Archive for novembre 2012

Storie di cristiani a cui non è mai piaciuto il potere

29 novembre 2012

“Adista”
n. 43, 1 dicembre 2012

Luca Kocci

«Storie di cristiani a cui non è mai piaciuto il potere» è l’eloquente sottotitolo che Gilberto Squizzato ha scelto per illustrare il contenuto e, soprattutto, il percorso del suo ultimo libro, Libera Chiesa, appena pubblicato dalla casa editrice minimum fax (pp. 380, 16€). Un lungo viaggio attraverso le vite di preti “fuori dal coro” e vicende della storia ecclesiale dell’Italia repubblicana (i preti operai, la stagione del dissenso cattolico, la lotta di liberazione delle donne) per riportare alla luce la vocazione evangelica e profetica della Chiesa di Gesù, troppo spesso soffocata dal potere dell’istituzione ecclesiastica. «Il conflitto – scrive Squizzato, giornalista e regista, autore della fiction su don Mazzolari “L’uomo dell’argine”, trasmessa dalla Rai – è, sempre e di nuovo, fra la profezia e il calcolo politico, fra la libertà evangelica e la diplomazia del potere, fra il kairos dell’annuncio cristiano e la misurata prudenza dei tatticismi politici che, a furia di studiare e calcolare le opportunità, ne resta alla fine prigioniera, sacrificando la parresia».

Si tratta allora di imparare dai profeti di ieri per cercare di cambiare la Chiesa di oggi, dal basso. Il “precursore” è don Mazzolari, il parroco di Bozzolo (Mn) prima antifascista e poi credente nella rinascita dell’Italia repubblicana grazie ai valori della Costituzione nata dalla Resistenza, sempre dalla parte degli ultimi e continuamente «obbediente in piedi», guardato con sospetto dal Vaticano ma, alla fine, riabilitato da Giovanni XXIII. Poi p. Turoldo, con Milani e p. Balducci: tre storie diverse ma profondamente intrecciate, accomunate dalla radicale passione liberatrice per l’essere umano, la società, la scuola e la Chiesa. E don Enzo Mazzi, don Gerard Lutte e dom Giovanni Franzoni, preti “rivoluzionari”, schierati dalla parte degli emarginati e degli oppressi, sempre fedeli al Vangelo e alla Chiesa di Gesù, proprio per questo posti ai margini, o addirittura esclusi dalla Chiesa gerarchica, mai “battitori liberi” ma sempre in cammino insieme alla comunità dei credenti, al Popolo di Dio: «Non commettere l’errore di presentare delle persone come profeti dimenticando che sono espressione di una comunità e di un movimento. Sono loro i veri profeti», diceva Lutte a Squizzato che stava scrivendo il libro. E poi la vicenda, dimenticata, dei preti operai, raccontata dall’autore con rigore e passione, attraverso la storia di alcuni protagonisti (Bruno Borghi, Sirio Politi, Luisito Bianchi, Carlo Carlevaris e altri ancora) e il faticoso cammino delle donne in una Chiesa ancora profondamente maschilista e patriarcale.

Un cammino, quello tracciato da Squizzato, che va «alle radici di questa libertà profetica che non ascolta i consigli della prudenza che impone di tacere, anche a costo di pagare il prezzo durissimo delle sanzioni disciplinari di quell’autorità che pretende obbedienza, disciplina e silenzio e, quando serve, quieta e calcolata condiscendenza nei confronti dei poteri mondani». Che però non è ancorato alla nostalgia di un passato, in maniera recriminatoria o consolatoria, ma guarda al futuro, con la fiducia in un cambiamento possibile, dal basso. Anche perché, altrimenti, «lo Spirito che ci starebbe a fare?».

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Cattolicesimo sociale e liberismo: un matrimonio impossibile

26 novembre 2012

“Adista”
n. 43, 1 dicembre 2012

Luca Kocci

Il nome ancora non c’è, ma il nuovo partito di centro un po’ laico e molto cattolico è stato battezzato lo scorso 17 novembre a Roma, negli ex studi cinematografici De Paolis dove, di fronte a 7mila persone arrivate da varie parti d’Italia, si sono ritrovati alcuni dei dirigenti delle 7 associazioni del Forum delle persone e delle associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro (Acli, Cisl, Coldiretti, Compagnia delle Opere, Confartigianato, Confcooperative e Movimento Cristiano Lavoratori), che promossero gli incontri di Todi (v. Adista nn. 51, 57, 71, 76, 78, 83 e 97/11; e Adista Notizie nn. 4, 5, 18, 34 e 39/12), e Luca Di Montezemolo, con i suoi di Italia Futura, per dare vita ad un «nuovo soggetto civico» – secondo la definizione di Andrea Riccardi, uno dei “padri” della neonata creatura – che si presenterà alle prossime elezioni politiche con un unico obiettivo: riportare Mario Monti al governo del Paese.

«Il governo Monti non è stato una parentesi – spiega Riccardi ad Avvenire (17/11), grande sponsor dell’iniziativa chiamata “Verso la terza Repubblica” –. È stato, ed è, un momento di svolta verso una fase nuova della storia della Repubblica, verso un’altra politica», quindi «bisogna continuare e allargare il solco tracciato». In tre tappe il percorso delineato dallo stesso ministro: la nascita di «un’area di riferimento per far sì che la speranza non si esaurisca e anzi si proietti sul 2013 e negli anni a venire. Due: l’attuale governo tecnico ha potuto parlare al Paese solo il maniera parziale», ma ora «un movimento civico deve allargare, arricchire ed approfondire il dialogo con il Paese reale»; infine il «passaggio decisivo attraverso il voto», sebbene il nuovo soggetto non sembri appassionare l’elettorato, e l’elettorato cattolico in particolare, come dimostra un sondaggio appena realizzato dai Cristiano sociali (v. notizia successiva). Un percorso e un progetto ribaditi anche da Montezemolo, il vero motore dell’iniziativa: non chiediamo a Monti «di prendere oggi la leadership di questo movimento», spiega dal palco l’ex presidente della Fiat e della Confindustria. «Ci proponiamo noi di dare fondamento democratico ed elettorale al discorso iniziato dal suo governo perché possa proseguire».

Insieme a Montezemolo c’è tutto il mondo dei “cattolici di Todi”, con tre protagonisti in prima fila: oltre a Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni (che non a caso, subito dopo la kermesseromana, ha firmato con il governo un accordo separato sulla produttività – bocciato dalla Cgil – e ha revocato all’ultimo minuto lo sciopero degli insegnanti del 24 novembre: non era possibile, evidentemente, sostenere Monti e contemporaneamente scioperargli contro) e il presidente delle Acli Andrea Olivero, che a breve si dimetterà per candidarsi alle elezioni, anche per stoppare i malumori crescenti fra i militanti delle Acli che criticano l’appiattimento sulle posizioni liberiste del governo e il coinvolgimento dell’associazione nel nuovo progetto politico senza alcuna consultazione con la base. Eppure «a mio avviso non c’è sufficiente meraviglia, nel senso che si considera non abnorme il confluire di una organizzazione di tradizione sociale, anche di avanguardia  (le Acli ma anche la Cisl) su una piattaforma di impronta liberale se non liberista», osserva Domenico Rosati, presidente nazionale delle Acli dal 1976 al 1987, intervistato da Pierluigi Mele per il sito di Rainews (21/11). «Certe sensibilità sociali che producevano pensiero ed anche ambizioni di guida si sono stemperate in un improprio solvente “cattolico” che annebbia l’orizzonte, annulla le differenze e apre la via a preoccupanti stati di subalternità». Ma «la deriva non comincia con l’ultimo presidente delle Acli ed è connessa con la situazione di una gerarchia cattolica che non immagina di poter convivere con il pluralismo  delle scelte politiche dei credenti».

Un discorso analogo si può fare anche per la Comunità di Sant’Egidio, inevitabilmente iscritta fra i sostenitori di “Verso la terza Repubblica” vista l’adesione di Riccardi e del portavoce del movimento, Mario Marazziti. Sembrano piuttosto defilate Comunione e Liberazione – sebbene la Compagnia delle Opere faccia parte del Forum delle associazioni di Todi – e la Coldiretti. Mentre Carlo Costalli (Mcl) critica il progetto da destra, rimproverando la poca rilevanza data ai «valori non negoziabili». La Conferenza episcopale italiana, che del movimento di Todi era stata la principale ispiratrice e animatrice, appare meno in evidenza, ma segue l’operazione con grande attenzione, anche perché negli ultimi mesi il card. Bagnasco ha più volte esternato a sostegno di Monti e del suo governo.

Per approfondire la questione, Adista ha intervistato Lino Prenna, coordinatore dell’associazione di cattolici democratici Agire Politicamente.

 

Che valutazione dai del nuovo soggetto di Montezemolo e delle associazioni cattoliche?

Mi pare che Montezemolo si configuri come un replicante di Berlusconi: si tratta di un imprenditore che a tavolino inventa un contenitore politico, saltando tutti i passaggi e percorrendo una scorciatoia rispetto a quelli che sono i processi ordinari della democrazia. E come molti ex democristiani che 20 anni fa si accodarono al Cavaliere, adesso Riccardi, Olivero e Bonanni si mettono sotto l’ombrello di Montezemolo, che è assolutamente estraneo alla tradizione del cattolicesimo sociale di cui essi si ritengono rappresentanti.

Quindi non c’è nessuna novità?

Nessuna, è solo una replica. Del resto le novità vere non nascono a tavolino, ma dalle domande delle persone e dalla provocazione dei fatti. Inoltre ritenere Montezemolo, che è stato per anni presidente di Confindustria, un uomo nuovo mi pare del tutto fuori dalla realtà.

I fondatori affermano che si tratta di un progetto moderato, capace quindi di attrarre i cattolici. Cosa ne pensi?

Premesso che cattolico non è affatto sinonimo di moderato, credo necessario distinguere fra moderazione e moderatismo. La moderazione è una virtù – la capacità di trovare un equilibrio fra posizioni diverse – che va riferita soprattutto al metodo. Il moderatismo invece – e in questo consisterebbe il progetto di Montezemolo&co. – è il minimalismo della politica, la riduzione delle attese e dei desideri, l’omologazione sui bisogni proiettati verso il basso. Personalmente poi nutro molte riserve per tutte le operazioni politiche cosiddette centriste: il centro non è una collocazione partitica, semmai è il luogo dove si operano le mediazioni, il luogo mediano dell’esercizio politico.

Alcuni dei promotori, Bonanni in particolare, dicono di voler coniugare la “agenda Monti” con la Dottrina sociale della Chiesa…

Dopo aver ascoltato questa affermazione, le mie perplessità si sono fatte ancora più forti, perché mi sembra che fra i due termini ci sia una profonda e irriducibile incompatibilità: la Dottrina sociale della Chiesa nasce con le intenzioni di voler affermare la giustizia sociale, mentre mi pare che la cosiddetta agenda Monti, ispirata da un assoluto dogmatismo finanziario, non solo non contenga alcun elemento di politica sociale, ma anzi comporti un progressivo impoverimento delle fasce più deboli della popolazione. C’è una enfatizzazione acritica dell’operato di Monti e del suo governo – senza con questo voler misconoscere il credito internazionale riacquistato dall’Italia dopo la lunga stagione berlusconiana – che ignora del tutto il disagio e la disperazione che sta attraversando tutto il Paese, soprattutto nelle sue parti più deboli. E poi cosa è questa fantomatica agenda Monti? A me pare che si possa ridurre a poche parole: rigore, tagli lineari su scuola, università e spesa sociale, senza toccare i grandi patrimoni e le banche.

Qual è il loro programma?

Non c’è. Il loro programma è Monti, e basta. Ma, al di là del merito – ovvero la sudditanza alla finanza –, c’è un ulteriore problema: nel momento in cui si mettono sotto l’ombrello di Monti, c’è un implicito riconoscimento della debolezza della proposta politica visto che devono affidarsi ad un non politico. Monti è la copertura di un progetto debole e incerto. Invece bisogna sottrarsi al dogmatismo finanziario e restituire il primato alla politica.

Al progetto hanno aderito con entusiasmo Riccardi, Olivero e Bonanni, trascinando inevitabilmente con sé, perlomeno sui media, la Comunità di Sant’Egidio, le Acli e la Cisl…

Esattamente. Proprio per questo mi chiedo: Olivero e Bonanni rappresentano davvero la base delle Acli e della Cisl? E Riccardi traduce sul serio l’ispirazione sociale della Comunità di sant’Egidio? Forse Olivero, Bonanni e Riccardi hanno partecipato all’iniziativa di Montezemolo a titolo personale, ma francamente mi pare difficile pensarlo. Dal momento che le loro associazioni sono state idealmente coinvolte nel progetto di Montezemolo, i tre leader avrebbero dovuto far precedere la loro partecipazione ad una consultazione fra gli iscritti e gli associati. Ma poiché questo non è avvenuto, allora non rappresentano nessuno. E men che meno sono rappresentativi rispetto alle ragioni statutarie di queste associazioni e movimenti. Questo discorso valeva già quando parteciparono, senza alcuna delega degli iscritti o dei simpatizzanti, agli incontri di Todi; e oggi vale ancora di più.

Il progetto Todi fu esplicitamente sostenuto dalla Cei, che addirittura partecipò al primo incontro con il suo presidente, il card. Bagnasco. In questo caso invece sembra più fredda: è proprio così?

A me pare ci che sia una regia dietro le quinte da parte della presidenza e della segreteria della Cei che seguono con attenzione il progetto. E forse la partecipazione delle associazioni, soprattutto di Acli e Sant’Egidio, è incoraggiata proprio dalla Cei. Aggiungo una cosa: gli incontri di Todi suscitarono grande clamore ed attenzione; che poi siano finiti nelle braccia di Montezemolo, mi pare proprio un pessimo esito. E pensare che volevano costruire un partito identitario… Mi pare che si possa parlare a buon diritto di eterogenesi dei fini.

Non c’è proprio nulla di positivo del progetti di Montezemolo?

L’unico tipo di attenzione, che peraltro nutre anche una parte del Pd, è di carattere funzionale: questa operazione potrebbe togliere spazio a Casini che, in un’ottica di una possibile alleanza di centro sinistra, continua ad essere molto ondivago; inoltre potrebbe svuotare ulteriormente il Pdl, provocando la fuoriuscita dei settori più moderati. Quindi potrebbe rivelarsi utile nello scenario delle eventuali future alleanze – ipotizzando appunto un accordo fra centro e sinistra –, ma è ovvio che rimane la divergenza totale e assoluta su Monti: Montezemolo lavora espressamente per un Monti bis, il Pd di Bersani dice di essere contrario. Senza sanare questa distanza, credo sia impensabile ipotizzare un’alleanza.

Gesù, gli ultimi e il Concilio tradito. Conversazione con don Andrea Gallo

22 novembre 2012

“MicroMega”
n. 7/2012

Luca Kocci

Prete di strada, parroco dei centri sociali, l’immancabile prete-comunista: si sprecano le definizioni utilizzate dai media per descrivere don Andrea Gallo, il sacerdote genovese della Comunità di San Benedetto al Porto, amico di un altro genovese doc, Fabrizio De André, per il quale ha pronunciato l’orazione funebre durante il funerale. Spesso, però, ne manca una: prete del Concilio. E don Gallo ci tiene a ricordarlo: «Io sono un prete del Concilio. Quando Roncalli viene eletto papa, nel 1958, ero diacono; poi il 25 gennaio 1959, papa Giovanni annuncia di voler convocare un Concilio ecumenico per la Chiesa universale e pochi mesi dopo, il primo luglio, vengo ordinato prete. Quindi nasco prete con il Concilio».

Prete giovanissimo, perché don Gallo, che è nato a Genova nel 1928, all’apertura del Vaticano II aveva 34 anni. Prima della vita religiosa c’era stato l’antifascismo – nel 1944, quando la Repubblica sociale italiana richiama alle armi anche i nati nel 1928, sceglie di disertare – e la Resistenza, come staffetta partigiana, con il nome di battaglia di Nan, diminutivo di nasan, in genovese nasone. Finita la guerra l’incontro con i salesiani e l’ingresso nella Congregazione fondata da don Bosco, da cui però decide di uscire nel 1964: «La congregazione salesiana si era istituzionalizzata e mi impediva di vivere pienamente la vocazione sacerdotale», racconta don Gallo che, incardinato nella diocesi di Genova, viene nominato viceparroco della chiesa del Carmine, nel centro storico, fra gli epicentri della contestazione sessantontina – la facoltà di Lettere, il liceo classico “Cristoforo Colombo” e la sede di Autonomia operaia – e la Genova dei sottoproletari e degli irregolari cantati da De André. Don Gallo sceglie di stare dalla parte degli emarginati e partecipa al movimento: «Ho saputo che vai spesso in processione», lo rimprovera il cardinal Siri, arcivescovo di Genova, riferendosi ai cortei e alle manifestazioni a cui il “suo” prete prendeva parte; «io conosco le litanie dei santi, ma non ho mai visto né sentito quel santo che continui ad invocare con i tuoi parrocchiani, Ho Ci Minh». Il cardinale, rappresentante della parte più conservatrice della Curia romana e dell’episcopato lo allontana dalla parrocchia e don Gallo si rifugia nella parrocchia di San Benedetto al Porto: nasce la comunità di base e la comunità di accoglienza, che apre le sue porte a chiunque capiti da quelle parti, italiano o straniero, tossicodipendente, alcolista, prostituta, transessuale, ex detenuto. «Nella vita mi hanno apostrofato in ogni modo», racconta don Gallo, ma spesso «si sono dimenticati che sono anche amico delle prostitute, dei devianti, dei balordi, dei border line, dei migranti, di tutti coloro che viaggiano ai margini della società. Un prete da marciapiede, insomma. È lì che vivo, ogni giorno e ogni notte, cercando la speranza insieme alla persone che incontro». Ed è lì che continua a sognare una «Chiesa povera e dei poveri», come vuole il Vangelo, come sperava il Concilio.

«Il Concilio aveva suscitato in me, e in molti miei confratelli, grande entusiasmo e forti speranze – ricorda don Gallo –. Soprattutto mi avevano colpito gli interrogativi posti dal cardinal Suenens, uno dei moderatori del Concilio, e da Montini, allora arcivescovo di Milano: “Chiesa chi sei? Cosa dici di te stessa?”. Sono le domande fondamentali. Oggi la Chiesa non se le pone più, non riflette più su se stessa, perché è “sazia” e ha assunto nella società un ruolo dominante e una posizione di potere. La Curia romana e le gerarchie ecclesiastiche lo sanno, ma tacciono. In questo modo la Chiesa abbandona la profezia e dimentica la forza eversiva del Vangelo.

Non si mette più in discussione perché la tentazione del potere ha avuto la meglio?

Esatto. E così il Concilio, che è stato una “rivoluzione copernicana”, dopo cinquant’anni, è morto.

Sarà possibile riportarlo in vita?

Quella della Chiesa è una crisi di sistema, strutturale. Per risolverla ci vorrebbe una risposta teologica, invece si preferisce organizzare i raduni di massa, i pellegrinaggi, le offensive mediatiche, che però sono solo fumo negli occhi, perché la crisi rimane intatta. L’unica speranza per salvare la Chiesa sono il popolo di Dio e i cattolici di base. Lo ha scritto in uno dei suoi ultimi libri anche Hans Küng, il grande teologo a cui la Congregazione per la dottrina della fede ha proibito di insegnare nelle università cattoliche: Salviamo la Chiesa.

Ma per salvarsi è necessario che la Chiesa avvii delle riforme radicali, perché non si salverà mai una Chiesa verticistica, patriarcale, maschilista, misogina, sessuofobica ma molto attenta a coprire cardinali e pretini pedofili, una Chiesa eurocentrica che chiama la guerra ingerenza umanitaria o missione di pace, che benedice le portaerei e non si oppone alle basi militari – come a Vicenza con il Dal Molin -, una Chiesa che difende l’esclusivismo cristiano e l’imperialismo romano. «Osare la speranza» era il motto della mia brigata partigiana. E io non abbandono la speranza di una Chiesa evangelica, non di potere.

Di chi sono le maggiori responsabilità? Chi ha affossato il Concilio e addomesticato la forza eversiva del Vangelo?

Le responsabilità sono di tutti i cattolici, ma è ovvio che bisogna partire dall’alto, ovvero dalla gerarchia ecclesiastica. Ai tempi del Concilio avevo un amico che stava a Roma e che era molto vicino a Roncalli. E Roncalli un giorno gli confessò: sai perché non spingo troppo l’acceleratore per le riforme? Perché questi venerabili uomini della Curia romana si rivolterebbero a tal punto che, dopo di me, eleggerebbero come mio successore un uomo che affosserebbe tutto quello che ho cominciato. Ecco di chi sono le responsabilità.

Pare che la “profezia” di Roncalli si sia avverata…

Completamente. Già Paolo VI, successore di Giovanni XXIII, fece qualche passo indietro, ad esempio con l’enciclica Humanae Vitae, quella contro la pillola. Con Wojtyla, poi, è iniziata la vera e propria restaurazione. Chi ha scelto per sostituire i vescovi che si ritiravano e che raggiungevano l’età pensionabile? Nuovi vescovi totalmente allineati a Roma. Ha decapitato la teologia della liberazione, che invece aveva pienamente abbracciato il Concilio: appena eletto, nel 1979, Wojtyla è andato a Puebla, per la III Conferenza generale della Celam (il Consiglio episcopale latinoamericano), dieci anni dopo la “nascita” della teologia della liberazione, a Medellin, nel 1968, e lì ha attaccato duramente la teologia della liberazione; negli anni successivi, poi, ha tolto le cattedre a tutti i principali teologi della liberazione

E poi arriva Ratzinger…

L’ultima enciclica di papa Ratzinger è la Caritas in veritate: un bellissimo titolo, ma falso, perché a me sembra che non ci sia né amore né verità. ComunqueRatzinger non fa altro che continuare la restaurazione avviata da Wojtyla, prendendo sempre più le distanze dal Concilio, ma anche allontanandosi dalla maggioranza del popolo di Dio. Poi però, con i grandi raduni organizzati dall’alto, come per esempio l’ultimo Incontro mondiale delle famiglie lo scorso giugno a Milano, in televisione si vede un milione di persone in piazza con Ratzinger e si pensa che tutti i cattolici stiano con il papa e i vescovi. La struttura ecclesiastica è seriamente malata, e la causa della malattia è il sistema di governo romano, che si è affermato nel corso del secondo millennio grazie soprattutto alla riforma gregoriana che ha concentrato tutti i poteri nelle mani del papa e della Curia, e che ancora resiste. Ma questo è un vero e proprio scisma, il più grave di quelli che la Chiesa ha conosciuto.

Uno scisma?

Esattamente. Nella storia della Chiesa ci sono stati tre scismi. Il primo nell’XI secolo, con la divisione fra Chiesa d’Occidente e Chiesa d’Oriente; il secondo nel XVI secolo, con Lutero e la seprazione fra cattolici e protestanti; il terzo nei secoli XVIII e XIX, tra il cattolicesimo romano e il mondo moderno. Il Concilio Vaticano II aveva tentato di ricomporre questo scisma, perché la Chiesa era ancora quella della Controriforma, nemica della modernità. Benché il suo pontificato sia durato meno di cinque anni, Giovanni XXIII era riuscito ad aprire le finestre della Chiesa sul mondo, nonostante la forte resistenza della Curia, e ad indicarle, con il Concilio, la via del rinnovamento e dell’aggiornamento, in direzione di un annuncio del Vangelo al passo con i tempi, di un’intesa con le altre Chiese cristiane, di un’apertura nei confronti delle altre religioni, a cominciare dall’ebraismo, di una riconciliazione con la democrazia.

Questa finestra però è stata immediatamente richiusa dalla macchina della Curia, che ha fatto di tutto per tener sotto controllo il Concilio, e così lo scisma si è riaperto. Papa Giovanni è morto troppo presto, e il sistema romano ha vinto. E comanda soprattutto oggi, che siamo tornati indietro, ad una Chiesa preconciliare.

Si riferisca a papa Ratzinger che ha ripristinato una serie di elementi preconciliari, dalla messa in latino alla celebrazione liturgica con il prete che dà le spalle ai fedeli?

Non solo a Ratzinger, perché il processo di restaurazione è iniziato già con Wojtyla, che io paragono a Ronald Regan: un attore, con un grande carisma e un fascino potente, un comunicatore eccezionale, capace di gesti dall’alto valore simbolico, che, in questo modo, è stato in grado di rendere accettabili le dottrine e le pratiche più conservatrici, così da frenare il movimento conciliare e arrestare le riforme.

Viene ribadita integralmente la dottrina cattolica. Invece dell’apertura al mondo moderno, si rinnovano, con grande insistenza l’accusa, il rammarico e la denuncia di un presunto adattamento a esso. Si incoraggiano le forme di devozione più tradizionaliste. Si rafforza una nuova Inquisizione. Si rifiuta la libertà di coscienza. Si azzera l’ecumenismo e si pone l’accento su tutto ciò che è cattolico, facendo coincidere la Chiesa di Cristo con la Chiesa cattolica romana. Siamo in un’epoca non solo di ricattolicizzazione, ma di riromanizzazione.

Il Concilio ha segnato, tra l’altro, l’apertura della Chiesa al mondo moderno. Questo ambito sembra essere quello in cui l’arretramento è maggiore, soprattutto su alcuni temi, per esempio la morale sessuale…

L’affossamento del Concilio inizia proprio da lì, con l’Humanae Vitae, nel 1968. Paolo VI ignora non solo la Gaudium et spes,che mette al centro le donne e gli uomini del nostro tempo, ma anche il parere della Commissione preparatoria nominata da lui stesso, favorevole alla pillola. Si torna indietro, a quello che ci facevano studiare prima del Concilio: fine principale del matrimonio procreatio est, diceva il professore di teologia in aula magna. Basta, chiuso il discorso. Poi aggiungeva che era anche remedium concupiscentiae e poi mutuum auditorium. Dal 1968 ad oggi, in tema di morale sessuale non è cambiato nulla, siamo ancora all’Humanae Vitae, che pure terminava dicendo che la Chiesa avrebbe dovuto interessarsi di questo tema. Ma da allora non è successo nulla. Una dottrina più comprensiva sul controllo delle nascite è necessaria, ma la Chiesa è sorda, non ne vuole sapere. In occasione del trentesimo anniversario dell’enciclica, nel 1998, papa Wojtyla l’ha ribadita parola per parola, senza togliere e senza aggiungere una virgola. Una chiusura totale e immotivata, tanto che una volta chiesi ad un cardinale: scusi eminenza, ma la sessualità è un dono di Dio alle donne e agli uomini oppure è un dono del demonio?

Eppure il centro di qualsiasi unione, di qualsiasi tipo di unione, è l’amore. Addirittura nella celebrazione del sacramento del matrimonio non ci sarebbe nemmeno bisogno del prete, perché quello che conta è il sì degli sposi, e basta.

E poi ci sono le altre questioni: il «rispetto e la difesa della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale» – ovvero non solo i temi della contraccezione ma anche della fecondazione assistita, del testamento biologico, dell’accanimento terapeutico, della ricerca sulle cellule staminali -, «la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna» – con l’altolà alle unioni di fatto e alle unioni omosessuali -, « la libertà di educazione dei figli» – cioè i finanziamenti alla scuola cattolica -. Tutte riassunte e codificate nella formula dei «principi non negoziabili» coniata da Ratzinger e utilizzata spessissimo dalla Conferenza episcopale italiana, soprattutto quando, nel dibattito politico, sembra farsi strada qualche legge non gradita ai vescovi.

Esattamente. Si tratta di argomenti “tabù”, non trattabili, sui quali non si può nemmeno discutere. E fra l’altro mostrano una Chiesa cieca che non solo non vuole dialogare con la scienza, ma che nemmeno la rispetta.

Non rispetta nemmeno la libertà di coscienza?

No. E non la rispetta nonostante il Concilio, torniamo di nuovo lì, abbia chiaramente affermato il primato della coscienza, che non è subordinata a niente e a nessuno. Invece capita spesso che questa libertà sia negata e anzi che quella stessa coscienza venga resa prigioniera con la minaccia dell’inferno. Perché se è vero che la Chiesa ha delle convinzioni alle quali non può rinunciare e ha il diritto di esprimerle pubblicamente, di discuterle e di proporle nel dibattito politico sulla formazione delle leggi, è altrettanto vero che in una società pluralista e democratica le regole e le norme si costruiscono insieme agli altri. Si può proporre, senza arroganza, ma non imporre. Invece sembra proprio che la Chiesa voglia imporre ad ogni costo i propri principi, in una società che è postcristiana. La Chiesa potrebbe essere un presidio di autentico umanesimo e svolgere un servizio alla libertà e alla dignità dell’uomo, invece non riconosce i valori che provengono dall’esterno, dal mondo laico, e questo è molto grave. Ma quando la Chiesa nega la possibilità di un’etica a chi non è credente in Dio, quando vede nella società odierna solo frammentazione di valori, nichilismo, cultura di morte, allora contribuisce non al confronto ma alimenta lo scontro. Si è tanto parlato di scontro di civiltà: dobbiamo stare attenti che non siano proprio i cattolici a fomentarlo all’interno delle nostre società, perché sarebbe anche questo un segno delle barbarie, una barbarie sempre più invadente.

La laicità è un valore?

Certo che lo è, ed esiste un’etica laica molto profonda. Non c’è contraddizione tra fedeltà alla Chiesa e attaccamento all’istanza di laicità. La laicità non è laicismo, al contrario: è il rispetto di tutte le fedi da parte dello Stato che assicura il libero esercizio delle attività cultuali, spirituali, culturali, creative delle diverse comunità. E in una società pluralista, la laicità è l’unico spazio di dialogo e di comunicazione tra la religioni.

I «principi non negoziabili» sembrano essere molto lontani da quella forza eversiva e liberatrice del Vangelo di cui parlavamo in precedenza. Che fine hanno fatto temi evangelici come la giustizia sociale, l’attenzione agli emarginati e agli oppressi, la ricchezza e la povertà?

L’attenzione per il potere e per i privilegi li ha eclissati. La Chiesa, compreso il mio arcivescovo che è anche presidente della Cei, per anni ha sostenuto Berlusconi. Adesso sostiene Monti. Comunione e Liberazione applaude il potente di turno, l’ha scritto perfino Famiglia Cristiana parlando del Meeting di Rimini di questa estate. Più che la difesa dei principi non negoziabili, c’è l’attenzione alla difesa dei privilegi. Del resto, me l’hanno detto anche dei santi monaci, la Chiesa è governata dall’Opus Dei e dalle altre truppe scelte: Comunione e Liberazione, Comunità di Sant’Egidio, i Legionari di Cristo, con il loro fondatore, il pedofilo padre Maciel, protetto alla fine da papa Wojtyla. Anche in questo caso bisogna tornare al Concilio, dove si parlava di «Chiesa povera e dei poveri», e alla teologia della liberazione – decapitata da Wojtyla e Ratzinger – che ha proclamato l’opzione fondamentale per i poveri.

Però c’è una parte di Chiesa e molte organizzazioni cattoliche che aiutano i poveri…

È vero, ma bisogna fare molta attenzione. Ci sono due strade: sembrano simili, in realtà vanno in direzioni opposte. La gerarchia ecclesiastica e alcuni settori del mondo cattolico propongono una solidarietà che ha degli aspetti positivi ma che si limita all’assistenzialismo, e in questo modo conferma, anzi rafforza, il sistema economico dominante di sfruttamento, il neocolonialismo sui diseredati del mondo. La strada da percorrere è quella della solidarietà liberatrice, che mette in discussione il neoliberismo. Dom Helder Câmara, il grande vescovo di Olinda e Recife, aveva capito tutto: quando do da mangiare ai poveri, diceva, mi battono le mani; quando domando perché i poveri hanno fame, mi chiamano comunista. La Chiesa non ha ancora fatto una scelta chiara e netta. Ma se la Chiesa vuole essere cattolica, deve essere cristiana, se vuole essere cristiana deve essere povera, altrimenti sarà un apparato che governa nel mondo, ma non è certo l’ecclesia di Gesù.

Parliamo di alcuni temi ecclesiali emersi nel Concilio e nel post Concilio, su cui è stata posta una pietra tombale: ad esempio il ruolo della donna nella Chiesa, fino alla possibilità dell’ordinazione sacerdotale.

Su questo aspetto la chiusura è totale. Quest’anno, sempre nell’omelia del Giovedì santo, Ratzinger, a proposito dell’ordinazione femminile, ha detto che nostro Signore non ci ha dato nessuna «autorizzazione». Se fossi stato presente avrei voluto chiedergli: santo padre, forse Gesù vi ha autorizzato o suggerito di fondare lo Ior, la banca del Vaticano? Poi, come impone la prassi pontificia, ha citato Wojtyla – «il mio predecessore, il beato Giovanni Paolo II», ha detto Ratzinger – che ha ribadito il no al sacerdozio femminile «in maniera irrevocabile». Qui ci troviamo di fronte ad una vera e propria eresia: come è possibile dire «in maniera irrevocabile»? Il pontefice è il vescovo di Roma, il successore di Pietro, ma il più delle volte i papi credono di essere degli dei. Il Concilio ha affermato la libertà religiosa e il primato della coscienza, dopo secoli di oscurantismo e di condanne che non sono finite nell’800 ma che sono continuate fino a Pio XII, ovvero il predecessore di Giovanni XXIII. Ha spezzato tutti i vecchi paradigmi, ora invece si procede di restaurazione in restaurazione. Allora chiedo: è lecito per un cristiano come me invocare l’applicazione dei documenti del Concilio Vaticano II? Non posso fondare la mia fede sul principio di autorità del magistero pontificio, come se la mia fede fosse autentica solo se obbedisco ciecamente al papa. È un’assurdità, non sta in piedi né filosoficamente, né ontologicamente, né teologicamente, né biblicamente. «Non giurate mai», dice Gesù nel Vangelo, «dite sì quando è sì e no quando è no: tutto il resto viene dal diavolo». Quindi non ci sono dogmi, non possono esserci.

Che fine ha fatto la collegialità episcopale, anch’essa auspicata dal Concilio?

La collegialità episcopale esiste solo sulla carta. Poi arrivano le “veline” da Roma e i vescovi devono obbedire. I vescovi, ormai da anni, non si fanno carico della responsabilità collegiale nei confronti dell’intera Chiesa, conferita proprio dal Concilio, sono ridotti a semplici funzionari, a meri destinatari ed esecutori degli ordini vaticani. Lo stesso giuramento che i vescovi fanno al papa è in contrasto con il Vangelo dove è scritto, lo ripeto, «non giurate».

Ma c’è molto altro. Il matrimonio dei preti? Guai a parlarne. La comunione ai divorziati? Ancora no. Un nuovo ordinamento per la nomina dei vescovi? No. La riforma del papato e della Curia? No.

In Italia ci sono diversi preti e religiosi, noti ed autorevoli, schierati nettamente dalla parte degli emarginati e degli esclusi, che però, di fatto, scelgono di intervenire e di impegnarsi solo su temi e questioni sociali, dall’acqua agli inceneritori, dalle mafie al disarmo. Del sistema di potere ecclesiastico, della Curia vaticana e delle gerarchie, di quello che non funziona nella Chiesa, delle mancate riforme parlano poco o per niente, come se non volessero mettere il dito nelle piaghe. Per quale motivo?

Quello che dici è vero. Sono davvero pochi quelli che pongono questioni ecclesiali sostanziali e strutturali, che hanno il coraggio di affrontare nodi teologici e pastorali. Un tempo c’erano padre Balducci e padre Turoldo, fino a pochi mesi fa c’era don Enzo Mazzi della Comunità dell’Isolotto di Firenze: grandi personalità, che ora non ci sono più. Quasi nessuno parla al posto loro. Oggi è rimasto fratel Arturo Paoli, che a novembre compirà 100 anni; c’è mons. Bettazzi, che però è messo in un angolo, come se fosse una reliquia del Concilio, invece è un grande vescovo; è rimasto don Franco Barbero, e infatti è stato dimesso dallo stato clericale da Wojtyla. I teologi tacciono, i preti pure. Il problema è che in Italia c’è una forte repressione: se parli liberamente e criticamente ti emarginano, ti tolgono la cattedra, ti fanno fare la fame. È una repressione che non dà scampo, quindi non è facile decidere di prendere la parola su questioni ecclesiali, decidere di criticare la Chiesa: hanno molta paura.

Alcuni gruppi ci provano, con grande coraggio: c’è la sezione italiana di Noi Siamo Chiesa, ci sono le Comunità di base, a volte c’è Pax Christi, ma in questo clima è difficile organizzare il dissenso e il pensiero critico. E questo silenzio è un grande problema, perché non aiuta la conversione della Chiesa.

Il recente “Appello alla disobbedienza” dei 300 preti austriaci che chiedono riforme radicali nella Chiesa cattolica – dalla comunione ai divorziati risposati alla celebrazione eucaristica senza prete, dal sacerdozio femminile alla fine del celibato ecclesiastico obbligatorio – in poco tempo ha fatto il giro d’Europa e ha raccolto migliaia di adesioni. Forse dall’estero, lontano da Roma e dal Vaticano, è più facile affrontare questi nodo ecclesiale e anche muovere critiche alla Chiesa?

Non a caso quell’appello non è stato firmato da preti e religiosi italiani. Poi però cosa è successo? Durante la celebrazione della messa del Giovedì santo, in san Pietro, Ratzinger li ha rimproverati e li ha richiamati all’obbedienza, senza nemmeno entrare nel merito delle cose che chiedevano.

Prima ancora, nel 1996, c’era stato l’“Appello dal popolo di Dio”, lanciato in Austria dal Movimento internazionale Noi Siamo Chiesa, che chiedeva al Vaticano una serie di riforme lungo la linea tracciata dal Concilio – dal riconscimento del ruolo della donna nella Chiesa al celibato facoltativo del clero, dal superamento delle discriminazioni verso gli omosessuali alla libertà di coscienza per quanto riguarda la regolazione delle nascite – e che ha raccolto oltre 2 milioni di firme, di cui più di 30mila in Italia…

E che sono state completamente ignorate. Questo significa che in Vaticano il popolo di Dio non conta nulla. Non c’è altra spiegazione. Eppure si dice che la Chiesa è semper gloriosa, semper paenitens e semper reformanda: quest’ultimo aspetto è stato cancellato e dimenticato del tutto.

Tutto questo mi amareggia molto: sono prete da 53 anni, amo la mia Chiesa e vedo che viene impedito che il messaggio rivoluzionario e liberatorio di Gesù raggiunga le donne e gli uomini. Ma continuo a sperare e a sognare

Cosa?

Un Concilio Vaticano III, con tre temi: la povertà della Chiesa, l’abolizione del celibato obbligatorio, il sacerdozio femminile.

L’Ordinariato militare “arruola” don Mazzolari e papa Giovanni

14 novembre 2012

“Adista”
n. 41, 17 novembre 2012

Luca Kocci

Papa Giovanni XXIII, don Primo Mazzolari, uomini e preti di pace? No, «testimoni della fede nel mondo militare». È questa l’interpretazione dell’Ordinariato militare per l’Italia che, per l’Anno della fede appena cominciato, ha individuato una serie di testimoni – soldati e cappellani – che «hanno vissuto la franchezza dei profeti, non temendo di rischiare anche la vita». E fra questi anche diverse figure assai care al mondo pacifista e cattolico di base, tra cui, oltre a Roncalli e a Mazzolari, anche don Giulio Facibeni (1884-1958), cappellano militare nella prima guerra mondiale ma soprattutto fondatore di opere sociali, fra cui la “Madonnina del Grappa” di Rifredi (Firenze), costituita proprio per i bambini orfani di guerra della prima guerra mondiale – ma poi vi arriveranno anche quelli della seconda –, più volte lodata da don Lorenzo Milani.

L’operazione “revisionista” – peraltro non nuova – dell’Ordinariato militare appare chiara: isolare alcuni momenti del servizio pastorale di questi preti, ovvero quello del servizio militare obbligatorio oppure del ministero di cappellano, sganciandoli dalla interezza della loro vita e dandogli un valore esemplare e totalizzante. Dimenticando tutto il resto, compresi i pentimenti e le autocritiche, anche severe.

Evviva il giovane Mazzolari, interventista!

È il caso di don Mazzolari, interventista democratico nella prima guerra mondiale («la patria è di tutti e ha bisogno di tutti», scriveva nel 1915) a cui partecipò come cappellano militare volontario, prima negli ospedali militari di Genova e di Cremona, poi in Francia, al seguito delle truppe italiane che occupavano le zone abbandonate dai tedeschi. Un’esperienza però che il prete di Bozzolo rinnega assai presto, complice anche la morte del fratello Peppino al fronte, sul Sabotino. «Ho schifo (…) di tutto ciò che è militare», scrive, già durante il conflitto, all’amico don Guido Astori. «Cresce la disonestà, cresce la corruzione, divengono degli stracci di uomini questi poveri ragazzi e quando torneranno domani potranno essere tutto fuorché bravi cittadini». E nel 1928, dieci anni dopo la fine del conflitto, riconsidera il suo giovanile entusiasmo interventista: «Anch’io (è una confessione che vi debbo per sincerità) nel 1914 consideravo, per ragioni ideali di giustizia, che si dovesse intervenire nel conflitto europeo. Ero un ragazzo di 24 anni, piena la mente di libri e di idee: sdegnato per le infamie commesse nel Belgio (dalle truppe tedesche, ndr), urtato dall’orgoglio e dalla prepotenza tedesca, credente nelle buone disposizioni di coloro che dirigevano la politica degli alleati, i quali parevano essere diventati i paladini di tutte le libertà e di tutte le giustizie, contro tutte le oppressioni e le tirannie, anch’io, ripeto, ho peccato contro lo spirito del Vangelo e della Chiesa». Nel 1952, poi, nella Pieve sull’argine, sembra rivolgersi proprio alla “Chiesa militare”: «Se invece di dirci che ci sono guerre giuste e guerre ingiuste, i nostri teologi ci avessero insegnato che non si deve ammazzare per nessuna ragione, che la strage è inutile sempre, e ci avessero formati ad una opposizione cristiana chiara, precisa e audace, invece di partire per il fronte saremmo discesi sulle piazze». Infine, nel 1955, pubblica Tu non uccidere – in forma anonima, per sfuggire alla censura ecclesiastica, che interverrà solo nel 1958, ordinando il ritiro del libro già alla seconda edizione – in cui critica la dottrina della guerra giusta ed esalta la nonviolenza.

Arruolato anche il “papa buono”

Ma è Giovanni XXIII – autore della Pacem in Terris che condanna la guerra in maniera inequivocabile come irragionevole («alienum a ratione») – «la prima figura esemplare di questo percorso che proponiamo, a partire dal 4 novembre, giorno in cui si festeggiano l’Unità nazionale e le Forze armate», si legge nel sussidio dell’Ordinariato militare. Del “papa buono” mons. Vincenzo Pelvi, arcivescovo castrense, fa un ritratto “tricolore”: «Nell’amore alla Patria vide concretamente manifestata la sua appartenenza ad un Paese e ad un popolo che la Provvidenza accompagnava e custodiva. Papa Roncalli aveva a cuore la Nazione amandola non in modo puramente sentimentale. Egli volentieri come i giovani della sua zona andò soldato e, come aveva appreso dall’educazione cristiana in famiglia, considerava importante esprimere riconoscenza e rispetto per la Patria, seminando, pur in un contesto così tremendo di sacrificio e dolore, l’ideale della pace. Lo scoppio della guerra nel 1915 lo vide prodigarsi con autentico eroismo. Nel luglio del 1918 accettò generosamente di prestare servizio ai soldati affetti da tubercolosi, sapendo di rischiare la vita per il pericolo di contagio».

La realtà storica però appare un po’ diversa dell’eroismo patriottico raccontato dal mons. Pelvi, che vorrebbe papa Giovanni anche “patrono dell’esercito” (v. Adista n. 80/11): Roncalli il servizio militare l’ha svolto, fra il 1901 e il 1902, a Bergamo, ma solo perché si arruolò al posto del fratello maggiore, la cui presenza era necessaria in famiglia per il lavoro nei campi. E poi dal 1915 al 1917, durante la I guerra mondiale, fu cappellano nell’ospedale di Bergamo. Ma «tornato a casa – scrive nel suo diario – ho voluto staccare dai miei abiti e da me stesso tutti i segni del servizio militare», che fu una «schiavitù».

Onori e stellette?

11 novembre 2012

“Mosaico di Pace”
n. 11, novembre 2012

Luca Kocci

Bambini delle scuole elementari, alunni delle scuole medie e studenti degli istituti superiori, tutti in piazza, a Caserta, a salutare e a rendere omaggio ai 2.200 bersaglieri della Brigata Garibaldi – di stanza nel capoluogo campano – rientrati in Italia dopo quasi sei mesi di missione “di pace” (dal 31 marzo al 14 settembre) in Afghanistan, condotta sotto le insegne dell’International security assistance force (Isaf), la missione militare avviata nel dicembre 2001 – all’indomani della guerra degli Usa in Afghanistan per “vendicare” gli attentati alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001 – su mandato del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e poi affidata alla Nato.

Due giorni di festeggiamenti, il 27 e 28 settembre scorsi, a cui hanno preso parte, le autorità militari – fra cui il capo di Stato maggiore dell’esercito Claudio Graziano –, civili – il sottosegretario alla Difesa Gianluigi Magri eil sindaco di Caserta Pio Del Gaudio – e religiose, il vescovo della città, monsignor Pietro Farina, successore di monsignor Raffaele Nogaro, il quale invece sulle cosiddette missioni militari di pace, e in particolare su quella in Afganistan, ha usato sempre parole di netta condanna, attirandosi anche le ire del presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga che aveva chiesto al papa di deporlo.

La partecipazione degli alunni e degli studenti delle scuole agli onori per i «figli migliori della Patria» è stata salutata con grande entusiasmo ed enfasi dal sindaco di Caserta Del Gaudio (Udc): «Il rapporto di Caserta con la Brigata Garibaldi – ha voluto spiegare – è ultradecennale e si rafforza sempre di più. È bello che siano bambini e soldati a suggellare ancora una volta questa intesa nel segno di valori, come l’appartenenza e l’identità nazionale, che sono alla base del nostro vivere civile». Ai ragazzi e alle ragazze è toccato prendere parte alla cerimonia dell’alzabandiera in piazza IV novembre, dove c’è il mastodontico monumento ai caduti in inconfondibile stile trionfale fascista, e poi marciare in corteo fino a piazza Carlo III, all’ingresso della Reggia, dove hanno potuto ascoltare le parole del comandante della Garibaldi, Luigi Chiapperini: «I nostri soldati, con il loro insuperabile impegno, hanno dato lustro alla nostra grande Nazione, dimostrando che il soldato italiano non è secondo a nessuno».

Quello fra militari e studenti casertani, come peraltro sottolineato dal sindaco, è un legame di vecchia data. E che può contare anche su un precedente che fece da apripista per portare direttamente nelle scuole gli ufficiali delle Forze armate a reclutare adolescenti per l’esercito professionale, trasferendoli dalle aule scolastiche alle caserme. Nel dicembre del 2004 proprio a Caserta venne infatti sottoscritto un Protocollo d’intesa fra la Provincia e il Distretto militare della città per realizzare negli istituti superiori, una serie di iniziative «finalizzate alla promozione e alla divulgazione delle opportunità occupazionali previste dalla Legge n. 226 del 23 agosto 2004», ovvero il provvedimento che anticipò al primo gennaio 2005 la sospensione della leva obbligatoria e, contestualmente, istituì i “Volontari in ferma prefissata” (Vfp) per un anno o per quattro anni nell’Esercito, nella Marina e nell’Aeronautica. Prese il via così una serie di incontri nelle classi terminali delle scuole superiori, tenuti dai militari, che fece schizzare la Campania e Caserta in cima alla classifica delle adesioni ai primi bandi per il Vfp, con un numero di reclutati pari a quello registrato nell’intera Italia settentrionale. E non a caso Caserta era, e resta, una delle province con il più alto tasso di disoccupazione, pari a più del doppio della media nazionale. E in queste condizioni l’arruolamento viene considerato come una delle poche opportunità – se non l’unica – per tentare di sfuggire alla disoccupazione o al precariato. Gli Usa, dove i recruiters dell’Us Army battono le scuole dei ghetti e vanno a stanare gli studenti universitari in difficoltà economiche, insegnano.

Dopo Caserta arrivarono tutte le altre province e regioni, da sud a nord, ed oggi la prassi di accogliere ed invitare i soldati nelle classi per presentare agli studenti le opportunità lavorative nelle Forze armate, condite dall’esaltazione dei militari al servizio della pace, dei diritti e della democrazia, è diventata la normalità pressoché in tutte le scuole. «Il Vfp1 (Volontario in ferma prefissata per 1 anno, n.d.r.) è un giovane motivato e dinamico, con un forte senso di responsabilità, in grado di mettersi in gioco per valorizzare le proprie doti caratteriali ed accrescere ala propria preparazione, pronto ad operare anche in contesti internazionali», si legge nel libretto informativo dell’Esercito italiano che verrà distribuito anche quest’anno nelle scuole dove i militari avranno accesso. E per non puntare solo sulle motivazioni ideali, ma per solleticare quelle più materiali, viene precisato: «Prenderai uno stipendio base iniziale di 800 euro, che ti garantirà l’immediata indipendenza economica, oltre al vitto ed alloggio gratuiti nella tua sede di servizio».

Ma a Caserta, in prima fila ad appaludire i bersaglieri della Garibaldi c’era anche l’Unicef, l’agenzia delle Nazioni Unite che dovrebbe occuparsi dei diritti dell’infanzia, con la vicepresidente nazionale Margherita Dini Ciaccie la presidente provinciale di Caserta Emilia Narciso. Una partecipazione che ha stupito Antonio Lombardi, coordinatore di Pax Christi Napoli, che all’Unicef ha scritto una lettera aperta. «Non voglio spendere molte parole su questo episodio, che rappresenta solo l’ennesima scelta che contribuisce a comporre il disastro pedagogico che attraversa la società italiana, in particolare la scuola, che anche a Caserta manda gli alunni a battere le mani», scrive Lombardi. «Ai giovani e giovanissimi, anziché insegnare l’arte della pace ed additare modelli di comportamento nonviolenti, sviluppando un senso critico verso la guerra, le armi, le strutture che delle armi e della guerra hanno fatto il proprio affare (le industrie belliche) ed il proprio lavoro (le forze armate), si continua a spacciare la favola perniciosa del soldato che porta la pace. Che caduta culturale e che vergogna! Persino l’Unicef si orienta a celebrare l’orgia di sangue e soldi chiamata guerra, dimenticando che proprio i bambini sono i più esposti a diventarne vittime. Perché non invitate i familiari dei bambini uccisi in Afganistan? Perché non chiamate a “festeggiare” i bambini-soldato della Sierra Leone, del Congo, della Liberia, dell’Angola, del Sudan? Avrei apprezzato un vostro comunicato critico e di presa di distanze dai festeggiamenti, in nome di tutti i bambini del mondo: perché la guerra è sempre tetramente uguale a se stessa e i corpi dei bambini giacciono riversi sul terreno anche se la chiamano “missione di pace”. Ma tant’è, dobbiamo annoverare anche l’Unicef tra quelli che esaltano il mondo militare, che con la pace per l’infanzia non ha nulla a che spartire».