Archive for settembre 2012

I vescovi ribadiscono: no alle unioni civili e al testamento biologico

29 settembre 2012

29 settembre 2012

Luca Kocci

L’unico antidoto alla crisi economica che mette i lavoratori in mezzo alla strada e moltiplica precarietà e povertà? La famiglia. A conclusione del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, i vescovi, brandendo la «famiglia» come una clava, battono cassa, danno l’altolà ad eventuali provvedimenti legislativi che potrebbero allargare i diritti civili – dalle unioni di fatto al testamento biologico – e mettono i paletti «non negoziabili» alle forze politiche ormai ai blocchi di partenza per la campagna elettorale.

Dal momento che, nell’Italia strozzata dalla crisi, la famiglia rimane il «principale ammortizzatore sociale e condizione del possibile rilancio del Paese», nella conferenza stampa in cui ieri è stato presentato il documento finale del parlamentino dei vescovi, la Cei «rimarca l’urgenza di politiche fiscali che la tutelino, riconoscendole, ad esempio, libertà educativa e, quindi, un maggiore sostegno alla scuola, compresa quella paritaria». Traducendo l’ecclesialese, la richiesta è chiara: più soldi per le scuole private cattoliche.

I vescovi rilanciano anche l’invettiva del loro presidente, il card. Bagnasco, contro il riconoscimento delle unioni di fatto che, aveva detto il presidente aprendo lunedì scorso il Consiglio permanente, avrebbe «conseguenze nefaste per il Paese. Rimaniamo «sconcertati», puntualizza il documento finale, di fronte alle proposte di «forze politiche e culturali preoccupate di indebolire ulteriormente la famiglia: il riferimento è al tentativo di regolamentazione giuridica delle cosiddette unioni di fatto, per le quali anche in Italia alcuni gruppi avanzano pressanti richieste di riconoscimento, in termini che si vorrebbero analoghi, se non identici, a quelli previsti per la famiglia fondata sul matrimonio; una tutela che, nelle intenzioni, verrebbe estesa anche alle unioni omosessuali». Si tratterebbe, dicono i vescovi riferendosi ai registri delle unioni civili avviati da alcune amministrazioni comunali come quella milanese di Pisapia, di iniziative «di dubbia legittimità sotto il profilo giuridico e carenti di utilità pratica», ma con un potente «valore simbolico» e con una «carica ideologica» eversiva «rispetto al modello costituzionale: l’unione tra l’uomo e la donna sancita dal patto matrimoniale». Stessa condanna « per le dichiarazioni anticipate di trattamento, raccolte nei registri istituiti da alcuni Comuni, che pure concorrono a diffondere una precisa e discutibile cultura attorno al fine vita». Al contrario i vescovi chiedono una veloce approvazione del discutibilissimo provvedimento relativo al fine vita, fermo da tempo al Senato che secondo Bagnasco sarebbe «un grande e proficuo lavoro svolto a difesa della vita umana».

Insomma le forze politiche, e il centrosinistra in particolare, sono avvisate. E per rendere ancora più esplicito il diktat viene annunciato che la prossima Settimana sociale dei cattolici (in programma nel settembre 2013 ma per cui è previsto un lungo lavoro preparatorio che partià fin da subito) sarà dedicata proprio alla famiglia, «con l’intento di presentarla come cellula primaria e fondamentale della vita sociale, portatrice di diritti – a partire dalla libertà educativa –, risorsa da sostenere e da cui ripartire per dare speranza anzitutto ai giovani».

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Etica, famiglie, diritti: il “programma” del nuovo moderatore della Tavola valdese

27 settembre 2012

“Adista”
n. 34, 29 settembre 2012

Luca Kocci

Il pastore Eugenio Bernardini è il nuovo moderatore della Tavola valdese (organo esecutivo dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi). È stato eletto a fine agosto a Torre Pellice, al termine dell’annuale Sinodo delle Chiese (v. Adista Notizie n. 31/12). Succede a Maria Bonafede, per sette anni consecutivi alla guida della Tavola.

Bernardini, 58 anni, è sposato e ha tre figli. Laureato alla Facoltà valdese di teologia di Roma nel 1981, ha studiato anche a San José in Costa Rica, al Seminario biblico latinoamericano e al Dipartimento ecumenico di ricerca teologica, approfondendo le tematiche della Teologia della Liberazione. Consacrato al ministero pastorale nel 1982, è stato pastore a Foggia e Orsara di Puglia (Foggia), Torino, Coazze-Giaveno (Torino) e San Secondo di Pinerolo (Torino). È stato anche direttore di Riforma, il settimanale delle Chiese battiste, metodiste e valdese, dal 1996 al 2003; e vice-moderatore della Tavola valdese dal 2005 al 2010.

Adista lo ha intervistato, per parlare del Sinodo e delle prospettive della Chiesa valdese; ma anche di otto per mille, legge 40, informazione religiosa ed ecumenismo.

Pastore, quale sarà il suo “programma” da moderatore della Tavola valdese?

La tradizione ecclesiologica protestante prevede che tutti i ministeri “di governo” siano collegiali e che debbano “eseguire” le decisioni e le linee guida definite dalle assemblee che li hanno eletti, quindi il “programma” per un moderatore, per neo-eletto che sia, è quello definito dal Sinodo. Naturalmente ognuno interpreta il ruolo con le proprie caratteristiche e secondo la visione che ha delle urgenze dei tempi. Per me è essenziale che le Chiese, tutte, ritrovino il senso della loro missione in Italia e in Europa in un contesto radicalmente cambiato: decisamente multiculturale e multireligioso, da una parte, ma anche segnato da una varietà di secolarizzazioni, per cui nulla va dato per scontato sia nei contenuti sia nelle modalità di comunicazione. Non solo: proprio in questo contesto le Chiese devono essere le prime a praticare ciò che propongono, ovvero accoglienza, tolleranza, parità di diritti e di doveri tra uomini e donne (anche per quanto riguarda il ministero ecclesiastico), sostegno ai più deboli e disprezzati. Ricordando che queste proposte hanno una radice profonda nell’Evangelo, che è parola di speranza, vita e salvezza per tutti.

Uno dei temi fondamentali affrontati dal Sinodo è stato quello delle “famiglie plurali”: famiglie eterosessuali e omosessuali, coniugate e di fatto, con figli o senza, o con figli di uno solo dei due membri della coppia, ecc. Come mai avete scelto questo tema?

Dopo la nostra decisione sinodale di due anni fa che ha accolto la possibilità di una benedizione ecclesiastica per le persone dello stesso sesso che si impegnino in un progetto di coppia stabile e fedele, ci siamo resi conto che non potevamo più parlare di famiglia al singolare ma di famiglie al plurale, non solo per riconoscere la realtà omosessuale, ma anche per riconoscere le ormai molteplici forme familiari eterosessuali. Solo con un riconoscimento formale e consapevole di queste realtà si possono mettere le basi per una nuova pastorale delle famiglie e per il sostegno di politiche sociali inclusive.

Il Sinodo ha approvato alcuni ordini del giorno, fra i quali uno in cui si esprime soddisfazione per la sentenza della Corte europea contro la legge 40 sulla fecondazione assistita. Può illustrare meglio i motivi di questo odg?

Noi consideriamo pessimo l’impianto della legge 40, frutto di una posizione religiosa e culturale autoritaria che considera gli aspiranti genitori come dei soggetti bisognosi di tutela perché incapaci di riconoscere ciò che è bene e ciò che è male. Il risultato è che si stanno realizzando tutte le conseguenze negative che si prevedevano: maggiori e inutili rischi per la salute delle aspiranti mamme e dei nascituri, coppie che ricorrono all’assistenza medica all’estero e ora la condanna della Corte europea. Purtroppo, su tutti i temi relativi alle nuove frontiere delle cure mediche, e conseguentemente della libera responsabilità personale, la posizione della maggioranza della gerarchia cattolica italiana, diversamente da quanto avviene in altri Paesi europei, è di generale chiusura.

A margine del Sinodo, a proposito della crisi economica, lei ha detto che l’unica strada per affrontarla e superarla è quella di «cercare modelli di vita nuovi, più sobri, che guardino più alla qualità che alla quantità, più all’equità che al privilegio». È un impegno che, oltre i cristiani, riguarda anche le Chiese? Come si può sostanziare?

Certo che è un impegno che riguarda anche le Chiese e non solo i singoli cristiani. Con la precisazione che non è compito delle Chiese definire o sostenere un programma di questa o quella parte politica, ma le Chiese hanno la responsabilità di indicare bisogni, problemi, vie per un futuro con meno esclusione sociale, meno divario economico tra Nord e Sud e più sostenibilità ambientale. Le Chiese possono e devono incoraggiare la ricerca di nuovi modelli di vita sociale con la loro predicazione e con la conseguente azione pastorale e diaconale.

Come valuta il forte incremento dei numero di contribuenti, soprattutto non valdesi, che hanno scelto di destinare a voi l’8 per mille?

Questo incremento è dovuto al fatto che siamo riusciti a trasmettere un messaggio chiaro di ciò che siamo e proponiamo: una Chiesa cristiana che pensa più agli altri che a sé, dalle pratiche democratiche e trasparenti, che parla un linguaggio comune e non “da Chiesa”.

Anche i valdesi, dal prossimo anno, parteciperanno per la prima volta alla ripartizione delle quote non espresse. Come mai questa decisione dopo anni in cui invece i valdesi avevano scelto di incassare solo le quote effettivamente destinate?

La nostra decisione è nata da una valutazione negativa di come lo Stato, negli anni passati, ha speso la quota delle scelte non espresse che noi abbiamo rifiutato, destinandole appunto allo Stato. Noi destineremo la metà della somma che riceveremo per progetti all’estero, nel Sud del mondo e nell’Europa dell’est, dando di fatto un contributo alla cooperazione internazionale che in questi anni si è ridotta al lumicino. E anche l’altra metà, che destineremo all’Italia, sosterrà progetti qualificati del mondo del non profit.

Non le pare però che in questo modo si dia il sostegno implicito ad un meccanismo piuttosto discutibile?

L’otto per mille è nato per sostenere economicamente il clero cattolico in sostituzione del vecchio meccanismo della congrua, cioè del pagamento diretto dello stipendio dei preti cattolici da parte dello Stato, e ora è diventato qualcosa di più e di diverso. Noi accoglieremmo con favore qualsiasi proposta di riequilibrio, di modifica o anche di soppressione di questo meccanismo ma, finché è così, pensiamo che sia meglio utilizzarlo con i criteri che adottiamo noi che con altri.

Lei è stato per anni direttore di Riforma.Come giudica lo stato di salute dell’informazione religiosa in Italia? Non le pare un po’ troppo “cattolicocentrica”, “vaticanocentrica” e poco attenta alle voci della base?

Purtroppo è così, ed è un’anomalia tutta italiana, basta leggere la stampa estera per rendersi conto della distorsione dell’informazione religiosa nel nostro Paese. Ci guadagnano – ma ci guadagnano davvero? – la gerarchia cattolica italiana e il Vaticano, ci perde tutto il Paese.

Che giudizio ha del cammino ecumenico nel nostro Paese? E quanto ai rapporti con la Chiesa cattolica?

Il cammino ecumenico è più incoraggiante per quanto riguarda le relazioni tra Chiese protestanti mentre con la Chiesa cattolica non riusciamo più a fare dei passi in avanti né in campo teologico, né in campo pastorale. Restano però acquisite fraternità e considerazione gli uni per gli altri, elementi preziosi per riprendere il cammino. Certo, il tempo che viviamo, di riscoperte identitarie e cambiamenti culturali epocali, invitano più alla chiusura che all’apertura, più alla prudenza che al coraggio, ma solo con un cambiamento di prospettiva possiamo affrontare il futuro con speranza.

Fra poche settimane saranno 50 anni dall’apertura del Vaticano II: un evento che “parla” anche ai valdesi? Che cosa pensa del cammino conciliare della Chiesa cattolica?

­ Il Vaticano II ha avuto dei riflessi importanti per tutte le Chiese e per la società, ma non ha realizzato molte delle sue promesse. Invece che rinnovare profondamente la Chiesa cattolica per farle ritrovare i suoi fondamenti evangelici, la gerarchia ha preferito un più prudente aggiornamento liturgico, pastorale, teologico. Lo stesso per la diffusione e lo studio della Bibbia: il cambiamento è stato importante e oggi è forse il maggior campo di intesa ecumenica, ma la gerarchia non ne ha poi tratto le necessarie conseguenze, privilegiando piuttosto la difesa della tradizione.

Dalle Acli mano tesa a Bersani e Casini per riparare i danni del berlusconismo

26 settembre 2012

“Adista”
n. 34, 29 settembre 2012

Luca Kocci

«Il berlusconismo ha lasciato ferite profonde nel tessuto civile del Paese» e «nessun restyling potrà oscurare le sue responsabilità di aver badato più al benessere di uno che al bene comune». C’è da «rifondare il patto di convivenza civile, affinché ogni cittadino sia e si senta parte e protagonista della vita del Paese». Lo ha detto il presidente nazionale delle Acli, Andrea Olivero, aprendo il 45° incontro nazionale di studi – “Cattolici per il bene comune. Dall’irrilevanza al nuovo protagonismo”, ad Orvieto il 14-15 settembre – a cui hanno partecipato anche Bersani e Casini: prove tecniche di un’alleanza di centro-sinistra, fortemente sponsorizzata dalle Acli di Olivero che, dicono i beninformati, si dimetterà prima della scadenza naturale del suo mandato, nel 2014, per candidarsi alle elezioni, come già, prima di lui, fece Luigi Bobba.

«Le tendenze demagogiche e qualunquiste non ci affascinano», ha detto Olivero, «né possiamo condividere le fughe indifferenti del partito del non voto», tuttavia « non per questo siamo estranei all’insofferenza verso l’attuale sistema partitico». «Nell’antipolitica si può annidare passione per la democrazia e interesse per il bene comune che non vanno dispersi ma rappresentati». I partiti però devono recuperare «credibilità e legittimazione», e i cattolici possono fare molto per la «rinascita democratica del Paese», nella tradizione di un cattolicesimo sociale e democratico «da aggiornare e re-interpretare alla luce del presente», «coniugando questione sociale e questione antropologica», ovvero temi sociali e “principi non negoziabili” cari alla gerarchia. Senza però la necessità di un nuovo «partito cattolico», come vorrebbero invece alcuni dei protagonisti degli incontri di Todi – che si incontreranno nuovamente nella cittadina umbra il prossimo 21-22 ottobre – e del Forum delle persone e delle associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro (v. Adista nn. 51, 57, 60, 65, 70, 71, 76, 78, 83 e 97/11; e Adista Notizie nn. 4, 5 e 18/12), a cui comunque Olivero ha sempre partecipato.

A proposito del “che fare”, sono cinque i punti programmatici che le Acli hanno proposto a Bersani e Casini «sui quali fondare un progetto di alleanza e un progetto di governo», ribaditi anche in un incontro pubblico il 24 settembre con il ministro Riccardi e il segretario della Cisl Bonanni: un piano straordinario per l’occupazione giovanile, che punti su lavoro di cura, turismo, cultura, green economy; una misura di contrasto alla povertà assoluta, «oltre l’assistenzialismo dell’esperienza della social card» (v. Adista nn. 32/10 e 17/11); la concessione della cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia, da presentare entro cento giorni; una maggiore attenzione alle famiglie, «soggetto sociale fondamentale», nella definizione delle misure fiscali; una nuova legge elettorale, che intercetti il bisogno di cambiamento degli italiani dando loro la possibilità di scegliere. E sul fronte della riforma della politica e dei partiti, Olivero ha chiesto ai due leader un’accelerazione: «La rinuncia al leaderismo come strumento di consenso; la trasformazione dei partiti in soggetti di diritto pubblico, per aprire la porta alla trasparenza e alla democrazia interna; la riduzione dei costi della politica e il rinnovamento della classe dirigente, con persone oneste e preparate, anche dal mondo della società civile».

Durante l’incotro è stata presentata anche un’indagine svolta dall’Ipsos per conto delle Acli sul tema «I cattolici nella politica italiana: valori, valutazioni e attese». Cattolici che comunque tendono a diminuire, in coerenza con la progressiva secolarizzazione e polarizzazione della società. Nel corso degli ultimi anni – si rileva dall’indagine – il rapporto con la religione vede alcuni cambiamenti: se rimangono inalterati i due segmenti con una relazione più forte con la Chiesa e la liturgia (i cattolici impegnati e i praticanti assidui rimangono circa un terzo del totale degli italiani adulti), scendono i praticanti saltuari, cioè coloro che frequentano le funzioni religiose meno di una volta la settimana (circa 4 punti percentuali in meno dal 2008 ad oggi) e tendono a crescere i segmenti più distanti, in particolare coloro che si dichiarano non credenti, che aumentano di 5 punti negli ultimi 4 anni.

Per quanto riguarda la scadenza elettorale – ormai alle porte –, se gli italiani in generale orienteranno le proprie scelte sui temi della lotta alla corruzione e agli sprechi, su quelli economici (sviluppo e difesa del potere d’acquisto) e sulla sicurezza, in più i cattolici daranno grande importanza anche ai cosiddetti temi eticamente sensibili: difesa della vita, aborto, coppie di fatto, ecc. Insomma i “principi non negoziabili” messi al primo posto dalla gerarchia. Tuttavia dall’indagine emerge anche che la laicità, perlomeno fra la base, è un dato complessivamente acquisito: la metà dei cattolici intervistati dall’Ipsos privilegia una laica capacità di mediare e fare sintesi (45%) e in subordine un’attenuazione del peso delle posizioni cattoliche nel dibattito politico (eccessive per il 37%); e sono in calo coloro che ritengono che si dovrebbe rafforzare l’affermazione dei valori cattolici in politica (dal 23% del 2008 all’attuale 16%)

E in maniera tutto sommato coerente con queste posizioni, i cattolici non vogliono la “Cosa bianca”, ovvero un nuovo partito cattolico auspicato solo dal 9%, ma una maggior visibilità nei diversi partiti in cui i cattolici sono presenti (32%) o un’organizzazione che consenta di far sentire meglio la loro voce (23%).

Se si andasse al voto oggi, solo il 46% sarebbe assolutamente orientato alla partecipazione (il 17% con entusiasmo, il 29% senza troppa passione); circa un quarto aspetta di vedere se ci sarà una lista che lo rappresenti, mentre il 27% è orientato a non partecipare. Fra i votanti il centro-destra è in netto calo: otterrebbe poco più del 30% dei consensi; stabile il centro-sinistra, con il 34%; in crescita il centro (16%) e, soprattutto, i grillini (14%).

Bagnasco fa testamento

25 settembre 2012

“il manifesto”
25 settembre 2012

Luca Kocci

Il riconoscimento delle unioni di fatto avrebbe «conseguenze nefaste»: l’intera società andrebbe «al collasso». Era previsto che il cardinal Bagnasco, dando ieri il via ai lavori del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana – in corso a Roma fino a giovedì prossimo – sarebbe intervenuto sulla questione dei registri comunali delle unioni di fatto, avviati da diverse amministrazioni comunali, fra cui quella milanese di Pisapia. Ma i toni e le parole usate dal presidente dei vescovi italiani sono state particolarmente, e inusualmente, dure. Del resto le elezioni si avvicinano, gli schieramenti si agitano, ed è bene fissare preventivamente i paletti, come pure aveva fatto Ratzinger sabato scorso, ricevendo a Castel Gandolfo Casini e i rappresentanti dell’Internazionale democristiana.

C’è la crisi, ma si perde tempo a «parlare d’altro», cioè di unioni civili, lamenta Bagnasco. In questo modo non si vuole «dare risposta a problemi reali», ma «affermare ad ogni costo un principio ideologico, creando dei nuovi istituti giuridici che vanno automaticamente ad indebolire la famiglia». Idea sbagliata e anche inutile, aggiunge il cardinale, che fa finta di non capire: c’è già il matrimonio civile, che basta e avanza, ma gli interessati vi si «sottraggono» – ovviamente le coppie omosessuali non sono minimamente contemplate –, perché «ci si vuol assicurare gli stessi diritti della famiglia fondata sul matrimonio, senza l’aggravio dei suoi doveri». Se il legislatore riconoscesse le unioni di fatto, «il significato proprio dell’istituzione matrimoniale» sarebbe modificato e «il pensare sociale» verrebbe «pesantemente segnato». Quindi l’attacco diretto ai fautori del riconoscimento delle unioni: «Quando si vuole ridefinire la famiglia esclusivamente come una rete di amore, dove c’è amore c’è famiglia si dice, disancorata dal dato oggettivo della natura umana, un uomo e una donna, e dalla universale esperienza di essa, la società deve chiedersi seriamente a che cosa porterebbe tale riduzione, a quali nuclei plurimi e compositi, non solo sul versante numerico, ma anche su quello affettivo ed educativo». Ma la risposta già c’è: «La società, come già si profila in altri Paesi, andrebbe al collasso». La strada, quindi, va percorsa nella direzione opposta, tanto più «nell’attuale congiuntura», in cui la famiglia è l’unico ammortizzatore sociale solido, e quindi va «sostenuta concretamente con provvedimenti sul fronte politico ed economico». È uno dei «principi irrinunciabili, e per questo non in discussione», a cui i politici cattolici devono adeguarsi, senza mercanteggiare «ciò che non è mercanteggiabile». Ricordando sempre, profetizza il presidente della Cei, che «la gente non perdonerà la poca considerazione verso la famiglia così come la conosciamo».

Sul fronte dei «principi non negoziabili» c’è un secondo punto: il testamento biologico. Bagnasco chiede «il varo definitivo, da parte del Senato, del provvedimento relativo al fine vita». Un testo più che controverso – e anche per questo fatto scivolare nelle sabbie mobili di Palazzo Madama – che però per il capo dei vescovi è però frutto di «un grande e proficuo lavoro svolto a difesa della vita umana». E così il programma politico della Cei in vista delle prossime elezioni è pronto: chiunque voglia evitare scomuniche dall’alto sa cosa deve e non deve fare.

Chi invece appare già scomunicata è Renata Polverini, sebbene, come è prassi, non venga nominata esplicitamente, ma solo evocata. «Dispiace molto che anche dalle Regioni stia emergendo un reticolo di corruttele e di scandali», dice Bagnasco. «Che l’immoralità e il malaffare siano al centro come in periferia non è una consolazione, ma un motivo di rafforzata indignazione». È necessario che i cittadini, «insieme al diritto di scelta dei propri governanti, esercitino un più penetrante discernimento, per non cadere in tranelli mortificanti la stessa democrazia». Un discernimento che però dovrebbero praticare anche i vescovi, che tre anni fa, durante la campagna elettorale per le regionali del Lazio, quando c’era da sconfiggere il “mostro laicista” Bonino, alla Polverini impartirono solenni benedizioni.

Il papa riceve Casini e detta la linea

23 settembre 2012

“il manifesto”
23 settembre 2012

Luca Kocci

Mentre i partiti si affannano a discutere e a litigare su primarie, alleanze e leggi elettorali, il papa dirama il suo programma, come un dogma, a cui politici cattolici e “atei devoti” dovranno rigorosamente attenersi, per non incappare in scomuniche dall’alto in piena campagna elettorale: no all’aborto e alla contraccezione, no all’eutanasia e al testamento biologico – e no alla possibilità di rifiutare l’accanimento terapeutico, come invece ha fatto il card. Martini –, sì alla famiglia fondata sul matrimonio, no alle unioni fatto – peggio ancora se omosessuali –, sì alla scuola cattolica.

È il tradizionale elenco dei «principi non negoziabili» che ieri Ratzinger ha ribadito ricevendo in udienza a Castel Gandolfo i partecipanti all’incontro dell’Internazionale democristiana, organizzazione che riunisce oltre 100 partiti cattolici di tutto il mondo. C’erano i principali leader – tranne il premier spagnolo Rajoy ed ungherese Orban, presenti però a Roma all’incontro dell’Internazionale “bianca” – e a tutti il papa ha ricordato i capisaldi del loro impegno che «non deve conoscere flessioni o ripiegamenti, ma al contrario va profuso con rinnovata vitalità, in considerazione del persistere e, per alcuni versi, dell’aggravarsi delle problematiche che abbiamo dinanzi». Sembrava la premessa per parlare della crisi economica, che però Ratzinger archivia in fretta, limitandosi a sollecitare la «ricerca di un solido fondamento etico». Punto centrale dell’azione politica dei cattolici è invece «la ricerca del bene comune, rettamente inteso», ovvero regolato dal «Magistero della Chiesa», precisa il papa: «Il rispetto della vita in tutte le sue fasi, dal concepimento fino al suo esito naturale, con conseguente rifiuto dell’aborto procurato, dell’eutanasia e di ogni pratica eugenetica, è un impegno che si intreccia infatti con quello del rispetto del matrimonio, come unione indissolubile tra un uomo e una donna», ovvero la «famiglia fondata sul matrimonio e aperta alla vita», «cellula originaria della società» su cui si basa la «convivenza sociale». Quindi, puntualizza Ratzinger, «un autentico progresso della società umana non potrà prescindere da politiche di tutela e promozione del matrimonio» e della famiglia, «che spetterà adottare non solo agli Stati ma alla stessa Comunità internazionale», con velato riferimento alla recente sentenza della Corte europea dei diritti umani che ha bocciato la legge 40 sulla procreazione assistita.

Contestualizzando le parole di Benedetto XVI nella situazione italiana – del resto in prima fila ad ascoltare il papa c’era Casini, che dell’internazionale democristiana è presidente, riconfermato, e a cui Ratzinger ha rivolto un «saluto particolare» – il messaggio è chiaro: nel momento in cui si discute, sebbene nella confusione massima, dell’eventualità di un accordo elettorale Pd-Udc (Bersani e Casini si sono incontrati domenica scorsa ad Orvieto, con le Acli, e il presidente Olivero ha proposto ai due un programma minimo in 5 punti «sui quali fondare un progetto di alleanza e di governo»), il Vaticano mette i paletti, rivolgendosi in maniera esplicita al leader dell’Udc. Ma anche a tutti i cattolici del Pd, più o meno malpancisti, proprio mentre il dibattito nel partito sui temi “eticamente sensibili” è aperto, e caotico. Una sorta di “intervento preventivo” per ribadire cosa si può fare e cosa no.

E domani, quando a Roma si aprirà il Consiglio permanente della Cei, c’è da scommettere che il card. Bagnasco ripeterà le parole del papa, indirizzandole direttamente ai politici di casa nostra. Anche perché, alla riunione del parlamentino dei vescovi, verrà analizzata anche «la situazione in ordine ai registri comunali delle unioni di fatto e delle dichiarazioni anticipate di trattamento». Bagnasco darà quindi l’altolà a Pisapia e a tutti quei sindaci che hanno avviato le pratiche per unioni di fatto e testamenti biologici.

La base cattolica però si mostra assai lontana dai diktat delle gerarchie ecclesiastiche, che forse proprio per questo hanno necessità di vedere affermati per legge i principi cattolici: in un recente sondaggio Acli-Isos, appena il 16% dei cattolici ritiene che si debba rafforzare l’affermazione dei valori cattolici in politica.

Mons. Nunnari: «Voi mafiosi, incompatibili con il Vangelo»

20 settembre 2012

“Adista”
n. 33, 22 settembre 2012

Luca Kocci

«Non c’è nulla nel Vangelo di Cristo a cui voi mafiosi potete richiamarvi, anzi la vostra stessa esistenza fatta di violenza e soprusi è una controtestimonianza allo spirito e alla norma etica della Parola di Dio». Lo scrive, in una lettera aperta indirizzata direttamente agli «uomini della mafia», l’arcivescovo di Cosenza-Bisignano, mons. Salvatore Nunnari, in occasione, come già in passato aveva fatto il vescovo di Locri mons. Fiorini Morosini (v. Adista nn. 64/10 e 65/11), della festa della Madonna di Polsi – il 2 settembre –, nel cui santuario, a San Luca, nel cuore dell’Aspromonte, spesso i boss si ritrovano non solo per le pratiche devozionali, ma anche per mettere a punto le loro azioni, fare le investiture, svolgere i processi interni.

E proprio la ambigua commistione fra ‘ndrangheta, religiosità popolare e, talvolta, uomini di Chiesa è al centro della lettera di mons. Nunnari. «Avere la presunzione di appellarvi a tradizioni religiose, come spesso fate anche cercando di prendere parte alla preparazione di feste patronali, è semplicemente assurdo», scrive l’arcivescovo di Cosenza. «Non è certo la partecipazione, anzi, peggio, l’inserimento subdolo nelle pratiche della pietà popolare che vi abilita ad appartenere a una Chiesa che purtroppo, soprattutto nel passato, non sempre è riuscita a discernere i vostri atteggiamenti al punto da cadere in questo imbroglio. Ciò ha permesso ad alcuni della vostra poco o per nulla onorata società di far parte di comitati per la realizzazione delle feste. Anche per questo alcune di esse hanno ancora molto dello spirito pagano». Sono numerosi infatti i casi (non solo nel «nel passato», come sostiene Nunnari, ma anche nel presente) in cui è stata accertata la partecipazione – in ruoli di primo piano e di grande visibilità in modo da ribadire e rafforzare consenso e popolarità – dei boss mafiosi alle processioni e alle feste religiose, da sant’Agata a Catania, a San Catello, a Castellammare di Stabia (v. Adista n. 23/08 Adista Notizie n. 4/12). «Basta con la strumentalizzazione della devozione alla Madonna e ai santi a cui solo cuori purificati e semplici possono accostarsi», scrive ancora il vescovo di Cosenza. «Se Cristo è la vita e la verità, il vostro agire vi mette dalla parte della morte e della menzogna. Se la Chiesa e l’esempio di santità di tanti uomini colpiti da voi vi indicavano la luce, voi avete scelto consapevolmente le tenebre. Se Dio è tenerezza, amore infinito e compassione per tutti gli uomini, un insano ed erroneo senso dell’onore arma la vostra mano contro i fratelli. Ed infine, vi ricordo che “la gloria di Dio è l’uomo vivente” (Salmo 21). Voi che seminate morte offendete invece Dio ogni giorno opponendovi anche a testimoni che nelle situazioni difficili delle nostre città e dei nostri piccoli centri vi richiamavano alla conciliazione: don Pino Puglisi è l’ultimo esempio».

Il giudizio di Nunnari sugli «uomini della mafia» e sulla ‘ndrangheta è molto duro: «Una presenza – scrive – che fa pagare alla nostra terra un prezzo alto a livello sociale, economico e religioso». «I segni che vi distinguono sono l’arroganza del potere, la spregiudicatezza del possedere, l’animosità che acceca e annulla i vincoli di sangue e la mancanza assoluta di rispetto per la vita e la dignità umana». «Se il Mezzogiorno e la Calabria vivono in condizioni di arretratezza socio-economica, che conculca la speranza soprattutto delle nuove generazioni, la vostra colpevolezza è immensa»: attività economiche che chiudono, o nemmeno aprono, anche nel nord d’Italia, per le continue e violente richieste di pizzo; «l’abbandono dei nostri centri da parte dei giovani scoraggiati verso ogni tipo di attività commerciale e d’impresa»; «il racket subito quotidianamente dai piccoli commercianti, causa di fallimento e chiusura oltre che un’offesa alla libera iniziativa e alla dignità dell’uomo».

Ma la conclusione dell’arcivescovo rimane aperta alla speranza: «Il male non può essere l’assoluto nella vostra vita, aprite perciò il cuore al messaggio eterno del Vangelo che è annuncio di liberazione e di salvezza e non ha nulla a che fare con le false devozioni. La Bibbia che spesso tenete tra le mani deve diventare fonte di vera riflessione e di cambiamento radicale». Sta a voi «scegliere da che parte stare!».

Il Concilio sempre vivo per la Chiesa di base

15 settembre 2012

“il manifesto”
15 settembre 2012

Luca Kocci

Cinquant’anni fa il Concilio Vaticano II: evento che, se non fu “rivoluzionario”, comunque indicò alla Chiesa un cambio di marcia in direzione della democrazia interna, della collegialità, della laicità, dell’apertura al mondo moderno e della opzione fondamentale per gli impoveriti, come di lì a poco, dall’America latina oppressa dalle dittature militari, sosterrà la teologia della liberazione. Ed è per questo che i suoi più tenaci avversari – oggi come ieri – si trovano per lo più all’interno del mondo cattolico e della Chiesa stessa, a cominciare dagli ultimi due papi, Wojtyla e Ratzinger, che del depotenziamento e della neutralizzazione del Concilio, letto e interpretato secondo la cosiddetta «ermeneutica della continuità» che nega qualsiasi «rottura» con il tradizionale magistero cattolico, hanno fatto uno dei capisaldi dei loro pontificati.

Proprio per contrastare questa linea revisionista e restauratrice, oltre 100 movimenti, associazioni, gruppi di base e riviste cattoliche, rappresentativi di una vasta area ecclesiale, si incontrano oggi a Roma, all’auditorium dell’istituto Massimo, per riscoprire il Concilio che voleva una «Chiesa di tutti» e una «Chiesa dei poveri». La lista degli autoconvocati è lunga e variegata: dalle Comunità cristiane di base – uno dei frutti del post Concilio e dei fermenti del ‘68 – alla più istituzionale Pax Christi, dal movimento di riforma Noi Siamo Chiesa ai gruppi degli omosessuali credenti, dalle riviste missionarie all’agenzia di informazioni Adista, che presenta anche un fascicolo speciale (Concilio e anticoncilio) dedicato al Vaticano II. Si tratta sicuramente dell’iniziativa più importante e partecipata della Chiesa di base italiana degli ultimi anni.

«Ricordare gli eventi non consiste nel portare indietro gli orologi, ma nel rielaborarne la memoria per capirne più a fondo il significato e farne scaturire eredità nuove ed antiche e impegni per il futuro», spiegano i promotori, che con questo incontro intendono avviare un percorso triennale. Non c’è nessun intento celebrativo o apologetico, puntualizzano, ma la volontà di «fare memoria del Concilio» per rigenerarlo e per «cogliere l’aggiornamento che ha portato ed ancora oggi porta nella Chiesa, in maggiore o minore corrispondenza con il progetto per il quale era stato convocato».

L’incontro è anticipato di un mese rispetto all’inizio ufficiale del Vaticano II (11 ottobre 1962) non per una svista, ma per una precisa intenzione dei promotori: intendiamo «rievocare, sia come inizio che come principio ispiratore del Vaticano II, il messaggio radiofonico di Giovanni XXIII dell’11 settembre 1962 che conteneva quella folgorante evocazione della Chiesa come Chiesa di tutti e particolarmente Chiesa dei poveri». Ma non è questa la strada intrapresa dal Vaticano e dalla Cei, che invece sembrano voler rinchiudere e ingabbiare le prospettive indicate dal Concilio in «nuovi catechismi» e in «nuove leggi fondamentali», che per esempio oggi prendono il nome di principi non negoziabili.

Da Pio IX a Ratzinger: il ritorno del Sillabo

7 settembre 2012

“Adista”
n. 31, 8 settembre 2012

Luca Kocci

Che all’interno delle mura vaticane non regni grande trasparenza e circolino “corvi” e “manine” non è novità di questi ultimi mesi. Già nella seconda metà dell’800, quando ancora sopravviveva lo Stato pontificio di Pio IX e l’unità d’Italia non era stata completata, avveniva qualcosa di analogo.

Nel dicembre del 1864, la notte prima di dare alle stampe il Sillabo (l’Elenco contenente i principali errori del nostro tempo, in cui si condannano, fra l’altro, il liberalismo, il comunismo, il socialismo, il razionalismo e la società moderna nel suo complesso), il suo principale estensore, p. Luigi Maria Billio, un giovane barnabita da poco nominato consultore del Sant’Uffizio, decise autonomamente di eliminare due proposizioni: la n. 77 («Si deve credere che le richieste e il progresso delle nuove istituzioni che chiamiamo Costituzionali giovino in generale alla società civile e alla vita religiosa») e la n. 82 («I presenti moti e sconvolgimenti dell’Italia non hanno alcun carattere religioso, ma solo politico»), tanto che il documento poi pubblicato ufficialmente risulta composto di 80 proposizioni, invece delle 82 previste. Che si sia trattato di un’iniziativa personale lo dimostra anche il fatto che due anni dopo, il vescovo di Nîmes, Claude-Henri Plantier, in una sua lettera pastorale citò proprio una delle due proposizioni espunte, dal momento che era in possesso di una copia precedente alla “censura” di p. Billio, e solo quando chiese spiegazioni gli fu raccontato quello che era accaduto e l’intervento della “manina”.

Ma c’è stato anche il “corvo”. Carlo Passaglia, gesuita che era stato coinvolto nelle prime fasi del processo redazionale del Sillabo e che poi, nel 1859, era uscito dalla Compagnia di Gesù avvicinandosi alle posizioni dei cattolici conciliatoristi e liberali – avversari di Pio IX –, nel 1862 pubblicò sul periodico torinese Il Mediatore una bozza del Sillabo, fino ad allora tenuta segreta al di fuori dell’istituzione ecclesiastica, suscitando il disappunto di papa Mastai Ferretti per il «cicaleccio d’una lingua stizzita ed irriverente».

Sono due episodi raccontati da Luca Sandoni, giovane storico della Normale di Pisa, che ricostruisce la lunga e complessa storia redazionale del Sillabo (Il Sillabo di Pio IX, a c. di Luca Sandoni, Clueb, Bologna, 2012, pp. 192, euro 16): dall’idea originaria del novembre 1849 – in pieno clima di restaurazione e repressione pontificia dopo la caduta della Repubblica romana, sconfitta nel luglio 1849 dalle truppe filo papali della Francia di Luigi Napoleone Bonaparte – fino alla sua pubblicazione, l’8 dicembre 1864, allegato all’enciclica Quanta cura, passando per il lavoro di diverse commissioni, i congressi del laicato cattolico e liberale e il coinvolgimento dei vescovi, i cui pareri furono complessivamente ignorati anche perché, in molti casi, non coincidevano con quelli di Pio IX, deciso a formulare una dura condanna degli errori della società moderna.

Per comprenderne pienamente il significato, il Sillabo va letto «alla luce di quel processo di accentramento romano» caratteristico della Chiesa del XIX secolo, scrive Sandoni: con questo testo «si toglieva spazio e legittimità a qualsiasi tentativo, intra o extraecclesiale, di proporre una via di mediazione e di contatto con la modernità che non fosse quella autoritativamente definita da Roma». Ma si tratta di un procedimento che, sebbene non pedissequamente riprodotto, riguarda anche la Chiesa dell’ultimo trentennio. Infatti, scrive nell’introduzione Daniele Menozzi (docente di Storia contemporanea alla Normale di Pisa e grande esperto del papato in età moderna e contemporanea), dopo un giudizio che, sviluppatosi a cavallo del Concilio e proseguito fino alla metà degli anni ‘80, conveniva «sull’inadeguatezza, l’obsolescenza e il necessario superamento» del testo voluto da Pio IX, negli ultimi anni si assiste ad una sorta di «ritorno del Sillabo», e non solo a cura dei gruppi tradizionalisti. Soprattutto dopo il 2000 quando, in occasione della beatificazione congiunta di Pio IX e Giovanni XXIII celebrata da papa Wojtyla anche per riaffermare una sorta di conciliazione degli opposti nell’ottica dell’assoluta continuità della storia della Chiesa (v. Adista nn. 21, 49, 55, 59/00), si sono moltiplicate le pubblicazioni – sia in ambito ecclesiale che accademico – che, rivalutando il pontificato di Mastai Ferretti, hanno conseguentemente valorizzato i suoi atti di governo e i suoi documenti magisteriali, fra cui il Sillabo. Del resto lo stesso papa Ratzinger propone «come corretta lettura del rapporto tra Chiesa e società moderna definito dal Vaticano II una prospettiva che sottolinea l’elemento di continuità con il magistero precedente», nota Menozzi. «Una delle linee di fondo dell’attuale pontificato – l’esigenza di ricalibrare la posizione cattolica sui diritti umani, in particolare il riconoscimento del diritto alla libertà religiosa, facendo di nuovo prevalere i diritti della verità su quelli della libertà – può spiegare la tendenza a riproporre gli elementi di continuità con il pronunciamento di Pio IX». E così «il rilancio del Sillabo pare oggi approdato al magistero papale».

Spending review: salve le armi, tagli al servizio civile. Cattolici e pacifisti protestano

6 settembre 2012

“Adista”
n. 31, 8 settembre 2012

Luca Kocci

Le spese militari e per gli armamenti si sono salvate (v. Adista Segni Nuovi n. 9/12 e Adista Notizie n. 29/12), ma il servizio civile non è passato indenne sotto i colpi della spending review – le misure del governo sul fronte della revisione della spesa pubblica – di Mario Monti: il decreto legge approvato all’inizio del mese di agosto prevede infatti, fra l’altro, la soppressione della Consulta nazionale del servizio civile e del Comitato per la difesa civile non armata e nonviolenta. Gli emendamenti che puntavano a salvarli «senza spese per lo Stato» sono stati respinti, e così i due organismi consultivi – la Consulta per il servizio civile è composta da rappresentanti degli enti e dei giovani volontari; il Comitato per la difesa non armata ha invece il compito di fare ricerca e sperimentazione sulla difesa civile nonviolenta così come previsto dalla legge sul Servizio civile nazionale (v. Adista nn. 21/04 e 21/10) – sono stati definitivamente cancellati.

Protestano le associazioni pacifiste e gli enti del servizio civile, fra cui la Caritas italiana, che fa parte della Consulta sin dalla sua istituzione, nel 1999: «Chiediamo al ministro Andrea Riccardi – che ha la delega al Servizio civile – di far proprio l’appello che viene da giovani e da enti del Servizio civile nazionale, perché si adoperi nelle sedi opportune per salvaguardare la Consulta nazionale del servizio civile e il Comitato per la difesa civile non armata e nonviolenta», dice il direttore don Francesco Soddu. «Proprio nell’anno in cui ricorrono i 40 anni del riconoscimento dell’obiezione di coscienza in Italia (la prima legge è del dicembre 1972, ndr) sarebbe una beffa se questo organismo venisse cancellato», aggiunge. «In questi anni è apparso chiaro che il servizio civile non “appartiene” solo allo Stato e che per funzionare ha bisogno che tutti gli attori siano in sintonia: lo Stato (centrale e periferico), gli enti e i giovani volontari. La Consulta è un luogo insostituibile dove le diverse esigenze del sistema del servizio civile si ricompongono: se non ci fosse più, con chi si consulterebbe lo Stato, con se stesso?».

È «sconfortante vedere come, ancora una volta, solo al servizio civile vengano tagliate le risorse, mentre nella prospettiva del prossimo biennio quelle per il Ministero della Difesa vengano addirittura incrementate», denuncia la Comunità Papa Giovanni XXIII. E Sergio Paronetto, vicepresidente nazionale di Pax Christi, commenta: «Brutta notizia quella di abolire, assieme alla Consulta nazionale per il servizio civile, anche il Comitato per la difesa non armata. Era in difficoltà, certo, privo di risorse e di prospettiva, prima ostacolato e poi bloccato. Invece di ripensarlo e di riattivarlo, con la “revisione della spesa” si è deciso di eliminarlo. È un cattivo segnale. L’Italia si era dotata negli anni di un dispositivo giuridico-operativo di grande valore. Potevano (e possono) nascere “le forze disarmate”, i corpi civili di pace di pari dignità costituzionale di quelle armate. Le spinte riarmiste di questi anni, alimentate dall’interesse di poche grandi aziende e dall’illusione tragica di un rilancio economico tramite l’industria militare, hanno ridato fiato alla logica più triste e distruttiva. È necessario che la società civile orientata alla pace sappia scuotersi di dosso la sfiducia e la rassegnazione. Urge alzarsi in piedi per riaprire il cantiere nonviolento dell’organizzazione di corpi civili non armati».

Gli enti del Servizio civile, con l’Arci in prima fila, promuovono un appello pubblico al ministro Andrea Riccardi perché si attivi affinché «il governo, attraverso le modalità più spedite, a cominciare da un emendamento da inserire in uno dei decreti in corso di conversione in queste settimane in Parlamento, agisca per la ricostituzione della Consulta». Anche perché, spiega l’Arci, non è questo il tipo di risparmio che consentirebbe di rimettere a posto i conti pubblici del nostro Paese: la Consulta «costa allo Stato 2.458 euro all’anno». Quindi si risparmia pochissimo, ma si «cancella la voce dei giovani in servizio civile e delle organizzazioni sociali».

Aggiornamento spirituale per i cappellani militari. A spese dello Stato

5 settembre 2012

“Adista”
n. 31, 8 settembre 2012

Luca Kocci

L’aggiornamento spirituale dei cappellani militari è a carico dello Stato. È quello che si scopre andando a leggere una lettera – resa nota dall’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti e leggibile integralmente sul sito internet dell’associazione (www.uaar.it) – che l’ordinario militare per l’Italia, mons. Vincenzo Pelvi, ha inviato lo scorso 7 giugno agli Stati maggiori di Difesa, Esercito, Marina ed Aeronautica ed ai Comandi generali di Carabinieri e Guardia di finanza. L’ordinario militare «convoca i cappellani per un approfondimento spirituale e culturale a beneficio del servizio assistenza spirituale al personale delle Forze armate», è scritto nella lettera. L’aggiornamento si terrà alla Domus Pacis di Santa Maria degli Angeli (Pg), a pochi chilometri da Assisi – come già lo scorso anno, quando peraltro mons. Pelvi invitò i cappellani alla «sobrietà» (v. Adista n. 78/11) – dal 24 al 27 settembre prossimi. «La pensione completa pari a 75 euro giornaliere, il viaggio di andata e ritorno e l’indennità di missione nazionale sono a carico dell’Ente di appartenenza», ovvero le strutture delle Forze armate dove sono inseriti i cappellani. «Si pregano codesti Stati maggiori e Comandi generali – prosegue il testo – di emettere le disposizioni di rito affinché i cappellani militari possano raggiungere la sede suindicata nei giorni previsti e, ove fosse necessario, di autorizzare il viaggio in aereo».

Non è difficile fare i conti: vitto e alloggio per i 182 cappellani attualmente in servizio ammontano a poco più di 40mila euro, con il viaggio e l’indennità di missione – più o meno elevata a seconda del grado ricoperto – si superano abbondantemente i 60mila euro. Inezie rispetto a quanto lo Stato spende ogni anno per il mantenimento dell’Ordinariato e dei preti-soldato, circa 17 milioni di euro: 10 milioni per gli stipendi dei cappellani, tutti inquadrati con i gradi militari (l’ordinario ha le stellette e il salario di un generale di corpo d’armata: oltre 9mila e 500 euro lordi al mese; il vicario generale è maggiore generale (8mila euro di stipendio); l’ispettore è brigadiere generale (6mila euro), il vicario episcopale, il cancelliere e l’economo sono colonnelli (fra i 4 e i 5mila euro); il primo cappellano capo è un maggiore (fra i 3 e i 4mila euro); il cappellano capo è capitano (3mila), il cappellano semplice ha il grado di tenente (2mila e 500); e 7 milioni per le pensioni, circa 160, per un importo medio annuo lordo di 43mila euro ad assegno (ma quelle degli alti ufficiali, in tutto 16, sono molto più elevate: l’ordinario militare – attualmente i vescovi castrensi in pensione sono 4: il presidente della Cei Angelo Bagnasco, Giovanni Marra, Giuseppe Mani e Gaetano Bonicelli – percepisce la pensione di un generale di corpo d’armata che, a seconda degli anni di servizio, ammonta fino ad oltre 4mila euro netti al mese), come ha riferito il ministro della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, rispondendo ad una recente interrogazione parlamentare dei Radicali.

Si tratta dunque di spese pubbliche aggiuntive, e per la voce «aggiornamento spirituale». Ma «la formazione è obbligatoria, lo prevede il ministero», spiegano dall’Ordinariato, precisando anche che «la Domus Pacis è la casa più economica che abbiamo trovato». In realtà per il solo vitto e alloggio la struttura costerebbe di meno, ma c’è un sovrapprezzo per l’utilizzo delle sale per le assemblee e i gruppi di studio. «Anche per i cappellani militari, in tema di missione fuori dall’ordinaria sede di servizio, deve trovare applicazione l’articolo 4, comma 98, della legge finanziaria per il 2012 (legge 183/2011), che prevede l’aggregazione per vitto e alloggio presso le strutture militari», nota Luca Marco Comellini, segretario del Partito per la tutela dei diritti di militari e Forze di polizia (Pdm), fondato nel luglio del 2009 (insieme anche al Radicale Maurizio Turco) «per riportare legalità, trasparenza e democrazia nell’ambito delle forze armate e delle forze di polizia a ordinamento militare». «Presso la cittadella militare della Cecchignola a Roma – prosegue – vi sono numerosi alloggi e ampi spazi di riunione dove i preti con le stellette potrebbero benissimo celebrare il seminario di studio», senza ulteriori spese. «L’Ordinariato è, e rappresenta, un inutile spreco di denaro pubblico se consideriamo che la sua funzione di assistenza spirituale al personale militare potrebbe essere tranquillamente svolta dai comuni preti in servizio presso le tante diocesi sparse nel Paese e all’estero», aggiunge Comellini, riprendendo peraltro una storica proposta di Pax Christi, che da anni chiede la smilitarizzazione dei cappellani (v. Adista Notizie nn. 81/95, 67/97, 81/00, 49/06 e 81/06), e della Chiesa di base (v. Adista Segni Nuovi n. 7/12). Il problema, infatti, è a monte: i cappellani sono militari a tutti gli effetti, stipendiati e mantenuti dalle Forze armate. Resta questo il nodo, tutto ecclesiale, da sciogliere.