Archive for aprile 2012

Fra il Po e il Vangelo. “Il Dio dei leghisti” secondo Augusto Cavadi

30 aprile 2012

“Adista”
n. 17, 5 maggio 2012

Luca Kocci

Alla radice della questione cattolico-leghista – ovvero le relazioni fra cattolicesimo, Chiesa e Lega Nord – c’è un problema teologico che riguarda soprattutto la Chiesa cattolica. Perché se così non fosse, quasi la metà dei militanti dei militanti leghisti – il 39%, secondo le statistiche più recenti – non potrebbe definirsi senza titubanza, anzi con granitica certezza, «cattolico praticante». Dal momento che invece lo fa, senza peraltro essere smentita da nessuna autorità ecclesiastica, significa che la teologia e l’ecclesiologia cattolica, così come viene declinata da qualche decennio, appare pienamente compatibile con le idee e i princìpi di Bossi, Maroni e dei loro seguaci. «È la tradizione cattolica ad aver prodotto le menti leghiste o sono le menti leghiste ad aver stravolto la dottrina cattolica?». Più probabilmente «è stato l’incontro del cattolicesimo mediterraneo tradizionalista con l’egoismo piccolo-borghese ipermoderno a costruire» questa «miscela infernale» catto-leghista.

È la tesi documentata con rigore e illustrata con chiarezza dal filosofo e teologo Augusto Cavadi nel volume, appena pubblicato dalle Edizioni San Paolo, Il Dio dei leghisti (pp. 192, euro 14, acquistabile presso Adista, tel. 06/6868692, e-mail: abbonamenti@adista.it). Rispetto ad altre ricerche sulla relazioni fra Chiesa cattolica e Lega Nord di taglio prevalentemente politico-sociale (v. Adista n. 48/11), Cavadi ha il merito, e la competenza, per affrontare un nodo fino ad ora poco studiato: la dimensione teologica. Perché, sostiene, tutto parte da lì. Il codice culturale leghista – analizzato con rigore, dalla concezione antropologica “padana” alla concezione dello Stato e della società – e le idee portanti in materia religiosa sono «del tutto compatibili con una lettura istituzionale, moralistica, moderata e identitaria del cristianesimo», scrive Cavadi. Non lo sarebbero però con «un’interpretazione profetica, agapica, rivoluzionaria ed universalistica» che evidentemente è assente nella Chiesa dei nostri tempi, per lo meno in quella «Chiesa di sempre, la cui voce potente e austera coincide con la voce del popolo» tanto amata dai leghisti e tanto lontana dalla Chiesa del Concilio e del post-Concilio.

È semplicistico, sostiene Cavadi, spiegare la consonanza Chiesa-Lega con la categoria dell’ipocrisia elettoralistica («i leghisti non sono cattolici, sanno di non esserlo, ma fingono per avere un vantaggio elettorale») o con l’equivoco «in buona fede» di chi è incapace «di afferrare davvero la mentalità cattolica e la sua incarnazione storico-istituzionale». Ed è errato anche considerarla un «fidanzamento di interesse». La questione è più profonda della «mera ricerca del potere in sé». C’è la «convinzione sincera, autentica e radicata che la Chiesa cattolica sia depositaria della verità integrale sull’uomo, sul cosmo e sulla storia e che abbia il dovere (prima ancora che il diritto) di “convertire” alla propria dottrina, alla propria etica, alla propria organizzazione gerarchica e alla propria “pastorale” l’intera umanità». E di fronte a un fine così elevato, «ogni mezzo risulta secondario, redimibile, legittimato, santificato». È il «paradosso di una Chiesa cattolica che ritiene di poter negoziare con qualsiasi potere mondano in vista di una prospettiva sovramondana», perché «chi è convinto di avere le chiavi del paradiso, qui in terra, nell’aldilà o in entrambi i regni, non va per il sottile». E sposa anche la Lega, rischiando però di ripetere lo stesso errore già commesso con il «fascismo» e con la «mafia»: fare, «con sistemi in sé aberranti e di cui le gerarchie cattoliche vedono più o meno acutamente le deformazioni religiose e umane, un tratto di strada insieme per combattere nemici che sono o vengono erroneamente ritenuti molto più perniciosi», come il «comunismo» o il «laicismo».

I «valori non negoziabili» sono il nodo. O meglio quei valori che la Chiesa di WojtylaRuiniBagnascoRatzinger ha scelto come «non negoziabili»: la vita dal concepimento alla morte, la famiglia fondata sul matrimonio, la libertà di educazione, ovvero la scuola cattolica. Ma se, Vangelo alla mano, altri fossero i «valori non negoziabili – «l’agape divina, la tenerezza del Padre verso i deboli, l’accoglienza di chi versa nel bisogno», «la cura per la bellezza del creato, la resistenza caparbia ad ogni genere di violenza interpersonale e collettiva, l’equa distribuzione dei beni materiali», scrive Cavadi –, allora «gli Stati, i movimenti sociali, i partiti politici che enfatizzano l’egoismo individuale e di gruppo, il privilegio dei privilegiati, la sacralità dei confini, la liceità della guerra come mezzo per dirimere i conflitti, l’autonomia della sfera economica rispetto a qualsiasi parametro etico si guarderebbero bene dal chiedere la compagnia della Chiesa». E anche ai leghisti non resterebbe che il dio Po.

La crisi è grave, il lavoro manca, i tagli non servono. Alcuni vescovi criticano il governo Monti

26 aprile 2012

“Adista”
n. 16, 28 aprile 2012

Luca Kocci

La crisi economica, l’emergenza lavoro e le misure del governo Monti – che pure il card. Bagnasco ha elogiato al Consiglio permanente della Cei di fine marzo (v. Adista Notizie n. 13/12) – preoccupano molti vescovi, da sud a nord della Penisola.

Il più esplicito è mons. Fiorini Morosini, di Locri – successore di mons. Bregantini, anch’egli assai critico nei confronti delle misure economiche dell’esecutivo (v. Adista Notizie n. 13/12) – che ha preso carta e penna e ha scritto direttamente al premier per denunciare la situazione generale e quella del suo territorio in particolare. «Le difficoltà economiche stanno imponendo duri sacrifici a tutti, ma noi nella Locride le stiamo vivendo in maniera drammatica», scrive il vescovo, che aggiunge che «certi tagli hanno comportato la perdita delle ragioni stesse per ipotizzare futuro». «La perdita dei servizi più elementari, quali i presidi sanitari, le scuole materne, gli sportelli postali per le pensioni degli anziani, scoraggiano la permanenza delle giovani coppie in questi luoghi». E infatti molti «fuggono verso la costa, creando le premesse di problemi molto più gravi, sia dal punto di vista economico che da quello sociale, dei quali prenderemo coscienza nei prossimi anni, quando forse tutto sarà compromesso: aggravamento del dissesto idrogeologico, criminalità, perdita di radici storiche, abbandono della piccola agricoltura, che ora integra il reddito, nuovi problemi nei paesi di approdo a causa della casa e del reddito insufficiente, denatalità in crescita, rapido invecchiamento della popolazione». Denuncia mons. Morosini: «Quel che può apparire oggi un guadagno per lo Stato, riducendo i servizi, verrà pagato in altro modo». Oltre a tutto ciò, «la crisi economica ha elevato moltissimo la fascia della povertà», come ben sanno «gli sportelli della Caritas diocesana e quelli delle Caritas parrocchiali». «È necessario dare fiducia ai nostri giovani perché non lascino la nostra terra», conclude la sua lettera il vescovo di Locri: «Sto esortando tutti alla coerenza di vita e all’impossibilità di far coesistere illegalità, crimine e religiosità. Non è difficile a Locri per un vescovo parlare di legalità e condannare la criminalità; difficile è dare speranza».

Non è solo mons. Morosini ad elevare grida di dolore e di denuncia. I vescovi del Molise – che fra l’altro alla fine di febbraio hanno promosso un convegno sul tema “Precarietà e crescita in Abruzzo e Molise” – richiamano il mondo politico e le istituzioni ad essere più vicine al mondo del lavoro e a farsi carico delle drammatiche difficoltà di chi perde l’occupazione o non la trova. E i vescovi del Triveneto, in un messaggio scritto in vista della festa del lavoro del prossimo primo maggio, tracciano un drammatico quadro sull’attuale situazione in cui versa il mondo del lavoro delle regioni del Nord-Est, anche tenendo conto del gran numero di suicidi di disoccupati e piccoli imprenditori in crisi nell’ultimo periodo.

Parole nette anche da parte degli Uffici di pastorale sociale e del lavoro delle Diocesi della Lombardia, che, in attesa del primo maggio, promuovono in tutta la regione delle veglie di preghiera per il mondo del lavoro. Esprimiamo «viva preoccupazione per la durata e le conseguenze, sempre più vistose, della pesante crisi di carattere globale in atto», scrivono i responsabili della pastorale del lavoro. «Ci si attendono per lo più soluzioni in sede tecnica, mentre le cause sono ben più profonde, di carattere sociale, culturale, etico; pensare quindi di risolverne gli effetti emergenti senza affrontarne i motivi di fondo appare sempre più velleitario. Proprio le sue cause, d’altra parte, appaiono difficili da rimuovere a breve, perché insite in stili di vita, personali e istituzionalizzati, ampiamente radicati e come tali non facilmente modificabili», aggiungono, con evidente riferimento alla ondata di inchieste che, soprattutto in queste settimane, stanno investendo il mondo politico lombardo. Anche loro, poi, puntano il dito sulla questione del lavoro che «da emergenza occasionale» sta finendo «per cronicizzarsi». Ma «la crisi non si è generata da sé – proseguono – né ha alla sua origine cause inevitabili», per cui occorre «trovare risposte efficaci, ricercando insieme, con costanza a attraverso un comune impegno, non soltanto soluzioni di carattere tecnico, pur necessarie, ma un vero e proprio cambiamento di mentalità nella vita comune. Dai rinnovati, auspicabili nuovi stili di vita – a livello personale, familiare, delle nostre comunità, come pure delle istituzioni, a partire dall’evitare consumi inutili e sprechi per rendere disponibili maggiori risorse per il lavoro – ad una vera cultura della solidarietà, prima e irrinunciabile risposta per ricostituire e rafforzare quel tessuto sociale solido, coeso, che non può essere affidato soltanto alla buona volontà di alcuni».

E c’è anche il card. Tettamanzi, arcivescovo emerito di Milano, che lo scorso 12 aprile, al primo incontro in vista del Convegno mondiale delle famiglie – in programma a Milano dal 30 maggio al 3 giugno –, a proposito di giovani e lavoro e di articolo 18, respingendo i tentativi che talora si fanno di mettere “i figli contro i padri”, ha detto: «Oggi, guardando la realtà, vediamo tante persone con molte tutele, generalmente la generazione dei padri, e altrettante persone con pochissime tutele, tendenzialmente la generazione dei figli» ma «non appare corretto togliere diritti giusti a acquisiti ad alcuni, i più tutelati, per fare in modo che altri, i meno tutelati, ne abbiano in dose maggiore». Bisogna invece assegnarle anche ai figli, in un ottica di «solidarietà tra generazioni» per assicurare «un futuro alla nostra società». Perché i diritti appartengono a tutti.

Don Rigoldi: io cristiano come voi

22 aprile 2012

“Adista”
n. 15, 21 aprile 2012

Luca Kocci

È una Chiesa fedele al Vangelo e non al Magistero quella disegnata, o sognata, da don Gino Rigoldi, storico cappellano del carcere minorile “Beccaria” di Milano, che affida ad un volume da poco pubblicato dalle edizioni Paoline (Io cristiano come voi, pp. 124, euro 12) le sue riflessioni critiche, ma «motivate dall’amore», nei confronti di una Chiesa «che cammina qualcuno direbbe per tradizione, io direi – spiega – per inerzia».

I nodi sono molti – dal magistero sulla famiglia e la sessualità all’uso dei beni e dei patrimoni, dalle gerarchie ecclesiastiche all’interventismo nella vita politica –, don Rigoldi ne affronta parecchi, senza voler “demolire il tempio”, ma con quella giusta dose di «obbedienza critica» e di consapevolezza che nella Chiesa «nessuno è superiore ad altri perché nessuna funzione può determinare distinzioni essenziali fra i figli di Dio», «fosse anche il papa».

Povertà e patrimonio della Chiesa: «C’è una bella differenza fra la condivisione dei beni della prima Chiesa (la comunità cristiana delle origini raccontata negli Atti degli Apostoli, ndr) e le condizioni attuali», spiega don Rigoldi. «Oggi uno dei più grandi problemi è la casa, perché avere o non avere la casa rende la vita familiare possibile o impossibile, così come avere anche un solo figlio può diventare quasi impossibile se si è strozzati dalla rata di un mutuo o l’affitto si mangia una parte importante dello stipendio. Che una grande proprietaria immobiliare in Italia sia la Chiesa nelle sue varie articolazioni parrocchiali e religiose, ci deve dar da pensare. Le case parrocchiali con molte stanze per un solo sacerdote o i palazzi di diocesi o di congregazioni religiosi enormi e vuoti sembrano un insulto ai bisogni. I problemi sono certamente molti, ma come si fa a parlare di famiglia senza assumere la propria parte di responsabilità per le case?». «A me pare – prosegue – che molti discorsi di singoli sacerdoti, e talora anche dei vescovi, non solo diano l’impressione ma siano effettivamente l’espressione di una sorta di vita parallela lontana da quelli che sono i bisogni e il sentire del popolo cristiano». E poi i simboli, che talvolta possono assumere il valore di contro-testimonianza evangelica: occorrerebbe «dismettere tutta una serie di abiti sgargianti, di copricapi colorati, di incensi, di inchini, di genuflessioni tanto frequenti quanto più è importante il celebrante. Si tratta di riti molto lontani dal sentire degli uomini di oggi i quali, io credo – aggiunge – chiedono alla Chiesa e alla sua liturgia più calma e sobrietà».

Il tema del relativismo – tanto caro a papa Ratzinger – va poi completamente ribaltato: dai valori non negoziabili – che talvolta la Chiesa cerca «di imporre allo Stato laico» – alla giustizia. «Il relativismo che mi fa paura – spiega don Rigoldi – è quando si ritengono ugualmente cristiani i ricchi e i poveri, chi rifiuta l’accoglienza dello straniero e chi l’accoglie, chi vorrebbe rispettare l’identità religiosa e chi la ritiene un cattivo comportamento che non merita nemmeno un luogo di culto». E i laici cattolici vanno considerati come “maggiorenni” dotati di autonomia: «Della Chiesa, oggi, infastidisce l’invasione degli spazi laici, che la fa apparire autoritaria, paternalistica, quasi trattasse i fedeli come minorenni. La stessa cultura educativa della Chiesa si è troppo spesso tradotta in leggi e regolamenti a imitazione del cattivo esempio della burocrazia».

Interviene don Rigoldi anche sui temi caldi della morale sessuale: è «male il sesso praticato con violenza (e questo vale anche nel matrimonio)» ed «è un tradimento della sessualità considerare l’altro un bene di consumo come fosse una cosa», ma «un sesso praticato e motivato per amore, dove certamente è presente il desiderio, il piacere è ricercato e dove il desiderio di intimità, di donazione e di relazione è il motivo principale si può considerare un grave peccato?».

Domanda retorica. Anche per quanto riguarda le coppie non sposate e le coppie omosessuali: «Quello che tutti dovrebbero ricordare, dal papa all’ultimo cristiano, è che uomini e donne omosessuali sono come loro figli e figlie di Dio, da trattare perciò con il massimo rispetto, anche quando si ragiona sul loro comportamento sessuale. Nel pensiero comune l’omosessuale è rappresentato come dedito al consumo parossistico della sessualità, eppure anche in molte persone omosessuali esiste una pratica sessuale vissuta con amore, tenerezza, rispetto e desiderio di fedeltà e di continuità», e una «coppia omosessuale stabile» va considerata «un’unione di fatto con i diritti che devono essere riconosciuti». E «non è sbagliato pensare – aggiunge Rigoldi – che la banalizzazione della sessualità sta anche nella esagerata penalizzazione che la Chiesa cattolica ha attribuito alla pratica sessuale, tanto da provocare l’indifferenza del popolo cristiano, così da aprire le porte al sesso sventolato come sfida, caccia, successo, un luogo di liberazione dall’oppressiva regolamentazione dottrinale».

Obbedienza al Vangelo e libertà di pensiero e di parola: così si sta nella Chiesa, dice don Rigoldi. Nella comunità cristiana «è lecita e talora necessaria una critica costruttiva verso la Chiesa in generale o verso la gerarchia sia essa rappresentata dal parroco, dal vescovo o dal papa. L’obbedienza cieca ed assoluta, oltre a non essere cristiana, è anche inutile e dannosa. Direi che è anche un peccato, visto che il Maestro ci ha insegnato a cercare e a dire la verità, comoda o scomoda che sia»

Il racconto della “professoressa di Barbiana”

16 aprile 2012

“Adista”
n. 15, 21 aprile 2012

Luca Kocci

Gli amanti del genere agiografico probabilmente non apprezzeranno il libro di Adele Corradi su don Lorenzo Milani. Chi invece vuole conoscere, o approfondire, la vita quotidiana degli ultimi anni della scuola di Barbiana e la profonda umanità, anche nei suoi tratti più urticanti, del prete fiorentino che l’ha fondata nel 1954 e animata fino alla sua morte (1967), senza accontentarsi del “santino” raffigurato da qualche biografo dell’ultima ora, troverà nel volume (Non so se don Lorenzo, Feltrinelli, Milano, 2012, pp. 174, euro 14) non informazioni inedite o riservate, ma un ritratto senza reticenze e censure di un uomo che ha fatto la scelta radicale e appassionata del Vangelo, degli emarginati – i piccoli e giovani montanari del Monte Giovi, nel Mugello – e della scuola in quanto strumento di liberazione degli oppressi, perché in grado di “dare la parola” a chi non ce l’ha, come viene raccontato in un piccolo episodio collocato significativamente all’inizio del libro. «Eravamo noi tre soli, dopo cena, tranquilli. Si stava bene: l’Eda seduta al tavolo (Eda Pelagatti, la “perpetua” di don Milani nella parrocchia di Calenzano, che lo seguì anche a Barbiana, dove è sepolta, ndr), io di fronte a lei, don Lorenzo sulla poltrona di vimini, vicino alla cappa del camino. L’Eda aveva una voce bellissima, di contralto credo, profonda e intonata. Chiesi che mi cantasse In Paradisum deducant te Angeli e lei si mise a cantare. Io ascoltavo “incantata” da quella voce e da quelle parole “… in tuo adventu suscipiant te martires…”. Ma don Lorenzo a un tratto, bruscamente: “Smetta Eda!”, la interruppe… era quasi un grido… Mi voltai stupita. Ma non era arrabbiato. La guardava addolorato. E infatti: “Mi fa pena”, disse, “non capisce… canta senza capire…”».

Adele Corradi, oggi 88enne insegnante in pensione, è una delle persone che ha conosciuto meglio don Milani e quella che più di ogni altra ha condiviso l’esperienza di Barbiana, dove è arrivata per curiosità nel 1963 e dove è rimasta fino alla morte del priore, prendendo anche una stanza in affitto in una casa non lontana dalla canonica, per poter fare scuola a tempo pieno. Tanto che lo stesso don Lorenzo, regalandole una copia di Lettera a una professoressa fresca di stampa, le scrisse come dedica: «Parte quarta (il libro è diviso in tre parti, ndr): poi finalmente trovammo una professoressa diversa da tutte le altre che ci ha fatto tanto del bene».

Ed era rimasta in silenzio Adele, fino ad ora, quando ha deciso di mettere per iscritto i suoi ricordi e di raccontare don Milani e Barbiana, anche per rispondere alle sollecitazioni di molti, fra cui Maurizio Di Giacomo, collaboratore di Adista e studioso di Milani (su cui ha scritto uno dei migliori testi mai pubblicati: Don Milani. Tra solitudine e Vangelo, Borla, 2001, v. Adista n. 71/01), morto quattro anni fa: «La esorto a mettere su nastro con persona o istituzione di sua fiducia i suoi ricordi degli anni da lei vissuti con don Lorenzo Milani», scrisse Di Giacomo in una lettera ad Adele Corradi. «Quello che lei sa non sono banali “ricordini” o “episodiucci”. Se non parlano coloro che hanno conosciuto di persona il priore di Barbiana finirà che la sua storia la scriveranno i ricercatori storici, quelli con cravatta Yves Saint-Laurent, oppure gli agiografi dei tribunali ecclesiastici delle cause di beatificazione, e l’umanità profonda così come la solitudine indicibile di quel prete-maestro-testimone-polemista finirà dimenticata o neutralizzata del tutto».

Le parole di Adele Corradi ci restituiscono un don Milani non segreto ma autentico, liberato da molti luoghi comuni di segno sia negativo che positivo, talvolta cari anche all’intellighentia progressista, vivo come non mai: diretto e lontano da ogni galateo ipocrita, perbenista, politicamente o ecclesialmente corretto; continuamente preoccupato, quasi ossessionato, dal voler fare scuola in ogni momento e in ogni occasione ai “suoi” ragazzi, a cui era legato in modo possessivo e geloso («don Lorenzo, se qui vicino venisse a stare un altro prete e i ragazzi incominciassero ad andare da lui invece che venir qui, cosa farebbe lei?», gli chiese un giorno Adele. «Farei alle fucilate! I ragazzi son miei», rispose); ansioso, soprattutto alla fine dei suoi giorni, quando il linfoma di Hodgkin lo stava uccidendo lentamente ma inesorabilmente, di gridare la sua idea di scuola di tutti e per tutti, il suo atto di accusa contro la scuola di classe, consumando i suoi residui momenti di vita per portare a termine, insieme ai ragazzi di Barbiana – e Adele Corradi racconta come realmente venne elaborato e redatto il testo, sfatando i falsi miti del libro scritto solo dai ragazzi o solo da Milani – Lettera a una professoressa. E poi la fede evangelica di don Milani, radicale ma non settario – le persone settarie «hanno radici poco profonde e si aggrappano a regole e dogmi», i radicali invece «hanno radici profonde e non hanno paura della libertà», diceva il pedagogista brasiliano Paulo Freire – anche nei rapporti con le gerarchie ecclesiastiche, consapevole di vivere sul filo dell’eresia: «Crede che sia facile vivere sempre sul filo del rasoio, sempre col rischio di cadere nell’eresia?», disse una sera ad Adele Corradi.

«Con la semplice tecnica di dire la verità, senza mitizzazioni e senza enfasi, Adele ci consegna un don Milani straordinariamente umano, allo stesso tempo distante e vicinissimo a noi», scrive Beniamino Deidda in una delle due testimonianza finali (l’altra è di Giorgio Pecorini). «Un prete singolarissimo e isolato, profeticamente al servizio dei più umili, capace di mettere la Chiesa e la società di fronte alle loro macroscopiche contraddizioni (…). Adele, con la grazia che può avere solo chi racconta la verità, ci fa intravedere questa grandezza, senza nascondere le durezze, gli umori, la malattia e la fragilità di don Lorenzo».

La Diocesi di Aversa rilancia l’impegno di don Diana

4 aprile 2012

“Adista”
n. 13, 7 aprile 2012

Luca Kocci

La diocesi di Aversa ricorda don Giuseppe Diana, il parroco di Casal di Principe ucciso dalla camorra nel 1994 per il suo impegno pastorale antimafia (v. Adista n. 28/94): lo scorso 19 marzo – anniversario del suo omicidio –, nella parrocchia di San Nicola a Casal di Principe, l’eucaristia presieduta dal vescovo di Aversa, mons. Angelo Spinillo, e concelebrata da decine di sacerdoti; subito dopo la presentazione di un documento – Poiché il cielo rosseggia – , firmato dal vescovo e dai parroci della Foranìa di Casal di Principe (che comprende, oltre quella di Casal di Principe, le parrocchie di Casapesenna, San Cipriano d’Aversa, Villa di Briano e Villa Literno) che nei giorni successivi è stato letto e distribuito nelle parrocchie del territorio, con il quale la comunità ecclesiale aversana ha riletto e rilanciato Per amore del mio popolo, il profetico testo anti-camorra scritto da don Diana e dagli altri parroci di Casal di Principe nel Natale 1991, ripubblicato integralmente nel documento del vescovo.

«Sono passati venti anni dal tempo in cui don Peppino Diana propose a noi parroci e sacerdoti della stessa zona pastorale di pubblicare e diffondere tra la popolazione un documento che esprimesse una decisa condanna delle azioni criminose della camorra e anche di tutti quegli atteggiamenti vissuti nel nostro territorio come un ordinario modo di pensare e di giudicare ogni cosa nella sola prospettiva dell’interesse personale o di un proprio gruppo», scrivono il vescovo di Aversa e i “suoi” parroci che dicono di «voler continuare il cammino iniziato». In questi vent’anni, proseguono, è mutata «la coscienza, da parte dello Stato e dei singoli cittadini circa la pericolosità, vastità e pervasività della criminalità organizzata»: lo Stato si è attivato «per decapitare i vertici dell’organizzazione criminale e anche per scoprire tutta la rete di affiliati, fiancheggiatori e “colletti bianchi”» e nella società civile e nella Chiesa «la coscienza del fenomeno ha portato al superamento di quel timore che impediva persino di pronunciare a voce alta il termine camorra».

Eppure, il momento storico che stiamo vivendo è denso anche di contraddizioni: «Talvolta i rappresentanti delle istituzioni pubbliche sono risultati coinvolti in azioni illegali smentendo, nei fatti, quanto affermato con le parole. La possibile convivenza tra legale e illegale rimane uno dei segni più deleteri per l’intera società; abbiamo visto lo Stato intervenire con forza e determinazione nell’arresto dei super latitanti, ma temiamo che la sua azione (come già accaduto in passato) possa ridursi ad una mera repressione, rivelandosi poi, a medio e lungo termine, insufficiente nello sconfiggere le cause del fenomeno criminale». Sul fronte occupazionale, poi, «la situazione risulta drammatica», con un tasso di disoccupazione doppio o triplo rispetto ad altre parti d’Italia. «Questo ha creato schiere di disoccupati che reclamano il diritto al lavoro e che, nella loro disperazione, giungono a rimpiangere pericolosamente i tempi in cui “la camorra dava loro da vivere”». Inoltre «nel mondo dell’associazionismo, anche ecclesiale, ad una fase di iniziale entusiasmo e spirito di volontariato ha fatto seguito una tendenza al corporativismo, alla chiusura individualistica, al conflitto per affermare presenze esclusive in alcuni ambiti. Tutto ciò ha creato difficoltà allo sviluppo di un dialogo costruttivo e non ha favorito l’unione delle forze più positive che avrebbero potuto meglio collaborare per una rinascita delle nostre terre».

«Vogliamo essere vicini ai tanti che si impegnano nel servizio della società e cooperano al bene comune, che tendono a sostenere chi non ha alcun sostegno o tutela alla propria crescita e alla propria vita, che testimoniano e propongono un’appassionata attenzione alla pulizia da ogni inquinamento ed alla cura rispettosa e amorevole della nostra terra,  che mostrano coerenza nel vivere con onesto senso della giustizia il proprio impegno di cittadini – concludono parroci e vescovo –. Noi crediamo e sappiamo che il sacrificio di don Peppino Diana, e di altri che come lui hanno testimoniato fedeltà e amore alla vita della nostra gente, è annunzio che genera desiderio di vera libertà».

Articolo 18: la riforma divide vertici Cei e base cattolica

4 aprile 2012

“Adista”
n. 13, 7 aprile 2012

Luca Kocci

Al card. Bagnasco la riforma del lavoro e le modifiche dell’articolo 18 proposte da Monti e Forneropiacciono. Non lo dice apertamente ma lo fa capire nella sua Prolusione all’apertura del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana del 26-29 marzo.

«I padri, lottando, hanno ottenuto garanzie che oggi appaiono sproporzionate rispetto alle disponibilità riconosciute ai loro figli», ha spiegato il presidente della Cei, eppure «dal mondo degli adulti e dalle loro organizzazioni stenta ad emergere una disponibilità al riequilibrio delle risorse che sono in campo». Una fissazione, quella di Bagnasco, secondo cui i diritti dei giovani e degli adulti sarebbero contrapposti e alternativi: anche in occasione del Consiglio permanente di fine gennaio (23-26 gennaio) aveva espresso il medesimo concetto, affermando che «si deve tentare di riaggiustare il sistema, consapevoli che le condizioni per una vera equità si determinano cominciando ad offrire ai giovani le opportunità di cui hanno diritto, equilibrando, per quanto legittime, le spinte iper-protezionistiche delle altre generazioni».

Il sostegno del presidente dei vescovi a Monti è sobrio nel linguaggio, ma resta granitico ed inequivocabile: «Con i provvedimenti adottati – ha ripetuto al Consiglio permanente della scorsa settimana – è stato portato al sicuro il Paese»; ora il governo deve andare avanti, proseguendo la «lotta all’evasione fiscale», alla semplificazione amministrativa, «alla corruzione e al latrocinio della cosa pubblica», ma anche portando a termine la riforma del mercato del lavoro, perché «nella realtà odierna nessuno può pensare di preservare automaticamente delle rendite di posizione». «La globalizzazione è una condizione ineluttabile», ha aggiunto, per cui «dobbiamo starci dentro con la nostra cifra sociale, superando con la necessaria gradualità gli strumenti che sono inadeguati per raggiungere, nelle condizioni date, la soluzione meglio condivisa», ma anche «con animo sgombro da pregiudizi», «quale che sia il soggetto proponente». Insomma, sostiene il presidente della Cei, alcune delle attuali tutele, a cominciare dall’articolo 18, devono essere superate, sebbene con gradualità. Pieno appoggio alla strategia del governo; il quale non propone di cancellare con un tratto di penna l’intero articolo 18, tuttavia inizia a smontarlo, fino a renderlo di fatto inoffensivo.

Non piace però a tutti i vescovi l’entusiasmo di Bagnasco. In un’intervista a Famiglia Cristiana del 22 marzo (uscita, non a caso, alla vigilia del Consiglio permanente, prima cioè che Bagnasco dettasse la linea), l’arcivescovo di Campobasso-Bojano mons. Giancarlo Bregantini – già prete operaio fra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 – ha usato parole e toni assai diversi: «Bisogna chiedersi, davanti alla questione dei licenziamenti, chiamati elegantemente, con un eufemismo, “flessibilità in uscita”, se il lavoratore è persona o merce», ha detto Bregantini, auspicando anzi un’estensione dell’articolo 18 alle aziende con meno di 15 dipendenti. «Il lavoratore non è una merce. Non lo si può trattare come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio, perché resta invenduto in magazzino». Non si tratta di un’opinione secondaria: Bregantini è presidente della Commissione lavoro, giustizia e pace della Cei – una sorta di “ministro del lavoro”, l’omologo ecclesiastico di Fornero – ed è uno dei 30 vescovi che siede nel Consiglio permanente. Divisioni non irrilevanti quindi, tanto che la Cgil – unica sigla sindacale confederale, oltre a quelle di base, ad opporsi frontalmente alle modifiche all’articolo 18 –, per tentare di convincere la base cattolica delle proprie ragioni, domenica 1 aprile ha organizzato banchetti informativi davanti a centinaia di parrocchie e chiese in tutta Italia.

E parte della base cattolica si è già espressa: come Pax Christi, che ha inviato una Lettera aperta al governo e al Parlamento italiano indicando – «in questo periodo di crisi economica ed etica globale, in cui rischia di annullarsi la dignità di chi lavora, ridotto a “prodotto da dismettere”, in cui si decidono le sorti dell’economia come se l’altro non esistesse» – i propri “principi non negoziabili”: «Lavoro e sua dignità, ridistribuzione delle risorse, lotta alla corruzione e alla criminalità, riduzione delle ingiustizie e dell’evasione fiscale, taglio ai nuovi sistemi d’arma e al progetto F-35, tutela del Servizio civile». E Giuseppe Patta, segretario del Mlac (Movimento lavoratori dell’Azione cattolica), spiega che «non sarà la libertà di licenziare a far salire il Pil».

Allineate alle posizioni del governo – e di Bagnasco – invece le Acli: pur «con tutti i suoi limiti, la riforma va certamente nella direzione di rendere universale e più equo il sistema dei diritti e delle tutele, e contribuisce a modernizzare e dare maggiore dinamismo al funzionamento del mercato del lavoro», spiega il presidente Andrea Olivero, che pare avere un’unica preoccupazione: rilanciare la «concertazione». Sulla stessa lunghezza d’onda il Mcl (Movimento cristiano lavoratori): «Le linee generali dell’accordo sul lavoro dimostrano come sia finalmente prevalso il senso di responsabilità e sono, pertanto, da valutare positivamente», dice il presidente, Carlo Costalli, per il quale la «mediazione sull’articolo 18» è «sofferta, ma indispensabile».

Non è un caso che sia le Acli sia il Mcl fanno parte di quel Forum delle persone e delle associazioni cattoliche nel mondo del lavoro che ha promosso l’incontro di Todi, nello scorso mese di ottobre – dove il card. Bagnasco ha tenuto la relazione introduttiva – e che è stato il principale animatore delle manovre, benedette dalla Cei, per la ricomposizione di un soggetto cattolico attivo nella politica e nella società (v. Adista nn. 51, 57, 60, 65, 70, 71, 76, 78, 83 e 97/11; 4/12). Lo ha ricordato ancora Bagnasco, al termine della sua prolusione, incoraggiando l’impegno: «Si continua lungo la strada intrapresa, con meno clamore» ma «puntando ad una reale efficacia, sviluppando le iniziative che i vari soggetti aggregativi decidono liberamente di assumere sul versante politico». Tutti in fila, adesso, a sostenere Monti e il governo.

Il cardinal Poletti e “Renatino”

1 aprile 2012

“il manifesto”
1 aprile 2012

Luca Kocci

I misteri sono ancora ben lontani dall’essere svelati, ma il giallo relativo alla sepoltura di Enrico De Pedis, detto “Renatino” (nella foto), uno degli ultimi capi della Banda della Magliana – il “Dandi” di «Romanzo criminale» -, tumulato nella basilica romana di San’Apollinare, ora di proprietà dell’Opus Dei, si arricchisce di nuovi importanti dettagli: il via libera alla sepoltura nella chiesa venne dato espressamente dal cardinale Ugo Poletti, allora – siamo nel 1990 – vicario del papa per la diocesi di Roma e presidente della Conferenza episcopale italiana, e il Comune autorizzò la traslazione della salma dal Verano, dove si trovava, nella basilica di S. Apollinare, promossa surrettiziamente a territorio vaticano.

Privilegio vaticano
A rivelarlo è il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, in una lettera a Walter Veltroni, in cui il ministro ha in parte rettificato quello che lei stessa aveva detto mercoledì scorso alla Camera, rispondendo all’ex segretario del Pd durante il question time: la basilica di S. Apollinare «non è territorio dello Stato Città del Vaticano», scrive il ministro, giustificando l’errore perché così era stato riportato in un «rapporto di polizia» del tempo. Non è territorio vaticano, tuttavia la chiesa gode di un particolare «privilegio di extraterritorialità», che «si traduce nel riconoscimento alla Santa Sede della facoltà di dare all’immobile l’assetto che creda, senza bisogno di autorizzazioni o consensi da parte di Autorità governative, provinciali, comunali italiane». Ed ecco spiegato perché, una volta trasferita la salma, la tumulazione del boss è potuta avvenire senza ulteriori autorizzazioni. Il ministro, sulla base di nuovi documenti, precisa la tempistica: il 10 marzo 1990 il cardinal Poletti «rilasciava il nulla osta della Santa Sede alla tumulazione della salma di De Pedis nella basilica di S. Apollinare». Si sapeva benissimo chi fosse “Renatino” – ucciso poco più di un mese prima, il 2 febbraio, nella centralissima via del Pellegrino, per un regolamento di conti interno alla Banda -, eppure Poletti, anche su richiesta di mons. Pietro Vergari, rettore di S. Apollinare, che presentò il boss come «un grande benefattore», autorizzò la sepoltura: una vicenda oscura che, secondo alcuni, si intreccia anche con il rapimento di Emanuela Orlandi.

Doppia illegalità
Il 20 marzo, spiega il ministro, di nuovo mons. Vergari attesta che S. Apollinare è soggetta al regime giuridico di extraterritorialità, e tre giorni dopo la famiglia De Pedis ottiene dal Comune di Roma – era sindaco il socialista Franco Carraro – l’autorizzazione «all’estumulazione della salma» dal Verano e «l’assistenza sanitaria per la traslazione nella basilica di S. Apollinare, Stato Città del Vaticano». Il 24 aprile arriva anche «l’autorizzazione al trasporto della salma da Roma a Città del Vaticano». Una doppia illegalità, benedetta da Poletti e ratificata dal Comune, per una velocissima sepoltura di un defunto “illustre”. «Ritengo di informare l’Autorità giudiziaria delle evidenze emerse», conclude Cancellieri. E chissà se arriverà anche qualche barlume di verità .