Archive for maggio 2012

La Santa sede fa muro, ma gli spifferi sono tanti

30 maggio 2012

“il manifesto”
30 maggio 2012

Luca Kocci

«Da Babele all’unità» titolava in prima pagina l’edizione di ieri dell’Osservatore Romano, rilanciando con grande enfasi le parole pronunciate dal papa durante la messa di Pentecoste. Un auspicio smentito dai fatti e dalle notizie che arrivano quotidianamente da Oltretevere in merito al caso Vaticanleaks – la diffusione di documenti riservati indirizzati al pontefice e ai suoi stretti collaboratori – ma anche al licenziamento del presidente dello Ior, che si arricchisce di nuovi particolari.

Al momento c’è un unico indagato, nella cui casa sono stati trovati documenti riservati: l’assistente di camera di Ratzinger, Paolo Gabriele, accusato di «furto aggravato» e agli arresti da una settimana in una camera di sicurezza della Gendarmeria. Intende «collaborare con la magistratura vaticana», conferma il gesuita padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa della Sede, che però smentisce sia il ritrovamento «di casse di documenti» e di «plichi pronti per essere inviati a specifici destinatari», sia l’interrogatorio di una donna e di «cinque cardinali» sospettati. Si è conclusa la prima fase di istruttoria sommaria e si è avviata l’istruttoria formale, al termine della quale il giudice procederà al proscioglimento o più probabilmente al rinvio a giudizio. E al di là delle voci che si rincorrono, altro non è dato sapere: del resto il Vaticano non è uno Stato liberale ma, di fatto, una monarchia assoluta.

Che i “corvi” siano più di uno è comunque ormai certo: le indagini della commissione dei cardinali proseguono e «sono state sentite e interrogate altre persone», dice Lombardi. Inoltre fra i documenti pubblicati, alcuni provengono dall’appartamento papale, ma molti sono usciti da altri uffici, a cui Gabriele non aveva accesso. «Ci sono più persone», il nostro scopo «è quello di far emergere il marcio che c’è dentro la Chiesa», ha detto a Repubblica uno dei presunti “corvi”. Ma più che voglia di fare pulizia, l’obiettivo sembra essere un altro: il cardinal Bertone, fedelissimo di Ratzinger, da lui nominato segretario di Stato nel 2006, nonostante i malumori di molti, anche in Vaticano. Ha già superato i canonici 75 anni per la pensione (ne ha quasi 78), ma rimane saldo al suo posto, nomina suoi uomini nei posti chiave della Curia e accentra sempre più il potere nelle sue mani: ha formalizzato che non solo per la pubblicazione di documenti ma anche per avere colloqui con il papa, tutti i cardinali debbano passare da lui. La fuga di notizie e di documenti – peraltro cominciata già da tempo –, nella la maggior parte dei quali fra l’altro Bertone non fa una bella figura, pare allora un chiaro messaggio per segnalare l’incapacità di governo, e di controllo, del segretario di Stato, a cui sembrano scappare i buoi nonostante abbia chiuso la stalla.

E a proposito di fughe di documenti, due giorni dopo la cacciata di Gotti Tedeschi dalla presidenza dello Ior, è stato fatto circolare il verbale della riunione del Consiglio di sovrintendenza della banca vaticana (una sorta di Cda) in cui è stato proposto il suo licenziamento, poi ratificato dalla Commissione cardinalizia di vigilanza. Fra le accuse mosse a Gotti Tedeschi, oltre a quelle di non aver svolto al meglio le sue funzioni, anche la «diffusione ingiustificata di documenti in possesso del presidente» e di «informazioni inesatte sull’Istituto». La questione dello Ior «è distinta e separata» dal Vaticanleaks, precisa Lombardi, ma i “corvi” sembrano tuttavia volare nello stesso cielo.

Frattanto, soffocati da queste notizie, si parla poco o per niente di alcuni importanti documenti che illuminano ulteriormente i rapporti fra Stato e Chiesa pubblicati nel libro di Gianluigi Nuzzi Sua Santità, che ha avuto una parte non secondaria nella genesi dello scandalo, tanto che nell’Osservatore Romano uscito ieri sera (con data di oggi) il sostituto della Segreteria di Stato vaticana, mons. Angelo Becciu, bolla il volume come «iniziativa criminosa»: come una nota preparatoria per una cena privata fra Ratzinger e Napolitano (nel gennaio 2009); oppure il resoconto di una serie di incontri segreti e privati, a fine 2010, fra l’ancora presidente dello Ior Gotti Tedeschi e l’allora ministro dell’Economia Tremonti per elaborare una strategia comune affinché l’Italia possa evitare la condanna dell’Unione europea, in seguito alla denuncia dei Radicali, in merito all’esenzione Ici per gli enti ecclesiastici, senza tuttavia cancellare il privilegio.

Cosa diavolo succede nel Vaticano dei veleni

26 maggio 2012

“il manifesto”
26 maggio 2012

Luca Kocci

Arrestato il «corvo», cacciato il banchiere. La guerra fra bande che da tempo si combatte nel palazzi vaticani, e che ha abbondantemente varcato il confine del colonnato del Bernini, tocca i piani più alti della Santa sede e raggiunge i massimi livelli dello scontro, facendo correre a ritroso la memoria all’epoca di Marcinkus. Giovedì il licenziamento in tronco del presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi.
Ieri la notizia, comunicata ufficialmente dalla sala stampa vaticana, dell’arresto del «corvo», ovvero uno dei responsabili – molto probabilmente non l’unico – della fuoriuscita di documenti riservati dalla Segreteria di Stato e dalle stanze papali, il cosiddetto Vaticanleaks , comprese alcune lettere private indirizzate a Ratzinger e al suo segretario finite sugli organi di stampa e nel libro di Gianluigi Nuzzi Sua Santità , appena pubblicato. Il colpevole, secondo il tradizionale copione dei gialli, sarebbe il maggiordomo, ovvero l’aiutante di camera del papa, Paolo Gabriele, un laico che dal 2006 ha libero accesso agli appartamenti di Ratzinger, tratto in arresto dalla Gendarmeria e interrogato dai magistrati vaticani. Nella sua abitazione in Vaticano, dove abita con la famiglia, sarebbe stata trovata una grande quantità di documenti riservati.
Dalla sala stampa non arrivano conferme sul nome e padre Federico Lombardi, il portavoce del pontefice, si limita a dire che l’indagine interna «ha permesso di individuare una persona in possesso illecito di documenti riservati». E c’è chi sospetta che possa trattarsi anche di un capro espiatorio per salvare qualcun altro.
C’è poi la questione dello Ior, la banca vaticana, che assume un rilievo politico-economico sicuramente maggiore. Con una decisione improvvisa, giovedì pomeriggio il Consiglio di sovrintendenza dello Ior ha allontanato il presidente della banca del papa, Ettore Gotti Tedeschi, aderente all’Opus Dei e assai vicino a Giulio Tremonti, nominato meno di tre anni fa: «Questo Consiglio ha adottato una mozione di sfiducia del presidente Gotti Tedeschi e ha raccomandato la cessazione del suo mandato», si legge nel comunicato, insolitamente duro e privo dei ringraziamenti di protocollo, diramato dalla Sala stampa vaticana e pubblicato integralmente dall’ Osservatore romano .
La guida dell’Istituto «ha destato progressiva preoccupazione nel Consiglio e, nonostante ripetute comunicazioni al presidente, la situazione è ulteriormente deteriorata». Inevitabile, quindi, il licenziamento in tronco «per mantenere la vitalità» dello Ior. «Il Consiglio adesso guarda avanti, al processo di ricerca di un nuovo ed eccellente presidente, che aiuterà l’Istituto a ripristinare efficaci e ampie relazioni con la comunità finanziaria, basate sul mutuo rispetto di standard bancari internazionalmente accettati».
A volere la cacciata di Gotti Tedeschi, anche se il Consiglio di sorveglianza ha ovviamente smentito, pare essere stato il cardinal Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, che pure nel settembre 2009 lo aveva fortemente voluto alla presidenza dello Ior, licenziando anzitempo il suo predecessore Angelo Caloia. Due i motivi principali di scontro: la normativa antiriciclaggio richiesta dall’Unione europea alla banca vaticana e la questione dell’ospedale San Raffaele di Milano. Ai tempi del fallimento dell’ospedale di don Verzé, Bertone voleva infatti mettere le mani sul San Raffaele, che sarebbe stato, nelle sue intenzioni, punta di diamante di un polo sanitario vaticano comprendente anche il Policlinico Gemelli e il Bambin Gesù. Per portare a termine l’operazione e rilanciare sull’offerta da 405 milioni di euro di Giuseppe Rotelli, il re della sanità privata lombarda che ha poi acquistato il San Raffaele, Bertone aveva però bisogno, oltre ai soldi dell’amico imprenditore Vittorio Malacalza, anche di quelli dello Ior. Che Gotti Tedeschi gli negò, bocciando un acquisto giudicato troppo rischioso, avendo dalla sua parte anche esponenti di punta della Curia vaticana (il cardinal Attilio Nicora) e della Chiesa italiana, come i cardinali Bagnasco, Ruini e Scola. Il secondo sgambetto di Gotti Tedeschi a Bertone è tutto di natura finanziaria.
Per inserirlo negli stati virtuosi in materia di antiriciclaggio, l’Unione europea ha infatti chiesto al Vaticano una legislazione più stringente e trasparente. Gotti Tedeschi – che frattanto era finito sotto inchiesta dalla Procura di Roma nel dicembre 2010 proprio per violazione delle norme antiriciclaggio da parte dello Ior, che allora si vide bloccati 23 milioni di euro relativi a due operazioni «sospette» -, insieme a Nicora (presidente dell’Aif, l’Autorità di informazione finanziaria vaticana), nel dicembre 2011 avrebbero emanato una normativa piuttosto rigida e anche retroattiva. Forse troppo, secondo Bertone, che infatti a gennaio la fece emendare, allargando le maglie e privando l’Aif di diversi poteri di ispezione (tanto che la finanziaria Usa JpMorgan subito dopo preferì chiudere il conto dello Ior, per non correre rischi).
Nelle prossime settimane, comunque, arriveranno le valutazioni dei tecnici di Strasburgo e si capirà meglio da che parte è la ragione. Da parte sua il dimissionato Ettore Gotti Tedeschi tace, ma fa capire chiaramente che in Vaticano si sta combattendo una guerra fratricida: «Preferisco non parlare, altrimenti dovrei dire solo brutte parole».

Bertone, Cielle, Opus Dei… Geografia di lotte senza quartiere

26 maggio 2012

“il manifesto”
26 maggio 2012

Luca Kocci

Il licenziamento di Gotti Tedeschi e l’arresto del “corvo” sono solo l’ultimo atto, fino ad oggi, di una guerra che da tempo – iniziata nell’estate 2009 con il “caso Boffo”, direttore di Avvenire e uomo del cardinal Ruini, costretto alle dimissioni in seguito alla pubblicazione di una nota pubblicata dal Giornale di Feltri in cui si faceva cenno alla sua presunta omosessualità – si combatte all’interno delle mura vaticane a colpi di documenti, lettere e dossier che vengono fatti uscire dai “sacri palazzi” per screditare a turno i protagonisti di questo scontro di potere che nulla ha di evangelico.

Fra i principali protagonisti il cardinal Bertone, segretario di Stato dal 2006, che in poco tempo è riuscito ad costruire una solida egemonia, creandosi però anche molti nemici. Fra cui innanzitutto il Ruini; poi il cardinal Bagnasco, successore di Ruini alla presidente della Cei, che più volte si è visto scavalcato da Bertone soprattutto rispetto alla gestione delle relazioni con la politica italiana. E il cardinal Scola, arcivescovo di Milano, fra i più tenaci oppositori dell’operazione, fallita, con cui Bertone voleva prendere il controllo dell’ospedale San Raffaele di Milano, in “territorio ciellino”.

Fra i movimenti, se Comunione e Liberazione è all’opposizione di Bertone, il segretario di Stato può contare sull’appoggio dell’Opus Dei. Anche se, visto che Gotti Tedeschi dell’Opus Dei fa parte – negli anni ‘80 fondò anche la banca d’affari Akros, insieme ad un altro finanziere opusdeista, Gianmario Roveraro, rapito e trovato decapitato nelle campagne parmensi nel luglio 2006, in circostanze non ancora chiarite – forse anche questa alleanza potrebbe incrinarsi.

Abusi sessuali sui minori, il Vaticano non collabora

23 maggio 2012

“il manifesto”
23 maggio 2012

Luca Kocci

I vescovi non sono obbligati a denunciare all’autorità giudiziaria i preti pedofili. Una prassi già consolidata, ma da ieri è scritta nero su bianco nelle “Linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale nei confronti dei minori da parte dei chierici”, richieste un anno fa dalla Congregazione per la dottrina della fede con una lettera circolare inviata ai vescovi di tutto il mondo e presentate all’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana in corso a Roma fino a venerdì. «Il vescovo – si legge nel documento –, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti» riguardanti casi di pedofilia.

La «cooperazione con le autorità civili», sebbene ritenuta «importante», risulta soggetta ad una serie di limitazioni che sembrano piuttosto degli ostacoli: i vescovi se vogliono possono collaborare, ma «sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti»; «eventuali informazioni o atti concernenti un procedimento giudiziario canonico possono essere richiesti dall’autorità giudiziaria dello Stato, ma non possono costituire oggetto di un ordine di esibizione o di sequestro»; «rimane ferma l’inviolabilità dell’archivio segreto del vescovo» e di altri «registri e archivi». Ovviamente è vietato riferire quanto appreso in confessione».

Insomma i panni sporchi si lavano in famiglia, nonostante ormai i “casi italiani” siano numerosi: 135 dal 2000 al 2011, secondo i dati di mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei. Per quanto riguarda i procedimenti oggetto dell’intervento della Congregazione per la dottrina della fede, «ci sono state 53 condanne, 4 assolti e altri casi in istruttoria»; le denunce alla magistratura sono invece ’77, di cui «2 condanne in primo grado, 17 in secondo, 21 i patteggiamenti, 5 gli assolti e 12 i casi archiviati».

E pochi giorni fa si è diffusa la notizia del coinvolgimento di un vescovo, mons. Dante Lafranconi, di Cremona: è stato prosciolto per intervenuta prescrizione, nonostante l’ordinanza del Gip di Savona, che ha archiviato il procedimento, abbia rilevato «l’atteggiamento omissivo» del vescovo – che avrebbe coperto due preti pedofili, quando era alla guida della diocesi di Savona –, unicamente preoccupato «di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori» abusati.

Le Linee guida approvate ieri, dopo aver ribadito l’importanza della «protezione dei minori, la premura verso le vittime degli abusi e la formazione dei futuri sacerdoti e religiosi», illustrano le procedure che ciascun vescovo dovrà utilizzare nei casi di pedofilia: prima dovrà appurare la «verosimiglianza delle notizie» e poi, se confermate, avviare un procedimento interno – in un Tribunale ecclesiastico composto solo da preti specializzati in diritto canonico – e «deferire il chierico direttamente alla Congregazione per la dottrina della fede» in Vaticano, eventualmente adottando dei provvedimenti temporanei nei confronti del religioso per evitare «il rischio che i fatti delittuosi si ripetano». Se riconosciuto colpevole, il prete potrà essere destinato ad un incarico che non preveda «contatti con i minori» e anche «dimesso dallo stato clericale».

Durissima la reazione del movimento cattolico di base Noi Siamo Chiesa, che aveva chiesto di rendere «obbligatoria» la denuncia alle autorità civili e che in ogni diocesi fosse istituita «una struttura indipendente» per le vittime di abuso, come avvenuto in Austria, Germania e a Bolzano: «Sorde e cieche sono le guide dei nostri vescovi» perché, «chiuse nella difesa della loro casta», hanno fatto tutto da soli nel segreto e «non hanno ascoltato nessuno dei tanti, vittime e altri, che hanno cercato di interloquire e di proporre ragionevolmente, a partire da diritti violati»; e «perché non vogliono vedere la situazione come si è manifestata, anche nel nostro Paese, negli ultimi anni».

Per una scuola «di tutti e di ciascuno». L’XI Marcia di Barbiana

22 maggio 2012

“Adista”
n. 21, 2 giugno 2012

Luca Kocci

In 700, sotto la pioggia, hanno marciato a piedi da Vicchio a Barbiana, lo scorso 20 maggio, per una «scuola di tutti e di ciascuno», anticipando anche il 45.mo anniversario della morte di don Lorenzo Milani, che ricorrerà il prossimo 26 giugno.

«La bussola di questa edizione, l’undicesima, della Marcia di Barbiana è l’articolo 3 della Costituzione, perché anche in esso si riflette il pensiero e l’opera di don Milani», ha spiegato Roberto Izzo, sindaco di Vicchio, promotore della Marcia insieme agli altri amministratori locali dei “luoghi milaniani”, i sindaci di Calenzano, Montespertoli e Firenze, e i presidenti dell’Unione montana dei Comuni del Mugello, della Provincia di Firenze e della Regione Toscana. E proprio l’articolo 3 della Costituzione era riportato integralmente nell’appello per la Marcia: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti dalla legge, senza distinzione di sesso, di razza di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». «Diritti ed uguaglianza si conquistano soprattutto attraverso la scuola, e, rimuovendo gli ostacoli all’istruzione per tutti, si rende piena la democrazia», spiegano i promotori, che prendono in prestito una delle frasi-guida di don Milani e di Barbiana, I care: «Ci sta a cuore una scuola che dia la parola ai cittadini sovrani, che si preoccupi di garantire a ciascuno la propria realizzazione personale a partire dagli ultimi. Ci sta a cuore una scuola che includa tutti, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Continuiamo a coltivare la memoria dell’opera e del pensiero di don Lorenzo Milani: in un mondo soffocato dalla crisi economica e finanziaria, mentre migliaia di giovani sono alla ricerca disperata di lavoro, continuiamo a sperare in una scuola che formi menti, competenze e professionalità e che sia veicolo di opportunità di lavoro. Non è utopia coltivare questa speranza e chiedere con forza alla classe dirigente del nostro paese di occuparsi finalmente anche di questo».

«Cari vescovi, sulla pedofilia ci aspettiamo decisioni coraggiose». Noi Siamo Chiesa scrive alla Cei

21 maggio 2012

“Adista”
n. 20, 26 maggio 2012

Luca Kocci

Attese da tempo, dovrebbero arrivare a fine mese – con la prossima assemblea generale della Conferenza episcopale italiana in programma dal 21 al 25 maggio – le “Linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale nei confronti dei minori da parte dei chierici”, come peraltro richiesto esplicitamente dalla Congregazione per la dottrina della fede oltre un anno fa con una lettera circolare inviata ai vescovi di tutto il mondo.

Frattanto i “casi italiani” di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di ecclesiastici si sono moltiplicati (v. Adista Notizie nn. 10 e 11/12) e si è appena diffusa la notizia che il vescovo di Cremona, mons. Dante Lafranconi, è stato prosciolto per intervenuta prescrizione, nonostante l’ordinanza del Gip di Savona, che ha archiviato il procedimento, rilevi «l’atteggiamento omissivo» del vescovo – che avrebbe coperto due preti pedofili, quando era alla guida della diocesi di Savona –, unicamente preoccupato «di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori» abusati (su questa vicenda v. anche Adista Notizie n. 7/12), evidenziando così una realtà che, nonostante le minimizzazioni, è grave e, fino ad ora, anche senza riposte complessive da parte della Cei.

«Parecchi casi sono emersi nella cronaca negli ultimi mesi e confermano quanto sosteniamo da tempo: il problema esiste nel nostro Paese in misura e modalità non sostanzialmente differenti da quelle degli altri paesi del nord Europa e degli Usa», scrive Noi Siamo Chiesa in una lettera aperta ai vescovi italiani proprio in previsione dell’Assemblea di fine maggio. «È stato un errore minimizzarlo», come invece ci sembra che sia stato fatto e si continui a fare, e «riteniamo anche che sia in  errore chi, nel mondo ecclesiastico, ritiene che ci si trovi di fronte a una specie di complotto da parte dei media o della cultura cosiddetta “radicale” o “laicista” per intaccare la credibilità della Chiesa».

Tuttavia «nei prossimi giorni per voi c’è la  possibilità di prendere una strada nuova», auspica Noi Siamo Chiesa, che già ad ottobre scorso aveva criticato il “silenzio” dei vescovi che discutevano nel chiuso delle segrete stanze senza rendere partecipe la comunità cristiana e le vittime di quanto andavano elaborando. Ora, nell’imminenza dell’assemblea generale dell’ultima settimana di maggio, «molti si aspettano una presa d’atto della sottovalutazione del fenomeno e di troppi comportamenti negativi di cui alcuni di voi sono stati responsabili». E due sono le proposte del movimento cattolico “riformista” ai vescovi: «La denuncia alle autorità civili sia prevista nelle Linee guida come obbligatoria qualora  ce ne siano gli estremi; sia decisa l’istituzione in ogni diocesi di una struttura indipendente che sia il primo referente per le vittime, sul modello di quanto di analogo già realizzato in altri paesi (Austria, Germania e altri e, in Italia, nella sola diocesi di Bolzano-Bressanone)».

«È necessario avere l’umiltà di riconoscere quanto di negativo è stato fatto o è stato omesso fino ad ora – conclude  la lettera di Noi Siamo Chiesa ai «fratelli vescovi –. Ci aspettiamo che ognuno di voi, davanti alla propria coscienza, non sfugga  alle proprie personali responsabilità e all’appello del Vangelo e che tutti insieme riusciate ad individuare il percorso nuovo che è indispensabile. Ci auguriamo di cuore che ogni altro atteggiamento di chiusura clericale venga meno pensando al giudizio delle vittime, a quello del popolo dei credenti e a quello di Dio. Di altre possibili decisioni sbagliate sarebbe necessario pentirsi  in futuro».

Assemblea dei vescovi: si parla di otto per mille e pedofilia

20 maggio 2012

20 maggio 2012
Luca Kocci

Comincerà domani a Roma, e andrà avanti fino a venerdì, l’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Fra i punti all’ordine del giorno, due temi risultano particolarmente “caldi”: l’otto per mille e la pedofilia.

I vescovi dovranno stabilire come spendere il miliardo abbondante di euro che incasseranno anche nel 2012 (nel 2011 l’introito toccò la cifra record di 1.118 milioni di euro), ma presumibilmente confermeranno le scelte degli ultimi anni: una piccola parte per gli «interventi caritativi» in Italia e all’estero (circa il 20% del totale, ovvero fra i 200 e i 250 milioni di euro), mentre tutto il resto dei soldi verrà utilizzata per la costruzione di nuove chiese, le attività di culto e pastorale e per il sostentamento del clero, ovvero per il pagamento degli stipendi dei 38mila preti in servizio in Italia.

Saranno anche rese note le “Linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale nei confronti dei minori da parte dei chierici”, come peraltro richiesto esplicitamente dalla Congregazione per la dottrina della fede oltre un anno fa con una lettera circolare inviata ai vescovi di tutto il mondo. Un documento molto atteso anche perché i casi di pedofilia da parte di religiosi ed ecclesiastici si sono moltiplicati pure in Italia (l’agenzia di informazioni Adista in un recente dossier ha documentato almeno cento casi italiani solo nell’ultimo decennio, un numero confermato dallo stesso presidente della Cei card. Bagnasco); e pochi giorni fa è stata resa nota la notizia che il vescovo di Cremona, mons. Dante Lafranconi, è stato prosciolto per intervenuta prescrizione, nonostante l’ordinanza del Gip di Savona, costretto ad archiviare il procedimento per decorrenza dei tempi, abbia rilevato «l’atteggiamento omissivo» del vescovo – che avrebbe coperto due preti pedofili, quando era alla guida della diocesi di Savona –, unicamente preoccupato «di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori» abusati.

A questo proposito, il movimento cattolico di base Noi Siamo Chiesa chiede ai vescovi – che hanno sbagliato a «minimizzare» e a «sottovalutare» il fenomeno – due decisioni: stabilire che «la denuncia alle autorità civili sia prevista nelle Linee guida come obbligatoria qualora ce ne siano gli estremi»; e istituire in ogni diocesi «una struttura indipendente che sia il primo referente per le vittime» di abusi, sul modello di quanto di analogo già realizzato in altri Paesi come Austria e Germania. «È necessario avere l’umiltà di riconoscere quanto di negativo è stato fatto o è stato omesso fino ad ora», chiede Noi Siamo Chiesa ai vescovi, perché «di altre possibili decisioni sbagliate sarebbe necessario pentirsi  in futuro».

Congresso Acli: critiche al governo e riconferma di Olivero. Che però guarda al Parlamento

18 maggio 2012

“Adista”
n. 19, 19 maggio 2012

Luca Kocci

Oltre alla riconferma “bulgara”, con più dell’85% dei voti, di Andrea Olivero alla presidenza delle Acli per un ulteriore “mezzo mandato”, il 24° Congresso nazionale delle Acli (a Roma dal 3 al 6 maggio) ha sancito, soprattutto per merito della base aclista, che le Associazioni Cattoliche dei Lavoratori Italiani non sono, né intendono esserlo, la “stampella” del governo Monti. I rappresentanti dell’esecutivo intervenuti all’assise – Fornero e Riccardi – sono stati accolti con freddezza e con più di qualche critica, se non vera e propria contestazione, come quando alla ministra del Lavoro e delle Politiche sociali in procinto di prendere la parola è stato consegnato platealmente da alcuni militanti un manifesto sulla questione degli “esodati”. Mentre assai applaudito è stato l’intervento della leader della Cgil Susanna Camusso, molto duro nei confronti del governo.

Al di là di questi dettagli, il Congresso delle Acli ha declinato i punti all’ordine del giorno che la politica deve affrontare prima che sia troppo tardi: occupazione, lotta alla povertà, “questione morale” e nuova legge elettorale. «Il riformismo è il compito e lo spazio dei cattolici nella vita pubblica del nostro Paese», ha detto Olivero aprendo il congresso. «Un riformismo democratico e sociale» con l’obiettivo di «civilizzare l’economia e civilizzare la politica», secondo alcune priorità: creare «nuova e buona occupazione per i giovani», elaborare «nuove forme di contrasto alla povertà e all’impoverimento crescente», restituire ai cittadini «la possibilità di scelta dei rappresentanti» con una nuova legge elettorale ma anche la fiducia nella politica intervenendo in fretta con norme stringenti «contro la corruzione» e per la trasparenza nei bilanci dei partiti. Altrimenti il rischio, già in atto, è di «impantanarsi in una deriva anti-politica senza sbocchi» o «in soluzioni populistico-demagogiche di cui non mancano segnali evidenti».

Sul «come fare» riguardo al tema dell’occupazione, le Acli non entrano nel merito, ma annunciano che, entro l’autunno, presenteranno il loro Piano per l’occupazione giovanile. Più dettagliate le proposte sulla questione della lotta alla povertà – ma anche su questo punto Acli, Caritas e Comunità di Sant’Egidio stanno elaborando una proposta complessiva che verrà presentata a breve –, rispetto alla quale le Acli rilanciano le loro proposte che avanzano da almeno un decennio, anche perché direttamente parte in causa in qualità di gestori di servizi: ridisegnare il welfare – che comunque, sottolinea Olivero, dando una stoccata implicita all’ex ministro Sacconi che è voluto tornare in casa aclista dopo le dure contestazioni dello scorso anno (v. Adista n. 17/11), non è né «lusso che non possiamo più permetterci», né «un residuato del passato» – secondo un modello misto pubblico-privato. «Dobbiamo superare le forme assistenzialistiche e risarcitorie con cui si è sviluppato, correggerne lo sbilanciamento sulla previdenza, a tutto danno dei più giovani e a detrimento dei servizi, riorganizzarne l’offerta allargando lo spazio pubblico attraverso il concorso del Terzo settore», ha spiegato Olivero. «Tutto il contrario di quello che si è fatto in questi anni, con tagli lineari progressivi che hanno lasciato intatti i problemi strutturali e cancellato le poche risposte innovative messe in campo con l’associazionismo e la cooperazione».

Da subito, però, qualcosa si può fare, a partire da «una robusta patrimoniale», da «una riforma fiscale che metta le famiglie nella condizione di far ripartire i consumi e, soprattutto, di ridistribuire il reddito in modo equo» e dalla forte riduzione delle spese militari e per armamenti: per acquistare i caccia-bombardieri F-35, si spenderanno almeno 13 miliardi di euro, 732 milioni di euro all’anno: 4 volte l’ammontare per il 2011 del Fondo nazionale per le politiche sociali destinato alle Regioni. «Con i soldi dei caccia – spiegano le Acli – si potrebbe finanziarie per 5 anni e mezzo la “nuova social card”, il piano di contrasto alla povertà assoluta presentata dalle Acli al precedente governo» (v. Adista nn. 32/10 e 17/11). E poi il rilancio delle proposte della campagna “L’Italia sono anch’io” (v. Adista n. 69/11 e Adista Notizie n. 10/12), animata anche dalle Acli: Olivero chiede «il riconoscimento della cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori stranieri».

L’ultimo giorno, la proclamazione, scontata, dal momento che non c’erano altri candidati, del presidente: di nuovo Andrea Olivero, che al termine di oltre 1.200 congressi provinciali e regionali, ha ottenuto 385.350 preferenze, pari all’85,4% degli aventi diritto al voto. Sarà alla guida delle Acli per altri due anni (il mandato in realtà dura quattro anni, ma secondo lo Statuto il limite massimo per un presidente è di otto anni, e Olivero è al timone già da sei, avendo sostituito Luigi Bobba, dimessosi anzitempo nel 2006 per candidarsi alle elezioni con la Margherita, v. Adista nn. 19 e 23/06). Ma molti aclisti sono convinti che anche Olivero si dimetterà in anticipo: nel 2013, quando dovrebbero svolgersi le elezioni politiche e si candiderà al Parlamento, forse con il Pd, o forse con la nuova formazione cattolico-centrista del post Todi (v. Adista nn. 51, 57, 60, 65, 70, 71, 76, 78, 83 e 97/11; e Adista Notizie nn. 4, 5 e 18/12), se mai vedrà la luce

Veglie per le vittime dell’omofobia: «Non possiamo tacere»

17 maggio 2012

“il manifesto”
17 maggio 2012

Luca Kocci

Anche i gruppi cattolici di base e degli omosessuali credenti si mobilitano per la giornata internazionale contro l’omofobia, promuovendo delle veglie per le vittime della violenza omofoba in diverse città italiane che, in qualche caso, ottengono pure il placet dei vescovi.
«L’iniziativa è nata cinque anni fa – racconta Gianni Geraci, dello storico gruppo del Guado di Milano.

Un gruppo di omosessuali credenti di Firenze commenta la notizia del suicidio di un ragazzo omosessuale di Torino che non aveva retto alle prese in giro dei compagni e decide di incontrarsi per pregare per le vittime dell’omofobia».

Così sono partite le veglie che negli anni, nonostante gli ostracismi iniziali da parte di parroci e vescovi, si sono moltiplicate e diffuse in tutta Italia. Quest’anno hanno superato quota 20.

Alcune si sono già svolte – a Pescara e Firenze, in ambito cattolico, a Torino, Marsala, Rimini promosse dalle comunità valdesi -, la maggior parte si terranno questa sera – a Genova, Palermo, Grosseto, Livorno e in altre città -, altre ancora nei prossimi giorni, come quella di Milano, il prossimo 22 maggio, in un primo momento stoppata dalla Curia, che però poi ci ha ripensato, forse perché «agitata» dalla diffusione della notizia del divieto.

A Firenze, ieri sera, gli omosessuali credenti si sono ritrovati nella parrocchia della Madonna della Tosse, quindi con il via libera implicito del vescovo della città, guidati dal frase biblica «Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello è ancora nelle tenebre».

E stasera toccherà a Palermo, nella parrocchia di San Gabriele Arcangelo, insieme a valdesi e luterani, anche in questo caso con l’autorizzazione del vescovo, il cardinal Romeo, che invece lo scorso anno proibì all’ultimo minuto una veglia già programmata, che infatti si svolse in strada, davanti alla chiesa.

«Non possiamo stare in silenzio quando milioni di uomini e donne nel mondo vengono minacciati, torturati e anche uccisi solo perché esistono, amano e vogliono vivere la loro affettività – spiegano gli attivisti di Gionata, la rete italiana degli omosessuali credenti -.

Per questo invitiamo tutte le persone di buona volontà, le comunità cristiane, le associazioni laiche e ecclesiali a partecipare alle veglie e a fare memoria dei tanti omosessuali vittime di violenze e rifiuti nella famiglia, nella società e talvolta anche nelle Chiese».

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Traduzio in spagnolo a cura della rete Gionata (www.gionata.org)

Tambien los grupos católicos y creyentes homosexuales se movilizan por el día internacional contra la homofobia,con la promoción de vigilias por las victimas de la violenzia homofoba en varias ciudades italianas (pero también en muchas ciudades de España, Perú, Irlanda y Malta), vigilias que en algunos casos, en Italia han logrado obtener el consentimiento de los obispos católicos.
“La iniciativa ha nacido hace cinco años – nos cuenta Gianni Geraci – , del historico grupo del guado de Milan.
Un grupo de creyentes homosexuales de Florencia comenta la noticia del suicidio de un chico homosexual de Turín, que no ha podido soportar las burlas de los compañeros de clase y deciden de reunirse para rezar por las víctimas de la homofobia “.

Asi han nacido las vigilias que en los ultimos años, a pesar del ostracismo inicial de los párrocos y obispos, se han multiplicado y propagado en toda Italia. Este año han superado el numero 20.

Algunas ya se han celebrado – en Padua y Florencia, en iglesias católicas, en Turín, Marsala,Rimini promovidas por las comunidades valdenses  – la mayoría se celebrarán esta tarde – en Génova, Palermo, Grosseto, Livorno y en otras ciudades, se celebraran otras en los próximos días, como la de Milan, del proximo 22 de mayo, inicialmente censurada por la Curia, que luego lo pensó mejor, tal vez porque se habia agitado debido a que la prensa difundió la noticia de la prohibición.

En Florencia, anoche (16 de mayo NDT), los creyentes homosexuales se reunieron en la parroquia católica de Nuestra Señora de la Tos, esta vez con la autorizacion del obispo de la ciudad, guiados por la frase bíblica “El que dice que está en la luz y odia a su hermano está en tinieblas”

Y esta noche le toca a Palermo, en la parroquia católica de San Gabriel Arcángel, con los valdenses y luteranos, tambien aquí con el permiso del obispo, el cardenal Romeo, el mismo que el año pasado prohibió en el último minuto una vigilia que habia sido programada con anterioridad, que de hecho se llevó a cabo en la calle fuera de la iglesia.

“No podemos permanecer en silencio cuando millones de hombres y mujeres en el mundo están amenazados, torturados e incluso asesinados sólo porque existen, aman y desean vivir su  afectividad – explican los activistas de Gionata (www.gionata.org), la red italiana de los creyentes homosexuales -.

Por este motivo invitamos a todos los hombres de buena voluntad, a las comunidades cristianas, a las asociaciones laicales y eclesiales a participar a las vigilias para recordar a muchos homosexuales  victimas de violencia y del rechazo de la familia, de la sociedad y, algunas veces incluso de las iglesias.”

Cattolici in politica: mons. Crociata rilancia l’impegno pubblico dei credenti

11 maggio 2012

“Adista”
n. 18, 12 maggio 2012

Luca Kocci

Rilancia l’appello all’impegno dei cattolici in politica il segretario generale della Cei, mons. Mariano Crociata: il cattolico è chiamato «ad operare in difesa della persona umana, attraverso un fattivo impegno personale, sociale e politico», ha detto il braccio destro del card. Bagnasco lo scorso 28 aprile, intervenendo al convegno «Cattolici e società: etica pubblica ed etica privata», organizzato dal Gran priorato di Napoli e Sicilia del Sovrano militare ordine di Malta. «Il primo grado consiste nella coerenza della vita personale», poi viene la «libera iniziativa associata nell’ambito del lavoro, della solidarietà, del tempo libero», infine la politica: «Il credente – ha spiegato Crociata – si sa chiamato a impegnarsi anche nella rappresentanza o militanza politica, ma ancor prima in una partecipazione informata e attenta al dibattito pubblico. L’impegno politico non è altra cosa dalla fede, e il perfezionamento della propria vita morale attraverso la preghiera e l’esperienza ecclesiale non può prescindere dallo spendersi per la costruzione di una società più giusta e a misura d’uomo. In questo si coglie una conseguenza ulteriore dello stretto legame tra etica privata ed etica pubblica».

Con l’intervento del segretario generale della Cei, ritorna all’ordine del giorno il tema dell’impegno politico dei cattolici, lanciato proprio dalla Cei giusto un anno fa e messo al centro di numerose iniziative clerical-politiche culminate con l’incontro di Todi dello scors ottobre (v. Adista nn. 51, 57, 60, 65, 70, 71, 76, 78, 83 e 97/11; e Adista Notizie nn. 4 e 5/12) e poi scomparso dal dibattito, anche per l’insediamento del governo Monti assai apprezzato dalla Cei. Fino a questo intervento di mons. Crociata, che probabilmente riaprirà la stagione di attivismo delle gerarchie ecclesiastiche in vista delle elezioni politiche del 2013.

Crociata, in tutto il suo discorso, ha duramente criticato la dilagante corruzione del mondo politico così come emerso dalle cronache di queste settimane (i cittadini sono sempre più disorientati di fronte al dilagare delle «frodi perpetuate dalle classi dirigenti») e ha rilanciato la necessità di «coerenza» fra comportamenti pubblici e privati, soprattutto in un tempo in cui «sempre più il privato diventa pubblico, come risulta evidente nel caso delle intercettazioni telefoniche e della loro diffusione, negli scandali legati alla sfera affettiva e intima, nella comunicazione dei propri sentimenti su mezzi di comunicazione di massa, nella condivisione di video che riportano la propria vita privata». E in questa situazione per Crociata – che però dimentica di aggiungere che molti dei politici coinvolti nelle vicende di “malapolitica” di queste settimane, a cominciare dal presidente ciellino della Regione Lombardia Roberto Formigoni, fanno pubbliche professioni di fede – i cattolici possono dire la loro, perché sono portatori di «una visione integrale della persona che non concepisce l’uomo come un essere individuale e solo accidentalmente collocato in un contesto sociale», che non contrappone «privato e pubblico», ma li giudica «fortemente connessi».

Non c’è spazio «per nostalgie verso un passato che non può tornare». Tuttavia il cattolico impegnato in politica deve adoperarsi «per promuovere quel bene che la sua fede gli rende più distintamente riconoscibile, a partire dal valore e dalla dignità di ogni singola persona umana, nella sua vita e nelle sue relazioni sociali».