Archive for ottobre 2012

Convegni revisionisti sul Concilio Vaticano II: paga il vescovo ciellino

30 ottobre 2012

“Adista”
n. 39, 3 novembre 2012

Luca Kocci

Nella dialettica che, rispetto alle interpretazioni del Concilio Vaticano II, contrappone i fautori della «ermeneutica della continuità» a quelli della «ermeneutica della discontinuità», il ciclo di incontri promosso dalla Associazione “Alessandro Maggiolini” (il vescovo conservatore di Como morto nel novembre del 2008) e da Alleanza Cattolica (gruppo del tradizionalismo cattolico) e finanziato dal vescovo ciellino di San Marino Luigi Negri sposa senza esitazione la linea della continuità. Anzi si spinge decisamente più in là, in direzione di una lettura revisionista del Concilio, come dimostrano sia i titoli delle relazioni sia soprattutto i nomi e i curricula dei relatori.

Si è cominciato lo scorso 26 ottobre, con l’intervento di Alberto Torresani, docente di Storia della Chiesa alla Università pontificia della Santa Croce di Roma, gestita dall’Opus Dei, collaboratore delle riviste Studi Cattolici (sempre di area Opus Dei), il Timone (mensile tradizionalista «di formazione e informazione apologetica popolare») e Nova Historica, rivista storica di destra diretta da Roberto De Mattei, presidente della Fondazione Lepanto. Il 23 novembre sarà la volta di Andrea Tornielli, vaticanista della Stampa e biografo di Pio IX e Pio XII, che terrà una singolare relazione dal titolo “Sulla via del Vaticano II: Pio XII”. Il 14 dicembre toccherà poi a mons. Agostino Marchetto, già segretario del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, severissimo recensore della Storia del Concilio Vaticano II di Giuseppe Alberigo che bollò come «ideologica», ed autore egli stesso di una contro-storia del Concilio (Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Contrappunto per la sua storia), pubblicata dalla Libreria editrice vaticana (v. Adista nn. 45 e 47/07, 68/10). Il 25 gennaio interverrà Massimo Introvigne (vice presidente di Alleanza Cattolica) e il 22 febbraio don Pietro Cantoni, già lefevriano (venne ordinato prete proprio da mons. Marcel Lefebvre a Ecône, nel 1978), collaboratore di Cristianità, il periodico di Alleanza cattolica, e della rivista tradizionalista Renovatio. E ci saranno anche due curiali: l’8 marzo don Nicola Bux, consultore delle Congregazioni per la Dottrina della Fede e per le Cause dei Santi, che parlerà della «controversa» riforma liturgica; e il 17 maggio – a conclusione del ciclo – l’ultraconservatore card. Raymond Leo Burke, prefetto del Tribunale della Segnatura apostolica, che interverrà sulla «importanza del Diritto nella vita della Chiesa». Il tutto finanziato da mons. Negri, vescovo di San Marino, uno dei sette vescovi ciellini in servizio in Italia (gli altri sono il card. Angelo Scola, mons. Filippo Santoro, di Taranto, mons. Giancarlo Vecerrica, di Fabriano-Matelica, mons. Vincenzo Orofino, di Tricarico, mons. Michele Pennisi,diPiazza Armerina, e il neonominato vescovo di Reggio Emilia Massimo Camisasca, v. Adista Notizie n. 36/12), che è anche stato nominato da Benedetto XVI delegato al Sinodo dei vescovi, appena terminato.

L’obiettivo “revisionista” del ciclo di incontri è esplicitato dagli organizzatori: fare piazza pulita della «cattiva ermeneutica» che ha interpretato il Concilio come evento di rottura con la Tradizione e rilanciare invece l’ermeneutica della continuità – proclamata dallo stesso Ratzinger durante il discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005 –, senza timore di essere segnati «col marchio infamante di “preconciliari”»; «tradizionalisti ribelli» o «integralisti». «E poiché tra i “distillati di frodo” dal Vaticano II c’è anche il principio che nessun errore può essere condannato nella Chiesa a meno di peccare contro il dovere della comprensione e del dialogo – scriveva il card. Giacomo Biffi in un testo del 1984 rilanciato dai promotori degli incontri–, nessuno osa più denunciare con vigore e con tenacia i veleni che stanno progressivamente intossicando il popolo di Dio».

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Da Gesù a Ratzinger, “cristianesimi” a confronto. I due cristianesimi di Antonio Thellung

26 ottobre 2012

“Adista”
n. 38, 27 ottobre 2012

Luca Kocci

«La parola cristianesimo viene usata con due significati: il messaggio evangelico di Gesù, ma anche il “cristianesimo reale”, ovvero quello che i cristiani hanno espresso e costruito nella storia, comprese le strutture ecclesiastiche di potere. Allora mettere in luce le differenze può aiutare a comprendere meglio quanto accaduto nel passato, a spiegare le contraddizioni del presente e a non perdere la speranza nel futuro». Ed è proprio questa l’operazione che compie Antonio Thellung – già autore di Una saldissima fede incerta ed Elogio del dissenso; ulteriori informazioni sull’autore al sito http://www.antoniothellung.it – nei Due cristianesimi, il suo libro appena pubblicato dalla Meridiana (pp. 156, 16€; in vendita anche presso Adista, tel. 06/6868692, e-mail: abbonamenti@adista.it). Un’attenta ricostruzione teologica e storica – non specialistica, ma non per questo superficiale e semplicistica – del percorso del cristianesimo, dall’annuncio di Gesù fino a papa Ratzinger, passando per i nodi fondamentali del cammino dei fedeli e della Chiesa (dalla «svolta imperialistica» di Costantino alla cristianità medievale, dall’«assolutismo papale» al Concilio Vaticano II), per mettere a fuoco la progressiva divaricazione fra i due modelli e, nello stesso tempo, non abbandonare le speranze di riconciliazione.

«La storia del cristianesimo si è sviluppata attraverso questa ambiguità, che da un lato comprende l’assoluta novità del messaggio evangelico e dall’altro gli aspetti prepotenti dell’autoritarismo di sempre», spiega Thellung. «Ed è interessante constatare come le esigenze imperialistiche abbiano saputo svilupparsi rigogliosamente senza mai contestare o rinnegare il messaggio di Gesù, ma utilizzandolo nei suoi vari aspetti come surrettizie giustificazioni per sostenere talvolta perfino l’ingiustificabile: insomma siamo stati capaci di proclamare Cristo e contemporaneamente di tradirlo col cuore e con i gesti».

Spesso anche piegando il lessico a questa sorta di conciliazione dei lontani, se non degli opposti…

Esatto. Mentre mi piacerebbe che si chiamassero le cose con il loro nome, cioè che si chiamasse cristianesimo solo quel che è conforme al messaggio di Gesù, dando invece il loro nome a tutti quegli aspetti imperialistici della cristianità che si sono affermati nella storia e che permangono tuttora sotto diversi aspetti. Pensiamo alla battaglia di Lepanto del 1571: la storia usa chiamare “flotta cristiana” quella che ha sconfitto i turchi, ma in un linguaggio corretto bisognerebbe dire che con quella flotta armata Cristo non c’entrava proprio nulla. Era semplicemente la flotta occidentale. Un altro esempio, a noi più familiare, è l’uso ambiguo che si continua a fare della parola Chiesa, sia per indicare l’intero popolo cristiano, sia con riferimento al solo Magistero. In tal modo l’autorità può facilmente utilizzare i valori dell’insieme per legittimare se stessa anche là dove Cristo non c’entra a nulla. La Lumen Gentium dice che «l’universalità dei fedeli… non può sbagliarsi nel credere… quando dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici mostra l’universale suo consenso in cose di fede e di morale». Ma quando questa universalità non c’è, e capita molto spesso, sarebbe meglio che il Magistero esprimesse chiaramente qual è il proprio pensiero, senza pretendere che sia quello della Chiesa intera.

Ci vorrebbe anche una “purificazione” del linguaggio?

Sì, perché se si chiamasse cristiano solo quello che è conforme al Vangelo, molte sovrastrutture si mostrerebbero chiaramente per quello che sono.

Ti sembra che questa ambiguità abbia delle ripercussioni sulla vita di fede dei cattolici?

Certamente. Negli ambienti della società civile, molti oggi si trovano a disagio nel dirsi cristiani, perché temono di essere assimilati a qualcosa che con Gesù non c’entra. Così, talvolta, tendono a giustificarsi con dei distinguo come se si vergognassero. Il fatto è che mentre sarebbe ovvio sentirsi fieri dell’essenza evangelica, c’è da vergognarsi, e molto, di tutto quello che viene definito come cristiano mentre non lo è. Del resto in molti Paesi orientali il cristianesimo viene identificato con la civiltà occidentale, col risultato che per certe popolazioni i cristiani risultano prepotenti, guerrafondai, colonialisti e oppressori. E il messaggio di Gesù, mite e umile di cuore, rimane umiliato e ignorato.

Cosa è la Chiesa?

È assemblea di incontro e confronto, comunione di consensi e dissensi, ricerca di aiuto reciproco per farsi tutti solidali. I confini dell’autentica Chiesa non sono definibili con criteri imperialistici, basati su inclusioni o esclusioni, perché chiunque guarda a Cristo fa parte della sua Chiesa: giusti e peccatori, prostitute e pubblicani, grano e zizzania, e tutti quelli che verranno da Oriente e da Occidente. I seguaci di Cristo sono tenuti a identificarne i vari aspetti di volta in volta. Cominciare a utilizzare la parola cristiano in modo proprio contribuirebbe a facilitare il compito.

C’è speranza?

Io continuo a sperare e a sognare. Sogno una Chiesa dalle coscienze adulte, che ha bisogno anche di un Magistero, purché non sia autoritario e prevaricante. Un Magistero che sappia dialogare positivamente con il consenso ma ancor più con il dissenso, sempre utilissimo per correggere i rischi di finire fuori strada. Dall’altro lato, però, le coscienze adulte dovranno saper esprimere un dissenso affettuoso, senza sterili contrapposizioni, per costruire tutti insieme il futuro.

Contro il voto clientelare e l’astensionismo: appello dei vescovi siciliani

25 ottobre 2012

Linkiesta-Adista

25 ottobre 2012

Luca Kocci

Alla vigilia delle elezioni regionali del prossimo 28 ottobre i vescovi siciliani scendono in campo con un appello contro l’astensionismo e contro qualsiasi inquinamento del voto, di tipo sia clientelare che mafioso. «Lo spettro dell’astensione circola e rischia di apparire a troppi come la “lezione” da assestare a chi non vuole capire», scrivono i vescovi, citando parola per parola il discorso tenuto dal card. Bagnasco nella prolusione pronunciata al Consiglio permanente della Cei a settembre, auspicando invece che «la partecipazione al voto sia ampia, piena, consapevole, libera da occulti e fuorvianti condizionamenti, soprattutto di natura criminale, e affrancata da logiche clientelari o di mera tutela di rendite parassitarie o privilegi prevaricanti», presenti «anche nella campagna elettorale in corso».
Non si tratta di una novità, ma di una tendenza profondamente radicata, grazie alla quale «la cattiva politica ha potuto prosperare, coniugando consenso e spesa pubblica improduttiva, in una prospettiva sempre più appiattita al solo ciclo elettorale». E proprio per questo, aggiungono i vescovi, questa spirale va interrotta: «Le elezioni non sono un passaggio taumaturgico, ma costituiscono un vincolo democraticamente insuperabile, e quindi qualificante e decisivo».
La critica dei vescovi di Sicilia nei confronti della politica, sia locale che nazionale, è severa. «La chiusura anticipata di una legislatura assai travagliata e contraddittoria – scrivono – giunge in una fase di allarmante decadimento culturale, politico, sociale ed economico», in cui «le gravi inadempienze dello Stato, ma soprattutto della stessa Istituzione regionale» si ripropongono «immutate». Più blanda invece l’autocritica, soprattutto se si considera che gli ultimi due presidenti della Regione Sicilia, Salvatore Cuffaro e Raffele Lombardo – il primo in carcere (condannato a sette anni per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio) e il secondo sotto inchiesta per voto di scambio e concorso esterno in associazione di tipo mafioso –, hanno sempre fatto riferimento all’area cattolica e da essa sono stati fortemente sponsorizzati: «Non vogliamo esimerci – si limitano a dire i vescovi – da un necessario esame di coscienza riguardo alle responsabilità che anche noi credenti, insieme con tutti gli altri, abbiamo avuto in questo processo di degrado».

La Conferenza episcopale siciliana non dà indicazioni di voto («Non tocca a noi pastori pronunciarci sugli aspetti tecnici e strettamente politici»), si sofferma però a sottolineare alcune priorità, peraltro tanto condivisibili quanto generiche, per aiutare il discernimento degli elettori. Su tutte l’attenzione ai giovani e al lavoro: «La crescita esponenziale dell’emigrazione intellettuale e gli intollerabili livelli della disoccupazione giovanile sono le evidenze empiriche più eclatanti di una progressiva implosione, esito dell’impoverimento morale, prima ancora che economico, della nostra regione. L’attenzione verso il mondo giovanile, di conseguenza, deve tradursi in obiettivi prioritari e concreti», tanto più che «la politica nazionale e regionale ha sistematicamente disatteso un tale impegno. Peggio ancora! Attraverso penose scorciatoie, utilizzate per creare o mantenere il consenso elettorale, si è contribuito ad alterare gravemente l’approdo al mondo del lavoro di migliaia di giovani, bruciando intere generazioni con la piaga del precariato». E poi: «La lotta penetrante e inesorabile alla corruzione e al malaffare e la riforma dei meccanismi e degli strumenti della partecipazione democratica». Quindi «ripensare alla luce dei principi di sussidiarietà e solidarietà, e non del mero rigore finanziario, le politiche sociali e l’organizzazione della sanità», e «assumere una progettualità precisa e trasparente in settori strategici per la vita della collettività siciliana come quelli della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, dell’acqua, nonché della valorizzazione delle energie alternative, della tutela dell’ambiente e del territorio, e delle risorse artistiche e culturali». Infine «un maggiore sostegno alla scuola, compresa quella paritaria», ovvero quella cattolica: un ritornello che le gerarchie ecclesiastiche intonano piuttosto spesso, come una litania.

«Il riconoscimento del martirio di don Giuseppe Puglisi, incommensurabile dono di grazia per tutta la Chiesa (verrà beatificato nel prossimo mese di maggio, n.d.r.), così come l’esempio luminoso di Rosario Livatino e di altri testimoni – conclude il documento –, sanciscono la radicale inconciliabilità tra l’impegno per il Vangelo di Cristo ed ogni forma di potere mafioso». Parole non scontate, anche alla luce delle relazioni fra Chiesa e mafia che, nel corso della storia, non sempre sono state cristalline e trasparenti. Basti ricordare il cardinale Ernesto Ruffini, arcivescovo di Palermo dal 1945 al 1967, secondo il quale la mafia era un’invenzione dei comunisti per danneggiare la Democrazia Cristiana: «Mi sorprende alquanto che si possa supporre che la mentalità della cosiddetta mafia sia associata a quella religiosa – scriveva a mons. Angelo Dell’Acqua nel 1963 –. È una supposizione calunniosa messa in giro, specialmente fuori dall’isola di Sicilia, dai socialcomunisti, i quali accusano la Democrazia Cristiana di essere appoggiata dalla mafia, mentre difendono i propri interessi economici in concorrenza proprio con organizzatori mafiosi o ritenuti tali». Parole molto diverse da quelle di oggi.

Corano, Bibbia e Costituzione: la XI Giornata del dialogo cristiano-islamico

24 ottobre 2012

“Adista”
n. 38, 27 ottobre 2012

Luca Kocci

La Costituzione della Repubblica italiana sarà al centro della XI Giornata del dialogo cristiano-islamico, in programma il prossimo 27 ottobre, animata dal periodico online Il Dialogoe da altre riviste e realtà di base cattoliche, islamiche e protestanti.

Un tema politico solo apparentemente anomalo per una iniziativa di natura ecumenica: la Costituzione proclama la laicità come uno dei valori fondamentali, e solo nella laicità è possibile la convivenza e la pari dignità fra le diverse fedi e confessioni religiose. Una laicità scritta nella Carta e spesso “tradita” nella realtà, come dimostra – spiegano i promotori – sia «la questione della costruzione delle moschee che sono di fatto bloccate in tutta Italia», sia la firma dell’Intesa fra Stato italiano e diverse confessioni religiose, fra cui quella con i musulmani, ancora «in alto mare». Quindi una laicità da riscoprire e da valorizzare, per cui il titolo della Giornata è “Islam, cristianesimo, Costituzione: cristiani e musulmani a confronto con la laicità dello Stato”.

«La nostra Carta costituzionale, a 65 anni dalla sua promulgazione, è ancora largamente inattuata ed anzi continuamente calpestata nei suoi principi fondamentali  e necessita, quindi, di una sua robusta difesa che si può attuare con la sua conoscenza e con la sollecitazione di iniziative concrete dal basso per la sua attuazione», spiegano gli organizzatori della Giornata del dialogo. «L’islam in Italia, come è sottolineato in numerosi studi sull’argomento, fa ancora fatica a diventare un “islam italiano”, è ancora un fenomeno legato molto strettamente all’immigrazione, pur essendoci già le seconde e forse anche terze generazioni degli immigrati musulmani arrivati in Italia 40 anni fa, che però sono ancora legati alle loro terre d’origine di cui vivono intensamente come proprie le vicissitudini attuali».

Oltre 100 le iniziative di ecumenismo di base in programma in tutta Italia il 27 ottobre e nei giorni immediatamente precedenti o successivi (informazioni sulle singole iniziative si trovano sul sito internet del Dialogo: La Costituzione della Repubblica italiana sarà al centro della XI Giornata del dialogo cristiano-islamico, in programma il prossimo 27 ottobre, animata dal periodico online Il Dialogoe da altre riviste e realtà di base cattoliche, islamiche e protestanti.

Un tema politico solo apparentemente anomalo per una iniziativa di natura ecumenica: la Costituzione proclama la laicità come uno dei valori fondamentali, e solo nella laicità è possibile la convivenza e la pari dignità fra le diverse fedi e confessioni religiose. Una laicità scritta nella Carta e spesso “tradita” nella realtà, come dimostra – spiegano i promotori – sia «la questione della costruzione delle moschee che sono di fatto bloccate in tutta Italia», sia la firma dell’Intesa fra Stato italiano e diverse confessioni religiose, fra cui quella con i musulmani, ancora «in alto mare». Quindi una laicità da riscoprire e da valorizzare, per cui il titolo della Giornata è “Islam, cristianesimo, Costituzione: cristiani e musulmani a confronto con la laicità dello Stato”.

«La nostra Carta costituzionale, a 65 anni dalla sua promulgazione, è ancora largamente inattuata ed anzi continuamente calpestata nei suoi principi fondamentali  e necessita, quindi, di una sua robusta difesa che si può attuare con la sua conoscenza e con la sollecitazione di iniziative concrete dal basso per la sua attuazione», spiegano gli organizzatori della Giornata del dialogo. «L’islam in Italia, come è sottolineato in numerosi studi sull’argomento, fa ancora fatica a diventare un “islam italiano”, è ancora un fenomeno legato molto strettamente all’immigrazione, pur essendoci già le seconde e forse anche terze generazioni degli immigrati musulmani arrivati in Italia 40 anni fa, che però sono ancora legati alle loro terre d’origine di cui vivono intensamente come proprie le vicissitudini attuali».

Oltre 100 le iniziative di ecumenismo di base in programma in tutta Italia il 27 ottobre e nei giorni immediatamente precedenti o successivi (informazioni sulle singole iniziative si trovano sul sito internet del Dialogo: http://www.ildialogo.org).

La presentazione ufficiale della Giornata sarà a Roma, il prossimo 24 ottobre (alle ore 15, nella sala polifunzionale di via Santa Maria in Via 37, con la partecipazione anche del ministro per la Cooperazione e l’Integrazione Andrea Riccardi). Invitiamo a partecipare e ad organizzare iniziative di dialogo, dicono i promotori, «nella convinzione che sono “beati quelli che si adoperano per la pace” (Mt 5,9) , perché Dio (Allah) “chiama alla dimora della pace” (Sura 10,25) perché lui è “la pace” (Sura 59,23), perché il dialogo è lo sforzo sulla via di Dio che ci compete e ci onora».

Imu alla Chiesa: il papocchio del governo. Intervista a Maurizio Turco

22 ottobre 2012

“Adista”
n. 38, 27 ottobre 2012

Luca Kocci

Il premier Mario Monti l’aveva assicurato poche settimane dopo il suo insediamento a Palazzo Chigi: verrà cancellata l’esenzione dal pagamento dell’Ici, frattanto diventata Imu, sugli immobili di proprietà degli enti ecclesiastici. Non su tutti, aveva precisato il presidente del Consiglio, ma solo su quelli – o sulla parte di quelli – utilizzati per fini commerciali. Quindi i centri di accoglienza per i senza dimora e le mense per i poveri sarebbero rimasti esenti, mentre avrebbero pagato l’imposta gli ex conventi trasformati in alberghi oppure i ristoranti per i pellegrini.

Ad inzio anno, infatti, è arrivata la legge, anzi l’emendamento alla legge sull’Imu, sulla base dei criteri esposti dallo stesso Monti: esenzione solo per gli immobili nei quali si svolge «in modo esclusivo un’attività non commerciale» oppure «limitata alla sola frazione di unità nella quale si svolga l’attività di natura non commerciale». Dopo l’estate, poi, è stata la volta del regolamento attuativo, messo a punto dal Ministero dell’Economia, che avrebbe dovuto rendere attuativa la norma. Pochi giorni fa, però, il Consiglio di Stato lo ha bocciato: per i giudici di Palazzo Spada il regolamento va oltre i poteri che il governo ha indicato con il decreto “liberalizzazioni” per disciplinare il regime di esenzione dall’Imu per tutti gli immobili degli enti non commerciali. Il ministero guidato da Vittorio Grilli secondo i consiglieri di Stato, ha ampiamente superato il potere che la legge sull’Imu gli aveva concesso. Non si è limitato ad indicare le «modalità» con cui calcolare le porzioni degli immobili usati a fini commerciali, per trarne un utile, laddove la situazione è «indistinta» o mista, e dunque da sottoporre a imposta. Ma si è dilungato ad elencare tutte le situazioni in cui un ente non è commerciale, e dunque esente di fatto dall’Imu: per esempio l’ospedale, la clinica o il centro di riabilitazione se è accreditato o convenzionato con lo Stato; gli alberghi o gli ostelli che fanno pagare una quota che non supera la metà di quella media prevista per le stesse attività commerciali svolte nello stesso territorio; oppure le scuole cattoliche la cui retta scolastica pagata dalle famiglie non copre integralmente il costo effettivo del servizio. Ovviamente il Consiglio di Stato non entra nel merito, perché non è di sua competenza: non dice cioè se questi criteri sono giusti o sbagliati. Afferma però che non possono essere contenuti nel regolamento attuativo del Ministero.

A questo punto le possibilità sono due: una norma specifica che consenta al Ministero dell’Economia di disciplinare nei dettagli la materia (come appunto è stato fatto nel regolamento bocciato dal Consiglio di Stato); oppure trasformare il regolamento in un testo legislativo. In ogni caso, andando a leggere tutti i casi di esenzione studiati dal ministero, l’impressione è che a pagare l’Imu – a meno che non venga modificato qualcosa, come Grilli ha garantito dopo la bocciatura di Palazzo Spada – saranno davvero pochissimi immobili.

Per approfondire la questione Adista ha intervistato Maurizio Turco, deputato dei Radicali, partito che ha denunciato la questione all’Unione europea (la quale, a sua volta, ha avviato una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia nell’ottobre 2010 ipotizzando che l’esenzione alla Chiesa dall’Ici prima e dall’Imu poi possa rappresentare un illegittimo aiuto di Stato).

Onorevole Turco, per quale motivo il Consiglio di Stato ha bocciato il provvedimento? Si tratta di un governo tecnico, dovrebbero essere in grado di scrivere una legge formalmente corretta…

Dal nostro punto di vista la legge è chiara e corretta, cioè rispondente a quanto prevedono le direttive comunitarie. La legge però prevede che il principio enunciato nella norma sia trasposto nella pratica attraverso un regolamento. E il “funzionariato ministeriale” che ha predisposto il regolamento attuativo secondo il Consiglio di Stato è andato oltre i poteri che la legge gli aveva dato.

Mi pare interessante soprattutto andare a vedere come aveva, per dirla con il Consiglio, «esulato» dai propri poteri e quali proposte aveva formulato «in assenza di criteri o altre indicazioni normative atte a specificare la natura non commerciale di una attività». E qui, grazie al Consiglio di Stato, veniamo a conoscenza di quello che l’ignoto regolamento definiva attività non commerciali, e quindi esenti dal pagamento dell’Imu: si va dal criterio dell’accreditamento o convenzionamento con lo Stato (attività assistenziali e sanitarie); a quello della gratuità o del carattere simbolico della retta (attività culturali, ricreative e sportive); a quello dell’importo non superiore alla metà di quello medio previsto per le stesse attività svolte nello stesso ambito territoriale con modalità commerciali (attività ricettive e in parte assistenziali e sanitarie); a quello della non copertura integrale del costo effettivo del servizio (attività didattiche). Insomma il “funzionariato ministeriale” invece di far pagare le tasse ha tentato per l’ennesima volta di legalizzare il non pagamento forzato.

Ora cosa succederà? Si azzera tutto oppure il governo farà in tempo a recuperare per l’inizio del 2013?

La Presidenza del Consiglio ha dichiarato che interverrà, «integrando la norma primaria (ovvero la legge, ndr), nel punto in cui autorizza l’intervento regolamentare, inserendo anche i requisiti che devono avere le attività per essere definite come non commerciali». Si tratta però ora di vedere se il governo procederà dando attuazione ai principi che erano stati chiariti con la legge o se intenderà legalizzare quanto era stato scritto nel regolamento. Lo capiremo solo quando leggeremo il nuovo testo. L’obiettivo dichiarato da Palazzo Chigi è quello di far pagare l’Imu per il 2013 anche agli immobili commerciali di proprietà ecclesiastica, con «pieno adeguamento al diritto comunitario». E così mi pare che finalmente si ammetta che l’attuale legislazione viola il diritto comunitario: fatto che sosteniamo dal 2006 con le nostre denunce davanti alla Commissione europea.

Ma è così complicato mettere a punto una norma che faccia pagare l’Imu anche gli immobili commerciali di proprietà ecclesiastica? Oppure c’è una precisa volontà del governo e delle forze politiche – trasversale agli schieramenti – a mantenere l’esenzione intatta, tanto più ora che siamo in campagna elettorale e che è bene avere il favore della Chiesa?

I fatti dimostrano che è complicato mettere a punto una norma che non faccia pagare facendo credere all’UE il contrario. E questi tentativi soprannaturali sono stati messi in campo in tutti i periodi politici, sia in prossimità che il giorno dopo le lezioni, in tempi di vacche grasse e nei momenti difficili come quelli di oggi, da tutti gli schieramenti politici senza distinzione alcuna, a parte noi Radicali.

Come potrebbe intervenire l’Europa? A che punto è l’iter dell’indagine europea su questo «aiuto di Stato» alla Chiesa?

L’Europa politica dovrebbe prendere atto di quello che gli uffici tecnici hanno detto loro: la legge italiana di esenzione di attività commerciali effettuate da enti no profit è in contrasto con le direttive europee. Evidentemente anche in Europa ci sono figli e figliastri, violazioni che a qualcuno si fanno pagare con particolare durezza e violazioni sulle quali si chiude un occhio. Infatti le prime denunce le abbiamo promosse nel 2006; poi di fronte al tentativo subdolo di chiudere la procedura senza chiuderla siamo ricorsi alla Corte europea di Giustizia che ha costretto la Commissione a fare un’indagine approfondita. Indagine che non si conclude perché l’Italia continua ad annunciare provvedimenti campati in aria che dovrebbero risolvere il problema. Ma il problema si risolve solo facendo pagare e non certo cercando i più fantasiosi escamotage per non farla pagare. Diciamo che tutto il mondo è paese e che ormai la peste italiana è arrivata in Europa.

Un papa «riduzionista»

12 ottobre 2012

“il manifesto”
12 ottobre 2012

Luca Kocci

Non il «balzo in avanti» prospettato da Giovanni XXIII, il pontefice che aprì il Concilio Vaticano II l’11 ottobre 1962, ma una «novità nella continuità». Usa gli ossimori papa Ratzinger per ricordare, e nello stesso tempo riportare all’interno dei saldi binari della tradizione e del magistero cattolico romano, il Concilio, contro tutte le interpretazioni “progressiste” sorte negli anni del post Concilio.

Non è una novità. Fin dall’inizio del suo pontificato – in un discorso alla curia romana il 22 dicembre 2005 – Ratzinger aveva esplicitato il suo pensiero sul Vaticano II: «Due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione; l’altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato e porta frutti». La prima è «l’ermeneutica della discontinuità e della rottura», la seconda è «l’ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità».

Ieri a piazza San Pietro, nell’anniversario dell’inizio del Concilio, durante l’omelia della messa per l’apertura dell’Anno della fede, Ratzinger ha ribadito gli elementi chiave della sua interpretazione che, se non è revisionista, è perlomeno riduzionista. Primo: limitarsi alla «lettera» del Concilio, ovvero ai documenti ufficiali prodotti da quell’assise – che, per quanto avanzati su molti aspetti, furono il risultato del necessario compromesso fra progressisti e conservatori, e quindi contengono anche elementi di segno molto diverso fra loro  –, e abbandonare la nozione di «spirito» del Concilio, cara invece ai settori ecclesiali più progressisti, che proprio lì ravvisarono la volontà di aggiornamento e di rinnovamento della Chiesa, rimasta ancora ferma al Concilio Vaticano I di Pio IX. Anzi, precisa Ratzinger «l’autentico spirito» del Concilio si trova solo nella sua «lettera». «Il riferimento ai documenti – spiega il papa – mette al riparo dagli estremi di nostalgie anacronistiche e di corse in avanti, e consente di cogliere la novità nella continuità». Secondo: rifiutare qualsiasi interpretazione del Vaticano II come evento di «rottura», perché «il Concilio non ha escogitato nulla di nuovo come materia di fede, né ha voluto sostituire quanto è antico». Invece «negli anni seguenti – ed è implicito il riferimento sia alla Chiesa di base sia anche alla “scuola di Bologna” di Dossetti e degli storici Alberigo e Melloni, rei di aver redatto una storia del Concilio giudicata in Vaticano troppo progressista – molti hanno accolto senza discernimento la mentalità dominante, mettendo in discussione le basi stesse del depositum fidei, che purtroppo non sentivano più come proprie nella loro verità».

Per rendere ancora più chiara l’interpretazione del Concilio nell’ottica della continuità, la messa di ieri si è aperta con una grande processione in piazza San Pietro – come già all’apertura del Vaticano II –, in cui hanno sfilato non i padri conciliari di ieri, ma 400 cardinali, vescovi, patriarchi e presidenti delle Conferenze episcopali di oggi (fra cui una dozzina di “reduci” del Concilio, ora novantenni), portando all’altare i messaggi finali del Vaticano II e una copia del Catechismo della Chiesa cattolica voluto da papa Wojtyla nel 1997. Del resto, ha voluto precisare Ratzinger, «fra Paolo VI (il papa che chiuse il Concilio nel 1965, n.d.r.) e Giovanni Paolo II c’è stata una profonda e piena convergenza». Un’operazione non nuova, anche questa, della conciliazione degli opposti all’interno della Chiesa, già sperimentata nel 2000, quando Wojtyla decise di beatificare insieme nello stesso giorno Pio IX, il papa del Sillabo e del non expedit, e Giovanni XXIII, il pontefice della Pacem in Terris  e dell’apertura al mondo moderno.

Sentenza con clemenza per l’ex maggiordomo

7 ottobre 2012

“il manifesto”
7 ottobre 2012

Luca Kocci

Una sentenza già scritta per poter raccontare una verità di comodo. Mentre la verità vera rimane ancora tutta da accertare e, ammesso che venga svelata, difficilmente sarà resa pubblica, ma resterà confinata Oltretevere.

Come annunciato si è concluso ieri in Vaticano il processo lampo – era iniziato lo scorso 29 settembre – a Paolo Gabriele, l’ex maggiordomo di papa Ratzinger accusato, e ora anche riconosciuto colpevole, di aver diffuso all’esterno delle mura dello Stato pontificio documenti riservati del papa, dei cardinali e degli uffici di Curia, finiti poi sui giornali, in televisione e nel libro di Gianluigi Nuzzi Sua Santità. La condanna è stata più mite di quanto alcuni avevano previsto: 3 anni di reclusione – come chiesto dal pm, il promotore di giustizia Nicola Picardi –, diminuiti ad 1 anno e 6 mesi considerando, si legge nella sentenza, «l’assenza di precedenti penali, le risultanze dello stato di servizio in epoca antecedente ai fatti contestati, il convincimento soggettivo, sia pure erroneo, indicato dall’imputato quale movente della sua condotta, nonché la dichiarazione circa la sopravvenuta consapevolezza di aver tradito la fiducia del santo padre».

Gabriele quindi è colpevole di aver «sottratto»  documenti riservati, ma non avendo precedenti, avendo agito in buona fede e avendo ammesso di aver «tradito» il papa, gli è stato concesso una sostanziosa riduzione di pena. Che dovrebbe scontare in un carcere italiano, dal momento che in Vaticano non ci sono prigioni, ma solo celle per detenzioni brevi nella sede della Gendarmeria. Tuttavia è assai probabile che presto arrivi la concessione della grazia da parte di Ratzinger, come lascia intendere il direttore della Sala stampa della Santa sede, padre Federico Lombardi: «La possibilità della grazia è molto concreta e molto verosimile», ha spiegato Lombardi. «Il papa ci sta pensando e, ora che sono a disposizione gli atti del processo, ci sono anche maggiori elementi in base ai quali il pontefice potrà valutare la sua decisione». Sarebbe anche una mossa dall’indubbio valore mediatico con cui il Vaticano, benché accerchiato dagli scandali – dalla questione della pedofilia al Vatileaks –, rafforzerebbe la sua immagine di bontà e misericordia.

L’ex maggiordomo, anche nelle dichiarazioni finali dopo le arringhe di accusa e difesa, ha ribadito quanto già affermato in precedenza: «Ho la convinzione di aver agito per amore esclusivo, direi viscerale, per la Chiesa e per il papa, non mi sento un ladro». Ha cioè confermato di essere stato scandalizzato dal marcio che regnava nei sacri palazzi: «Vedendo male e corruzione dappertutto nella Chiesa ero sicuro che uno shock, anche mediatico, avrebbe potuto essere salutare per riportare la Chiesa nel suo giusto binario». Dopo due ore di camera di consiglio, il presidente del Tribunale vaticano, Giuseppe Dalla Torre, ha letto la sentenza di condanna, «in nome di sua santità Benedetto XVI gloriosamente regnante», stata giudicata positivamente dall’avvocata di Gabriele, Cristiana Arru, che ora ha tre giorni di tempo per presentare l’eventuale appello.

Archiviato il processo, la vicenda – innescata non da un solitario maggiordomo, che pure ha avuto un ruolo importante nel Vatileaks, ma dalla guerra fra gruppi di potere all’interno della Curia, anche in vista della ormai prossima sostituzione del segretario di Stato Tarcisio Bertone, che da tempo ha raggiunto l’età pensionabile – è tutt’altro che chiusa. Rimangono ignoti gli altri “corvi” che hanno contribuito alla diffusione dei documenti riservati, di cui ha parlato lo stesso Gabriele prima – nel corse dei due mesi di custodia cautelare in cella – e durante il processo. E rimangono aperti tutte le altre ipotesi di reato che Antonio Bonnet, il giudice istruttore che a metà agosto ha rinviato a giudizio l’ex maggiordomo, ha elencato nella sua sentenza ma che ha deciso di non far entrare nel processo Gabriele: dai «delitti contro lo Stato» (vaticano) al «concorso di più persone in reato», per cui l’istruttoria resta teoricamente «aperta». La scelta della Santa Sede di portare alla sbarra un solo imputato per un unico reato, il furto – anche se a breve si aprirà il processo anche per Claudio Sciarpelletti, il tecnico informatico della Segreteria di Stato accusato di favoreggiamento –, aveva un’unica motivazione: poter dire che il colpevole è solo il maggiordomo.

«Perché la rivoluzione del Concilio è morta». Intervista a don Andrea Gallo

4 ottobre 2012

“la Repubblica”
4 ottobre 2012

Luca Kocci

Prete di strada, parroco dei centri sociali, l’immancabile prete comunista: si sprecano le definizioni utilizzate dai media per descrivere don Andrea Gallo, il sacerdote genovese della Comunità di San Benedetto al Porto. Spesso, però, ne manca una e don Gallo ci tiene a ricordarlo: «Io sono un prete del Concilio». Un prete che continua a sognare «una Chiesa povera e dei poveri», come vuole il Vangelo, come sperava il Concilio. «Oggi la Chiesa non riflette più su se stessa, perché è “sazia” e ha assunto nella società un ruolo dominante e una posizione di potere. La curia romana e le gerarchie ecclesiastiche lo sanno, ma tacciono. In questo modo la Chiesa abbandona la profezia e dimentica la forza eversiva del Vangelo».

Non si mette più in discussione perché la tentazione del potere ha avuto la meglio?

«Esatto. E così il Concilio, che è stato una “rivoluzione copernicana”,
dopo cinquant’anni, è morto».

Sarà possibile riportarlo in vita?

«Quella della Chiesa è una crisi di sistema, strutturale. Per risolverla ci vorrebbe una risposta teologica, invece si preferisce organizzare i raduni di massa, i pellegrinaggi, le offensive mediatiche, che però sono solo fumo negli occhi, perché la crisi rimane intatta. L’unica speranza per salvare la Chiesa  sono il popolo di Dio e i cattolici di base. Lo ha scritto in uno dei suoi ultimi libri anche Hans Küng, il grande teologo a cui la Congregazione per la dottrina della fede ha proibito di insegnare nelle università cattoliche: “Salviamo la Chiesa”» (…).

Di chi sono le maggiori responsabilità? Chi ha affossato il Concilio e addomesticato la forza eversiva del Vangelo?

«Le responsabilità sono di tutti i cattolici, ma è ovvio che bisogna partire
dall’alto, ovvero dalla gerarchia ecclesiastica. Ai tempi del Concilio avevo un amico che stava a Roma e che era molto vicino a Roncalli. E Roncalli un giorno gli confessò: sai perché non spingo troppo l’acceleratore per le riforme? Perché questi venerabili uomini della curia romana si rivolterebbero a tal punto che, dopo di me, eleggerebbero come mio successore un uomo che affosserebbe tutto quello che ho cominciato. Ecco di chi sono le responsabilità».

Pare che la “profezia” di Roncalli si sia avverata…

«Completamente. Già Paolo VI, successore di Giovanni XXIII, fece qualche passo indietro, ad esempio con l’enciclica Humanae vitae, quella contro la
pillola. Con Wojtyla, poi, è iniziata la vera e propria restaurazione. Ha decapitato la teologia della liberazione, che invece aveva pienamente abbracciato il Concilio» (…).

E poi arriva Ratzinger…

«È la struttura ecclesiastica ad essere seriamente malata, e la causa della malattia è il sistema di governo romano, che si è affermato nel corso del secondo millennio grazie soprattutto alla riforma gregoriana che ha concentrato tutti i poteri nelle mani del papa e della curia, e che ancora resiste.
Ma questo è un vero e proprio scisma, il più grave di quelli che la Chiesa ha conosciuto».

Uno scisma?

«Esattamente. Nella storia della Chiesa ci sono stati tre scismi. Il primo nell’XI secolo, con la divisione fra Chiesa d’Occidente e Chiesa d’Oriente; il secondo nel XVI secolo, con Lutero e la separazione fra cattolici e protestanti; il terzo nei secoli XVIII e XIX, tra il cattolicesimo romano e il mondo moderno. Il Concilio Vaticano II aveva tentato di ricomporre questo scisma, perché la Chiesa era ancora quella della Controriforma, nemica della modernità. Benché il suo pontificato sia durato meno di cinque anni, Giovanni XXIII era riuscito ad aprire le finestre della Chiesa sul mondo, nonostante la forte resistenza della curia, e a indicarle, con il Concilio, la via del rinnovamento e dell’aggiornamento, in direzione di un annuncio del Vangelo al passo con i tempi, di un’intesa con le altre Chiese cristiane, di un’apertura nei confronti delle altre religioni, a cominciare dall’ebraismo, di una riconciliazione con la democrazia. Questa finestra però è stata immediatamente richiusa dalla macchina della curia, che ha fatto di tutto per tener sotto controllo il
Concilio, e così lo scisma si è riaperto. Papa Giovanni è morto troppo presto, e il sistema romano ha vinto. E comanda soprattutto oggi che siamo tornati indietro a una Chiesa preconciliare». (…)

Però c’è una parte di Chiesa e molte organizzazioni cattoliche che aiutano i poveri…

«È vero, ma bisogna fare molta attenzione. La gerarchia ecclesiastica e alcuni settori del mondo cattolico propongono una solidarietà che ha degli aspetti positivi ma che si limita all’assistenzialismo. La strada da percorrere, invece, è quella della solidarietà liberatrice, che mette in discussione il neoliberismo. La Chiesa non ha ancora fatto una scelta chiara e netta. Ma se la Chiesa vuole essere cattolica, deve essere cristiana, se vuole essere cristiana deve essere povera, altrimenti sarà un apparato che governa nel mondo, ma non è certo l’ecclesia di Gesù. Io, comunque, continuo a sperare e a sognare…».

Cosa?

«Un Concilio Vaticano III, con al centro tre temi: la povertà della Chiesa, l’abolizione del celibato obbligatorio, il sacerdozio femminile»

(l’intera intervista è pubblicata sul n. 7/2012 di MicroMega)

La denuncia del maggiordomo del papa: «Maltrattamenti durante la detenzione»

3 ottobre 2012

“il manifesto”
3 ottobre 2012

Luca Kocci

Nella seconda udienza del processo Vatileaks sulla diffusione di carte riservate del papa e della Curia fuori dalle mura vaticane, il principale imputato, l’ex maggiordomo di Ratzinger, Paolo Gabriele, conferma la sua linea difensiva – cioè di aver agito perché scandalizzato del marcio che aveva visto nei sacri palazzi – e aggiunge un particolare inquietante: di aver subito maltrattamenti durante i quasi due mesi di carcerazione preventiva in una cella della Gendarmeria.

Denuncia di essere stato sottoposto a «pressioni psicologiche» e ad altre forme di violenza nelle prime settimane di detenzione, come per esempio restare con «la luce accesa per ventiquattr’ore al giorno». «Anche la cella più piccola in cui è stato inizialmente detenuto rispetta gli standard internazionali cui il Vaticano aderisce», replica padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa della Santa Sede, che assicura: all’imputato «è stata assicurata l’assistenza medica, spirituale, ha ricevuto le visite della famiglia e degli avvocati». Ma una nota della Gendarmeria avvalora in parte la testimonianza di Gabriele: l’ex maggiordomo è stato trasferito in una cella più grande solo 20 giorni dopo l’arresto, e la luce, per motivi di sicurezza, è rimasta accesa giorno e notte. Elementi sufficienti per il presidente del tribunale vaticano, Giuseppe Dalla Torre, che ha incaricato il promotore di giustizia Nicola Picardi di aprire un fascicolo «per accertare se vi siano stati eventuali abusi nella detenzione dell’imputato».

Nella deposizione rilasciata ieri davanti ai magistrati, Gabriele, come peraltro aveva già fatto in precedenza, ha respinto l’accusa di furto, per la quale rischia 6 anni di carcere: non ho rubato documenti, li ho «solamente fotocopiati» e li ho consegnati all’esterno, ha detto. Non «per denaro», ma solo «per lo sconcerto per una situazione diventata insopportabile e diffusa ad ampio raggio in Vaticano»: ovvero la constatazione che il papa fosse costantemente «manipolato». Non ci sarebbero stati complici – il tecnico informatico della Segreteria di Stato Claudio Sciarpelletti, accusato di favoreggiamento, verrà processato a parte – ma solo alcuni cardinali e prelati che lo avrebbero «suggestionato», ma Gabriele non spiega come. Però aggiunge: «Non sono stato solo io a fornire documenti alla stampa». Oggi nuova udienza, con nuovi testimoni. Il processo potrebbe chiudersi già sabato prossimo.

 

La base al Dal Molin è contro il Vangelo. A Vicenza i cristiani per la pace tornano in piazza

2 ottobre 2012

“Adista”
n. 35, 6 ottobre 2012

Luca Kocci

«Non è questo il tempo della festa, dell’inaugurazione, della benedizione, della retorica», ma è il tempo della «resistenza nel segno dell’amore». Migliaia di vicentini, convocati dalla “ala cattolica” del movimento No Dal Molin – il Coordinamento cristiani per la pace (promosso, oltre che da diverse parrocchie vicentine, da Famiglie per la pace, Agesci, Beati i costruttori di pace, Pax Christi, Acli, Giovani impegno missionario dei comboniani, Commissione giustizia e pace dei Servi di Maria di Lombardia e Veneto ed altre sigle) – si sono ritrovati nelle piazze della città berica e di fronte al “villaggio americano” dove alloggiano i militari Usa di stanza nella caserma Ederle, dal 28 al 30 settembre, per partecipare ad una serie di incontri, dibattiti, letture pubbliche, momenti di silenzio e ad un digiuno itinerante per ribadire il loro no alla nuova base militare statunitense, ormai prossima al “battesimo”, che sta sorgendo all’aeroporto Dal Molin (v. Adista nn. 9, 13, 15/07; 1, 25, 51, 61, 71/08; 4, 22, 86 e 93/09).

«Con molti altri cittadini non abbiamo condiviso la costruzione della nuova base militare Usa», spiegano i cristiani per la pace, già protagonisti, in passato, di diverse iniziative contro la base, come la distribuzione davanti alle parrocchie vicentine di oltre 60mila copie della lettera aperta “Una resistenza nel segno dell’amore” (v. Adista n. 9/08) e l’elaborazione del documento “La nuova base al Dal Molin: resistenza o resa?”, sulle ragioni etiche e teologiche per opporsi alla base (v. Adista n. 49/10). «Ci siamo impegnati per contrastarne la realizzazione, per smascherarne le reali finalità, per discernere secondo verità se è moralmente lecito investire tali e tante risorse nel nome della “pace armata”. E la risposta è sempre coerentemente la solita: Mai più la guerra!; Svuotate gli arsenali, riempite i granai!».

Una base militare che, ricordano, oltre alle questioni di natura “etica”, ha aggirato anche i passaggi amministrativi previsti dalla legge: niente valutazione di impatto ambientale, analisi dei volumi del traffico mai eseguita, rischi sulla falda acquifera ancora ignoti; senza contare che gli strombazzati nuovi posti di lavoro che la base statunitense avrebbe dovuto assicurare in grande abbondanza ai vicentini sono «quasi inesistenti». «La città avrebbe avuto il diritto di essere coinvolta nella scelta di questo nuovo insediamento», e questo non è avvenuto, protestano i cristiani per la pace che si chiedono: «Dopo aver messo alla porta i cittadini sarà ancora possibile recuperare un sano legame civico tra amministratori, organismi statali e regionali, militari e civili statunitensi e i vicentini stessi?».

«La divergenza fra chi sosteneva le ragioni pro base Usa e quelli che invece ritenevano che non si doveva costruire ha attraversato anche i credenti», ma «ci sembra che nelle nostre comunità abbia prevalso il timore sul coraggio», ribadisce il documento del Coordinamento cristiani per la pace, che conferma: la nostra fede ci fa dire senza incertezze che «nessuna guerra è giusta, nessuna guerra è umanitaria, nessuna guerra è intelligente e che la guerra preventiva è una perversione politica contemporanea. Bisogna schierarsi, senza paura di essere strumentalizzati. La buona notizia evangelica ci chiede infatti di fare scelte chiare a favore della vita», e le basi militari sono contro la vita.