Archive for giugno 2012

Agesci, Azione cattolica e Fuci: riformare la democrazia e i partiti per restituire la politica ai cittadini

30 giugno 2012

“Adista”
n. 25, 30 giugno 2012

Luca Kocci

Nonostante buona parte dei mezzi di informazione mainstream, con Avvenire in prima linea – anche perché protagonista dell’operazione – raccontino che «i cattolici vanno a Todi 2», quella del Forum delle persone e delle associazioni cattoliche nel mondo del lavoro (Acli, Cisl, Coldiretti, Compagnia delle Opere, Confartigianato, Confcooperative e Movimento Cristiano Lavoratori), che ha rilanciato il manifesto per una politica «buona» e «moderata», è solo una, sebbene la più coperta mediaticamente, delle tante iniziative dei cattolici organizzati e impegnati in politica. A fine maggio, Agire politicamente ha svolto la propria Assemblea nazionale congressuale, prendendo le distanze da Todi, così come alcune delle associazioni e dei gruppi della rete dei cattolici democratici “Costituzione, Concilio e cittadinanza” (v. Adista Notizie n. 22/12). L’associazione Argomenti 2000 si è invece incontrata a Bose dal 15 al 17 giugno sul tema “Verso un nuovo orizzonte civile”. E ora, un gruppo di giovani dirigenti di Agesci, Azione cattolica, Fuci e Movimento studenti cattolici – con il placetdei dirigenti adulti – presentano alcune proposte «per una riforma istituzionale italiana».

«Come giovani attivi nella vita ecclesiale e civile del nostro tempo, non possiamo non registrare la forte sfiducia che i cittadini, giovani inclusi, nutrono nei confronti dei partiti politici e, in alcuni casi, nelle medesime istituzioni repubblicane», scrivono. «Sentimenti gravi», «potenzialmente pericolosi», che bisogna contribuire a smontare anche con una complessiva «riforma dell’architettura costituzionale», sia proseguendo la strada già avviata, sia introducendo modifiche sostanziali. «Siamo convinti che alcune delle riforme in campo siano un bene per il Paese»: la diminuzione del numero dei parlamentari, il rafforzamento dei poteri del premier e del governo, l’introduzione del meccanismo della sfiducia costruttiva, la fissazione di procedure finalizzate a velocizzare le procedure per l’approvazione delle leggi, la definizione di un nuovo ruolo per il Senato. Tuttavia è necessario «che ogni intervento di riforma si muova in una logica armonica, che assicuri l’equilibrio complessivo del sistema costituzionale»: il nuovo ruolo del governo, per esempio, deve «essere controbilanciato con un nuovo ruolo del Parlamento» – magari trasformando il Senato in «Camera delle Regioni» – così da «difendere le prerogative e, contestualmente, valorizzare le funzioni di ciascuno dei due organi costituzionali».

Poi le «regole di finanziamento dei partiti politici», ineludibile anche alla luce dei fatti delle ultime settimane. «Occorre responsabilizzare le forze politiche nella gestione delle risorse pubbliche», scrivono le associazioni cattoliche. «La politica costa ed è giusto che un sistema democratico la finanzi per permettere l’accesso ai più poveri e ai meno istruiti. A tal fine, riteniamo opportuna una legge che possa regolamentare in modo specifico tali aspetti, assicurando, in particolare, il principio della trasparenza nell’accesso e nell’utilizzo delle risorse pubbliche», per esempio trasformando i partiti in «associazioni di diritto pubblico». Non solo per rendere trasparenti e verificabili finanziamenti e bilanci, ma anche per «dare finalmente attuazione all’articolo 49 della Costituzione, con l’obiettivo di garantire la democrazia interna e il carattere pubblico dei partiti».

Tutti i cittadini, aggiungono, «hanno il diritto di concorrere alla vita del partito politico, in particolare nell’attività di selezione delle candidature, nel dibattito interno alla vita del partito, nella valutazione delle decisioni destinate ad orientare l’indirizzo politico di ciascun partito politico. Diventa urgente dunque regolare i criteri di scelta e di selezione della classe dirigente; l’indicazione da parte delle legge delle condizioni minime di democraticità; le garanzie dei diritti delle minoranze e organismi imparziali dotati dei poteri necessari per farli rispettare; il limite di spesa delle campagne elettorali; l’obbligo di motivare tutti i provvedimenti che incidano sui diritti dei singoli come l’espulsione dal partito o il rifiuto della domanda di associazione».

Una questione che se ne porta dietro un’altra: la riforma della legge elettorale, perché «ai cittadini va restituito il diritto di scegliere i propri rappresentanti per ridare nuova linfa a quel rapporto tra elettori ed eletti oggi fortemente compromesso. I cittadini devono ritornare ad essere arbitri della contesa democratica: non possiamo, sul punto, sottacere il dato relativo al crescente tasso di astensionismo, che impone ai partiti politici la responsabilità di aprire varchi alla partecipazione appassionata dei cittadini, dentro e fuori i partiti». Secondo le associazioni ecclesiali, una buona legge elettorale dovrebbe «garantire una maggiore rappresentatività, assicurare un elevato grado di governabilità per garantire la democrazia dell’alternanza, ridurre la frammentazione del sistema partitico, rispettare le minoranze politiche, permettere all’elettore la scelta del candidato, assicurare un’adeguata rappresentanza di genere, contenere le spese elettorali». Perché la politica costa, «ma la si può fare più sobriamente», mentre «da ciò che emerge dai media, il tenore di vita di alcuni uomini politici non sembra né rappresentare né rispecchiare il tenore di vita dei propri elettori».

Don Milani, l’amore concreto e selettivo per gli oppressi. Intervista a Nadia Neri

26 giugno 2012

“Adista”
n. 25, 30 giugno 2012

Luca Kocci

Quarantacinque anni fa, il 26 giugno 1967, moriva don Lorenzo Milani. Qualche mese prima, il 7 gennaio 1966, trovò la forza di inviare una delle sue lettere più belle a Nadia Neri, giovane studentessa napoletana, che gli aveva scritto poco tempo prima (v. box). Una risposta a cui fu quasi “costretto” dalle persone che gli erano vicine in quel momento in cui la malattia che di lì a poco lo uccise, un linfoma, non gli lasciava tregua: Carla, una ragazzina della scuola di Barbiana, incaricata di rispondere alle lettere; e Adele Corradi, insegnante di scuola media che aveva fatto la scelta di trasferirsi a Barbiana per aiutare don Milani, che racconta quel frangente: «Carla stava rispondendo a Nadia Neri e io avevo letto quello che Nadia aveva scritto a don Lorenzo. Non si poteva risponderle a quel modo. Presi in mano la lettera e guardai don Lorenzo. Aveva gli occhi chiusi, ma si vedeva che non dormiva. Vedevo invece bene la sofferenza sulla sua faccia. Prese la lettera, la lesse e subito mi pentii di avergliene parlato perché lo vidi alzarsi a fatica e sedersi al tavolo a scrivere».

«Non uso il termine testamento perché non mi piace e perché forse questa lettera è anche di più, dal momento che contiene le sue indicazioni per vivere», spiega ad Adista Nadia Neri, oggi psicanalista junghiana, studiosa e divulgatrice del pensiero e della spiritualità di Etty Hillesum, giovane ebrea olandese morta ad Auschwitz nel 1943, di cui ha scritto una profondissima monografia, ripubblicata da Borla nel 2011 (Un’estrema compassione. Etty Hillesum testimone e vittima del Lager).

Quando hai scritto a don Milani eri giovanissima…

Avevo 19 anni, studiavo Filosofia a Napoli, poi ho studiato Psicologia a Torino. Molti mi chiedono cosa gli avessi scritto per provocare una risposta così bella, ma non ricordo. C’è un archivio in cui sono conservate le lettere ricevute da don Milani, però non sono mai voluta andare a rileggere il mio testo. Sicuramente non era una lettera “intellettualistica”, anche perché non sarebbe stata coerente con il mio carattere. Immagino di aver comunicato struggimento e sofferenza – ero una persona molto introversa e nella scrittura riuscivo ad essere più libera e sincera –, forse è questo che lo ha toccato.

Dalla risposta di Milani si capisce che nella tua lettera parlavi di politica, di impegno sociale, di fede. Perché hai scritto proprio a lui?

Allora nessun uomo di Chiesa mi ispirava fiducia, ma nello stesso tempo sentivo il bisogno di condividere i miei dubbi con qualcuno. Nel 1965 uscì la Lettera ai cappellani militari, poi la Lettera ai giudici, e capii che a don Milani potevo scrivere: mi colpirono il suo coraggio e la sua chiarezza. C’era anche un elemento familiare: mio padre era un militare, ma un militare “comunista”, che mi ha sempre educata alla nonviolenza e, paradossalmente, all’antimilitarismo, quindi i testi di don Milani mi avevano doppiamente colpito.

Avrebbe dovuto risponderti una ragazzina della scuola di Barbiana, Carla…

Esatto. Mi diceva che aveva 14 anni e che rispondeva lei perché il priore era molto malato e non poteva scrivere. Nella stessa busta però c’era anche un’altra lettera, di don Milani. Dopo la sua morte, gli allievi di Barbiana mi chiesero se avessi qualche lettera e, superata qualche esitazione, trascrissi il testo, che infatti venne pubblicato già nel 1970, nel volume che raccoglieva le lettere di don Milani. Poi però l’ho tenuta nascosta per anni, non ne ho parlato con nessuno, l’ho considerata una lettera personale, forse anche per il rapporto conflittuale che allora avevo con la spiritualità.

Hai compreso subito il valore di quella lettera?

Non del tutto, anche se poi mi sono accorta che alcune delle mie scelte immediatamente successive seguivano le sue indicazioni, come le attività con l’Associazione Risveglio Napoli, un centro laico che ebbe una funzione pionieristica in una città difficile come Napoli: aveva un asilo antiautoritario e dei corsi per adulti di preparazione alla terza media, quando le 150 ore ancora non esistevano. Io ero impegnata ad insegnare. La parte che riguardava la spiritualità l’ho apprezzata solo molti anni dopo.

Cosa ti ha colpito fin dall’inizio?

L’affermazione in cui dice che «non si può amare tutti gli uomini» ma «una classe sola», e di questa «solo un numero di persone limitato». È una risposta anomala, che ancora oggi sconvolge molte persone religiose, ma assolutamente vera: bisogna fare una scelta di campo, chiara e decisa. Sono parole molto profonde, che ci mettono di fronte ad un limite umano, ma che ci dicono anche che bisogna amare sul serio, non astrattamente ma concretamente.

Si parla anche di fede: «È inutile che tu ti bachi il cervello alla ricerca di Dio o non Dio. Ai partiti di sinistra dagli soltanto il voto, ai poveri scuola subito prima d’essere pronta, prima d’essere matura, prima d’essere laureata, prima d’essere fidanzata o sposata, prima d’essere credente. Ti troverai credente senza nemmeno accorgertene».

Condivido pienamente: non studiare su Dio, ma vivere. Credo che mi sia successo proprio quello che don Milani mi augurava e forse, in maniera oscura e misteriosa, mi ha indirizzato. Il mio è stato un cammino tortuoso: negli anni ‘70 l’attività politica, poi ho insegnato storia e filosofia anche per pagarmi il training di psicoanalisi, il mio sogno fin da adolescente. In seguito ho lavorato come psicoterapeuta in un centro dell’Italsider di Bagnoli per i figli handicappati dei dipendenti. All’inizio degli anni ‘90 ho fatto un incontro decisivo, con l’eremo francescano di Campello, dove c’era Brigitte, una donna francese che viveva lì con altre sorelle come eremita e che mi ha fatto da guida silenziosa, accompagnandomi in una “conversione” di qualità, così come mi diceva don Milani. Con il sostegno di Brigitte, ho scritto la biografia di Etty Hillesum e questo mio percorso ha trovato così il suo compimento.

Perché?

Perché anche Etty Hillesum ha un percorso di conversione e una profondissima spiritualità, fondata su un forte richiamo al senso di responsabilità individuale, che fa riferimento ad un versetto della Genesi: Dio creò l’uomo «a sua immagine». Hillesum, mentre si trova in un lager nazista, scrive: una persona che entra in relazione con me, dal mio comportamento deve sentire che c’è Dio dentro di me, e se non lo sente è perché sto sbagliando qualcosa.

Il tuo scambio con don Milani ha avuto un seguito?

No, anche perché poco dopo morì. È come se avessimo avuto un rapporto personale attraverso quella lettera così intensa. Forse percepivo che era una persona burbera, ma nella lettera aveva dato il meglio di sé, non volevo rischiare di rompere questo equilibrio, così non sono mai salita a Barbiana.

Oggi cosa pensi di don Milani?

Dal punto di vista religioso mi colpisce il suo integralismo ma anche la sua inquietudine: dice che, se poteva, si confessava quasi tutti i giorni, quindi è stato un uomo molto tormentato. Voleva una Chiesa diversa e ha sofferto perché non è stato capito, come del resto capita a tutti i profeti. In alcuni periodi penso molto a lui e alle sue grandi intuizioni: l’importanza fondamentale della scuola, le diseguaglianze di partenza degli studenti, il potere della parola, cioè del sapersi esprimere, la necessità di indignarsi. Sono parole ancora rivoluzionarie, soprattutto oggi: abbiamo arretrato sulla scuola e sull’università e solo una minoranza ha ancora la forza di esprimere l’indignazione.

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La lettera di don Lorenzo Milani a Nadia Neri

Barbiana, 7 gennaio 1966

Cara Nadia,
da qualche tempo ho rinunciato a rispondere alla posta e ho incaricato i ragazzi di farlo per me. Arriva troppa posta e troppe visite e io sto piuttosto male. Le forze che mi restano preferisco spenderle per i miei figlioli che per i figlioli degli altri. Oggi però la Carla (14 anni), arrivata alla tua lettera e dopo averti risposto lei con la lettera che ti accludo, mi ha avvertito che ti meriteresti una risposta migliore.Ti dispiacerà che io faccia leggere la posta ai ragazzi, ma dovresti pensare che a loro fa bene. Sono poveri figlioli di montagna dai 12 ai 16 anni. E poi te l’ho già detto, io vivo per loro, tutti gli altri son solo strumenti per far funzionare la nostra scuola. Anche le lettere ai cappellani e ai giudici son episodi della nostra vita e servono solo per insegnare ai ragazzi l’arte dello scrivere cioè di esprimersi cioè di amare il prossimo, cioè di far scuola.
So che a voi studenti queste parole fanno rabbia, che vorreste ch’io fossi un uomo pubblico a disposizione di tutti, ma forse è proprio qui la risposta alla domanda che mi fai. Non si può amare tutti gli uomini. Si può amare una classe sola (e questo l’hai capito anche te). Ma non si può nemmeno amare tutta una classe sociale se non potenzialmente. Di fatto si può amare solo un numero di persone limitato, forse qualche decina forse qualche centinaio. E siccome l’esperienza ci dice che all’uomo è possibile solo questo, mi pare evidente che Dio non ci chiede di più.
Nei partiti di sinistra bisogna militare solo perché è un dovere, ma le persone istruite non ci devono stare. Li hanno appestati. I poveri non hanno bisogno dei signori. I signori ai poveri possono dare una cosa sola: la lingua cioè il mezzo d’espressione. Lo sanno da sé i poveri cosa dovranno scrivere quando sapranno scrivere.
E allora se vuoi trovare Dio e i poveri bisogna fermarsi in un posto e smettere di leggere e di studiare e occuparsi solo di far scuola ai ragazzi della età dell’obbligo e non un anno di più, oppure agli adulti, ma non un parola di più dell’eguaglianza e l’eguaglianza in questo momento dev’essere sulla III media. Tutto il di più è privilegio.
Naturalmente bisogna fare ben altro di quel che fa la scuola di Stato con le sue 600 ore scarse. E allora chi non può fare come me deve fare solo doposcuola il pomeriggio, le domeniche e l’estate e portare i figli dei poveri al pieno tempo come l’hanno i figli dei ricchi.

Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio. Ti toccherà trovarlo per forza perché non si può far scuola senza una fede sicura. È una promessa del Signore contenuta nella parabola delle pecorelle, nella meraviglia di coloro che scoprono  se stessi dopo morti amici e benefattori del Signore senza averlo nemmeno conosciuto. «Quello che avete fatto a questi piccoli ecc.». È inutile che tu ti bachi il cervello alla ricerca di Dio o non Dio. Ai partiti di sinistra dagli soltanto il voto, ai poveri scuola subito prima d’esser pronta, prima d’esser matura, prima d’esser laureata, prima d’esser fidanzata o sposata, prima d’esser credente. Ti ritroverai credente senza nemmeno accorgertene.Ora son troppo malconcio per rileggere questa lettera, chissà se ti avrò spiegato bene quel che volevo dirti.

Un saluto affettuoso da me e dai ragazzi, tuo

Lorenzo Milani

Don Milani. L’esplosiva profezia del benecomunismo

23 giugno 2012

“il manifesto”
23 giugno 2012

Luca Kocci

Poco prima di essere trasferito dalla parrocchia di San Donato a Calenzano – un centro operaio tessile alle porte di Firenze – nella sperduta Barbiana – un gruppo di case sparse sul monte Giovi, nel Mugello – don Lorenzo Milani scrisse una lettera appassionata alla madre: «Ho la superba convinzione che le cariche di esplosivo che ci ho ammonticchiato in questi cinque anni non smetteranno di scoppiettare per almeno 50 anni sotto il sedere dei miei vincitori».

Era il 1954, lo scontro Dc-Pci era aspro, il decreto con cui il Sant’Uffizio nel ‘49 aveva scomunicato i comunisti restava pienamente in vigore, e quel giovane prete – che comunista non era, ma aveva più volte confessato come errore il voto alla Dc il 18 aprile del 1948 («è il 18 aprile che ha guastato tutto, è stato il vincere la mia grande sconfitta», scrive a Pipetta, un giovane comunista calenzanese) – non allineato agli ordini della Curia, di piazza del Gesù e della Confindustria andava reso inoffensivo: esiliato sui monti, priore di una chiesa di cui era già stata decisa la chiusura, «parroco di 40 anime», come disse egli stesso. Eppure, nonostante il confino imposto dall’arcivescovo di Firenze Elia Dalla Costa, la «superba convinzione» di Milani pare essersi realizzata: le «cariche di esplosivo» piazzate «sotto il sedere» dei vincitori, a 45 anni dalla sua morte (il 26 giugno 1967), continuano a «scoppiettare». Non hanno avuto la forza d’urto in grado di sovvertire il sistema, ma alcune intuizioni, per lo più inattuate, e molte denunce, inascoltate, conservano intatta la loro dirompenza. Per cui, se è vero che il valore di una vicenda si misura anche con la capacità di anticipare i tempi della storia, allora quella di Lorenzo Milani resta un’esperienza “profetica” che ancora parla alla società, alla politica e alla Chiesa di oggi.

La scuola rimane l’ambito principale, ma non l’unico. Insieme ai suoi “ragazzi” ne denunciò il classismo in Lettera a una professoressa e la sperimentò come prassi liberatoria, sia nella scuola popolare serale per gli operai di Calenzano, 20 anni prima delle “150 ore” conquistate con lo Statuto dei lavoratori del ‘70, sia nella scuola di Barbiana per i piccoli montanari del monte Giovi. I ministri, sia politici che tecnici, che negli anni si sono avvicendati a viale Trastevere, con qualche eccezione, si sono mostrati devotissimi all’idea milaniana di una “scuola per tutti” – il 26 giugno è in programma l’ennesimo convegno al ministero: “Salire a Barbiana 45 anni dopo” – e contemporaneamente abilissimi ad ignorarla nella prassi. Magari immaginando una didattica multimediale 2.0 in istituti con classi di 30-35 alunni o inventando premi speciali a pochi studenti apparentemente meritevoli – l’ultima idea di Profumo –, mentre si tagliano risorse, maestre, prof, insegnanti di sostegno e ore di lezione per tutti, così da trasformare la scuola in «un ospedale che cura i sani e respinge i malati», «strumento di differenziazione» piuttosto che ascensore sociale, si legge in Lettera a una professoressa. E «se le cose non vanno, sarà perché il bambino non è tagliato per gli studi», anche in prima elementare, come i 5 alunni bocciati nella scuola elementare di Pontremoli, pochi giorni fa. È dimenticata la lingua, «la lingua che fa eguali», e le lingue che, in un’ottica “internazionalista”, consentono agli oppressi di tutto il mondo di unirsi: a Barbiana studiamo «più lingue possibile, perché al mondo non ci siamo soltanto noi. Vorremmo che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre». Milani mandava all’estero i giovanissimi studenti del Mugello, bambine comprese, vincendo paure e resistenze delle famiglie: ne è testimonianza vivente Francesco Gesualdi, ex allievo di Barbiana, a 15 anni spedito in Nord Africa ad imparare l’arabo, oggi infaticabile animatore del Centro nuovo modello di sviluppo per i diritti dei popoli del sud del mondo.

Non c’è solo la scuola. Ci sono anche i beni comuni: acqua e casa. È poco nota, ma di grande significato, la lotta fatta insieme ai montanari barbianesi per la costruzione di un acquedotto che avrebbe dovuto portare l’acqua a nove famiglie. Una battaglia persa, perché un proprietario terriero rifiutò di concedere l’uso di una sorgente inutilizzata che si trovava nel suo campo, mandando così all’aria, scrive Milani in una lettera pubblicata nel ‘55 dal Giornale del Mattino di Firenze (allora diretto da Ettore Bernabei) «le fatiche dei 556 costituenti», «la sovranità dei loro 28 milioni di elettori e tanti morti della Resistenza», madre della Costituzione repubblicana. Di chi è la colpa? Della «idolatria del diritto di proprietà». Quale la soluzione? Una norma semplice, «in cui sia detto che l’acqua è di tutti». E la casa, col piano Ina-Casa di Fanfani che avrebbe dovuto assicurare un tetto ai lavoratori, ma che venne realizzato solo in minima parte, mentre continuavano gli sgomberi di chi occupava le ville di ricchi borghesi che di abitazioni ne avevano due o tre, tenute vuote «per 11 mesi all’anno». «La proprietà ha due funzioni: una sociale e una individuale», e «quella sociale deve passare innanzi a quella individuale ogni volta che son violati i diritti dell’uomo», scrive Milani nel ‘50 su Adesso, il giornale di don Mazzolari. Queste parole «domenica le urlerò forte. Vedrete, tutti i cristiani saranno con voi. Sarà un plebiscito. Faremo siepe intorno alla villa. Nessuno vi butterà fuori». Ma non succederà nulla, noterà Milani, che ripeterà: «Mi vergogno del 18 aprile».

La guerra e la storia, attraversate dalla responsabilità individuale – «su una parete della nostra scuola c’è scritto grande: I care», ovvero «me ne importa, mi sta a cuore. È il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego”» –, altri temi forti dell’esperienza di Milani: la difesa dell’articolo 11 della Costituzione, l’obiezione di coscienza agli ordini ingiusti soprattutto se militari («l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni»), l’opposizione alla guerra e alla guerra preventiva, 40 anni prima di Bush, perché «in lingua italiana lo sparare prima si chiama aggressione e non difesa». E una rilettura della storia che prende le distanze da ogni suo “uso pubblico” nazionalista e patriottardo, passando in rassegna le italiche guerre, tutte «di aggressione»: da quelle coloniali di Crispi e Giolitti, al primo conflitto mondiale, fino a quelle fasciste di Mussolini, passando per il generale Bava Beccaris, decorato da re Umberto, che nel 1898 prese a cannonate i mendicanti «solo perché i ricchi (allora come oggi) esigevano il privilegio di non pagare le tasse». Ma «c’è stata anche una guerra giusta (se guerra giusta esiste). L’unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana». Quindi, scrive ai cappellani militari che avevano chiamato «vili» gli obiettori di coscienza, se voi avete diritto «di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto».

Non è stato un “cattolico del dissenso” Milani – il ‘68 era ancora lontano –, ma un “ribelle obbediente”, forse proprio per questo guardato con ancora maggiore ostilità dall’istituzione ecclesiastica a cui il prete fiorentino rimproverava di aver perso di vista il Vangelo per inseguire il potere: «Non abbiamo odiato i poveri come la storia dirà di noi. Abbiamo solo dormito. È nel dormiveglia che abbiamo fornicato col liberalismo di De Gasperi, coi Congressi eucaristici di Franco. Ci pareva che la loro prudenza ci potesse salvare», si legge nella visionaria Lettera dall’oltretomba di un «povero sacerdote bianco della fine del II millennio» ai «missionari cinesi» che nel futuro arriveranno in un Europa senza più preti, uccisi dai poveri, pagina conclusiva di Esperienze pastorali, il volume di Milani giudicato «inopportuno» dal Sant’Uffizio nel ‘58 e non ancora riabilitato. «Insegnando ai piccoli catecumeni bianchi la storia del lontano 2000 non parlate loro dunque del nostro martirio. Dite loro solo che siamo morti e che ne ringrazino Dio. Troppe estranee cause con quella del Cristo abbiamo mescolato».

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“Le Grand Soir” (Journal militant d’information alternative)
30 giugno 2012

Don Lorenzo Milani. Histoire d’un «rebelle obéissant»
La prophetié explosive du bienncommunisme

Luca Kocci

Peu de temps avant d’être transféré de sa paroisse de San Donato à Calenzano -un centre ouvrier textile aux portes de Florence- dans le village perdu de Barbiana -groupe de maisons éparses sur les pentes du Monte Giovi, dans le Mugello (région montagneuse au nord de Florence, NdT)- don Lorenzo Milani écrivait à sa mère une lettre passionnée : «J’ai la superbe conviction que les charges d’explosif que j’ai amassées pendant ces cinq années n’arrêteront pas de pétarader pendant au moins 50 ans sous le derrière de mes vainqueurs».

C’était en 1954, l’affrontement Dc-Pci (Démocratie Chrétienne-Parti Communiste Italien) était âpre, le décret avec lequel le Saint Office avait en 1949 excommunié les communistes restait pleinement en vigueur, et ce jeune prêtre -qui n’était pas communiste, mais avait plusieurs fois confessé que le vote pour la DC du 18 avril 1948 avait été une erreur («c’est le 18 avril qui a tout gâché, c’est la victoire qui a été ma grande défaite» écrit-il à Pipetta, un jeune communiste de Calenzano)- non aligné sur les ordres de la Curie, de Piazza del Gesù (siège de la Compagnie de Jésus à Rome, NdT) et de la Confindustria (le patronat italien, NdT), devait être neutralisé et rendu inoffensif : exilé dans les montagnes, curé d’une église dont la fermeture avait été décidée, «curé de 40 âmes» comme il disait lui-même.

Et pourtant, malgré le confinement imposé par l’archevêque de Florence Elia Dalla Costa, la «superbe conviction» de Milani semble s’être réalisée : les «charges d’explosif» placées «sous le derrière» des vainqueurs, 45 ans après sa mort le 26 juin 1967, continuent à «pétarader». Elles n’ont pas eu la force de subvertir le système, mais certaines intuitions, pour la plupart non réalisées, et de nombreuses dénonciations, non écoutées, conservent intactes leur caractère explosif. Et s’il est vrai que la valeur d’une aventure se mesure aussi à la capacité d’anticiper les époques de l’histoire, alors celle de Lorenzo Milani reste une expérience «prophétique» qui a encore quelque chose à dire à la société, à la politique et à l’Eglise d’aujourd’hui.

L’école demeure le lieu central de cette expérience mais pas le seul. Avec ses «jeunes» de Barbiana, il en dénonça le caractère de classe dans Lettre à une maîtresse d’école et il l’expérimenta comme praxis libératrice, autant dans l’école du soir pour les ouvriers de Calenzano, 20 ans avant les «150 heures» conquises par le Statut des travailleurs en 1970, qu’à l’école primaire de Barbiana pour les petits montagnards du Monte Giovi. Les ministres, politiciens autant que techniciens, qui au fil des années se sont succédés à Viale Trastevere (ministère de l’Instruction, de l’université et de la recherche, NdT), à part quelque exception, se sont tous montrés très dévots de l’idée milanienne d’ «une école pour tous» -le 26 juin est au programme un énième congrès du ministère : Monter à Barbiana 45 ans plus tard– et tous sont en même temps très habiles à l’ignorer comme praxis. Eventuellement en imaginant un enseignement multimédia dans des instituts avec des classes de 30-35 élèves ou bien en inventant des prix spéciaux pour quelques étudiants apparemment méritants -la dernière idée de Profumo (actuel ministre de l’Instruction etc., NdT)- pendant qu’on supprime à tout le monde ressources, enseignants, professeurs, enseignants de soutien, et heures de cours, de façon à transformer l’école en «un hôpital qui soigne les bien portants et rejette les malades», «instrument de différentiation» plus qu’ascenseur social, comme on le lit dans Lettre à une maîtresse d’école (écrite par un groupe d’écoliers de Barbiana, en 1967, publiée quelques mois avant la mort de L. Milani, NdT). Et «si ça ne marche pas, ce sera parce que l’enfant n’est pas fait pour les études», même au CP. La langue est oubliée, «la langue qui fait l’égalité», et les langues qui, dans une visée «internationaliste», permettent aux opprimés du monde entier de s’unir : à Barbiana nous étudions «le plus de langues possibles, parce que nous ne sommes pas seuls au monde. Nous voudrions que tous les pauvres du monde étudient les langues pour pouvoir se comprendre et s’organiser entre eux. Ainsi il n’y aurait plus d’oppresseurs, ni de patries, ni de guerres». Milani envoyait à l’étranger les très jeunes étudiants du Mugello, filles comprises, en réussissant à vaincre les peurs et les résistances des familles ; Francesco Gesualdi en est le témoignage vivant : ex élève de Barbiana, expédié en Afrique du nord à 15 ans pour apprendre l’arabe, et aujourd’hui animateur infatigable du Centro nuovo modello di sviluppo per i diritti dei popoli del Sud del mondo (Centre pour un nouveau modèle de développement pour les droits des peuples du sud du monde).

Et il n’y a pas que l’école. Mais aussi les biens communs : l’eau et la maison. Elle est peu connue, mais d’une grande signification, cette lutte menée avec les montagnards de Barbiana pour la construction d’un aqueduc qui aurait dû amener l’eau à neuf familles. Bataille perdue, parce qu’un propriétaire terrien refusa de concéder l’usage d’une source inutilisée qui se trouvait dans son champ, détruisant ainsi, écrit Milani dans une lettre publiée en 1955 par le Giornale del Mattino de Florence (dirigé à l’époque par Ettore Bernabei) «les efforts des 556 constituants», «la souveraineté de leurs 28 millions d’électeurs et de tous les morts de la Résistance», mère de la Constitution républicaine (entrée en vigueur le 1er janvier 1948, NdT). A qui la faute ? A l’ «idolâtrie du droit de propriété». Quelle solution ? Une loi simple «dans laquelle il soit dit que l’eau est à tout le monde».

Et la maison, avec le plan Ina-Casa de Fanfani qui aurait dû assurer un toit à tous les travailleurs, mais qui ne fut réalisé qu’a minima, tandis que continuaient les expulsions de ceux qui occupaient les villas des riches bourgeois qui avaient deux ou trois habitations, tenues fermées «pendant 11 mois de l’année». «La propriété a deux fonctions : une sociale et une individuelle» et «la sociale doit passer avant l’individuelle à chaque fois que sont violés les droits humains», écrit Milani en 1950 sur Adesso, le journal de don Mazzolari. Ces mots «dimanche je les crierai très fort. Vous verrez, tous les chrétiens seront avec vous. Ce sera un plébiscite. Nous ferons un barrage autour de la villa. Personne ne vous jettera dehors». Mais rien de tout cela n’arrivera, écrira Milani, qui répètera : «J’ai honte du 18 avril».

La guerre et l’histoire, traversées par la responsabilité individuelle -«sur un mur de notre école il y a écrit en grand : I care», c’est-à -dire «ça m’importe, ça me tient à coeur. C’est l’exact contraire du mot fasciste ‘je m’en fiche’»- sont les autres thèmes forts de l’expérience de Milani : la défense de l’article 11 de la Constitution, l’objection de conscience aux ordres injustes surtout s’ils sont militaires («l’obéissance n’est plus une vertu, mais la plus lâche des tentations»), l’opposition à la guerre et à la guerre préventive, 40 ans avant Bush, parce que «dans la langue italienne tirer le premier s’appelle agression et non défense».

C’est une relecture de l’histoire qui prend ses distances avec toute «utilisation publique» nationaliste et patriotarde, passant en revue les guerres italiques, toutes d’ «agression» : depuis les guerres coloniales de Crispi et Giolitti, au premier conflit mondial, jusqu’à celles fascistes de Mussolini ; en passant par le général Bava Beccaris, décoré par le roi Umberto, qui en 1898 tira au canon sur les mendiants «juste parce que les riches (alors comme aujourd’hui) exigeaient le privilège de ne pas payer d’impôts».

Mais «il y a eu aussi une guerre juste (si une guerre juste existe). La seule qui ne fût pas une offense à d’autres Patries, mais défense de la notre : la guerre des partisans». Ainsi écrit-il aux aumôniers militaires qui avaient appelé «vils» les objecteurs de conscience, si vous avez le droit «de diviser le monde en Italiens et étrangers alors je vous dirai que, dans votre logique, moi je n’ai pas de Patrie et je réclame le droit de diviser le monde en déshérités et opprimés d’un côté, privilégiés et oppresseurs de l’autre. Les uns sont ma Patrie, les autres mes étrangers. Et si vous avez le droit, sans être rappelés par la Curie, d’enseigner qu’Italiens et étrangers peuvent licitement voire héroïquement se massacrer mutuellement, alors moi je réclame le droit de dire que les pauvres aussi peuvent et doivent combattre les riches. Et au moins dans le choix des moyens je suis meilleur que vous : les armes que vous approuvez, vous, sont d’horribles machines à tuer, à mutiler, à détruire, à faire des orphelins et des veuves. Les seules armes que j’approuve, moi, sont nobles et sans effusion de sang : la grève et le vote».

Milani n’a pas été un «catholique dissident» -68 était encore loin- mais un «rebelle obéissant», et peut-être justement à cause de ça regardé avec encore plus d’hostilité par l’institution ecclésiastique à qui le prêtre reprochait d’avoir perdu de vue l’Evangile afin de suivre le pouvoir : «Nous n’avons pas haï les pauvres comme l’histoire dira de nous. Nous avons seulement dormi. Et c’est dans ce demi-sommeil que nous avons forniqué avec le libéralisme de De Gasperi, avec les Congrès eucharistiques de Franco. Il nous semblait que leur prudence pouvait nous sauver» lit-on dans la visionnaire Lettre d’outre-tombe d’un «pauvre prêtre blanc de la fin du 2ème millénaire» aux «missionnaires chinois» qui à l’avenir viendront dans une Europe qui n’aura plus de prêtres, tués par les pauvres : page de conclusion de Expériences pastorales, le volume de Milani jugé «inopportun» par le Saint Office en 1958, et toujours pas réhabilité. «En enseignant aux petits catéchumènes blancs l’histoire du lointain An 2000 ne leur parlez donc pas de notre martyre. Dites-leur seulement que nous sommes morts et qu’ils en remercient Dieu. Nous avons mélangé trop de causes étrangères à celle du Christ».

(http://www.legrandsoir.info/la-prophetie-explosive-du-biencommunisme-il-manifesto.html)

Potere, denaro e segretezza. Le vera cause del Vaticanleaks secondo Noi Siamo Chiesa

18 giugno 2012

“Adista”
n. 24, 23 giugno 2012

Luca Kocci

Troppo potere concentrato nella Curia romana e segretezza assoluta nella gestione delle grandi risorse economiche: più che i corvi svolazzanti nei corridoi dei Sacri palazzi e i maggiordomi infedeli, sono queste le cause profonde e strutturali delle crisi vaticana di questi mesi – dal “Vatileaks” al licenziamento del presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi – secondo il movimento Noi Siamo Chiesa che chiede di «affrontare alla radice le cause della crisi», senza tergiversare.

«Le reazioni dei più importanti vertici ecclesiastici, dopo un grande imbarazzo, sono state quelle di ricordare che, comunque, la Chiesa è fondata sulla roccia e che la sua storia ha visto ben di peggio», scrive Noi Siamo Chiesa. È vero, «ma sarebbe stato opportuno anche un qualche atto, seppur parziale, di riconoscimento di colpe o di errori e di conseguente pentimento», perché tutto quello che è accaduto – e che continua ad accadere – lascia comunque intravedere «interessi torbidi» e «contrasti profondi nella Curia romana che appaiono fondati non su diverse, più che comprensibili, opzioni pastorali, ma su rivalità personali e su questioni di potere».

Sono tre le cause di fondo di quanto sta accadendo, da affrontare «senza esitazioni», chiede Noi Siamo Chiesa. «L’eccessivo concentramento di potere nella Santa Sede, sempre più accresciutosi negli ultimi anni, malgrado il Concilio avesse prospettato l’attuazione di una reale collegialità episcopale. I possibili vantaggi di una gestione rigidamente monarchica (unità, sostanziale e non formale, della Chiesa, punto di riferimento morale in un mondo travagliato da problemi sempre maggiori) sono ormai superati dai suoi difetti che, tra l’altro, non vengono neanche riconosciuti (dispotismo curiale sulle Chiese locali e sugli ordini religiosi; assoluta uniformità della teologia e della vita sacramentale;  esaltazione, poco evangelica, della figura e del ruolo del papa)». Poi «il fattore corruttivo che, quasi naturalmente, deriva dalla gestione accentrata di grandi risorse economiche – lo Ior ma non solo –  e da altre strutture che fanno capo allo Stato della Città del Vaticano. In questo contesto qualsiasi discorso sulla povertà della Chiesa e nella Chiesa non ha più senso». Infine «la completa segretezza nell’amministrazione di questi ingenti beni, fuori da una vera legalità e da un controllo, italiano o internazionale, esterno alle strutture ecclesiastiche, crea le premesse per ogni possibile stortura. Nel migliore dei casi ipotizzabili, sembra che si ragioni con la logica che il fine giustifica qualsiasi mezzo. I fatti hanno dimostrato, soprattutto da trent’anni a questa parte, che, in questo quadro di mancanza di trasparenza diffusa, ogni tentativo di riforma è fallito, anche quando, forse, la volontà all’inizio c’era».

Pertanto, sostiene Noi Siamo Chiesa, «occorre affrontare alla radice le cause della crisi e riteniamo che sia indispensabile che questa consapevolezza cresca nel Popolo di Dio. Ogni rappezzo, ogni destituzione di persone e ogni avvicendamento, o il rilancio dell’immagine, facendo solo appello al ruolo indefettibile della Chiesa, servono a ben poco», perché «non riusciranno a rompere il circolo vizioso costituito dall’intreccio tra potere ecclesiastico autoritario e assolutista, potere mondano e assenza di democrazia che sono presenti nella nostra Chiesa», una «contro-testimonianza che oscura e tradisce l’Evangelo di Gesù».

Potere del sacro e liberazione del Vangelo. Intervista a Vittorio Mencucci

15 giugno 2012

“Adista”
n. 23, 16 giugno 2012

Luca Kocci

Qualsiasi sarà l’esito della “caccia ai corvi” in Vaticano che hanno diffuso a mezzo stampa documenti riservati fatti uscire dall’appartamento papale e dagli uffici della Curia, certo è che quello che si sta combattendo oltre il colonnato del Bernini è un conflitto di potere e per il potere. Perché quella che si è andata stratificando e costruendo Oltretevere è una struttura di potere che, dalla prima comunità degli apostoli, passando per l’imperatore Costantino – che ha tentato di utilizzare la Chiesa per riorganizzare l’Impero ormai in crisi e prossimo al crollo – e per i papi teocrati Gregorio VII e Innocenzo III, ha assunto e concentrato in sé tutta l’autorità, sacralizzando se stessa e autoproclamandosi padrona e dispensatrice della Verità.

Alla luce di tutto ciò, il volume di Vittorio Mencucci (parroco a Scapezzano di Senigallia, assiduo omileta della nostra agenzia per cui ha recentemente scritto le “omelie fuoritempio” della Quaresima 2012) appena pubblicato dall’editore Di Girolamo (Ma liberaci dal… sacro. Vivere il vangelo nella modernità, pp. 240, 16€, in vendita anche presso Adista), pur tenendosi a debita distanza dal Vatileaks, ha profondamente a che fare con quello che sta accadendo in questi mesi nei “sacri palazzi”, proprio perché, nella fedeltà al Vangelo, tenta una demistificazione del “sacro”, unica strada per avviare un cammino di liberazione.

«Il sacro in Vaticano e nella istituzione ecclesiastica è “l’unguento magico” che imbalsama le mummie e genera il blocco storico di sapore tridentino», spiega Mencucci ad Adista. «Il sacro prende il posto di Dio: è originario e nello stesso tempo definitivo, la sua trasformazione storica nell’epoca costantiniana, nell’antagonismo contro l’Impero e nella riorganizzazione feudale, viene rimossa, perciò diventa intangibile, esige solo sottomissione. Metto in discussione non qualche episodio spiacevole, ma l’insieme della struttura: la pomposità delle parate, la scalata al potere e alle onorificenze, gli stemmi nobiliari, i titoli onorifici di eccellenza o eminenza, abiti ed agi adeguati al rango, mal si conciliano con il messaggio evangelico: non fatevi chiamare… voi siete tutti fratelli, chi vuol essere primo si faccia servo di tutti. Inoltre la sacralizzazione delle strutture genera fastidio alla coscienza moderna educata alla dignità del pensare libero, fatto di dubbi, di interrogativi e di ricerca. Tra le ragioni dell’abbandono della pratica religiosa c’è sempre il rifiuto della struttura al vertice. Ma è blasfemo avanzare delle critiche. Così il sacro diventa la copertura della logica di gruppo. Il segreto pontificio non serve niente alla vita di fede della nostra gente, né allo spirito evangelico che suggerisce di proclamare sui tetti. I segreti appartengono alla logica del potere che si autodifende».

Il titolo del tuo libro però sembrerebbe invitare gli uomini e le donne a liberarsi e ad affrancarsi dalla fede. È proprio così?

Il titolo Ma liberaci dal…sacro è provocatorio. Potrebbe essere rovesciato in “Liberiamo il sacro dalle sue contraffazioni”. Infatti, se per sacro intendo l’apertura all’infinito, allora esprime l’essenza stessa della persona nella sua capacità di pensare che sempre trascende ogni limite e ogni finitezza: è il fondamento della libertà. In questo orizzonte si delinea il volto di Dio inteso come il “totalmente altro” e si pone la domanda sul senso del vivere e morire. Così inteso, allora, il sacro sollecita l’insonne fatica della ricerca e del pensare, con lo stupore di fronte all’immenso: è il sigillo della nostra dignità e allo stesso tempo l’impronta di Dio.

E le religioni intendono il sacro con questa accezione?

Nelle varie religioni domina il sacro oggettivato, che pretende di catturare la divinità in un oggetto finito, “separato” (qadosh) dall’uso umano e chiamato a rappresentare Dio nella dimensione percepibile dai nostri sensi e quindi a nostra disposizione. E proprio perché separato, erige divieti al vivere ordinario e impone doveri, ma rassicura e genera l’illusione di aver catturato Dio e quindi di essere potenti.

Insomma, la religione del tempio…

Se il divino abita nel tempio, il resto è pro-fano, che però deve essere sottomesso al potere divino, magari con una guerra santa o con una crociata. Fissato una volta per sempre, richiede solo accettazione e sottomissione. Questa via però non è percorribile per l’essere umano moderno, che si caratterizza invece proprio per la libertà del pensare.

L’annuncio di Gesù invece ha infranto questa tradizione e questo schema?

In tutto il discorso evangelico la critica di Gesù al sacro oggettivato è costante. Pone la propria umanità che muore in croce e dopo tre giorni risorge come alternativa al tempio. Afferma che i veri adoratori del Padre lo adorano in spirito e verità, al di fuori di ogni tempio. Quando muore in croce, il velo del tempio si squarcia da cima a fondo: è la fine della religione del sacro che nel tempio trova il suo fulcro. Infatti la Nuova Gerusalemme che scende dal cielo non ha tempio, non perché gli uomini siano atei, ma perché Dio abita in mezzo a loro senza bisogno del tempio. D’altra parte l’incarnazione è diametralmente opposta alla separazione del sacro.

Il sacerdozio come si inserisce in questa visione?

Sacrificio e sacerdozio sono intimamente legati al sacro. Il sacrificio espiatorio presuppone un Dio adirato che esige il sangue del colpevole o di una vittima sostitutiva. Il Dio che ci ha rivelato Gesù invece ha un volto totalmente diverso, è come il padre nella parabola del figliol prodigo. Il sacerdote è gestore del sacro, ma nel cristianesimo non c’è un sacro da gestire. All’inizio infatti si usa il termine “apostolo”, ossia colui che è mandato ad annunciare l’evento salvifico ormai compiuto, su cui fondare l’esperienza di fede. I termini sacrificio e sacerdote entrano nel linguaggio ordinario nel III secolo, in un percorso parallelo alla crisi della coscienza romana, che cerca nel sacro un argine alla disgregazione dell’Impero.

Si tratta però di termini che ormai sono entrati a far parte non solo del linguaggio, ma anche delle strutture e dell’immaginario comune…

La sacralizzazione delle strutture le rende intangibili, perciò è nemica di ogni novità storica. Da qui scaturisce il conflitto con la modernità, che di per sé non avrebbe alcun senso, perché nella Parola di Dio si trovano le radici delle conquiste moderne sul valore della persona e del suo impegno storico. Anzi, lo sviluppo della modernità permette una più approfondita comprensione della Parola di Dio di quanto non l’abbia permesso il Medioevo chiuso nella sua struttura piramidale, autoritaria e statica, con le sue guerre sante e gli imperdonabili roghi di chi la pensano diversamente.

Come spieghi il “ritorno al sacro” di questi ultimi anni?

Il ritorno al sacro che si sta verificando talora ha un’impronta positiva quando nasce dal desiderio di trovare un senso alla vita oltre il godimento del consumismo, ma per lo più esprime l’insicurezza e lo smarrimento di fronte al mondo moderno dinamico e pluralista: è lo scoglio a cui il naufrago si aggrappa per sfuggire a un mare tempestoso. Qui la religione diventa la copertura delle falle umane. Bonhoeffer parlava di tappabuchi. Spesso la ricerca di un fondamento inconcusso e rassicurante si trasforma in fondamentalismo cieco, ostinato e persino aggressivo.

Colpire la “casta”, ridistribuire i costi. Religiose di Caserta scrivono a Napolitano e Monti

14 giugno 2012

“Adista”
n. 23, 16 giugno 2012

Luca Kocci

Cancellare i privilegi dei pochi per ridistribuire a tutti, restituire alla collettività le ricchezze «accumulate ingiustamente», così «come si fa per i beni confiscati alle mafie». Non usano parole felpate e al profumo di incenso suor Rita Giaretta e le sue consorelle orsoline di Casa Rut – comunità religiosa da anni impegnata a Caserta in un programma per la liberazione delle donne vittime della tratta e dello sfruttamento a fini sessuali (v. Adista nn. 67/06, 49/07, 70 e 88/08, 73/09 e 13/11) – che, in una lettera aperta indirizzata al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al premier Mario Monti, chiedono che in Italia sia ristabilita giustizia ed equità sociale.

Viviamo in «un tempo di grave crisi che sta soffocando le speranze nel cuore di troppi giovani, che sta calpestando diritti e dignità nella vita di tante persone, di tante famiglie, di tanti bambini, di anziani e in particolare di tutte quelle realtà che avrebbero necessariamente bisogno di un sostegno e di una vicinanza per continuare a vivere con dignità», scrivono. Risuonano le parole rivolte da Gesù al giovane ricco, «impeccabile nell’osservanza religiosa e nell’obbedienza alla legge»: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Viene «spontanea in me – scrive Giaretta – la trasposizione di quel “quanto è difficile” a quella innumerevole schiera  di persone che hanno oggi ruoli istituzionali di potere, a vari livelli, che garantiscono loro ricchezze e privilegi, e questo non per sollevare unicamente critiche, né per decretare giudizi o condanne, ma perché sento unicamente la forza di verità in quella Parola di Gesù».

In molte persone «colgo un grande disagio e una viva sofferenza, ma spesso anche una palpitante rabbia nei confronti di queste persone, sempre troppe, che si sono arricchite e che continuano ad arricchirsi in nome di un servizio svolto per il bene della collettività», si legge nella lettera aperta. «Non vogliamo qui giudicare lo stile e la qualità del servizio da loro svolto», né «fare di tutta l’erba un fascio, anche se è sotto gli occhi di tutti che il più delle volte è un servizio ripiegato a coltivare unicamente gli interessi personali. Di fronte a questo grande senso collettivo di smarrimento e di indignazione diventano allora inaccettabili, vergognose e offensive nei riguardi della moltitudine di cittadine e cittadini e in particolare dei più disagiati, certi stipendi, certe indennità, certe pensioni e i tanti privilegi». Si rivolgono quindi direttamente ai rappresentanti istituzionali: «Se non si trova il coraggio di tagliare con decisone quegli stipendi e altro, se non si ha l’ardire di fare una rigorosa pulizia di certi privilegi che si diramano come le catene di S. Antonio, se non si osa anche la restituzione di beni e di ricchezze accumulate ingiustamente (come si fa per i beni confiscati alle mafie), difficilmente l’azione di governo, pur encomiabile nel suo sforzo e impegno, diventa credibile». «Cari presidenti – scrivono le religiose – osate la giustizia, perché non c’è vera giustizia se si “divide la torta amara dei sacrifici, in parti uguali tra diseguali” (don Milani). Chi oggi ha ricchezze e beni, spesso non per suo merito, ha il grave e responsabile dovere di contribuire largamente e secondo giustizia al risanamento e al rilancio del nostro Paese. “Ma quanto è difficile”… La solidarietà, la ricerca e l’amore al bene comune e la giustizia vanno osate, organizzate e, quando serve, promulgate in leggi, anche se queste possono essere scomode. Solo così possiamo trasmettere e consegnare ai giovani una vera testimonianza di unità, di dignità e di vera umanità  che affonda le sue radici e riceve linfa dai grandi valori, sempre nuovi e attuali, enunciati nella nostra Carta Costituzionale e, per un cristiano, anche e soprattutto nella continua novità che è il Vangelo di Gesù».

2 giugno: “Avvenire” lo celebra in mimetica

11 giugno 2012

“Adista”
n. 23, 16 giugno 2012

Luca Kocci

Il 2 giugno oltre alle Forze armate sfilano anche i preti-soldati. Non lungo via dei Fori Imperiali all’interno della «sobria» parata militare costata oltre tre milioni di euro, ma sulle colonne di Avvenire che, in occasione della Festa della Repubblica, dedica una intera pagina del giornale ai cappellani militari, dando la parola al loro capo, il vescovo castrense nonché generale di corpo d’armata mons. Vincenzo Pelvi.

«Un cristiano può essere soldato? E un militare può essere canonizzato? Chi per professione è tenuto a portare le armi può essere indicato dalla Chiesa come modello non solo da ammirare, ma addirittura da imitare? Come si può raggiungere la santità impegnandosi in un lavoro che comporta la possibilità di uccidere?», chiede l’ordinario militare in un lungo articolo titolato “In divisa per il bene di tutti”, pubblicato anche sulla Rivista della Stato maggiore della Difesa. Domande retoriche, per una risposta che non può che essere affermativa: «Dinanzi al nodo della guerra, con le violenze e il carico di sangue che comporta, la vocazione alla santità del militare rischia di non essere compresa, particolarmente da coloro che esaltano la pace ad oltranza». E chissà se mons. Pelvi annovera anche Gesù di Nazaret fra i difensori della pace «ad oltranza». «In particolare – prosegue il generale di corpo d’armata in talare – la Chiesa ha sempre tentato di prevenire, limitare e moralizzare la guerra, ma non si è mai lasciata intimorire dinanzi all’esigenza di un confronto concreto e non retorico con essa. La guerra, infatti, non è estirpata dalla condizione umana, e gli uomini, in quanto peccatori, sino alla venuta di Cristo saranno minacciati da conflitti. Eppure anche nelle e attraverso le guerre, i credenti rispondono alla chiamata universale alla santità, facendo prevalere le virtù sui vizi, gli ideali sulle ideologie, gli interessi comuni su quelli individuali, auspicando alternative di giustizia e di pace. Perciò, la vita militare è stata in passato e può essere ancora oggi luogo, strumento ed epifania di santità per quei laici che, dediti al servizio della Patria, espletano la loro professione militare come ministri della sicurezza e della libertà dei popoli».

E fra gli esempi di «santità militare» mons. Pelvi ripropone Giovanni XXIII, il papa della Pacem in Terris, l’enciclica del 1963 che condannò la guerra come “roba da matti” (alienum a ratione) e ne denunciò l’irragionevolezza, rilanciando così la sua idea di fare di Roncalli – che nel 1901 svolse regolarmente il servizio militare al posto del fratello maggiore, la cui presenza era necessaria in famiglia per il lavoro nei campi, e durante la prima guerra mondiale fu cappellano nell’ospedale di Bergamo – il patrono dell’esercito (v. Adista n. 80/11). Roba da matti.

«Vogliamo una politica moderata». Il manifesto delle associazioni cattoliche per una nuova Todi

6 giugno 2012

“Adista”
n. 22, 9 giugno 2012

Luca Kocci

Il titolo scelto è “La buona politica”. Ma in realtà il nuovo manifesto delle sette associazioni del Forum delle persone e delle associazioni cattoliche nel mondo del lavoro (Acli, Cisl, Coldiretti, Compagnia delle Opere, Confartigianato, Confcooperative e Movimento Cristiano Lavoratori) – quelle che ad ottobre dello scorso anno promossero il famoso incontro di Todi con il card. Bagnasco, perno centrale di tutto l’attivismo di molti gruppi e associazioni cattoliche strettamente legate alla Conferenza episcopale italiana (v. Adista nn. 51, 57, 60, 65, 70, 71, 76, 78, 83 e 97/11; e Adista Notizie nn. 4, 5 e 18/12) – dovrebbe chiamarsi la “politica moderata”. Del resto sono le stesse associazioni, che hanno presentato il manifesto a Roma lo scorso 28 maggio – una settimana dopo la prolusione di Bagnasco all’Assemblea della Cei, che coincide in diversi passaggi con “La buona politica” (v. Adista Notizie n. 21/12) – a metterlo nero su bianco: «Noi chiediamo e sosteniamo una politica saggia, buona e moderata». E che abbia una guida sicura: la Dottrina sociale della Chiesa.

Sia la “moderazione” che il magistero sociale emergono chiaramente nei contenuti del manifesto che propone di «rimodellare profondamente il sistema fiscale», per «agevolare gli investimenti, il lavoro e la famiglia»; «sostenere l’impresa come risorsa fondamentale per la comunità», cercando di ridurre «la logica del conflitto»; «mettere al centro la famiglia, come motore valoriale, relazionale ed economico della società»; «migliorare il sistema di istruzione, valorizzando la pluralità delle offerte formative», ovvero le scuole private; «costruire un welfare moderno e sussidiario, capace di usare in modo efficiente le risorse e di valorizzare il concorso attivo delle persone, delle famiglie, delle organizzazioni sociali, delle imprese e dell’associazionismo», ovvero meno Stato e più sussidiarietà. Con uno sguardo sempre attento ai “valori non negoziabili”: il «rispetto per la vita in ogni sua fase» e la «predilezione per la famiglia naturale».

Sul piano delle riforme istituzionali, le associazioni cattoliche chiedono di «adottare un nuovo assetto istituzionale fondato sul superamento del bicameralismo perfetto» e «su una nuova legge elettorale allo scopo di raggiungere contemporaneamente maggiore rappresentatività e una solida stabilità» e di «ripristinare il voto di preferenza degli elettori».

L’esito complessivo, secondo le associazioni, è appunto quello di una «politica buona e moderata». Come dare gambe a questo progetto – partito? movimento? lobby? – rimane ancora la grande incognita, del resto presente fin dal primo incontro di Todi. Il manifesto rimane ambiguo: «Il nostro contribuito al rinnovamento della politica si articolerà in modo innovativo, attraverso due canali principali», si legge. «Per un verso, la partecipazione alla formazione dei programmi e delle linee di azione di governo; per l’altro verso, il miglioramento della qualità delle classi dirigenti, a partire da un lavoro di condivisione e coesione all’interno del variegato mondo cattolico, su valori, contenuti e modalità di presenza. Sempre nel rispetto della specificità dei ruoli, delle differenti missioni associative e delle opzioni elettorali». Anche se, viene aggiunto, «è necessario dotarci di modalità organizzative: per formare le persone, in particolare le nuove generazioni, all’attività politica; per produrre analisi e proposte condivise; per operare scelte vincolanti in base a pratiche di democrazia deliberativa; per interloquire con le rappresentanze che intendono condividerle; per sostenere il dialogo strutturato con le varie istituzioni».

Il portavoce del Forum, Natale Forlani, così come i leader delle associazioni smentiscono in tutte le lingue di voler fare un partito. Ma la strada, fino alle elezioni del 2013, è ancora lunga. Intanto sono stati fissati già i due prossimi appuntamenti: il 25 giugno a Montecassino per promuovere «gli Stati Uniti d’Europa»; e ad ottobre un nuovo incontro a Todi, già ribattezzato la “Todi 2” da Avvenire, il più grande sponsor del progetto, tanto da titolare con enfasi “I cattolici verso Todi 2”. Con la scelta non casuale dell’articolo determinativo “i”, a voler affermare che “tutti i cattolici” aderiscono con convinzione all’iniziativa.

Agire politicamente: ma i cattolici in politica non devono essere moderati

6 giugno 2012

“Adista”
n. 22, 9 giugno 2012

Luca Kocci

“I cattolici verso Todi 2”, titola Avvenire per rilanciare l’iniziativa del Forum delle persone e delle associazioni cattoliche nel mondo del lavoro di un nuovo incontro a Todi nel prossimo mese di ottobre (v. notizia precedente). Non tutti ci andranno però, come l’Azione cattolica, che da tempo sembra essere scomparsa dalla “lista degli invitati”. O come il coordinamento di cattolici democratici Agire Politicamente, che al progetto Todi non intende contrapporsi, ma distinguersi sì, anche in opposizione a quella «politica moderata» invece rivendicata con forza come loro elemento qualificante dalle associazioni del Forum.

«Non ci riconosciamo nel manifesto e nel programma in vista di una “nuova” Todi», spiega, nella sua relazione all’Assemblea nazionale congressuale di Agire Politicamente (svoltasi il 26-27 maggio scorsi a Roma), Lino Prenna, coordinatore nazionale (confermato per un nuovo triennio). «Non ci convince nel merito la “regia ecclesiastica” che mette in discussione l’autonoma responsabilità dei laici, e, nel metodo, l’ambiguità del progetto». E che, «dopo aver caldeggiato e sostenuto per anni Berlusconi, lo ha poi scaricato, senza però fare alcuna autocritica sulle proprie responsabilità e complicità per questa sciagurata stagione». Riprendendo le categorie care a don Luigi Sturzo, Prenna aggiunge che quello di Todi è un movimento «clerico-moderato» – e il moderatismo è esplicitamente richiamato nel manifesto delle associazioni – mentre «noi ci ritroviamo nell’area del cattolicesimo democratico». Una ostilità, quella nei confronti del moderatismo, ribadita anche dall’europarlamentare del Pd David Sassoli, intervenuto all’assemblea («è un errore pensare il mondo cattolico come moderato, anzi questo ha ucciso il cattolicesimo, che non è affatto moderato e dovrebbe sempre sentire e agire per la giustizia»), e da diversi altri partecipanti, fra cui Pietro La Corte: «Il Vangelo non è moderatismo, è rivoluzione sociale». Nel merito è il giornalista Vittorio Sammarco ad evidenziare alcune lacune presenti nei contenuti del manifesto di Todi: manca una parola sulle diseguaglianze che si fanno sempre più marcate, perché «non è vero che la crisi ha colpito tutti, ma ha colpito solo i più poveri»; e non c’è nessun cenno alla «salvaguardia del pianeta», ovvero all’emergenza clima, alla rapina delle risorse, alla poca cura per l’ambiente, all’acqua.

Non è nemmeno apprezzato il fatto che a Todi si suppone rappresentato l’intero mondo cattolico, come sembra fare Avvenire. «Le proposte velleitarie di trovare una unità dei cattolici sono fuori della storia ma anche fuori dalla natura stessa del cattolicesimo, che non è identitario, militarizzato e “in divisa”, ma plurale nelle sue articolazioni e nelle sue proposte», aggiunge Prenna. A questo proposito viene ribadita la vicinanza al Partito democratico, perlomeno in quello che era il suo progetto originario, in ombra da troppo tempo: la convivenza di storie, di tradizioni e di culture politiche diverse – fondamentalmente quella socialista e quella cattolica –, la volontà di valorizzare queste diversità, per arrivare ad una sintesi comune possibile. Quanto di più lontano dalla rivendicazione dell’identità cattolica.

Più che il progetto Todi – da cui Agire Politicamente rimarca «non contrapposizione ma distinzione» –, viene rilanciata la Rete delle associazioni e dei gruppi del cattolicesimo democratico (alcune delle quali, insieme a Luciano Caimi e Guido Formigoni di Città dell’uomo, Ernesto Prezioni di Argomenti 2000, e i parlamentari Franco Monaco, Rosi Bindi, Dario Franceschini e Giuseppe Fioroni si sono riunite alla Domus Pacis lo scorso 26 maggio, evidenziando anche loro le distinzioni da “Todi 2”) “Costituzione, Concilio e cittadinanza”, nata nello scorso mese di novembre (v. Adista n. 89/11). È già attivo un portale (www.c3dem.it) che funziona da veicolo di informazione e comunicazione; a breve partirà un servizio di news e presto ci saranno le prime assemblee territoriali.

Le linee guida antipedofilia della Cei dribblano l’obbligo di denuncia. E di profezia

2 giugno 2012

“Adista”
n. 21, 2 giugno 2012

Luca Kocci

Non cambierà molto la situazione relativa ai casi di pedofilia ecclesiastica nonostante la pubblicazione, da parte della Cei, delle “Linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale nei confronti dei minori da parte dei chierici”, nelle quali si usano parole di grande attenzione verso le vittime, ma si mette nero su bianco che i vescovi non sono obbligati a denunciare all’autorità giudiziaria i preti pedofili e, pur definendola «importante», si pone una serie di paletti alla collaborazione con la magistratura, tanto che il movimento cattolico di base Noi Siamo Chiesa si dice «amareggiato» per l’occasione persa e parla di una Chiesa istituzionale «sorda e cieca», preoccupata unicamente di proteggere la «casta».

Richieste un anno fa dalla Congregazione per la Dottrina della Fede con una lettera circolare inviata ai vescovi di tutto il mondo, le Linee guida italiane, già approvate dal Consiglio episcopale permanente nello scorso mese di gennaio (v. Adista Notizie n. 4/12), e ratificate dal Vaticano, sono state presentate e pubblicate ufficialmente durante l’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana (21-25 maggio; per la prolusione del card. Bagnasco, v. notizia seguente), nella mattinata del secondo giorno, segno evidente che la discussione fra i vescovi, se c’è stata, è stata molto rapida.

L’attenzione era focalizzata sull’obbligo di denuncia alla magistratura, da parte dei vescovi, dei casi di pedofilia da loro conosciuti – fatto salvo il mantenimento del segreto confessionale – ma la Conferenza episcopale italiana ha scelto di non imporlo, arroccandosi su posizione “legaliste”: «Il vescovo – è scritto nel documento –, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti» riguardanti casi di pedofilia. La «cooperazione con le autorità civili» viene ritenuta «importante», tuttavia è soggetta ad una serie di limitazioni e vincoli: ovviamente i vescovi, se vogliono, possono collaborare, ma «sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto»; «eventuali informazioni o atti concernenti un procedimento giudiziario canonico possono essere richiesti dall’autorità giudiziaria dello Stato, ma non possono costituire oggetto di un ordine di esibizione o di sequestro»; «rimane ferma l’inviolabilità dell’archivio segreto del vescovo e devono ritenersi sottratti a ordine di esibizione o a sequestro anche registri e archivi». Naturalmente rimangono intatti «i vincoli posti a tutela del sigillo sacramentale».

Suonano allora ridondanti le parole riservate alla «importanza fondamentale» della «protezione dei minori, la premura verso le vittime degli abusi e la formazione dei futuri sacerdoti e religiosi»; e anche l’avvertenza che «il vescovo che riceve la denuncia di un abuso deve essere sempre disponibile ad ascoltare la vittima e i suoi familiari, assicurando ogni cura nel trattare il caso secondo giustizia e impegnandosi a offrire sostegno spirituale e psicologico, nel rispetto della libertà della vittima di intraprendere le iniziative giudiziarie che riterrà più opportune».

«Sorde e cieche sono le guide del nostri vescovi», il duro commento di Noi Siamo Chiesa, che, alla vigilia dell’Assemblea, aveva chiesto alla Cei di assumere decisioni coraggiose (v. Adista Notizie n. 12/12). «Sorde perché, chiuse nella difesa della loro casta, non hanno ascoltato nessuno dei tanti, vittime e altri, che hanno cercato di interloquire e di proporre ragionevolmente, a partire da diritti violati. Cieche perché non vedono, non vogliono vedere, la situazione come si è manifestata, anche nel nostro Paese, negli ultimi anni». Situazione di cui, per la prima volta, la Cei ha fornito i numeri: 135 casi dal 2000 al 2011, ha detto mons. Mariano Crociata, precisando che per quanto riguarda i procedimenti oggetto dell’intervento della Congregazione per la Dottrina della Fede, «ci sono state 53 condanne, 4 assolti e altri casi in istruttoria»; le denunce alla magistratura sono invece 77, di cui «2 condanne in primo grado, 17 in secondo, 21 i patteggiamenti, 5 gli assolti e 12 i casi archiviati» (per una rassegna approfondita dei casi italiani di pedofilia ecclesiastica, v. Adista nn. 35/06 e 65/08; Adista Notizie nn. 10 e 11/12).

Le Linee guida illustrano le procedure che ciascun vescovo utilizzerà nei casi di pedofilia: prima dovrà appurare, «quanto più rapidamente possibile» la «verosimiglianza delle notizie»; poi, se confermate, avviare un procedimento interno presso il Tribunale diocesano composto da tre giudici («sacerdoti provvisti di dottorato in Diritto canonico») e «deferire il chierico direttamente alla Congregazione per la Dottrina della Fede», come peraltro già previsto dalle normative pontificie (v. Adista n. 25/10); nel frattempo, in attesa del giudizio, potranno essere adottati dei provvedimenti temporanei nei confronti del religioso sotto inchiesta, per evitare «il rischio che i fatti delittuosi si ripetano». Se riconosciuto colpevole, due le possibili condanne: «Misure che restringono il ministero pubblico in modo completo o almeno escludendo i contatti con minori»; «pene ecclesiastiche, fra cui la più grave è la dimissione dallo stato clericale».

«Tutte le varie tappe dei procedimenti previsti (“verosimiglianza della notizia”, “indagine previa” , provvedimenti cautelari ecc..) appaiono affidate al “prudente discernimento del vescovo”», commenta il coordinatore nazionale di Noi Siamo Chiesa, Vittorio Bellavite. «Molte sono le garanzie a tutela dei preti; delle vittime non si parla, salvo qualche generica parola di buone intenzioni», «non hanno diritti espliciti e garantiti». È vero che, in base alla legge italiana, il vescovo non è obbligato alla denuncia del pedofilo, «ma se questo obbligo non è previsto dalla legge, poteva però  essere un impegno vincolante a carico del vescovo che le Linee guida decidevano unilateralmente», aggiunge. «Siamo amareggiati come ci è capitato raramente di esserlo».