Archive for agosto 2012

La «famiglia plurale» dei Valdesi

31 agosto 2012

“il manifesto”
31 agosto 2012

Luca Kocci

Non “la” famiglia, rigorosamente eterosessuale, regolarmente sposata e con prole nata all’interno del matrimonio; ma “le” famiglie, eterosessuali e omosessuali, coniugate e di fatto, con figli ma anche senza figli, o con figli di uno solo dei due membri della coppia. Il Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi – riunito da domenica scorsa e fino ad oggi a Torre Pellice (To), “capitale” delle valli valdesi – ribadisce che la famiglia non è una ed unica, ma «plurale». «Non abbiamo bisogno della copia conforme all’originale, vogliamo valorizzare la pluralità di famiglie presenti nella nostra società, tutte ugualmente significative», ha spiegato ieri il teologo valdese Enrico Benedetto, illustrando il documento Nuove e vecchie famiglie, quali modelli? elaborato da una apposita commissione dopo che il Sinodo, nel 2010, aveva dato il via libera alla benedizione delle coppie di fatto, sia eterosessuali che omosessuali, celebrate in diverse comunità valdesi italiane, da Trapani a Milano. «La benedizione delle coppie omosessuali è stata la “bomba” che ci ha fatto rimettere in discussione i nostri modelli e ci ha stimolato a pensare e a discutere di famiglie plurali», aggiunge il pastore della Chiesa valdese di Torino Paolo Ribet, uno degli estensori del documento. E la discussione, proprio a partire dal documento presentato al Sinodo, proseguirà nella base e nelle comunità locali, senza invocare i «valori non negoziabili» cari alla gerarchia cattolica e tenendo conto delle diversità di opinioni e sensibilità presenti anche all’interno del mondo valdese.

Sempre in tema di famiglia, al Sinodo non si parla della bocciatura della legge 40 sulla fecondazione assistita da parte della Corte europea dei diritti umani (oggi però verrà votato un ordine del giorno), ma la pastora Eika Tomassone, della Commissione bioetica, spiega che «questa sentenza dimostra per l’ennesima volta che la legge non funziona e che, nel caso specifico sanzionato dalla Cedu, ledeva il diritto di una coppia di non mettere al mondo un figlio con una malattia genetica, contraddicendo altre norme, come la Convenzione europea per i diritti dell’uomo. Trovo grave – prosegue – che qualcuno abbia parlato di eugenetica: non si tratta di eugenetica, ma di restituzione di un diritto ad una coppia». E sul ricorso annunciato dal ministro Balduzzi, è lapidaria: «Una scelta frettolosa».

Si è parlato anche di altro al Sinodo, i cui lavori assembleari sono guidati da due donne, la svizzera Marcella Tron-Bodmer e l’italiana Mirella Manocchio. Per esempio di immigrazione, argomento assai caro ad una Chiesa profondamente multietnica e impegnata in prima linea nelle iniziative per concedere la cittadinanza a chi nasce in Italia e il diritto di voto amministrativo agli stranieri residenti in Italia da 5 anni, con l’intervento del ministro per la cooperazione e l’integrazione Riccardi: «Attraversiamo un momento difficile, ma dobbiamo capire che il rilancio della crescita economica sarà con gli immigrati o semplicemente non sarà». «Da parte nostra – ha fatto eco la pastora Maria Bonafede – continueremo con determinazione a sollecitare norme che garantiscono i diritti degli immigrati che ormai costituiscono una componente essenziale della nostra società».

Fra i temi anche l’otto per mille, un’inezia rispetto a quanto incassa la Chiesa cattolica (oltre 1 miliardo) ma in costante aumento: quest’anno hanno ricevuto 14 milioni di euro (2 milioni in più rispetto all’anno precedente) da parte di oltre 470mila cittadini che hanno scelto i valdesi, i quali in Italia contano appena 25mila fedeli. Il prossimo anno probabilmente il gettito raddoppierà, perché per la prima volta i valdesi parteciperanno anche alla ripartizione delle quote non espresse. Ribadendo la scelta di non destinare i fondi per il culto e la pastorale ma solo per opere di carattere sociale e culturale, il Sinodo ha deliberato di modificare la suddivisione dei fondi, destinando non più solo il 30%, ma il 50% per i progetti all’estero.

Oggi ultimo giorno di lavori con la votazione degli ordini del giorni e l’elezione democratica del nuovo moderatore della Tavola valdese, l’organo esecutivo delle Chiese, da 7 anni presieduto da Maria Bonafede, prima donna ad assumere l’incarico.

 

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«La retorica militarista di “Avvenire” è insopportabile. Cento preti contro il quotidiano della Cei

28 agosto 2012

“Adista”
n. 30, 1 settembre 2012

Luca Kocci

«Davanti ad ogni vita umana stroncata è doveroso un rispetto profondo», ma «è davvero insopportabile questa retorica sulla guerra sempre più incombente e asfissiante». A scriverlo sono oltre 100 preti, parroci e religiosi di ogni parte d’Italia che esprimono forte disappunto nei confronti di Avvenireche lo scorso 8 agosto ha dedicato una pagina intera agli «eroi per la pace» – ovvero i soldati italiani morti durante le missioni militari internazionali i cui famigliari hanno dato vita all’associazione “Caduti di guerra in tempo di pace” – e ai cappellani militari.

«Da sempre l’esperienza cristiana ci ha impegnato nella cura della “missione” e ci scandalizziamo ogni volta che un cristiano infanga questo valore confondendolo con le guerre, chiamate appunto “missioni di pace”, ma in realtà “avventura senza ritorno”», si legge nella lettera appello pubblicata sul sito di Pax Christi. «Da sempre abbiamo presentato ai cristiani gli eroi della fede e ci scandalizziamo se ora volete rappresentarli con le armi in mano e, per nascondere le responsabilità di tanto sangue versato in questa “inutile strage”, fate diventare “eroi per la pace” questi giovani strappati alla loro vita, vittime della guerra».

A «scandalizzare» i preti, oltre alla scelta editoriale del quotidiano della Conferenza episcopale italiana, è una lunga intervista all’ordinario militare, mons. Vincenzo Pelvi. «Ci colpisce molto – scrivono – leggere che anche l’ordinario militare si allinea a questa retorica della guerra dichiarando, per esempio, che fare il militare è “una professione aperta al bene comune e allo sviluppo della famiglia umana” oppure sostenendo che “i cappellani militari sono parroci senza frontiere, impegnati in una pastorale specifica sul fronte della pace”. Ce ne vuole davvero a descrivere “l’aeroporto di Ciampino dove arrivano le salme dei nostri soldati uccisi” come “una scuola di fede”. E ancora “essere cristiani ed essere militari non sono dimensioni divergenti”. Come cristiani e come sacerdoti restiamo stupiti per questo assai strano insegnamento magisteriale e, alla luce del Vangelo, siamo sconcertati», anche perché, ricordano i preti, abbiamo in mente le testimonianze dei primi martiri cristiani «che rifiutavano il servizio militare e non bruciavano il grano d’incenso all’imperatore considerato una divinità», come san Massimiliano, condannato a morte nel 295 «poiché, “con animo irrispettoso, hai rifiutato il servizio militare”». O come il beato Franz Jagerstatter, «obiettore di coscienza contro il servizio militare nel III Reich di Hitler (mentre la maggior parte dei cattolici combattevano) e per questo ghigliottinato il 9 agosto 1943. È stato Papa Benedetto XVI, nel 2007, a proclamarlo beato e martire nel suo opporsi al servizio militare e alla guerra!».

L’iniziativa di Avvenire non è nuova né isolata: già lo scorso 2 giugno, festa della Repubblica, il quotidiano della Cei aveva riservato un paginone ai cappellani militari con un lungo articolo di mons. Pelvi (v. Adista Notizie n. 23/12) e il dossier di luglio del mensile dei paolini Jesus era interamente dedicato ai cappellani, in particolare quelli militari, «pastori itineranti che predicano la pace giusta» (v. Adista Notizie n. 29/12). Per non parlare poi dell’idea di mons. Pelvi di proclamare Giovanni XXIII patrono dell’esercito (v. Adista n. 80/11).

«Ci colpisce non veder affiorare nemmeno uno degli interrogativi che gli italiani e i cristiani si pongono ormai da anni, assistendo alla fallimentare carneficina afghana», scrivono i preti “pacifisti”: «La nostra presenza militare in Afghanistan costa 2 milioni di euro al giorno, e quali sono i risultati? Se li avessimo investiti in aiuto alla popolazione con ospedali, scuole, acquedotti non avremmo forse tolto consenso ai talebani e ai signori della guerra? E delle vittime in “campo nemico” chi se ne occupa? Abbiamo i numeri esatti dei morti e feriti italiani! E quante sono le vittime irachene o afghane? Forse dobbiamo rassegnarci a considerare le migliaia di esseri umani uccise in questa assurda guerra solo “effetti collaterali”?». «Chiediamo di aprire un confronto serio e schietto sul tema della guerra, del servizio militare, oggi non più legato all’obbligo della leva, e della presenza dei cappellani tra i militari», concludono la loro lettera-appello. Oggi, «a 50 anni dall’apertura del Concilio Vaticano II, crediamo doveroso riaprire un riflessione seria sulla condanna della guerra e sulle strade che sono chiamati a percorrere gli operatori di pace».

Pochi giorni dopo, il 12 agosto, Avvenire ha pubblicato la lettera, con una risposta del direttore Marco Tarquinio,e il 17 agosto sul giornale dei vescovi appaiono anche le lettere di alcuni lettori (fra cui un soldato) equamente divisi fra favorevoli e contrari. «Il vostro scandalo mi dispiace e, devo ammetterlo, un po’ scandalizza anche me», scrive Tarquinio, che si dice colpito per i «modi» – la lettera pubblica – e i «toni» usati dai preti, «ma soprattutto per la sentenza senza appello che emettete, reverendi lettori, nei confronti dei soldati italiani che, se caduti o rimasti feriti, proclamate “vittime” ma subito dopo dipingete come parte di un gruppo di portatori di “strage”, come complici di una masnada intenta a far “carneficina” in Afghanistan. E il problema, serissimo dal mio punto di vista, è che non state parlando dei taleban, ma dei nostri soldati e persino dei nostri cappellani militari. Credo che non ci sia vero “rispetto” in questo. Credo che sostenerlo sia contro la verità e contro la carità, e francamente non riesco a catalogarlo come un esempio di ragionamento non-violento». Non tutto quello «che fanno i soldati italiani impegnati in missioni internazionali» è «perfetto e perfettamente pacifico», prosegue Tarquinio, tuttavia «constato che servono con dedizione il Paese e le Nazioni Unite in contesti difficilissimi e segnati dal sangue», «un servizio reso secondo regole ispirate ai valori della Costituzione repubblicana e, grazie a Dio, con un’umanità arricchita e resa salda dalla fede cattolica che ha plasmato la nostra cultura nazionale».

Ilva, lettera aperta di preti e laici ai vescovi pugliesi: «Difendete ambiente e salute»

27 agosto 2012

“Adista”
n. 30, 1 settembre 2012

Luca Kocci

La Chiesa rompa il silenzio ed intervenga sulla questione dell’Ilva di Taranto – l’acciaieria a rischio chiusura, per ordine della magistratura, a causa delle emissioni inquinanti che mettono a rischio la salute dei cittadini – invitando «ad uno sviluppo realmente rispettoso dell’ambiente». Lo chiedono, in una lunga lettera aperta indirizzata a mons. Francesco Cacucci, presidente della Conferenza episcopale pugliese, e a tutti i vescovi delle Chiese di Puglia, oltre 40 fra parroci, religiosi, cittadini e associazioni pugliesi, fra cui don Peppino Apruzzi (parroco di San Vito, Brindisi), don Gianluca Carriero (parroco di San Nicola, Brindisi), i francescani Ettore Marangi, Angelo de Padova e Francesco Zecca, Pax Christi Bari, la Commissione giustizia e pace e integrità del creato dei frati minori di Puglia-Molise, l’ordine francescano secolare di Puglia e la sua presidente Maria Ranieri, Chiara Trotta (presidente regionale della Gioventù francescana di Puglia), l’associazione PeaceLink, il magistrato (nonché collaboratore assiduo di Adista) Michele Di Schiena e Salvatore Lezzi (delegato del Meic di Puglia). Forse anche un modo per tentare di spezzare quell’apparente circolo fatto di donazioni dei Riva – i padroni dell’Ilva – alla Curia tarantina durante l’espiscopato di mons. Benigno Papa (dal 1990 al 2011) in cambio del silenzio della Chiesa sulle questioni ambientali che dura da anni e che sta emergendo anche nell’inchiesta giudiziaria di queste settimane (v. notizia successiva). Tanto che l’attuale arcivescovo di Taranto, mons. Filippo Santoro, ha scelto di intervenire sulla questione lo scorso 23 agosto: «Rinuncio volentieri a qualunque forma di donazione dell’Ilva, anche per opere caritative e per la lunga fila di disoccupati e di indigenti, che bussano quotidianamente alle porte della Diocesi. Sarebbe però auspicabile che l’Ilva metta in atto un rapporto positivo con la città, particolarmente a sostegno delle fasce più deboli e meno protette».

Nel messaggio per la Giornata mondiale della pace del 2010, Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato (v. Adista n. 1/10), Benedetto XVI, ricorda il gruppo nella lettera ai vescovi pugliesi, pone «“le minacce originate dalla noncuranza, se non addirittura dall’abuso, nei confronti della terra e dei beni naturali che Dio ha elargito” sullo stesso piano di quelle rappresentate da “guerre, conflitti internazionali e regionali, atti terroristici e violazioni dei diritti umani”», proclamando «necessario» che l’attività economica rispetti maggiormente l’ambiente e che «l’uso delle risorse naturali» sia tale che «i vantaggi immediati non comportino conseguenze negative per gli esseri viventi, umani e non umani, presenti e a venire». Già nel 1989, si legge ancora nella lettera, Giovanni Paolo II,in visita all’Ilva di Taranto, denunciava che, in ordine all’emergenza ecologica, «il campanello di allarme è già scattato, anche qui a Taranto. Occorre ora far sì che le decisioni dei responsabili ne tengano conto, cosicché l’ambiente non venga sacrificato ad uno sviluppo industriale dissennato: la vera vittima, nel caso, sarebbe l’uomo, saremmo tutti noi». Eppure in tutti questi anni, scrivono ai vescovi, la situazione è «non solo notevolmente peggiorata», ma si è «estesa quasi all’intera regione»: «Tre fabbriche pugliesi, l’Ilva di Taranto, la centrale Enel di Cerano e il petrolchimico di Brindisi (in parte dismesso) fanno del Salento la zona che emette il più alto tasso di anidride carbonica in Italia», per non parlare di «polveri sottili e numerose altre sostanze dichiaratamente tossiche, quando non direttamente cancerogene»; «il Salento è responsabile della produzione del 10% della diossina rilasciata in Europa e del 90% della diossina rilasciata in Italia (segno del livello preoccupante raggiunto da questo degrado ambientale è la presenza di diossina nel latte materno)»; «il sistema di smaltimento dei rifiuti è garantito per lo più dall’uso di inceneritori» che «rilasciano nell’aria particolato ultrafine che le più moderne tecnologie fanno fatica a rilevare e che è all’origine di svariate forme di neoplasie (in taluni casi parte degli agenti inquinanti giunge persino a modificare il patrimonio genetico degli esseri viventi)».

«Alla luce di questi elementi – si legge ancora nella lettera aperta – non stupisce il dato secondo il quale in Puglia solamente negli ultimi 10 anni i tumori siano aumentati del 30%» e «a Taranto la perizia epidemiologica ordinata dalla magistratura ha addirittura accertato un eccesso di mortalità per emissioni industriali di 30 unità l’anno, oltre due al mese», come peraltro viene denunciato dalla fine degli anni ’80. L’industrializzazione del territorio, dalla chimica di base alla siderurgia, dall’energia alla farmaceutica, «ha dato lavoro a decine di migliaia di famiglie, quasi tutte provenienti dall’agricoltura e molte con esperienze di emigrazione in Europa centrale, e ne ha profondamente modificato gli stili ed i tenori di vita», e «ha accresciuto la ricchezza ed il prestigio del nostro Paese ed anche il reddito delle nostre province», riconoscono gli estensori della lettera. Ma «nel contempo, spesso in coincidenza di incidenti industriali e della previsione di nuovi impianti, cresceva la consapevolezza che si stava realizzando un impatto negativo non trascurabile sulla salute dei lavoratori» e sull’ambiente. «Diventa pertanto urgente elaborare un modello di sviluppo più consono alle esigenze reali di questa regione che prenda in considerazione anche la dimensione salvifica insita in un modus vivendi che sia francescanamente armonico con il dono della creazione», mettendo in atto alcune «pratiche virtuose»: «Decementificazione», «rimboschimento», «restauro storico-naturale del territorio», «bonifica dagli inquinanti», «sviluppo della raccolta differenziata e azione di smaltimento che consenta di avvicinarsi il più possibile alla meta dei “rifiuti-zero”», «sviluppo di forme di agricoltura incentrate sulle filosofie del biologico», «recupero della biodiversità naturale e agro-pastorale», «promozione della conoscenza partecipata del territorio», «tutela dei beni comuni», «incremento della produzione energetica mediante fonti rinnovabili con implementazioni davvero eco-sostenibili», «risparmio ed efficienza energetica».

Per questo, i firmatari della lettera aperta chiedono ai vescovi pugliesi «di offrire alle nostre Chiese un documento che ci aiuti, mediante l’indicazione di alcune linee pastorali, a rispondere in modo efficace, sia come comunità che come singoli cristiani, all’appello che Dio ci sta rivolgendo qua in Puglia attraverso il creato il quale “geme – lo percepiamo, quasi lo sentiamo – e attende persone umane che lo guardino a partire da Dio” (Benedetto XVI, Incontro con il clero di Bressanone, 6 agosto 2008)»; «di istituire una specifica commissione, in cui siano presenti esperti della nostra terra da sempre impegnati per la salvaguardia del creato, che possa fornirvi le informazioni di carattere scientifico di cui di volta in volta sentirete la necessità nella lettura della situazione ambientale del nostro territorio»; di sensibilizzare la classe politica pugliese «perché prenda sempre più coscienza della situazione in cui versa questo territorio ed operi scelte sempre più consone ad un sviluppo realmente rispettoso dell’ambiente».

Arcidiocesi di Taranto e Ilva: un patto d’acciaio?

27 agosto 2012

“Adista”
n. 30, 1 settembre 2012

Luca Kocci

«Ho la gioia di annunciarvi che ho ricevuto una missiva del presidente dell’Ilva, l’ing. Emilio Riva»,  e un assegno di 365mila euro per la ristrutturazione della chiesa parrocchiale Gesù Divin Lavoratore. «Vogliamo ringraziare Dio per questo dono della Sua Provvidenza». Sono le parole che mons. Benigno Papa, arcivescovo di Taranto dal 1990 al 2011, scrisse ai parrocchiani di Gesù Divin Lavoratore, il primo maggio 2009, per comunicare loro la donazione ricevuta, peraltro sollecitata a Rivadallo stesso vescovo. «Il presidente Riva mi ha espresso le motivazioni che hanno indotto il suo Gruppo a tale atto di generosa attenzione. Egli – prosegue – mi scrive di aver aderito volentieri alla mia richiesta perché riconosce alla nostra comunità ecclesiale e a questa comunità, in particolare, il merito di prestare un’indispensabile e disinteressata opera di promozione umana e sociale; attesta inoltre gratitudine ai Padri Giuseppini del Murialdo che da tanti anni sono presenti all’Ilva come cappellani ed, infine, vuole esprimere così l’attenzione costante che il suo gruppo riserva a questo quartiere dei Tamburi» (v. Adista n. 52/09). Ovvero al quartiere dove sorge l’Ilva, il più inquinato d’Italia proprio a casua delle emissioni industriali dell’acciaieria.

Ma non è stato questo l’unico atto di generosità dei padroni dell’Ilva nei confronti della Chiesa tarantina, come sta emergendo anche dall’inchiesta giudiziaria in corso. Francesco Cinieri, cassiere dell’Ilva dal 1986, ha raccontato ai magistrati di donazioni periodiche (di cifre inferiori ai 5mila euro) alla Curia tarantina nel 2010 e nel 2011. Inoltre altri dirigenti dell’acciaieria hanno parlato, dinanzi al Tribunale del riesame, di 10mila euro donati all’arcivescovo Papa come «offerta alla Chiesa di Taranto in occasione della Santa Pasqua» (ma i magistrati ritengono che in realtà siano stati destinati ad un perito del tribunale per aggiustare una relazione tecnica in favore dell’Ilva). Ci sono poi numerose sponsorizzazioni dell’Ilva a feste ed eventi organizzati e promossi dalla Diocesi di Taranto e, sul fronte opposto, onorificenze della Curia consegnate a dirigenti dell’acciarieria per le loro azioni di volontariato, come il Cataldus d’argento, l’8 maggio 2011, festa di San Cataldo.

Non si tratta ovviamente di reati ma, nonostante le smentite da parte della Curia – «L’insinuazione che tali contributi abbiano reso alla Chiesa una parentela con l’Ilva, tale da tradire la sua missione, a favore degli ammalati e della salvaguardia dell’ambiente va molto al di là della fantasia, per usare un eufemismo», si difende l’arcidiocesi con il responsabile dell’ufficio stampa, don Emanuele Ferro –, il dubbio che il silenzio della Chiesa tarantina sulla grave situazione ambientale della città provocata dall’acciaieria sia stato favorito dalle donazioni e dalle offerte dell’Ilva è assai forte.

«Ciellini omologati al potere». Affondo di Famiglia Cristiana

22 agosto 2012

“il manifesto”
22 agosto 2012

Luca Kocci

Un colpo a Comunione e liberazione e un colpo a Monti. Famiglia Cristiana, il settimanale cattolico più letto in Italia, mette da parte diplomazia e toni da sacrestia e, nell’editoriale del numero che a giorni arriverà in edicola e nelle parrocchie, sferra un duro attacco al Meeting di Cl e lancia forti critiche al premier e alla politica economica del governo.

«Un lungo applauso del popolo dei ciellini ha accolto il premier» che domenica ha aperto la kermesse ciellina di Rimini, scrive Famiglia Cristiana, ricordando – e i nomi non sembrano proprio scelti a caso fra i numerosissimi politici passati per il Meeting – come «tutti gli ospiti del Meeting, a ogni edizione, sono stati sempre accolti così: da Cossiga a Formigoni, da Andreotti a Craxi, da Forlani a Berlusconi. Qualunque cosa dicessero. Poco importava se il Paese, intanto, si avviava sull’orlo del baratro. Su cui ancora continuiamo a danzare». Poi l’affondo diretto ai discepoli di don Giussani: «C’è il sospetto che a Rimini si applauda non per ciò che viene detto. Ma solo perché chi rappresenta il potere è lì, a rendere omaggio al popolo di Comunione e liberazione. Non ci sembra garanzia di senso critico, ma di omologazione. Quell’omologazione da cui dovrebbe rifuggire ogni giovane. E che rischia di trasformare il Meeting in una vetrina: attraente», ma «autoreferenziale».

Da Rimini gli organizzatori non commentano. Ci pensano però i pasdaran ciellini, come il pidiellino Maurizio Lupi: «Chi dà giudizi dall’esterno dice spesso stupidaggini». E Roberto Formigoni, per decenni politico di riferimento di Cl, in questa edizione messo piuttosto ai margini a causa della vicende giudiziarie: «Al Meeting si applaude perché quelli che vengono qui sono persone educate» che usano le proprie vacanze per venire ad istruirsi invece di andare in spiaggia». E Formigoni di vacanze, non in spiaggia ma su lussuosi yacht messi a disposizione da danarosi benefattori, è uno che se ne intende.

Gli strali di Famiglia Cristiana sono anche per Monti, che al Meeting ha detto di vedere «avvicinarsi l’uscita dalla crisi». Un discorso «carico di speranza» ma lontano dalla realtà, commenta il settimanale dei paolini che chiede: «Quali provvedimenti stanno creando lavoro e contrastando la disoccupazione giovanile?». Il premier ha detto che «“ci vuole più tempo”. Ma quanto tempo?». Intanto «il Paese è stremato, dieci milioni di famiglie tirano la cinghia, la disoccupazione è al 10,8%» e «solo un italiano su tre ha un posto regolare a tempo indeterminato», scrive Famiglia Cristiana che, criticando il premier – come del resto già aveva fatto in passato, sia sulla manovra “Salva Italia” di dicembre sia sulle modifiche all’articolo 18 («Il lavoratore non è una merce, non lo si può trattare come un prodotto da dismettere per motivi di bilancio») –, si differenzia nettamente dal montismo dei cattolici di Todi, e in parte della Cei, che preparano la “Cosa bianca” e che a Monti, e soprattutto a Passera, sembrano guardare sempre con più insistenza.

Stellette e crocifisso

17 agosto 2012

“il manifesto”
17 agosto 2012

Luca Kocci

Una veste talare con tre stellette dorate appuntate sul colletto: è la divisa dell’ordinario militare, l’arcivescovo che guida con i gradi, e lo stipendio, di generale di corpo d’armata il piccolo esercito dei cappellani militari, i preti-soldato impegnati nel servizio pastorale fra i militari nelle caserme, sulle navi da guerra e nei contingenti impegnati nelle cosiddette “missioni di pace”. Una vera e propria Chiesa militare, con i gradi accanto al crocefisso, che dispensa assistenza spirituale e sacramenti a coloro che hanno scelto le armi e la mimetica e predica un Vangelo in grigio-verde, come il colore della copertina di quello che mons. Angelo Bagnasco, prima di staccarsi le stellette di vescovo castrense per assumere i gradi di presidente della Conferenza episcopale italiana, regalò a tutti i soldati in missione all’estero: «un tocco che lo contraddistingue, un simbolo di appartenenza, come si fa negli scout», spiegò allora. E «appartenenza» è la parola che ripetono da sempre i vescovi-generali, per stoppare in partenza tutte le richieste di smilitarizzazione dei cappellani che provengono dal mondo cattolico di base e pacifista. «La cosiddetta “militarità” può fare problema e sembrare fuori posto per un prete – spiegava ancora Bagnasco –, ma c’è una ragione: il senso di appartenenza alle forze armate è altissimo, è un mondo con regole precise» e «il sacerdote, per essere pienamente accolto, ne deve far parte fino in fondo», cioè con i gradi. «La vocazione alla santità del militare rischia di non essere compresa, particolarmente da coloro che esaltano la pace a oltranza», dice ancora più chiaramente l’attuale ordinario militare, mons. Vincenzo Pelvi, che propone anche di proclamare Giovanni XXIII, il papa della Pacem in Terris, patrono dell’esercito.

I cappellani militari cattolici vennero introdotti nell’esercito italiano alla vigilia della I guerra mondiale. Fu il generale Cadorna a chiedere la presenza al fronte di preti – fra cui si distinse il francescano Agostino Gemelli, il quale fu anche consulente dello Stato maggiore – che sostenessero spiritualmente i soldati nel conflitto e che collaborassero a mantenere salda l’obbedienza agli ufficiali e la disciplina della truppa. Finita la guerra, i cappellani vennero congedati con il grado di tenente e fecero ritorno nelle parrocchie e nei conventi. Per poco però, perché nel 1926 Mussolinifece approvare la legge che istituì l’Ordinariato militare d’Italia, ulteriormente rafforzato tre ani dopo con la stipula dei Patti Lateranensi fra Chiesa cattolica e Stato fascista: l’atto di nascita di una vera Chiesa militare al servizio del regime, tanto che i cappellani vennero inseriti nelle forze armate, nell’Opera nazionale balilla e nella Milizia volontaria di sicurezza nazionale, accompagnarono e sostennero le truppe fasciste nella guerra civile spagnola, nella campagna d’Africa – dove i reparti mussolinani usarono i gas contro le popolazioni – e nella II guerra mondiale. Crollato il fascismo e conclusa la guerra, l’Ordinariato militare rimase saldo al suo posto. Anzi, nel 1986, papa Wojtylaemanò la Costituzione apostolica Spirituali militum curae ed elevò al rango di diocesi tutti gli ordinariati e i vicariati castrensi del mondo. Diocesi anomale, i cui parroci sono i cappellani militari e i cui fedeli sono i militari e le loro famiglie, gli allievi delle scuole militari e i degenti degli ospedali militari.

In Italia l’Ordinariato militare è equiparato ad un’arcidiocesi, la sede è in un bel palazzo storico a due passi dal Colosseo, il seminario per gli aspiranti preti-soldato si trova nella “città militare” della Cecchignola a Roma, Bonus Miles Christi è il mensile dell’Ordinariato, che è presente anche su Facebook. L’ordinario militare viene designato dal papa e nominato dal presidente della Repubblica (in accordo con il presidente del Consiglio e dei ministri della Difesa e dell’Interno), ha le stellette e il salario di un generale di corpo d’armata: oltre 9mila euro al mese (lordi). Tutti gli altri cappellani, attualmente 182, sono inquadrati con i diversi gradi della gerarchia militare: il vicario generale è maggiore generale (8mila euro di stipendio); l’ispettore è brigadiere generale (6mila euro), il vicario episcopale, il cancelliere e l’economo sono colonnelli (fra i 4 e i 5mila euro); il primo cappellano capo è un maggiore (fra i 3 e i 4mila euro); il cappellano capo è capitano (3mila), il cappellano semplice ha il grado di tenente (2mila e 500). La spesa da parte dello Stato è di oltre 10 milioni di euro l’anno. Ma è una cifra che non comprende le pensioni pagate ai preti soldato: circa 160, per un importo medio annuo lordo di 43mila euro ad assegno (ma quelle degli alti ufficiali, in tutto 16, sono molto più elevate: l’ordinario militare percepisce la pensione di un generale di corpo d’armata che, a seconda degli anni di servizio, ammonta fino ad oltre 4mila euro al mese) e una spesa complessiva di quasi 7 milioni di euro, come ha riferito il ministro della Difesa, ammiraglio Di Paola, rispondendo ad una interrogazione parlamentare dei Radicali.

Ci avevano provato anni fa in Parlamento i Verdi a presentare un disegno di legge per la «smilitarizzazione» dei cappellani militari, riprendendo una delle storiche battaglie di Pax Christi: non l’eliminazione dei cappellani militari ma lo sganciamento dalla struttura delle forze armate, affidando la cura pastorale dei soldati a preti senza stellette che già operano nelle parrocchie nei cui territori sorgono le caserme, e facendo risparmiare un bel po’ di quattrini allo Stato. Ma il fuoco di sbarramento delle gerarchie ecclesiastiche fece affossare il progetto. Ed è andata anche bene: negli anni ‘60 padre Balducci e don Milani vennero processati (Balducci fu condannato a 8 mesi, Milani morì prima della sentenza) per aver difeso l’obiezione di coscienza e criticato i cappellani militari.

«I militari morti non sono eroi per la pace». Preti contro Avvenire

17 agosto 2012

“il manifesto”
17 agosto 2012

Luca Kocci

«Davanti ad ogni vita umana stroncata è doveroso un rispetto profondo», ma «è davvero insopportabile questa retorica sulla guerra sempre più incombente e asfissiante» che continua a chiamare le guerre «missioni di pace» ed esalta i cappellani militari. È la dura presa di posizioni di oltre 70 preti nei confronti di Avvenire che lo scorso 8 agosto – proprio in mezzo agli anniversari del lancio delle due bombe atomiche Usa contro il Giappone il 6 e il 9 agosto 1945 – ha dedicato una pagina intera agli «eroi per la pace» – ovvero i soldati italiani morti durante le missioni internazionali – e ai cappellani militari.

Una lettera aperta lanciata da Pax Christi, storico movimento cattolico per la pace, sta continuando a raccogliere adesioni, non solo da parte dei “soliti” preti pacifisti (fra cui Nandino Capovilla, Albino Bizzotto dei Beati i costruttori di pace, Tonio Dell’Olio di Libera), ma anche di parroci e religiosi di ogni parte d’Italia. «Ci scandalizziamo ogni volta che un cristiano infanga» il termine «missione», «confondendolo con le guerre, chiamate missioni di pace», scrivono i preti rivolgendosi al quotidiano della Cei (che domenica scorsa ha pubblicato la lettera con una replica del direttore in cui sostanzialmente difende il suo giornale, i soldati e i cappellani militari e rimprovera gli estensori della lettera di avere poco «rispetto» e di essere «contro la verità e contro la carità»). «Da sempre abbiamo presentato ai cristiani gli eroi della fede e ci scandalizziamo se ora volete rappresentarli con le armi in mano e, per nascondere le responsabilità di tanto sangue versato in questa “inutile strage”, fate diventare “eroi per la pace” questi giovani strappati alla loro vita, vittime della guerra».

A «scandalizzare» i preti è anche la lunga intervista all’ordinario militare, mons. Pelvi, completamente allineato «a questa retorica della guerra»: sostiene che fare il militare è «una professione aperta al bene comune e allo sviluppo della famiglia umana», descrive l’aeroporto di Ciampino – dove arrivano le salme dei soldati uccisi nelle missioni all’estero – come «una scuola di fede» e parla dei cappellani militari come di «parroci senza frontiere, impegnati in una pastorale specifica sul fronte della pace». Siamo «stupiti» e «sconcertati», scrivono i preti antimilitaristi, sia «alla luce del Vangelo» sia perché abbiamo in mente le testimonianze dei primi martiri cristiani «che rifiutavano il servizio militare», come Massimiliano di Tebessa, condannato a morte nel 295 per aver respinto l’arruolamento, dichiarando che la sua fede era incompatibile con l’esercito; o come Franz Jagerstatter, «obiettore di coscienza contro il servizio militare nel III Reich di Hitler (mentre la maggior parte dei cattolici combattevano) e per questo ghigliottinato il 9 agosto 1943», proclamato beato proprio per la sua opposizione «al servizio militare e alla guerra!».

Le cosiddette «missioni di pace» non hanno prodotto nulla se non una «fallimentare carneficina», di cui peraltro, assai poco cristianamente, nemmeno si contano le «vittime in “campo nemico”», degradate ad «effetti collaterali», scrivono i preti che chiedono all’istituzione ecclesiastica «di aprire un confronto serio e schietto sul tema della guerra, del servizio militare, non più legato all’obbligo della leva, e della presenza dei cappellani tra i militari». Oggi, «a 50 anni dal Concilio Vaticano II, crediamo doveroso riaprire un riflessione seria sulla condanna della guerra e sulle strade che sono chiamati a percorrere gli operatori di pace».

Vatileaks, il caso è aperto

14 agosto 2012

“il manifesto”
14 agosto 2012

Luca Kocci

È stato rinviato a giudizio per furto aggravato il maggiordomo di papa Ratzinger, Paolo Gabriele, il “corvo” che, secondo i magistrati vaticani, avrebbe trafugato e consegnato documenti riservati del pontefice e della Santa Sede al giornalista Gianluigi Nuzzi che poi li pubblicò. E con lui è rinviato a giudizio anche Claudio Sciarpelletti, tecnico informatico della Segreteria di Stato vaticana, per favoreggiamento.

Ma la vera notizia, contenuta sia nella requisitoria del promotore di giustizia Nicola Picardi – una sorta di pubblico ministero – sia nella sentenza di rinvio a giudizio depositata ieri dal giudice istruttore vaticano Piero Antonio Bonnet, è che il caso non è chiuso: ci sono ancora diversi “corvi” in circolazione e si continua ad indagare, fra l’altro, per «delitti contro lo Stato» e per «concorso di più persone in reato». Il promotore di giustizia ha chiesto la chiusura «parziale» dell’inchiesta, mentre rimane «aperta l’istruttoria per i restanti fatti costituenti reato» nei confronti dei due imputati «e/o di altri». E lo si evince anche dalla presenza di numerose persone coinvolte, indicate negli atti solo con delle lettere dell’alfabeto, che avrebbero collaborato al Vatileaks.

Gabriele, recluso per quasi due mesi in una cella della gendarmeria vaticana e poi detenuto agli arresti domiciliari, durante gli interrogatori ha confessato di aver sottratto dei documenti, di averli fotocopiati e poi consegnati a Nuzzi, partecipando anche ad una sua trasmissione a La7, con i lineamenti e la voce travisata. «Ho scelto Nuzzi come interlocutore a preferenza di altri soprattutto per l’impressione che aveva destato in me il volume Vaticano Spa» e perché «mi sembrava persona preoccupata di dare informazioni senza gettare fango e senza calunniare altre persone». Anche perché Gabriele ha dichiarato di non aver ricevuto soldi, ma di aver agito per motivi ideali: «Vedendo male e corruzione dappertutto nella Chiesa ero sicuro che uno shock, anche mediatico, avrebbe potuto essere salutare per riportare la Chiesa nel suo giusto binario»; «vedevo nella gestione di alcuni meccanismi vaticani una ragione di ostacolo o comunque di scandalo per la fede». Oltre alle copie di alcuni documenti, nell’appartamento dell’ex maggiordomo è stato ritrovato anche un assegno di 100mila euro intestato a Ratzinger proveniente dall’Università cattolica S. Antonio di Guadalupe (che sicuramente Gabriele non avrebbe potuto incassare), una pepita «presunta» d’oro donata al papa – la Santa Sede non chiarisce – e un’edizione dell’Eneide del ‘500, che Gabriele dice di aver preso in prestito con il consenso del segretario del papa.

Tranne quella della difesa («la deformazione dei processi ideativi del Gabriele ha abolito la coscienza e la libertà dei propri atti»), le perizie psichiatriche non hanno giudicato Gabriele insano di mente, ma solo «suggestionabile» e «in grado di commettere azioni eterodirette». Inoltre i magistrati scrivono che ha reso una confessione «certa, esplicita e spontanea» – senza gli «odiosi metodi dell’inquisizione», rivela incautamente il promotore di giustizia vaticano –, quindi andrà a processo. Insieme a Sciarpelletti, arrestato il 25 maggio – il giorno successivo a Gabriele – e subito rilasciato sotto cauzione, accusato di favoreggiamento: nella sua scrivania sono state trovate copie di documenti riservati. Ma è proprio dalle testimonianze «ondivaghe e contraddittorie» dell’informatico che il Vatileaks appare una vicenda ben più ampia e complessa dell’iniziativa isolata di un maggiordomo: la busta con i documenti, ha dichiarato Sciarpelletti, «mi fu consegnata da W (uno dei nomi coperti da omissis, ndr) per consegnarla al sig. Gabriele»; inoltre ho «ricevuto una busta simile, sempre chiusa, con apposti alcuni timbri, di cui ignoro il contenuto, da parte di X».

Pertanto l’inchiesta prosegue perché non si è fatta «piena luce su tutte le articolate e intricate vicende», scrivono i giudici vaticani. Del resto nelle carte si parla solo di Nuzzi, ma i documenti sono stati pubblicati anche da altri quotidiani, che avevano fonti diverse dal maggiordomo. I magistrati «non escludono la possibilità di continuare le indagini su eventuali complici di Gabriele» e su «eventuali rogatorie internazionali», ammette p. Lombardi, direttore della sala stampa della Santa sede. «L’istruttoria vaticana va avanti, anche con tempi consistenti per la sua meticolosità». Il caso, quindi, è ancora lontano dall’essere chiuso.