Archive for luglio 2012

Il ritorno al passato della Chiesa di Ratzinger. Un libro di Daniele Menozzi

22 luglio 2012

“Adista”
n. 29, 28 luglio 2012

Luca Kocci

L’atteggiamento della Chiesa cattolica sulla questione dei diritti umani mostra in maniera evidente il percorso dell’istituzione ecclesiastica nel confronto con la società in età moderna e contemporanea: opposizione frontale nella fase iniziale – dal 1789 a Pio IX –, anche per contrastare quella modernità che, con la Rivoluzione francese, aveva decretato la fine di quella società cristiana di origine e impronta medievale; forte diffidenza, ma anche cauta apertura di sottili spiragli – per esempio con l’attenzione ai problemi scaturiti dalla questione sociale di fine ‘800 – da Leone XIII a Pio XII, a condizione che alla Chiesa e al papato fosse assicurato il ruolo di “guida morale” del consorzio civile; dialogo con la società e aggiornamento del magistero, al tempo di Giovanni XXIII e della stagione conciliare, sebbene non fino a mettere in atto una svolta decisa e decisiva, ma capace solo di gettare semi di innovazione e di cambiamento mai diventati rivoluzione; infine “ritorno al passato”, con i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che non arrivano a formulare un nuovo Sillabo di condanna assoluta della modernità, ma rivendicano con decisione il primato dell’istituzione ecclesiastica nella direzione della società e ai diritti umani frutto del relativismo sostituiscono i diritti naturali fondati sulla Verità eterna ed immutabile di cui la Chiesa si proclama erede e il papato custode. Nessun tema del resto, più di quello dei diritti umani costituisce una sorta di cartina di tornasole per osservare e valutare la posizione della Chiesa nei confronti della società: i diritti umani sono stati, e sono, il supremo tentativo di costruire un’etica laica, non soggetta ad autorità o verità provenienti dall’esterno, o dall’alto, ma capace di trarre da se stessa i propri presupposti e i propri fondamenti. Per cui aprirsi e collaborare a questa costruzione vuole dire accogliere la società e accettare la laicità; al contrario, manifestare diffidenza e contrapposizione o rivendicare superiorità e primazia significa non accettare fino in fondo la modernità.

È questo lo sviluppo di Chiesa e diritti umani (Il Mulino, Bologna, 2012), saggio di Daniele Menozzi, docente di storia contemporanea alla Normale di Pisa, studioso attento del papato in età moderna e contemporanea, che fissa l’inizio del percorso proprio con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, primo tentativo di attribuire diritti e libertà agli esseri umani in quanto tali e non sulla base di «una norma superiore di origine trascendente» e in ossequio ad una autorità, l’istituzione ecclesiastica, ritenuta «unica detentrice delle eterne leggi iscritte da Dio nella natura». Un testo, quello dell’89 che, falliti i tentativi da parte ecclesiastica di far inserire il nome di Dio nel primo articolo, venne condannato fin da subito: nella bolla Quod Aliquantum del 1791, papa «Pio VI osservava che “ritenere tutti gli uomini uguali e liberi” costituiva non solo un atto contrario alla ragione, ma anche alla dottrina cattolica», mettendo di fatto in contrapposizione cattolicesimo e diritti umani, «così come erano stati enunciati dall’Assemblea nazionale».

Con Leone XIII, un secolo dopo, i primi aggiustamenti, dettati dalla necessità di riportare dentro la storia – in cui avevano fatto irruzione le masse e i partiti socialisti – una Chiesa che frattanto Pio IX aveva separato e trasformato in “cittadella assediata” dalla modernità e dai suoi errori, solennemente condannati nel Sillabo: diritti e libertà – scrive nell’enciclica Libertas (1888) – si possono tollerare «dentro certi limiti». Ma tali limiti, spiega Menozzi, «non potevano essere fissati dagli uomini», perché risiedevano «in quella eterna, universale e immutabile legge naturale che preesisteva a ogni umana elaborazione giuridica in quanto era stata stabilita da Dio e di cui la Chiesa era l’unica guardiana». Tuttavia la Chiesa di Leone XIII non si limitava a fissare dei paletti, ma anche, con la Rerum novarum, la prima enciclica sociale (1891), a stabilire dei diritti «che dovevano essere posti a base di un assetto della società in grado di affrontare e risolvere i mali provocati dalle tumultuose trasformazioni indotte dalla rivoluzione industriale»: «Diritti naturali di tipo economico», a cominciare da quello alla proprietà privata messo in discussione dai socialisti massimalisti, individuati con la convinzione che «obbedendo alla legge evangelica si sarebbe risolto definitivamente il problema della convivenza sociale». C’era, al fondo, sebbene optando per una strategia diversa dalla contrapposizione frontale, la volontà di ribadire comunque «il controllo ecclesiastico sulla vita collettiva».

Una linea, fedele alla tradizione dell’intransigentismo, perseguita anche dai papi delle guerre mondiali, Pio XI e Pio XII, e applicata alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. Falliti i tentativi – come già nel 1789 – di inserire un riferimento a Dio o alla «natura» nel primo articolo, il testo delle Nazioni Unite non venne scomunicato, ma guardato con diffidenza: condannata la scelta di “espellere Dio” dalla Carta («L’ostracismo a Dio», scriverà l’Osservatore Romano), p. Antonio Messineo sulla La Civiltà Cattolica «ribadiva che il fondamentale criterio della vita collettiva era costituito dalla legge naturale», incisa da Dio «nel cuore dell’uomo e discernibile al lume della retta ragione», illuminata e guidata dal magistero ecclesiastico.

Con Giovanni XXIII e la Pacem in Terris la «svolta», in parte animata dalla convinzione che il sostegno alla difesa dei diritti umani poteva essere usato in chiave anticomunista: Roncalli, scrive Menozzi, sosteneva «che la Dichiarazione universale delle Nazioni Unite costituiva un punto di riferimento essenziale per tutelare la dignità della persona umana nel mondo contemporaneo». Si trattava di un «effettivo elemento di novità», tuttavia viziato da un’ambiguità di fondo: secondo il pontefice, la Dichiarazione del ‘48, sebbene senza formalizzarlo, non faceva altro che riconoscere e tradurre quei diritti della persona iscritti da Dio nella legge naturale, correttamente interpretata dalla Chiesa. Ambiguità che caratterizzerà sia il Concilio Vaticano II (lo Stato moderno «non si presentava più come un nemico contro cui lottare», anche «perché si poteva riconoscere che alcuni dei suoi valori e dei suoi principi erano in fondo principi e valori cristiani», sintetizza l’autore l’intervento di Giovanni XXIII nell’allocuzione di apertura del Concilio); sia il pontificato di Paolo VI e che, secondo Menozzi, non solo non ha consentito di archiviare definitivamente il passato, ma anzi di riportarlo in auge, soprattutto nell’ultimo trentennio: per Giovanni Paolo II, la Dichiarazione del ‘48 è solo una «approssimazione al corretto assetto della organizzazione collettiva», se orientata dalla direzione ecclesiastica, e gli stessi Stati democratici occidentali sono qualificati come «totalitari» se ignorano le indicazioni ecclesiastiche e recepiscono negli ordinamenti «diritti contrari alla natura», come eutanasia e aborto; per Benedetto XVI, che individua nel «relativismo» il principale nemico, «la Chiesa, custode e interprete della legge naturale, impressa da Dio nel cuore degli uomini, svolge una funzione non solo utile, ma indispensabile, all’organizzazione di una società ordinata, felice, prospera». È il rilancio del progetto di Leone XIII: «La rivendicazione del possesso della legge naturale diventa la via con cui la Chiesa, facendo appello a un criterio regolatore di carattere universale, apparentemente non confessionale», tende però «ad assumere una funzione direttiva sull’umanità intera». Un “ritorno al passato” che, secondo Menozzi, ha le sue radici nella «debolezza, l’insufficienza e l’inadeguatezza» della «svolta» di Roncalli e del Concilio. Oggi «abbondano le voci di chi celebra apologeticamente quella svolta e di chi ne nega pregiudizialmente la portata», ma il punto è che «la pur reale volontà di apertura della Chiesa al mondo contemporaneo non si è compiutamente tradotta in un appoggio agli strumenti che un lungo e tormentato percorso storico aveva prodotto per regolare la convivenza civile. La spiegazione dell’invasivo ritorno della Chiesa alla legge naturale a danno dei diritti umani sta, in fondo, anche nelle carenze di un ambiguo aggiornamento ecclesiale, in cui la rivendicazione del possesso della verità sul bene comune del consorzio civile si è intrecciata con la tendenza a immergersi pienamente nella storia degli uomini, senza però riuscire a superare l’eredità della tradizione intransigente».

“Lavoro, non bombe”. Pacifisti e cattolici contro gli F-35 e il ministro con le stellette

21 luglio 2012

“Adista”
n. 29, 28 luglio 2012

Luca Kocci

 

Niente spending review per le Forze armate e gli armamenti. Anzi, a fronte di piccoli tagli annunciati all’organico dell’esercito dei professionisti (in tutto 190mila effettivi, più della metà dei quali sono ufficiali e sottoufficiali) – che però dovrebbero essere messi “a riposo” con il 95% dell’ultimo stipendio, in deroga a tutte le leggi Fornero –, alla mini-naja estiva e alle missioni internazionali, si prepara un cospicuo incremento di spesa, quantificabile in almeno 230 miliardi per i prossimi 12 anni. Lo prevede il ddl presentato dall’ammiraglio e ministro della Difesa Giampaolo Di Paola che aumenta la spesa per gli armamenti, riduce il personale e vende le caserme ma per acquistare nuove armi, trasforma le Forze armate in uno strumento da guerre ad alta intensità e stabilisce che in caso di calamità naturali gli interventi di soccorso dell’esercito dovranno essere pagati da chi li richiede.

«Il ddl è avvolto da numeri e da parole che si prestano a più di una lettura: revisione in senso riduttivo, stabilità programmatica, flessibilità di bilancio, invarianza della spesa», spiega Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della Pace, che insieme ad altre associazioni (fra cui Acli, Agesci, Beati i costruttori di pace, Emmaus Italia, Focsiv, Libera, Mani tese, Pax Christi e altre) ha promosso l’appello “Lavoro non bombe” per contrastare il provvedimento. «Ma la sostanza è inequivocabile – prosegue Lotti –: se il progetto venisse approvato così com’è entrato a Palazzo Madama ci ritroveremmo con un superministro della Difesa, dotato di poteri e autonomia senza pari, capace persino di vendere armi nel mondo. E con uno strumento militare ipertrofico, costosissimo, modellato sui “livelli di ambizione” di qualche generale e di un complesso industriale che sembra dettare le linee politiche ai politici. Uno strumento vicino più ai campi di battaglia che alla Costituzione».

La mobilitazione inizia a farsi sentire: alcuni senatori, le cui caselle di posta elettronica sono state inondate dalle proteste di cittadini – come il generale di corpo d’armata Mauro Del Vecchio (Pd) e Valerio Carrara (Coesione nazionale) –, si sono lamentati con la presidente della Commissione Difesa del Senato, Roberta Pinotti (Pd), per la «indebita pressione sulla Commissione ed i suoi componenti, che dovrebbero, al contrario, vedersi riconosciuta la possibilità di esaminare un provvedimento così delicato liberi da qualsiasi condizionamento». Mentre i Gruppi parlamentari del Pd nelle Commissioni Difesa di Camera e Senato hanno presentato una serie di emendamenti che prevedono, fra l’altro, la cancellazione delle norme che consentirebbero al ministro della Difesa di vendere armi nel mondo e quella che scaricherebbe sugli Enti locali gli interventi di protezione civile delle Forze armate. La discussione è aperta, si vedrà come andrà a finire.

Intanto lo scorso 12 luglio alcuni rappresentanti di Tavola della pace, Rete italiana per il disarmo e campagna Sbilanciamoci hanno consegnato in Parlamento ulteriori 75mila firme di cittadini, associazioni ed Enti locali della campagna “Taglia le ali alle armi” contro l’acquisto dei cacciabombardieri F-35, ridotti – pare – da 131 a circa 100. «Mentre il governo ha deciso di intervenire ancora una volta in maniera drastica sulla spesa sociale e sanitaria, le riduzioni per la Difesa e per l’acquisto di armamenti si limitano a poche decine di milioni», spiegano Giulio Marcon di Sbilanciamoci e Francesco Vignarca di Rete Disarmo. «Dai problemi tecnici ai costi sempre in aumento, dai dubbi di tutti gli altri Paesi partner alla ostinata decisione di continuare l’acquisto da parte del nostro ministero della Difesa, alle inesistenti penali sulla cancellazione dell’acquisto, l’opinione pubblica ha avuto modo di capire meglio cosa sta dietro al progetto del caccia F-35», aggiunge Lotti. «Mentre s’impongono agli italiani tanti sacrifici, mentre si taglia la spesa pubblica e la spesa sociale», la richiesta al Parlamento è di non approvare la legge Di Paola, di rinunciare ai cacciabombardieri e «di avviare una seria riforma dello strumento militare rendendolo compatibile con le possibilità economiche del Paese e coerente con una nuova idea di sicurezza e una nuova visione del ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo».

Cappellani militari: “Jesus” indossa talare ed elmetto

21 luglio 2012

“Adista”
n. 29, 28 luglio 2012

Luca Kocci

«Pastori itineranti che predicano la pace giusta», ovvero i cappellani militari secondo il mensile dei paolini Jesus, che ai cappellani in generale – anche quelli carcerari, ospedalieri, universitari, marittimi – dedica il dossierdel numero di luglio titolato «Preti senza frontiere».

Ai cappellani militari è dedicato lo spazio più ampio, con una lunga intervista a mons. Vincenzo Pelvi, ordinario militare per l’Italia, nonché generale di corpo di armata, che guida una «originale diocesi che non ha confini precisi e abbraccia caserme, fortini, avamposti», si legge nell’articolo che ritrae Pelvi, con un registro “eroico”, come un vescovo «che macina chilometri impolverati su blindati Lince, che solca il mare su fregate, che prende quota elmetto in testa, zaino ai piedi (sic! ndr) e breviario in mano su traballanti Hercules C130. Guida una diocesi fluida e itinerante che conta, oggi, 182 cappellani, 74 per l’Esercito, 23 per la Marina, 26 per l’Aeronautica, 29 per i Carabinieri, 30 per la Guardia di finanza. Il più giovane ha 30 anni, il più anziano 62; l’età media è di 48 anni».

«Essere cristiani ed essere militari non sono dimensioni divergenti ma convergenti e coerenti, in quanto la condizione militare in un’autentica visione cristiana della vita trova il suo fondamento morale nella logica della carità», spiega Pelvi, che affronta poi il nodo della guerra, di fronte al quale «la vocazione alla santità del militare rischia di non essere compresa, particolarmente da coloro che esaltano la pace a oltranza». Ma, precisa, non ce l’ha con Pax Christi, che da anni conduce una battaglia non solo per «il disimpegno dell’Italia dalle missioni militari sparse per il pianeta» – come rileva l’autore del servizio –, quanto per la smilitarizzazione dei cappellani (non l’abolizione), il vero nodo ecclesiale della questione (v. Adista Notizie nn. 81/95, 67/97, 81/00, 49/06 e 81/06).

I cappellani infatti, sebbene Jesus ometta completamente questa informazione (a differenza di un analogo servizio del mensile dei paolini, datato 1998, assai più problematico, in cui venne data la parola anche a mons. Luigi Bettazzi, già presidente di Pax Christi, che affrontò proprio il tema della smilitarizzazione), sono inseriti a pieno titolo nelle Forze armate: l’ordinario militare, che viene designato dal papa e nominato dal presidente della Repubblica su proposta del presidente del Consiglio e dei ministri della Difesa e dell’Interno, ha le stellette di un generale di corpo d’armata.

Tutti gli altri cappellani sono inquadrati con i diversi gradi della gerarchia militare: il vicario generale è maggiore generale; l’ispettore è brigadiere generale; il vicario episcopale, il cancelliere e l’economo sono colonnelli; il primo cappellano capo è un maggiore; il cappellano capo è capitano, il cappellano semplice ha il grado di tenente. E percepiscono ovviamente anche lo stipendio e, una volta congedati, la pensione (quella dell’ordinario-generale di corpo d’armata è di 6mila euro netti al mese) dei rispettivi gradi: un generale di corpo d’armata un salario lordo mensile di circa 9.500 euro, un maggiore generale 8mila, un generale di brigata circa 6mila, un colonnello 5mila, un tenente intorno ai 4mila euro (v. Adista Notizie nn. 62 e 78/11).

«Siamo immersi in una realtà minata dal peccato», spiega mons. Pelvi, quindi la guerra è inevitabile. «La Chiesa ha sempre tentato di prevenire, evitare e moralizzare la guerra, ma non si è mai lasciata intimorire dinanzi all’esigenza di un confronto concreto, non retorico con essa»; tuttavia «anche nelle guerre i credenti rispondono alla chiamata universale alla santità, facendo prevalere le virtù sui vizi, gli ideali sulle ideologie, gli interessi comuni su quelli individuali», per cui la vita militare può essere «strumento ed epifania di santità per quei laici che, dediti al servizio della Patria, espletano la loro professione militare come ministri della sicurezza e della libertà dei popoli». Del resto, aggiunge il vescovo generale, «la guerra non c’è più», perlomeno «come la si è sempre intesa»; l’Italia partecipa a «missioni decise da legittime autorità sovranazionali» come l’Onu, «operazioni di polizia internazionale in cui l’aspetto militare è affiancato in maniera significativa da attività di cooperazione»; la situazione può apparire «ibrida se letta da fuori, con un pizzico di pregiudizio».

E in questo contesto, spiega mons. Pelvi, i cappellani militari «annunciano la salvezza, predicano la Parola di Dio, si fanno prossimo dei soldati e delle loro famiglie, asciugano le lacrime», «contribuendo a costruire la comunità militare in modo che sia sempre più ricca della capacità di servire per amore l’umanità». È una via per la santità, tanto per i militari quanto per i cappellani, secondo mons Pelvi, che rilancia la figura di Giovanni XXIII come “santo cappellano militare”, un esempio non nuovo dal momento che l’idea del vescovo sarebbe anzi quella di fare di Roncalli il patrono dell’esercito (v. Adista n. 80/11).

Ma l’uso del papa della Pacem in Terris per legittimare la Chiesa con le stellette e le guerre umanitarie sembra una forzatura: Roncalli, è vero, si trovò a prestare servizio militare fra il 1901 e il 1902, ma solo perché accettò di sostituire il fratello maggiore, la cui presenza era necessaria in famiglia per il lavoro nei campi; e poi nel 1915-1918, durante la I guerra mondiale, fu cappellano nell’ospedale di Bergamo, a parecchi chilometri dal fronte. E, nonostante il clima nazionalista (a cui peraltro non sfuggì nemmeno il futuro papa Giovanni), non sembrò conservarne un ricordo piacevole: «Tornato a casa – scrive nel suo diario – ho voluto staccare dai miei abiti e da me stesso tutti i segni del servizio militare», che fu una «schiavitù».

Vaticano ancora fuori dalla “white list”

19 luglio 2012

“il manifesto”
19 luglio 2012

Luca Kocci

Né promosso, né bocciato: rimandato a settembre. È questo in sostanza il giudizio espresso da Moneyval – l’organismo del Consiglio d’Europa che valuta la conformità degli Stati alle normative internazionali antiriciclaggio e antiterrorismo – sul Vaticano, che quindi non può essere inserito nella cosiddetta white list dei Paesi virtuosi, fin quando non si sarà pienamente adeguato.

La Santa Sede si è data da fare e «molti degli elementi del proprio sistema» antiriciclaggio e antiterrorismo «sono ora formalmente in vigore», spiega il rapporto di Moneyval discusso ai primi di luglio e reso noto ieri. Tuttavia devono essere affrontate ancora diverse «importanti questioni» perché il sistema sia pienamente efficace.

Su un totale di 45 raccomandazioni del Gafi (Gruppo d’azione finanziaria internazionale contro il riciclaggio), il Vaticano in più della metà dei casi (23) è stato giudicato «non conforme o parzialmente conforme» alle richieste, mentre nelle restanti 22 la valutazione è positiva. Sulle 16 raccomandazioni principali, però, la Santa Sede ha ottenuto la sufficienza – ovvero «conforme o largamente conforme» – in 9 casi, per cui la bilancia pende leggermente a favore di Oltretevere.

Il giudizio degli ispettori è positivo per quanto riguarda il contrasto al riciclaggio di denaro, le misure di confisca, le leggi sulla riservatezza, la documentazione, l’assistenza legale reciproca, il trattamento penale del finanziamento del terrorismo e la cooperazione internazionale. Mentre risulta negativo su altre questioni, non proprio irrilevanti: la verifica della clientela con la quale si instaurano rapporti o si effettuano operazioni, la segnalazione delle operazioni sospette – proprio l’inadempienza su questi due punti portò, ad ottobre, al sequestro da parte della magistratura di 23 milioni di euro e all’iscrizione nel registro degli indagati dei vertici dello Ior –, la supervisione e il monitoraggio, l’implementazione degli strumenti Onu, il congelamento e la confisca degli asset terroristici.

Inoltre Strasburgo interviene anche su due nodi che sono stati al centro del Vatileaks delle scorse settimane: lo Ior, la banca vaticana il cui presidente Gotti Tedeschi è stato licenziato a fine maggio, e l’Autorità di informazione finanziaria (Aif). Per lo Ior è «raccomandata» la «vigilanza di un supervisore indipendente», mentre all’Aif – l’organismo che dovrebbe supervisionare – è invece rimproverata una «incerta» capacità di reperire informazioni aggiuntive e di vigilare sul sistema, anche perché controllore e controllato, di fatto, coincidono.

Bilancio vaticano: i conti tornano, anche grazie a mons. Viganò

18 luglio 2012

“Adista”
n. 28, 21 luglio 2012

Luca Kocci

Chissà cosa avrà pensato mons. Carlo Maria Viganò quando, lo scorso 4 luglio, ha letto il bilancio consuntivo del 2011 del Governatorato della Città del Vaticano: per il secondo anno consecutivo, infatti, i conti registrano un utile milionario: 21 milioni nel 2010 e 22 nel 2011, mentre negli anni precedenti a dominare era il segno meno (v. Adista nn. 82/09, 61/10 e 55/11). Un trend positivo ascrivibile soprattutto al suo operato, dal momento che è rimasto seduto sulla poltrona di segretario del Governatorato dalla fine di luglio del 2009 fino al 19 ottobre 2011, quando il segretario di Stato, card. Tarcisio Bertone, lo ha nominato nunzio apostolico negli Stati Uniti per allontanarlo da Roma: troppo zelo nel risanamento delle casse vaticane e troppo scomode le sue denunce delle irregolarità sugli appalti del Governatorato (alla cui presidenza c’era, e c’è, un fedelissimo di Bertone, mons. Giuseppe Bertello) e sui movimenti finanziari dello Ior, come raccontò lo stesso Viganò dopo la promozione-rimozione (v. Adista n. 65/11 e Adista Notizie n. 5/12).

I bilanci del Vaticano del 2011 sono stati resi noti al termine della riunione del Consiglio dei cardinali per lo studio dei problemi organizzativi ed economici (3-4 luglio), presieduto da Bertone, e di cui fanno parte, fra gli altri, Antonio Maria Rouco Varela (arcivescovo di Madrid), l’opusdeista Juan Luis Cipriani Thorne (arcivescovo di Lima) e Angelo Scola (arcivescovo di Milano).

La Santa Sede, cioè il governo centrale della Chiesa cattolica mondiale – che comprende tutti gli organismi della Curia, l’Amministrazione del patrimonio della Santa Sede (Apsa) e i mezzi di comunicazione – ha registrato entrate per poco meno di 249 milioni di euro e uscite per quasi 264 milioni, con un saldo negativo di 14 milioni e 890mila euro (lo scorso anno invece c’era stato un utile di quasi 10 milioni). Le spese più ingenti sono state quelle relative agli stipendi dei dipendenti e ai mezzi di comunicazione, Osservatore Romano e soprattutto Radio Vaticana. In attivo invece il Centro televisivo vaticano (Ctv) – il centro di produzione che riprende in esclusiva le immagini del papa e degli eventi in Vaticano e le vende alle tv di tutto il mondo – e la Libreria editrice vaticana (Lev), unica proprietaria «in perpetuo e per tutto il mondo» dei diritti d’autore sui discorsi e sugli scritti dei papi dell’ultimo cinquantennio e dei vari dicasteri della Santa Sede. Un copyright rigidissimo, regolato da un apposito decreto pontificio, che nel caso di papa Ratzinger è stato allargato anche a tutte «le opere e gli scritti redatti dallo stesso pontefice prima della sua elevazione alla Cattedra di Pietro» (v. Adista nn. 5 e 9/06). Ad incidere sul disavanzo, spiega il comunicato della Sala stampa vaticana, anche «l’andamento negativo dei mercati finanziari mondiali»: ovvero operazioni sui mercati azionari e monetari finite male.

Affari decisamente migliori per il Governatorato della Città del Vaticano (retto da Viganò fino all’ottobre del 2011), cioè l’erede del vecchio Stato pontificio, l’organo a cui il papa – che rimane il sovrano assoluto – ha affidato l’esercizio del potere esecutivo: amministra il territorio statale, controlla le istituzioni e gestisce i servizi, i musei, la gendarmeria e le finanze, tranne lo Ior. Il bilancio segna un +22 milioni di euro, grazie soprattutto ai musei vaticani, che hanno incassato 9 milioni in più del 2010.

Già aggregando questi due bilanci i conti sono in attivo di 7 milioni. Ma grazie ad altre sostanziose iniezioni di liquidità la situazione si presenta ancora più rosea, a dispetto di qualsiasi crisi finanziaria mondiale: lo Ior ha donato al papa 49 milioni «a sostegno del suo ministero apostolico»; le diocesi del mondo hanno versato 26 milioni «per il mantenimento» della Curia romana; e l’Obolo di San Pietro – «l’aiuto economico che i fedeli offrono al Santo padre come segno di adesione alla sollecitudine del successore di Pietro per le molteplici necessità della Chiesa universale e per le opere di carità» – ha fruttato quasi 57 milioni di euro.

“Quel che resta dei cattolici”. Una ricerca sulla crisi della Chiesa in Italia

10 luglio 2012

“Adista”
n. 27, 14 luglio 2012

Luca Kocci

Quella italiana resta una società cattolica: dal punto di vista quantitativo i sacramenti reggono, l’istituzione ecclesiastica gode di un enorme spazio e ruolo pubblico, i “grandi eventi” cattolici – dai family day ai raduni giovanili con il papa – riempiono le piazze. Questo è quello che appare, limitando l’osservazione alla superficie. Ma approfondendo la visione, senza fermarsi alle statistiche ufficiali e all’informazione mainstream, si vede con chiarezza che la fotografia non corrisponde alla realtà: la partecipazione alla messa domenicale è in netto calo, il popolo di Dio appare sempre più distante – se non indifferente – alle indicazioni della gerarchia, la società è sempre più secolarizzata. Quello che rimane, però, non sono macerie e deserto, ma una sorta di sdoppiamento, di «due Chiese»: la Chiesa «macchina dei sacramenti», istituzionale e gerarchica da una parte, la Chiesa del Vangelo e del «popolo di Dio in cammino» dall’altra. La prima sembra apparentemente capillare, solida e potente, ma è in realtà fragile e vuota («un immenso edificio ancora sostanzialmente integro nella facciata», al cui interno però sempre più spesso «crolla una parete o un pavimento»); la seconda è periferica e minoritaria, ma anche vitale e autentica. Con una speranza per il futuro: i laici. A patto che le gerarchie concedano loro autonomia e libertà e a condizione che si prenda atto, senza rammaricarsene, che i cattolici autentici sono ormai minoranza nel Paese e che la società cristiana è un’eredità del passato verso cui non provare alcuna anacronistica nostalgia.

È il quadro che emerge dalla ricerca di Marco Marzano (Quel che resta dei cattolici. Inchiesta sulla crisi della Chiesa in Italia, Feltrinelli, Roma, 2012), sociologo dell’Università di Bergamo già autore di altre monografie sul mondo cattolico, che, a differenza di analoghi studi, «armato di scarpe buone, di taccuino e di registratore», come scrive egli stesso, non si ferma alla contabilità dei dati, ma attraversa il cattolicesimo reale delle parrocchie – oggetto centrale della sua indagine –, degli oratori, dei gruppi e dei movimenti, interloquendo con preti, parroci, animatori, “cattolici della domenica” e cattolici militanti e impegnati, per fare una radiografia sicuramente non esaustiva, ma completa e veritiera del cattolicesimo italiano, «quello che si intreccia con la vita quotidiana di milioni di italiani, di una massa di persone sistematicamente esclusa dai riflettori delle grandi ribalte mediatiche occupate invece quotidianamente da papi e cardinali». E allora battesimi e prime comunioni resistono non tanto perché i fedeli siano convinti dell’importanza vitale della loro celebrazione, ma perché sono tappe predefinite dell’esistenza sociale di un cittadino italiano, credente e no, a mezza strada fra «rito magico» e scadenze rituali che segnano la “presentazione in società” di una bambina e di un bambino, oppure occupazioni pomeridiane (i vari catechismi) da affiancare ed incastrare fra la palestra e la piscina in attesa della festa conclusiva da vivere con amici e parenti. Quando però il percorso si è esaurito, tranne eccezioni quantitativamente minoritarie, la cresima diventa il «sacramento dell’addio» – addio dalla frequentazione della parrocchia e spesso da qualsiasi forma di cammino di fede –, la penitenza è di fatto già scomparsa, i matrimoni religiosi crollano anche numericamente (257mila nel 1991, 156mila nel 2008) – e quelli che sopravvivono in molti casi hanno la motivazione non particolarmente forte della bella liturgia nella bella chiesa del centro storico – e si torna a celebrare o a partecipare ad un sacramento solo alla fine della vita, in occasione del funerale, anche in assenza di un analogo rito laico di elaborazione collettiva del lutto.

Alle parrocchie in crisi – guidate generalmente da due parroci-tipo: gli «ordinari», che «tirano a campare» vivendo sulla «rendita» del «residuo radicamento sociale di cui la Chiesa può ancora beneficiare», e i «rinunciatari», che «hanno decisamente tirato i remi in barca chiudendo i battenti della parrocchia o quasi» –, se non vogliono rassegnarsi all’idea del «rally del prete» che corre da una parte all’altra per celebrare messe ed amministrare sacramenti, restano due possibilità: gettarsi a capofitto fra le braccia dei movimenti, ufficiali o no – e qui spesso compare la figura del parroco «carismatico» e accentratore –, oppure scegliere la faticosa strada tracciata dal Concilio Vaticano II che prevede la «crescita di un laicato autonomo e responsabile», perché «la parrocchia deve diventare la casa della comunità e smettere di essere quella del prete», racconta a Marzano don Marcello, parroco di Santa Rosa, parrocchia della periferia di una grande città.

È questa, secondo Marzano, la speranza per i cattolici italiani: «Una Chiesa umile e di minoranza, libera dalle ansie dell’imperialismo etico e dell’egemonia culturale, in grado di affrontare la crisi del clero e soprattutto di prendere sul serio le domande di espressività e di soggettività che vengono da credenti diventati sempre più adulti». Se i laici saranno in grado «di farsi sentire, di reclamare spazi e autonomie, di protestare contro le scelte sbagliate dei presbiteri e dei vescovi, di polemizzare con i movimenti, di richiedere un passo indietro al narcisismo clericale», «di pretendere di essere trattati da adulti, di vincere i complessi di inferiorità verso le tonache, le timidezze e quel moderatismo che li fa immancabilmente arrestare di fronte alla possibilità di una qualche frattura ecclesiale», forse allora si potrà costruire «una risposta più solida e credibile, meno velleitaria, all’ansia di rinnovamento» che spira da molte parti.

Altrimenti resterà solo da intonare il De profundis.

“Scrutinati” e bocciati i neocatecumenali nel libro inchiesta di Marco Marzano

10 luglio 2012

“Adista”
n. 27, 14 luglio 2012

Luca Kocci

Nella Chiesa di Wojtyla e Ratzinger, che vive la sindrome da «fortino assediato» dalla società secolarizzata e relativista, i movimenti sono le «truppe di complemento»: «Agli alti prelati spetta l’occupazione della scena pubblica, il rapporto con il Palazzo, con la politica e con gli altri poteri, la permanente esposizione mediatica; ai movimenti compete crescere nella società, conquistare adepti, resistere alla secolarizzazione, formare nuovo clero. In mezzo, stritolati dalla totale assenza di vie d’uscita dall’afasia e dall’immobilismo», i preti conciliari, le parrocchie, il laicato “normale”, che rischiano l’eclissi, se non l’estinzione. Alla luce di questa analisi, l’inchiesta sulla crisi della Chiesa in Italia del sociologo Marco Marzano (v. notizia precedente) dedica ampio spazio ai movimenti, primo fra tutti il Cammino neocatecumenale che, al pari di altri, «presenta molte caratteristiche di quella che, in termini sociologici, si può definire una setta religiosa»: una differenza marcata – nella dottrina, nella pratica, nel linguaggio… – rispetto alla religiosità più diffusa; l’opposizione ai valori maggioritari diffusi all’interno della società, «talvolta in nome di una perduta purezza originaria»; il forte senso di appartenenza che diventa la «fonte primaria di identità sociale» (sui neocatecumenali v. Adista nn. 65/90; 51/96; 17/97; 9, 10, 39, 47, 53, 55 e 67/02; 27/03; 59/04; 3 e 21/06; 21 e 41/07; 49/08; 5/11; Adista Notizie nn. 3 e 4/12).

Nella sua “indagine” sui neocatecumenali, Marzano confessa di aver incontrato grandi difficoltà: quasi impossibile penetrare oltre la superficie e l’ufficialità, «i neocatecumenali si sono rivelati un osso più duro» degli altri movimenti, «più diffidenti e meno ingenui». Fino a quando non è riuscito ad imbattersi in qualche “gola profonda”, con esperienze dirette nel Cammino.

Separati in Chiesa

Come don Salvatore, giovane parroco in una diocesi dell’Italia meridionale, che ha “ereditato” le comunità neocatecumenali dal suo predecessore e che non riesce ad allontanarle, anche perché il vescovo, che è «oliato» dalle ricche offerte che riceve, non lo sostiene: «Nel Cammino c’è un sostanziale rifiuto della Chiesa», racconta, «è un’esperienza che dovrebbe portarti a Cristo e alla Chiesa ma non lo fa. Perché invece ti conduce a Kiko (il fondatore dei neocatecumenali, ndr) e solo a lui». «Il parroco, quando ci sono loro, non conta più niente, diventa un amministratore di sacramenti», perché «loro prendono in mano tutto. E obbediscono solo ai catechisti». Sono dei separati in Chiesa: non vogliono mescolarsi con gli altri fedeli, «né sono interessati ai problemi sociali, per esempio ad aiutare i tanti poveri che vivono nel quartiere. E potrebbero farlo, dal momento che hanno molte risorse: tanto denaro e parecchi militanti. Ma il fatto è che di chi non è del Cammino, di chi non diventa seguace di Kiko, a loro non interessa».

Scrutini e decime

Oltre al parroco, i “fuoriusciti”, una coppia sposata, Aldo e Patrizia, per molti anni impegnati nel Cammino, lui anche responsabile di comunità, nonostante sia arrivato diverso tempo dopo la moglie: «Il Cammino è un’organizzazione maschilista», spiega, «non concede quasi mai alle donne la possibilità di occupare posti di responsabilità», il ruolo della donna «è di stare accanto all’uomo», e basta. Aldo parla di alcuni degli aspetti più controversi del Cammino: il denaro e i cosiddetti “scrutini”, ovvero la “confessione” dei propri comportamenti, anche quelli privati e intimi, davanti alla comunità, interrogati dai catechisti. Si inizia con le collette ad hoc, ma dopo due-tre anni di Cammino, si passa ad una sorta di «tassazione interna», la «decima», sollecitata con «forti pressioni psicologiche» da parte dei catechisti. «Nel 1998 – racconta – raccogliemmo la bellezza di 66 milioni di lire. In parte in contanti, in parte in catenine, collane e altri monili d’oro che io, come responsabile, fui incaricato di vendere»: due terzi rimangono al gruppo per le attività, un terzo finisce «nelle tasche del vescovo».

Per quanto riguarda gli scrutini, racconta Patrizia, ci veniva detto in continuazione «che nel Cammino nessuno giudicava», «che gli altri ci avrebbero ascoltati senza condannarci e senza far mai trapelare le nostre confidenze all’esterno del gruppo. Ma non è vero», e presto si scopre che tutti sanno tutto, anche gli aspetti più intimi. Per esempio «nel caso di un marito che voglia ottenere i favori sessuali di una moglie restia a concederglieli», l’uomo può rivelarlo in una «risonanza» all’interno del gruppo, dicendo «che sua moglie da qualche tempo “non è aperta alla vita”, cioè si rifiuta di fare l’amore con lui. Da quel momento la donna sentirà su di sé la pressione dell’intero gruppo ad assecondare il desiderio del marito» e «i fratelli e le sorelle di comunità pretenderanno di sapere come sono andate a finire le cose».

Don Puglisi presto beato e «martire di mafia». Intervista al postulatore della causa di beatificazione

9 luglio 2012

“Adista”
n. 27, 14 luglio 2012

Luca Kocci


Padre Giuseppe Puglisi
è il primo “martire” di mafia ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa cattolica. Il decreto della Congregazione delle Cause dei Santi che proclama il «martirio» del parroco di San Gaetano, ucciso dai sicari di Cosa Nostra per ordine dei boss del quartiere palermitano Brancaccio – i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano –  il 15 settembre 1993 (v. Adista n. 63/93), è stato autorizzato da Benedetto XVI lo scorso 28 giugno, insieme ad altri 15 decreti che riguardano anche il riconoscimento del «martirio» di oltre 150 religiosi uccisi dai repubblicani durante la guerra civile spagnola del 1936-1939 e delle «virtù eroiche» di mons. Álvaro Del Portillo, successore di Josemaría Escrivá de Balaguer (già canonizzato nel 2002 da Giovanni Paolo II) alla guida dell’Opus Dei.

Nessuno dubitava della prossima beatificazione di p. Puglisi, mentre che venisse riconosciuto anche il suo martirio non era poi così sicuro (v. Adista nn. 65/06; 61, 70, 73 e 77/10 ). Molti, in Vaticano, erano perplessi sull’opportunità di dichiarare martire un prete ucciso da Cosa Nostra per il suo impegno antimafia, anche se il postulatore della causa di beatificazione, mons. Vincenzo Bertolone, vescovo di Catanzaro, parla solo di «legittimi dubbi» legati alla «necessità di capire e di meglio comprendere alcuni aspetti del martirio», in particolare rispetto alla questione dell’odium fidei (v. intervista di seguito). Tanto che, pochi giorni dopo la pubblicazione del decreto, il card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, ha precisato in un’intervista all’Osservatore Romano il significato del martirio di Puglisi, in parte ridimensionando il valore del suo impegno antimafia in ordine al riconoscimento del martirio: «La mafia viene descritta spesso come una realtà “religiosa”, una realtà i cui membri sembrano apparentemente molto devoti», spiega il cardinale, ma «più che religiosa» si tratta di un’organizzazione «idolatrica. Anche il paganesimo antico era religioso, ma la sua religiosità era rivolta agli idoli. Nella mafia gli idoli sono il potere, il denaro e la prevaricazione. È quindi una società che, con un involucro pseudo-religioso, veicola un’etica antievangelica, che va contro i dieci comandamenti e il Vangelo. La Scrittura dice: non uccidere, non dire falsa testimonianza. Nella ideologia mafiosa, invece, si fa esattamente l’opposto. Gesù ha detto di perdonare ai nemici e qui troviamo il contrario: la vendetta. La mafia è intrinsecamente anticristiana. Per di più, l’odio verso don Puglisi era determinato semplicemente dal fatto che si trattava di un sacerdote che educava i giovani alla vita buona del Vangelo. Dunque sottraeva le nuove generazioni alla nefasta influenza della malavita. Don Puglisi è stato ucciso in quanto sacerdote, non perché immerso in attività socio-politiche particolari. Ucciso in quanto predicava la dottrina cristiana ed educava i giovani a vivere con coerenza il loro battesimo. Non per altro».

Sulla questione Adista ha intervistato mons. Vincenzo Bertolone.

Padre Puglisi sarà presto beato. Ma il papa e la Congregazione delle Cause dei Santi ne hanno riconosciuto anche il martirio: quale significato riveste questo ulteriore attributo riferito a padre Puglisi?

La Chiesa, nel riconoscere il martirio di padre Puglisi e nell’avviarlo alla beatificazione, non magnifica la bravura di un uomo, non propone agli altari un eroe, non innalza nessuna grandezza: riconosce come Maria che il Signore ha innalzato gli umili e ha guardato l’umiltà. Ed ogni giorno, attraverso questo suo luminoso esempio, Puglisi continua ad additare ai credenti e agli uomini di buona volontà la via della solidarietà e della fratellanza nel nome del Vangelo.

Pare che inizialmente ci fossero delle resistenze non alla beatificazione di padre Puglisi ma alla proclamazione del suo martirio. Poi però queste perplessità sono state superate: cosa è successo durante il percorso che lei ha seguito nell’ultimo periodo con grande attenzione e convinzione e che si è concluso qualche giorno fa con tale riconoscimento?

Più che di “resistenze” e “perplessità” si trattava di legittimi dubbi, dettati dalla estrema delicatezza e gravità della materia. Quindi nessuna resistenza e dunque nessuna svolta risolutiva. Semplicemente, la necessità di capire e di meglio comprendere alcuni aspetti del martirio del parroco di Brancaccio, in particolare quelli legati all’odium fidei. Del resto, quella di Puglisi è cronaca che si fa storia: trattarla senza la giusta riflessione, senza l’opportuno discernimento, avrebbe significato non comprenderne appieno la portata e la forza liberatrice, espressione del Vangelo che sprigiona la vita e sconfigge la morte, anche quella imposta da mano mafiosa.

Padre Puglisi, secondo il decreto del Vaticano, come tutti i martiri, è stato ucciso «in odium fidei». Ma è stato ucciso da Cosa Nostra, quindi si può affermare che si tratta del primo “martire di mafia”. È indicato ai fedeli non solo per essere venerato, ma anche come esempio da imitare in questa vita: cosa significa per l’impegno quotidiano dei credenti?

La beatificazione di padre Puglisi è un esempio sia per la società civile sia per i credenti, invitati a rendersi conto che la forza del messaggio evangelico interiorizzato ed incarnato è liberante. Puglisi dimostra, soprattutto ai giovani, che vale la pena lottare per cambiare la società, per migliorarsi, per convertirsi e convertire. Ai sacerdoti, a tutti gli autentici cristiani ed alla società civile dice: agite sempre con semplicità, non solo per affermare pur nobili ideali civili – spesso solamente proclamati –, bensì per il perseguimento del bene comune, in nome del Vangelo e per amore di Cristo. Perché soltanto laddove la croce di Cristo e la donazione di sé sono la  regola  della vita, il seme del Vangelo cresce, le coscienze maturano e si moltiplicano, con umiltà, testimoni, denuncia e profezia.

In un certo senso è anche un invito e un appello per una Chiesa attiva nel sociale, che non ha paura di denunciare e di schierarsi, come ha fatto padre Puglisi nella sua vita?

Giuseppe Puglisi non è stato un prete contro, bensì per l’essere umano, un sacerdote che ha avvertito il bisogno incoercibile di proporre, in ogni modo e con ogni mezzo, la verità di Cristo. È questa la via attraverso la quale egli è oggi un segno per la comunità cristiana e non solo, in quanto ha mostrato la strada giusta per affrontare il fenomeno mafioso: quella di una pastorale attenta ai deboli, diretta ai bambini e ai giovani, perché non siano inermi prede della proposta mafiosa; una pastorale coraggiosa e pacifica che, senza ricorrere a formule politiche, arriva al cuore di quanti sono irretiti in disegni malvagi, come autorevolmente indicato da Giovanni Paolo II, incidendo con l’esempio, con le parole e con i fatti su animi induriti da pratiche disumane e violente.

Si riferisce al grido di Giovanni Paolo II ad Agrigento?

Le parole profetiche e veementi pronunciate da Giovanni Paolo II il 19 maggio 1993 nella Valle dei Templi ad Agrigento, con il monito alla conversione, ebbero di sicuro un grande impatto ed una enorme eco. Furono parole che segnarono uno spartiacque tra un prima ed un dopo. Grazie ad esse, le Chiese del Sud si resero e si renderanno sempre più conto della gravità del fenomeno mafioso e, seppur gradualmente, cominceranno a inquadrarlo in un’ottica nuova. Useranno sempre più con maggior forza crescente le categorie etiche della denuncia, unendole all’ammonimento al ravvedimento, al pentimento, alla conversione ed al ritorno a Dio. Il decreto di papa Benedetto XVI va letto come il sigillo a quel grido.

Lei ha scritto su Avvenire (1/7) che «il suo sacrificio ha svelato il grande inganno della mafia, sedicente portatrice di religiosità». La beatificazione di padre Puglisi potrà essere anche un contributo decisivo a rompere quelle collusioni che talvolta, e in certi territori (pensiamo a certe feste religiose “controllate” dalle organizzazioni criminali, al fatto che diversi boss si proclamano buoni cattolici), sopravvivono fra Chiesa e mafie?

La Chiesa italiana, come quella siciliana e più in generale le chiese del Sud, sono su questa linea nettamente, senza alcun equivoco di sorta, almeno dal 1991, quando con l’uscita del documento Cei Educare alla legalità la denuncia civile del fenomeno mafioso diventò la regola, accompagnata da un’azione pastorale volta alla riaffermazione dei principi evangelici nella loro dimensione umana e sociale. Padre Puglisi, col suo sacrificio, incarna fino al martirio questa realtà e spezza per sempre il legame, sia pur solo apparente, tra la mafia ed il cristianesimo, nato dalla leggenda dei boss con la Bibbia sul comò o con la cappella privata nel bunker. Il parroco di Brancaccio, con la sua testimonianza, svela l’ateismo pratico e la pseudoreligiosità dei mafiosi, smascherata attraverso l’appello al servizio e al dono di sé del Crocifisso.

Ancora su Avvenire lei ha scritto che «in questa radiosa storia di martirio, si dimostra che la vera rivoluzione è portare il Vangelo con la sua concretezza liberatrice». Cosa significa per la Chiesa italiana di oggi e soprattutto per quella che vive nel Mezzogiorno d’Italia?

La testimonianza di Puglisi va resa eloquente, in quanto preziosa per tutta la Chiesa ed in particolare per quelle Chiese che si confrontano con il problema delle organizzazioni criminali. Puglisi spinge verso un deciso, rinnovato approccio alla considerazione del fenomeno mafioso e, quindi, alla fattiva ricerca degli strumenti ecclesiali e pastorali idonei a misurarsi con esso nel modo migliore.

Ritiene che presto verrà riconosciuto anche il martirio di don Diana, ucciso dalla camorra?

Non sono in grado di offrire una risposta esauriente, perché non so cosa al riguardo sia stato fatto nella sua diocesi. Di certo, anche quella di don Giuseppe Diana è figura che, al pari di don Pino Puglisi, merita d’essere attentamente valutata e considerata per rendere giustizia alla sua memoria, alla sua opera pastorale, al suo sacrificio.

A San Pietro niente crisi. Casse vaticane in salute

8 luglio 2012

“il manifesto”
8 luglio 2012

Luca Kocci

Niente spending review in Vaticano. I conti del papa, nonostante qualche scivolone causato da investimenti finanziari infelici, godono di ottima salute. Inoltre lo Ior, benché assediato da “corvi”, magistrati e funzionari europei, si rivela sempre ricco e generoso, e fedeli e diocesi di mezzo mondo provvedono a non lasciare mai vuote le casse di Oltretevere. Cosicché dalla Santa sede si esprime soddisfazione per la situazione economica. Compare anche qualche invito «al contenimento delle spese», ma padre Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, rassicura: nessuno dei quasi 5mila dipendenti dello Stato (vaticano) sarà tagliato, o finirà “esodato”.

I bilanci del Vaticano del 2011 sono stati resi noti giovedì sera al termine della riunione del Consiglio dei cardinali per lo studio dei problemi organizzativi ed economici, presieduto da Tarcisio Bertone. La Santa sede, cioè il governo centrale della Chiesa cattolica mondiale – che comprende tutti gli organismi della Curia, l’Amministrazione del patrimonio della Santa sede e i mezzi di comunicazione – ha registrato entrate per poco meno di 249 milioni di euro ed uscite per quasi 264 milioni, con un saldo negativo di 14 milioni e 890mila euro (lo scorso anno invece c’era stato un utile di quasi 10 milioni). Le spese più ingenti sono state quelle relative agli stipendi dei dipendenti e ai mezzi di comunicazione, Osservatore Romano e Radio Vaticana. In attivo invece il Ctv – il Centro televisivo vaticano che riprende in esclusiva le immagini del papa e degli eventi in Vaticano e le vende alle tv di tutto il mondo – e la Libreria editrice vaticana (Lev), proprietaria dei diritti d’autore sui discorsi e gli scritti di Ratzinger, dei papi dell’ultimo cinquantennio e dei vari dicasteri. Ad incidere sul disavanzo, spiegano i cardinali, anche «l’andamento negativo dei mercati finanziari mondiali»: ovvero operazioni sui mercati azionari e monetari finite male. Affari decisamente migliori per il Governatorato della Città del Vaticano, l’organo a cui il papa – che rimane il sovrano assoluto – ha affidato il potere esecutivo e la gestione del territorio: l’attivo è di quasi 22 milioni di euro, grazie soprattutto ai musei vaticani, che hanno incassato 9 milioni in più del 2010.

Complessivamente, quindi, c’è un risultato positivo di 7 milioni. Inferiore al +30 milioni del 2010, ma in tempi di crisi lo Stato del papa può ritenersi più che soddisfatto. Anche perché ingenti iniezioni di liquidità arrivano da altre parti: lo Ior ha versato al papa 49 milioni «a sostegno del suo ministero apostolico»; le diocesi del mondo hanno versato 26 milioni «per il mantenimento» della Curia romana; e l’Obolo di San Pietro – le offerte dei fedeli al pontefice «per le necessità della Chiesa universale e per le opere di carità» – ha fruttato quasi 57 milioni di euro. Qualche segnale di insofferenza si intravede, ma sembrano gocce nell’oceano, come quello di don Vitaliano Della Sala, amministratore parrocchiale a Mercogliano: «Dopo le recenti notizie riguardanti il Vaticano che, tra l’altro, sono una ulteriore prova dell’opaca gestione della sua banca e delle sue finanze, penso sia un dovere cristiano dare un segnale forte perché si metta mano subito ad una riforma seria dello Ior e della Curia», ha detto il prete pochi giorni fa, alla vigilia della raccolta dei fondi per l’Obolo del 2012. «Celebreremo la Giornata della carità devolvendo le offerte raccolte durante le messe al Fondo di solidarietà per le famiglie in difficoltà economica, da poco istituito a Mercogliano».

Se le finanze stanno bene, altrettanto non si può dire della situazione politica vaticana. Nonostante le rassicurazioni di Ratzinger – che prima di partire per Castel Gandolfo ha pubblicamente confermato, in ossequio al galateo, la fiducia a Bertone – il futuro del segretario di Stato, al centro del Vaticanleaks, pare segnato: a dicembre compirà 78 anni (3 in più del pensionamento canonico) e probabilmente intorno a quella data lascerà l’incarico. Ratzinger ha già avviato delle consultazioni informali con alcuni cardinali (fra cui Ruini, principale avversario di Bertone), per preparare la successione. E intanto ha scelto un consulente per la comunicazione – il corrispondente da Roma di Fox news, Greg Burke, dell’Opus Dei, come era Navarro Valls ai tempi di Wojtyla – da affiancare a Bertone, per evitare le fughe di notizie e il caos mediatico delle scorse settimane. Dopo l’estate verrà nominato anche il successore di Gotti Tedeschi alla presidenza dello Ior. E a giorni arriverà il responso degli ispettori di Strasburgo di Moneyval che dovranno decidere se inserire o no lo il Vaticano (e lo Ior) nella white list degli Stati giudicati affidabili in tema di riciclaggio.