«I militari morti non sono eroi per la pace». Preti contro Avvenire

“il manifesto”
17 agosto 2012

Luca Kocci

«Davanti ad ogni vita umana stroncata è doveroso un rispetto profondo», ma «è davvero insopportabile questa retorica sulla guerra sempre più incombente e asfissiante» che continua a chiamare le guerre «missioni di pace» ed esalta i cappellani militari. È la dura presa di posizioni di oltre 70 preti nei confronti di Avvenire che lo scorso 8 agosto – proprio in mezzo agli anniversari del lancio delle due bombe atomiche Usa contro il Giappone il 6 e il 9 agosto 1945 – ha dedicato una pagina intera agli «eroi per la pace» – ovvero i soldati italiani morti durante le missioni internazionali – e ai cappellani militari.

Una lettera aperta lanciata da Pax Christi, storico movimento cattolico per la pace, sta continuando a raccogliere adesioni, non solo da parte dei “soliti” preti pacifisti (fra cui Nandino Capovilla, Albino Bizzotto dei Beati i costruttori di pace, Tonio Dell’Olio di Libera), ma anche di parroci e religiosi di ogni parte d’Italia. «Ci scandalizziamo ogni volta che un cristiano infanga» il termine «missione», «confondendolo con le guerre, chiamate missioni di pace», scrivono i preti rivolgendosi al quotidiano della Cei (che domenica scorsa ha pubblicato la lettera con una replica del direttore in cui sostanzialmente difende il suo giornale, i soldati e i cappellani militari e rimprovera gli estensori della lettera di avere poco «rispetto» e di essere «contro la verità e contro la carità»). «Da sempre abbiamo presentato ai cristiani gli eroi della fede e ci scandalizziamo se ora volete rappresentarli con le armi in mano e, per nascondere le responsabilità di tanto sangue versato in questa “inutile strage”, fate diventare “eroi per la pace” questi giovani strappati alla loro vita, vittime della guerra».

A «scandalizzare» i preti è anche la lunga intervista all’ordinario militare, mons. Pelvi, completamente allineato «a questa retorica della guerra»: sostiene che fare il militare è «una professione aperta al bene comune e allo sviluppo della famiglia umana», descrive l’aeroporto di Ciampino – dove arrivano le salme dei soldati uccisi nelle missioni all’estero – come «una scuola di fede» e parla dei cappellani militari come di «parroci senza frontiere, impegnati in una pastorale specifica sul fronte della pace». Siamo «stupiti» e «sconcertati», scrivono i preti antimilitaristi, sia «alla luce del Vangelo» sia perché abbiamo in mente le testimonianze dei primi martiri cristiani «che rifiutavano il servizio militare», come Massimiliano di Tebessa, condannato a morte nel 295 per aver respinto l’arruolamento, dichiarando che la sua fede era incompatibile con l’esercito; o come Franz Jagerstatter, «obiettore di coscienza contro il servizio militare nel III Reich di Hitler (mentre la maggior parte dei cattolici combattevano) e per questo ghigliottinato il 9 agosto 1943», proclamato beato proprio per la sua opposizione «al servizio militare e alla guerra!».

Le cosiddette «missioni di pace» non hanno prodotto nulla se non una «fallimentare carneficina», di cui peraltro, assai poco cristianamente, nemmeno si contano le «vittime in “campo nemico”», degradate ad «effetti collaterali», scrivono i preti che chiedono all’istituzione ecclesiastica «di aprire un confronto serio e schietto sul tema della guerra, del servizio militare, non più legato all’obbligo della leva, e della presenza dei cappellani tra i militari». Oggi, «a 50 anni dal Concilio Vaticano II, crediamo doveroso riaprire un riflessione seria sulla condanna della guerra e sulle strade che sono chiamati a percorrere gli operatori di pace».

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