, con una perdita economica per l’Istituto, ma con un notevole guadagno morale in un tempo di immoralità diffuse. Non sarebbe infatti credibile predicare il principio del bene comune e non tradurlo nelle scelte concrete della Chiesa di Caserta».