Don Milani, l’amore concreto e selettivo per gli oppressi. Intervista a Nadia Neri

“Adista”
n. 25, 30 giugno 2012

Luca Kocci

Quarantacinque anni fa, il 26 giugno 1967, moriva don Lorenzo Milani. Qualche mese prima, il 7 gennaio 1966, trovò la forza di inviare una delle sue lettere più belle a Nadia Neri, giovane studentessa napoletana, che gli aveva scritto poco tempo prima (v. box). Una risposta a cui fu quasi “costretto” dalle persone che gli erano vicine in quel momento in cui la malattia che di lì a poco lo uccise, un linfoma, non gli lasciava tregua: Carla, una ragazzina della scuola di Barbiana, incaricata di rispondere alle lettere; e Adele Corradi, insegnante di scuola media che aveva fatto la scelta di trasferirsi a Barbiana per aiutare don Milani, che racconta quel frangente: «Carla stava rispondendo a Nadia Neri e io avevo letto quello che Nadia aveva scritto a don Lorenzo. Non si poteva risponderle a quel modo. Presi in mano la lettera e guardai don Lorenzo. Aveva gli occhi chiusi, ma si vedeva che non dormiva. Vedevo invece bene la sofferenza sulla sua faccia. Prese la lettera, la lesse e subito mi pentii di avergliene parlato perché lo vidi alzarsi a fatica e sedersi al tavolo a scrivere».

«Non uso il termine testamento perché non mi piace e perché forse questa lettera è anche di più, dal momento che contiene le sue indicazioni per vivere», spiega ad Adista Nadia Neri, oggi psicanalista junghiana, studiosa e divulgatrice del pensiero e della spiritualità di Etty Hillesum, giovane ebrea olandese morta ad Auschwitz nel 1943, di cui ha scritto una profondissima monografia, ripubblicata da Borla nel 2011 (Un’estrema compassione. Etty Hillesum testimone e vittima del Lager).

Quando hai scritto a don Milani eri giovanissima…

Avevo 19 anni, studiavo Filosofia a Napoli, poi ho studiato Psicologia a Torino. Molti mi chiedono cosa gli avessi scritto per provocare una risposta così bella, ma non ricordo. C’è un archivio in cui sono conservate le lettere ricevute da don Milani, però non sono mai voluta andare a rileggere il mio testo. Sicuramente non era una lettera “intellettualistica”, anche perché non sarebbe stata coerente con il mio carattere. Immagino di aver comunicato struggimento e sofferenza – ero una persona molto introversa e nella scrittura riuscivo ad essere più libera e sincera –, forse è questo che lo ha toccato.

Dalla risposta di Milani si capisce che nella tua lettera parlavi di politica, di impegno sociale, di fede. Perché hai scritto proprio a lui?

Allora nessun uomo di Chiesa mi ispirava fiducia, ma nello stesso tempo sentivo il bisogno di condividere i miei dubbi con qualcuno. Nel 1965 uscì la Lettera ai cappellani militari, poi la Lettera ai giudici, e capii che a don Milani potevo scrivere: mi colpirono il suo coraggio e la sua chiarezza. C’era anche un elemento familiare: mio padre era un militare, ma un militare “comunista”, che mi ha sempre educata alla nonviolenza e, paradossalmente, all’antimilitarismo, quindi i testi di don Milani mi avevano doppiamente colpito.

Avrebbe dovuto risponderti una ragazzina della scuola di Barbiana, Carla…

Esatto. Mi diceva che aveva 14 anni e che rispondeva lei perché il priore era molto malato e non poteva scrivere. Nella stessa busta però c’era anche un’altra lettera, di don Milani. Dopo la sua morte, gli allievi di Barbiana mi chiesero se avessi qualche lettera e, superata qualche esitazione, trascrissi il testo, che infatti venne pubblicato già nel 1970, nel volume che raccoglieva le lettere di don Milani. Poi però l’ho tenuta nascosta per anni, non ne ho parlato con nessuno, l’ho considerata una lettera personale, forse anche per il rapporto conflittuale che allora avevo con la spiritualità.

Hai compreso subito il valore di quella lettera?

Non del tutto, anche se poi mi sono accorta che alcune delle mie scelte immediatamente successive seguivano le sue indicazioni, come le attività con l’Associazione Risveglio Napoli, un centro laico che ebbe una funzione pionieristica in una città difficile come Napoli: aveva un asilo antiautoritario e dei corsi per adulti di preparazione alla terza media, quando le 150 ore ancora non esistevano. Io ero impegnata ad insegnare. La parte che riguardava la spiritualità l’ho apprezzata solo molti anni dopo.

Cosa ti ha colpito fin dall’inizio?

L’affermazione in cui dice che «non si può amare tutti gli uomini» ma «una classe sola», e di questa «solo un numero di persone limitato». È una risposta anomala, che ancora oggi sconvolge molte persone religiose, ma assolutamente vera: bisogna fare una scelta di campo, chiara e decisa. Sono parole molto profonde, che ci mettono di fronte ad un limite umano, ma che ci dicono anche che bisogna amare sul serio, non astrattamente ma concretamente.

Si parla anche di fede: «È inutile che tu ti bachi il cervello alla ricerca di Dio o non Dio. Ai partiti di sinistra dagli soltanto il voto, ai poveri scuola subito prima d’essere pronta, prima d’essere matura, prima d’essere laureata, prima d’essere fidanzata o sposata, prima d’essere credente. Ti troverai credente senza nemmeno accorgertene».

Condivido pienamente: non studiare su Dio, ma vivere. Credo che mi sia successo proprio quello che don Milani mi augurava e forse, in maniera oscura e misteriosa, mi ha indirizzato. Il mio è stato un cammino tortuoso: negli anni ‘70 l’attività politica, poi ho insegnato storia e filosofia anche per pagarmi il training di psicoanalisi, il mio sogno fin da adolescente. In seguito ho lavorato come psicoterapeuta in un centro dell’Italsider di Bagnoli per i figli handicappati dei dipendenti. All’inizio degli anni ‘90 ho fatto un incontro decisivo, con l’eremo francescano di Campello, dove c’era Brigitte, una donna francese che viveva lì con altre sorelle come eremita e che mi ha fatto da guida silenziosa, accompagnandomi in una “conversione” di qualità, così come mi diceva don Milani. Con il sostegno di Brigitte, ho scritto la biografia di Etty Hillesum e questo mio percorso ha trovato così il suo compimento.

Perché?

Perché anche Etty Hillesum ha un percorso di conversione e una profondissima spiritualità, fondata su un forte richiamo al senso di responsabilità individuale, che fa riferimento ad un versetto della Genesi: Dio creò l’uomo «a sua immagine». Hillesum, mentre si trova in un lager nazista, scrive: una persona che entra in relazione con me, dal mio comportamento deve sentire che c’è Dio dentro di me, e se non lo sente è perché sto sbagliando qualcosa.

Il tuo scambio con don Milani ha avuto un seguito?

No, anche perché poco dopo morì. È come se avessimo avuto un rapporto personale attraverso quella lettera così intensa. Forse percepivo che era una persona burbera, ma nella lettera aveva dato il meglio di sé, non volevo rischiare di rompere questo equilibrio, così non sono mai salita a Barbiana.

Oggi cosa pensi di don Milani?

Dal punto di vista religioso mi colpisce il suo integralismo ma anche la sua inquietudine: dice che, se poteva, si confessava quasi tutti i giorni, quindi è stato un uomo molto tormentato. Voleva una Chiesa diversa e ha sofferto perché non è stato capito, come del resto capita a tutti i profeti. In alcuni periodi penso molto a lui e alle sue grandi intuizioni: l’importanza fondamentale della scuola, le diseguaglianze di partenza degli studenti, il potere della parola, cioè del sapersi esprimere, la necessità di indignarsi. Sono parole ancora rivoluzionarie, soprattutto oggi: abbiamo arretrato sulla scuola e sull’università e solo una minoranza ha ancora la forza di esprimere l’indignazione.

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La lettera di don Lorenzo Milani a Nadia Neri

Barbiana, 7 gennaio 1966

Cara Nadia,
da qualche tempo ho rinunciato a rispondere alla posta e ho incaricato i ragazzi di farlo per me. Arriva troppa posta e troppe visite e io sto piuttosto male. Le forze che mi restano preferisco spenderle per i miei figlioli che per i figlioli degli altri. Oggi però la Carla (14 anni), arrivata alla tua lettera e dopo averti risposto lei con la lettera che ti accludo, mi ha avvertito che ti meriteresti una risposta migliore.Ti dispiacerà che io faccia leggere la posta ai ragazzi, ma dovresti pensare che a loro fa bene. Sono poveri figlioli di montagna dai 12 ai 16 anni. E poi te l’ho già detto, io vivo per loro, tutti gli altri son solo strumenti per far funzionare la nostra scuola. Anche le lettere ai cappellani e ai giudici son episodi della nostra vita e servono solo per insegnare ai ragazzi l’arte dello scrivere cioè di esprimersi cioè di amare il prossimo, cioè di far scuola.
So che a voi studenti queste parole fanno rabbia, che vorreste ch’io fossi un uomo pubblico a disposizione di tutti, ma forse è proprio qui la risposta alla domanda che mi fai. Non si può amare tutti gli uomini. Si può amare una classe sola (e questo l’hai capito anche te). Ma non si può nemmeno amare tutta una classe sociale se non potenzialmente. Di fatto si può amare solo un numero di persone limitato, forse qualche decina forse qualche centinaio. E siccome l’esperienza ci dice che all’uomo è possibile solo questo, mi pare evidente che Dio non ci chiede di più.
Nei partiti di sinistra bisogna militare solo perché è un dovere, ma le persone istruite non ci devono stare. Li hanno appestati. I poveri non hanno bisogno dei signori. I signori ai poveri possono dare una cosa sola: la lingua cioè il mezzo d’espressione. Lo sanno da sé i poveri cosa dovranno scrivere quando sapranno scrivere.
E allora se vuoi trovare Dio e i poveri bisogna fermarsi in un posto e smettere di leggere e di studiare e occuparsi solo di far scuola ai ragazzi della età dell’obbligo e non un anno di più, oppure agli adulti, ma non un parola di più dell’eguaglianza e l’eguaglianza in questo momento dev’essere sulla III media. Tutto il di più è privilegio.
Naturalmente bisogna fare ben altro di quel che fa la scuola di Stato con le sue 600 ore scarse. E allora chi non può fare come me deve fare solo doposcuola il pomeriggio, le domeniche e l’estate e portare i figli dei poveri al pieno tempo come l’hanno i figli dei ricchi.

Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio. Ti toccherà trovarlo per forza perché non si può far scuola senza una fede sicura. È una promessa del Signore contenuta nella parabola delle pecorelle, nella meraviglia di coloro che scoprono  se stessi dopo morti amici e benefattori del Signore senza averlo nemmeno conosciuto. «Quello che avete fatto a questi piccoli ecc.». È inutile che tu ti bachi il cervello alla ricerca di Dio o non Dio. Ai partiti di sinistra dagli soltanto il voto, ai poveri scuola subito prima d’esser pronta, prima d’esser matura, prima d’esser laureata, prima d’esser fidanzata o sposata, prima d’esser credente. Ti ritroverai credente senza nemmeno accorgertene.Ora son troppo malconcio per rileggere questa lettera, chissà se ti avrò spiegato bene quel che volevo dirti.

Un saluto affettuoso da me e dai ragazzi, tuo

Lorenzo Milani

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