Archive for dicembre 2012

Anche la Cei benedice la «salita» di Monti

29 dicembre 2012

“il manifesto”
29 dicembre 2012

Luca Kocci

Dopo la benedizione del Vaticano sulle pagine dell’Osservatore Romano, arriva anche quella Cei che, con un efficace gioco di squadra Bagnasco-Tarquinio, plaude alla «salita in campo» di Monti, proprio mentre a Roma il presidente del Consiglio e i centristi di Casini, Montezemolo, Riccardi e Olivero mettevano a punto la strategia elettorale.

Interpellato a Genova dai cronisti, il presidente della Conferenza episcopale italiana, su Monti, ha parlato chiaro: «Penso che sulla sua onestà e capacità ci sia un riconoscimento comune – ha detto Bagnasco –. Ognuno può avere opinioni diverse, ma credo che su questo piano sia in Italia, sia all’estero ci siano stati riconoscimenti». E poi il consueto auspicio che, «chiunque sia impegnato in politica, soprattutto nelle prossime elezioni, faccia una politica alta per il bene del Paese».

Di sponda, su Avvenire in edicola ieri, il direttore Marco Tarquinio approfitta di una lettera del deputato pidiellino Antonio Palmieri (responsabile comunicazione del partito, che però ha giurato di aver scritto a titolo personale, da «cattolico») per bocciare senza appello Berlusconi e l’esperienza del suo governo, caratterizzato da «un alto tasso di inazione (o di inconcludenza) al cospetto di tentativi delle coalizioni di centrosinistra di agire, ma in senso sbagliato (zapaterista, appunto). Si chiamano omissioni. E non sono un problema per la Chiesa o, se preferisce, per il solo “mondo cattolico”, ma per l’Italia intera. Faccio solo un esempio: le omissioni in tema di concrete ed eque politiche fiscali e di welfare a sostegno della famiglia costituita da una mamma, un papà e dai figli».

Poche righe in cui il quotidiano dei vescovi ha liquidato il Pdl targato Berlusconi ma anche il centro-sinistra «zapaterista», insensibile ai «valori non negoziabili». E poche parole con cui il presidente della Cei esaltato Monti. Bocciati e promossi: messaggio inequivocabile.

Del resto è da settimane che le gerarchie ecclesiastiche, vista l’impossibilità di un Pdl senza Berlusconi come inizialmente auspicavano Bagnasco, Ruini e molti vescovi, stanno puntando sui centristi e su Monti («L’unto del signore» era la prima pagina del manifesto dieci giorni fa), che si è mostrato assai attento ad alcuni “temi”, come il fresco rifinanziamento alle scuole paritarie. E con loro ci sono le maggiori associazioni cattoliche istituzionali, a cominciare dalla Comunità di Sant’Egidio del ministro Riccardi e da quelle che hanno promosso gli incontri di Todi, che si rivedranno il 10 gennaio per fare il punto: Acli (il presidente Olivero si è dimesso pochi giorni fa e sarà candidato), Comunione e Liberazione e Compagnia delle Opere, Confcooperative, Movimento cristiano dei lavoratori. Freddi solo i gruppi dell’area cattolico-democratica più vicini al Pd (il progetto Monti è un’operazione «gradita ai poteri forti») e i cattolici di base di Noi Siamo Chiesa: «La gerarchia non ha il mandato di sponsorizzare in campagna elettorale questo o quello, con l’obiettivo non dichiarato di intrecciare poi rapporti di scambio nel corso della legislatura».

Annunci

Solo una vacanza forzata per don Corsi, poi tornerà nella sua parrocchia

28 dicembre 2012

“il manifesto”
28 dicembre 2012

Luca Kocci

Una breve vacanza forzata, a debita distanza dalla parrocchia, per far calare il silenzio sulle polemiche di questi giorni. È la soluzione adottata dal vescovo di La Spezia, mons. Palletti, e accettata da don Piero Corsi il quale, alla vigilia di Natale, aveva affisso nella bacheca parrocchiale di San Terenzo a Lerici un manifesto in cui addossava alle donne la responsabilità per le violenze che subiscono da parte degli uomini: la colpa è anche loro, si leggeva nel volantino scopiazzato da un blog cattolico integralista, perché indossano «vestiti provocanti e succinti» che stimolano «gli istinti peggiori».

Immediatamente arrivano le dure reazioni da parte di Telefono Rosa e di altre associazioni delle donne, alimentate dallo stesso don Corsi e dalla sua insopprimibile loquacità di fronte ai cronisti: «Quando lei vede una donna nuda, che reazioni prova? O forse è un frocio anche lei?», ha chiesto il parroco ad un giornalista del Gr1, facendo intendere quale sia il suo giudizio anche sugli omosessuali. E ieri, ad una cronista dell’agenzia Area, ha augurato «che le venga un colpo» o «che faccia un incidente», salutando poi tutti i giornalisti che si erano interessati al suo caso come «carogne».

Interviene il vescovo: prima l’ordine di rimuovere il manifesto; poi una nota in cui si dice che «in nessun modo può essere messo in diretta correlazione qualunque deprecabile fenomeno di violenza sulle donne con qualsivoglia altra motivazione, né tantomeno tentare di darne una inconsistente giustificazione»; infine il “consiglio” al prete – ovvero l’ordine – di tacere e sparire per qualche giorno. Subito dopo però don Corsi tornerà al suo posto, a San Terenzo: era falsa la lettera con il mea culpa che il parroco avrebbe inviato alle agenzie, annunciando di voler lasciare il sacerdozio (il mittente era un fantomatico indirizzo e-mail donpierocorsi@yahoo.it). E del resto la Curia di La Spezia precisa che il parroco si prenderà «solo qualche giorno di riposo per riflettere sul suo errore» e che «per lasciare il ministero ci vuole ben altro».

Don Corsi non è nuovo ad iniziative “originali”. Al di là delle notizie pittoresche di dubbia autenticità che si diffondono in rete (dal passato come incursore nella Marina, all’allontanamento a colpi di candelabro di un clochard che chiedeva l’elemosina), ad ottobre, sempre nella bacheca della chiesa, il parroco aveva esposto alcune vignette contro l’islam (le stesse che avevano scatenato le reazioni dei musulmani di mezzo mondo), innescando le proteste di alcuni fedeli e le timide reazioni della Curia che, come ora, gli chiese solo di rimuovere i disegni. E oggi il volantino contro le donne e il femminicidio, «un’assurda leggenda nera messa in giro da femministe senza scrupoli», come si legge nel testo originale, pubblicato su PontifexRoma, il blog di «apologetica cattolica» da cui il parroco attinge a piene mani.

«Don Corsi rappresenta una punta estrema ma rimanda ad un filone più profondo e più diffuso di quanto possiamo credere; è bene che emerga, affinché le autorità ecclesiastiche avviino una riflessione seria sui temi della sessualità, delle teorie di genere e delle relazioni fra uomini e donne», dice Marinella Perroni del Coordinamento delle teologhe italiane. E suor Rita Giaretta, che da 15 anni lavora con le donne vittime di tratta nel casertano, aggiunge che «si ricade nella mentalità, che purtroppo a troppi maschi ancora piace, che vede nella donna o la moglie sottomessa, o la prostituta o la tentatrice». La Chiesa, prosegue la religiosa, «dal punto di vista istituzionale è ancora fortemente maschilista» e mi chiedo «quale idea di donna può elaborare un sacerdote che è formato a vivere e a sentire il suo ruolo come un privilegio sacro riservato unicamente al genere maschile. Non basta far rimuovere un volantino, bisogna impegnarci tutti, a partire dalla Chiesa, a rimuovere una mentalità che ancora discrimina e uccide la donna». Interviene anche Avvenire, in maniera come minimo ambivalente. Bacchetta il parroco di Lerici per l’affissione del manifesto, ma loda il suo presunto dietrofront: dopo le «parole inequivocabili» del vescovo, «il sacerdote che così tanto era riuscito a sbagliare ha riparato. Ha ammesso che l’unica provocazione senza senso e prudenza era stata la sua. E ha chiesto scusa alle donne che aveva offeso. Giusto, e a tempo di record. Siamo sicuri che altri, anche tra i politici e i giornalisti, prenderanno l’esempio e sapranno scusarsi quando offendono persone e verità».

Preti in tilt tra presepi e tesi assurde

27 dicembre 2012

“il manifesto”
27 dicembre 2012

Luca Kocci

L’asino, il bue, gli immancabili pastori, e poi Pol Pot, Stalin, Margherita Hack e Vito Mancuso: sono i personaggi del presepio contro il «fanatismo laicista» allestito in chiesa da don Gianfranco Rolfi, parroco di San Felice in Piazza, a Firenze. In alto, quasi una stella cometa, una grande scritta: «Schiacciate l’infame». «È una frase di Voltaire contro la Chiesa», spiega il prete, e anche noi «dobbiamo prepararci ad essere schiacciati, umiliati e offesi» da quelli «che dominano la cultura, l’economia, la finanza». Ma pare che da «schiacciare» siano in realtà coloro che appaiono nelle fotografie attorno al cartello: Stalin, Pol Pot e Hitler (nel confuso collage manca Mussolini, ma forse l’omissione non è casuale). E soprattutto i vivi: il giornalista Corrado Augias, l’astrofisica Margherita Hack, il matematico Piergiorgio Odifreddi – massimi rappresentanti del relativismo e del materialismo ateo, secondo il parroco – ma anche il teologo laico Vito Mancuso, “discepolo” del cardinal Martini, colpevole forse di non essere sufficientemente clericale. «Sono contenta che non ci sia più l’Inquisizione, non mi sarebbe piaciuto finire arrostita come Giordano Bruno», commenta Margherita Hack. Il parroco avrà realizzato il presepio «sotto gli effetti dell’alcol benedetto», ironizza Odifreddi. Nessuna presa di posizione da parte dell’arcivescovo di Firenze, il cardinal Giuseppe Betori, solo un laconico «mi sento più vicino ai presepi classici che alle rivisitazioni attualizzanti che rischiano di corrispondere più alla nostra sensibilità che all’evento in sé».

Di tutt’altro segno il presepio allestito da un altro parroco toscano, don Armando Zappolini, nella chiesa di Perignano, nel pisano. Protagonista è l’Ilva di Taranto, «bene privato, male comune». Pezzi di ferro compaiono nel tradizionale paesaggio della scena della natività, quasi fosse il piazzale della fabbrica di acciaio; e poi una maschera antigas risalente alla seconda guerra mondiale. «A Cristo è toccata la croce, a noi l’Ilva», si legge su un cartello. «Non è contro Dio solo chi bestemmia o si dichiara ateo, ma soprattutto chi si professa cristiano e poi inquina l’aria che respiriamo», spiega don Zappolini, che è anche presidente del Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza e da anni usa il presepio per denunciare le emergenze sociali, dagli sbarchi dei clandestini alla tratta delle donne. Lo scorso Natale il Gesù del presepio di don Zappolini – che raccoglieva le firme per la legge di iniziativa popolare per la cittadinanza ai neonati stranieri nati in Italia – era un «bambino nato in Italia nella notte fra il 24 e il 25 dicembre da genitori palestinesi senza documenti di soggiorno che non potrà diventare cittadino italiano». Si infuriarono i neofascisti di Forza Nuova, che invocarono l’intervento del vescovo. Quest’anno pare che nessuno abbia protestato.

Non ha realizzato un presepio ma evidentemente è stato solleticato dal protagonismo e dalla maggiore partecipazione che ci sarebbe stata in parrocchia per le feste natalizie don Piero Corsi, parroco di San Terenzo, a Lerici, che ha affisso in bacheca un manifesto in cui addossa alle donne le responsabilità delle violenze che loro stesse subiscono. «Quante volte vediamo ragazze e signore mature circolare per la strada in vestiti provocanti e succinti?», era scritto nel volantino che riproduceva un commento apparso su PontifexRoma (piccolo blog dell’integralismo cattolico radicale) a proposito del «femminicidio», che in realtà sarebbe «un’assurda leggenda nera messa in giro da femministe senza scrupoli». Alcune donne «provocano gli istinti peggiori – continua il volantino – e se poi si arriva anche alla violenza o all’abuso sessuale (lo ribadiamo: roba da mascalzoni), facciano un sano esame di coscienza: forse questo ce lo siamo cercate anche noi?». E per chiarire meglio il concetto, ad un cronista del Gr1 che lo intervistava, don Corsi chiede: «Quando lei vede una donna nuda, quali che reazioni prova? O forse è un frocio anche lei?». Durissime le reazioni da parte delle associazioni delle donne e di Telefono Rosa e manifesto rimosso ieri, per ordine del vescovo, che del resto dovrebbe ben conoscere le iniziative del suo parroco: ad ottobre, nella stessa bacheca, aveva affisso delle vignette anti-islamiche.

Un prete vicentino agli imprenditori edili di Confindustria: il vostro sì alla base Usa dettato da Mammona

26 dicembre 2012

“Adista”
n. 47, 29 dicembre 2012

Luca Kocci

Dopo averla visitata, hanno dichiarato che si tratta di un progetto «ben inserito nel contesto del territorio, modello di eccellenza, tecnologicamente innovativo» e di una «struttura realizzata secondo criteri di sostenibilità ambientale». Allora don Antonio Uderzo, uno dei preti maggiormente impegnati nel Coordinamento dei cristiani per la pace di Vicenza – l’ala cattolica del movimento No Dal Molin, promosso da diverse parrocchie vicentine, Famiglie per la pace, Agesci, Beati i costruttori di pace, Pax Christi, Acli, Giovani impegno missionario dei comboniani, Commissione giustizia e pace dei Servi di Maria di Lombardia e Veneto ed altre sigle –, ha subito scritto una lettera aperta agli entusiasti imprenditori edili aderenti a Confindustria di Vicenza, reduci dalla visita alla nuova base militare Usa in costruzione, e ormai prossima all’inaugurazione, all’aeroporto Dal Molin (v. Adista nn. 9, 13 e 15/07; 1, 9, 25, 51, 61 e 71/08; 4, 22, 86 e 93/09; n. 49/10; Adista Notizie nn. 35 e 46/12): le vostre considerazioni «sembrano arrivare da un altro mondo».

«Non vogliamo riaprire questioni mai risolte sull’uso delle armi, degli eserciti, su forme di difesa nonviolenta, tutte questioni che possono essere collocate nel campo delle opinioni», scrive il prete vicentino, ma «i fatti dovrebbero essere qualcosa di oggettivo e condiviso da tutti: una costruzione enorme, al posto di 800 alberi, pari ad un nuovo quartiere, tonnellate di cemento nuovo con più di 3.000 pali di circa 20 metri di lunghezza piantati nel terreno a formare un qualche ostacolo all’assorbimento dell’acqua; le esondazione degli ultimi due anni in luoghi della città finora mai toccati da fenomeni simili; analisi ambientali, geologiche e paesaggistiche mai fatte (anche se previste dalla legge) o addirittura impedite da chi doveva invece rappresentare lo Stato e le istituzioni democratiche (commissario Paolo Costa); aumento della popolazione statunitense nella città, situazione delle strade non ancora definita e tanto meno risolta, anche se siamo ormai all’inaugurazione della costruzione».

Allora, chiede don Uderzo, «l’obiettivo di una base militare, che per definizione è di portare morte e distruzione nel mondo, è compatibile con “criteri di sostenibilità ambientale”? Quali sono allora i criteri e le convinzioni che spingono la Confindustria ad approvare e a felicitarsi per opere che non faranno sicuramente il bene delle persone?». «Quale visione avete del territorio e della sua salvaguardia? Il disastro dell’Ilva di Taranto non sta insegnando nulla?».

«Non vogliamo pensare che sia solo un puro interesse economico, perché questa soltanto ci appare finora la motivazione che può avervi spinto a prendere posizioni che a noi sembrano lontanissime dalla realtà che abbiamo sotto i nostri occhi», aggiunge il religioso, che conclude la sua lettera con le parole dell’apostolo Paolo: «“Udrete, sì, ma non comprenderete; guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, e sono diventati duri di orecchi; e hanno chiuso gli occhi”. Sono parole di grande delusione e amarezza», ma se risulta un «modello di eccellenza» «quello che agli occhi di molti appare indecente, deturpante e pericoloso, significa che ormai sono stati stravolti i criteri fondamentali di riferimento, come la differenza tra il bene e il male, tra il bello e il brutto e che, a questo punto, è quasi impossibile il confronto con chi “non vede e non sente”».

Governo Monti e Parlamento confermano gli oneri per i cappellani militari

25 dicembre 2012

“Adista”
n. 47, 29 dicembre 2012

Luca Kocci

L’ordinario militare e i cappellani dei soldati continueranno ad essere retribuiti dallo Stato italiano. Così ha deciso il Parlamento che ha respinto, giudicandoli «inammissibili», due emendamenti alla legge di riforma delle Forze armate, fortemente voluta dall’ammiraglio-ministro della Difesa Giampaolo Di Paola (v. Adista Notizie n. 46/12), presentati dai Radicali Marco Perduca al Senato e Maurizio Turco alla Camera, che miravano proprio a sottrarre al Ministero della Difesa l’onere di pagare gli stipendi ai cappellani militari: una spesa di circa 17 milioni di euro l’anno (10 per gli stipendi e 7 per le pensioni, v. Adista n. 62/11), più alcuni extra, come per esempio i seminari di aggiornamento spirituale (v. Adista n. 78/11 e Adista Notizie n. 31/12).

«Al personale del servizio assistenza spirituale non compete il trattamento economico a carico dello Stato, ovvero del Ministero della Difesa. In coordinamento con l’Ordinariato militare, il trattamento economico e previdenziale del personale del servizio assistenza spirituale è assicurato dalla diocesi dell’ambito territoriale del comando militare». Disponeva questo, in particolare, l’emendamento presentato da Turco – e sottoscritto dall’intera pattuglia dei Radicali – alla Camera. Cioè né la soppressione dell’Ordinariato, né il divieto per i cappellani militari di esercitare il loro ministero fra gli uomini e le donne in divisa. Semplicemente che gli stipendi non venissero pagati dallo Stato ma dalla Chiesa, tramite l’otto per mille, una parte del quale – nell’ultimo anno, poco più di 700mila euro – già finisce nelle casse dell’Ordinariato (v. Adista Notizie n. 38/12).

«Inammissibile», ha sentenziato il presidente della Camera Gianfranco Fini, ribadendo il parere espresso dal governo. «Tale proposta emendativa», ha aggiunto l’ex segretario di Alleanza Nazionale, «incide sullo status del predetto personale, materia oggetto d’intesa tra il governo e la Conferenza episcopale italiana». La spiegazione di Fini, tuttavia, presenta diversi “buchi”: l’Intesa fra Stato italiano e Cei non esiste – come ha ricordato lo stesso Turco in aula – e l’articolo del Concordato richiamato dal presidente della Camera che «non può essere modificato unilateralmente da parte dello Stato, ma soltanto mediante modalità pattizie» (art. 11, comma 2), non dice una parola sul trattamento economico dei cappellani militari. Si limita a stabilire che «l’assistenza spirituale ai medesimi (i militari, ndr) è assicurata da ecclesiastici nominati dalle autorità italiane competenti su designazione dell’autorità ecclesiastica e secondo lo stato giuridico, l’organico e le modalità stabiliti d’intesa fra tali autorità».

«La proposta voleva semplicemente modificare, e nell’interesse dello Stato, una materia che sottrae ingenti risorse dalle tasche dei cittadini», un «regalo ingiustificato che si aggiunge a quello miliardario dell’otto per mille», spiega Luca Marco Comellini, segretario del Partito per la tutela dei diritti di militari e Forze di polizia (Pdm), fondato nel luglio del 2009 (insieme anche al radicale Turco). «Mi pare evidente la prostrazione e l’estrema devozione della partitocrazia alla sacralità della “casta ecclesiastica-militare”».

Non è la prima volta che il Parlamento tenta di intervenire sulla questione dei costi dell’Ordinariato militare a carico dello Stato italiano: anni fa ci provò il deputato dei Verdi Gianpaolo Silvestri, proponendo la smilitarizzazione dei cappellani militari, sottraendoli quindi alle competenze del Ministero della Difesa (v. Adista nn. 43 e 57/07), ma anche in quel caso la proposta naufragò. E nella Chiesa da quasi vent’anni Pax Christi chiede che i cappellani vengano sganciati dalla gerarchia militare di cui fanno parte a tutti gli effetti, a cominciare dall’ordinario militare che appena nominato conquista i gradi di generale di corpo d’armata (v. Adista nn. 81/95, 67/97, 81/00, 49/06 e 81/06; Adista Segni Nuovi n. 7/12 e Adista Notizie n. 46/12). Ma sia le autorità religiose che quelle civili si mostrano sorde alle proposte.

Lettera di Natale di 11 preti che vogliono un’altra Chiesa

22 dicembre 2012

“il manifesto”
22 dicembre 2012
Luca Kocci

Non comincia con il tradizionale “Caro Babbo Natale”, ma con una forte critica alla politica antisociale del governo Monti e alle pretese delle gerarchie ecclesiastiche di voler imporre per legge i valori cattolici proclamati «non negoziabili». E alla Chiesa chiedono di demolire i muri e abbassare i ponti levatoi che la separano dalla storia e di aprire le porte ai divorziati, agli omosessuali, al sacerdozio femminile, ai preti sposati.

È la “Lettera di Natale” di 11 preti del Triveneto, fra cui Albino Bizzotto dei Beati i costruttori di pace e Pierluigi Di Piazza del Centro Balducci di Zugliano (Ud), principale animatore dell’iniziativa. Sembra una lettera eversiva, visti i tempi – dalla santificazione del “salvatore” Monti, alla dura condanna ribadita dal papa anche ieri nel tradizionale discorso alla Curia romana contro le unioni gay, «attentato all’autentica forma della famiglia», e contro la teoria gender che mette in discussione «la visione dell’essere stesso, di ciò che in realtà significa l’essere uomini» –, ma per gli 11 è semplicemente evangelica.

«La crisi economica, causata da una finanza autoreferenziale e senza etica, provoca ricadute drammatiche sulla vita delle persone» e di interi popoli «in nome del primato del mercato», scrivono i preti, già autori di lettere simili negli anni passati. Eppure «i tagli operati nel nostro Paese non hanno riguardato denaro e immobili dei ricchi né i cacciabombardieri F-35, ma scuola, sanità e welfare», e hanno colpito «fasce di popolazione già deboli e in difficoltà». Troppo spesso «la giustizia viene pronunciata con solennità da chi la calpesta» e «le dichiarazioni di pace coprono azioni di guerra», mentre il problema è «strutturale ed esige un’altra visione del mondo, un’economia di giustizia e di uguaglianza reali».

La «crisi della politica» è diffusa e riguarda «i contenuti, la rappresentatività, i metodi», scrivono gli 11, mettendo il dito nelle piaghe della Chiesa «a cui con convinzione e consapevolezza critica apparteniamo come preti»: il matrimonio di interessi con alcuni partiti e l’arroccamento nel fortino dei princìpi. È evidente, denunciano, «la pretesa impropria di una parte politica che afferma di rappresentare e di difendere i valori cattolici con l’approvazione della gerarchia della Chiesa, mentre manifesta convinzioni, atteggiamenti, comportamenti riguardo al neoliberismo, ai privilegi, alla guerra, all’immigrazione, contrastanti il messaggio del Vangelo con evidenze di corruzione e immoralità».

Il “sogno” degli 11 religiosi – che dichiarano di sentirsi «uniti» a tutti quei movimenti per la riforma delle strutture ecclesiastiche che negli ultimi mesi, a partire dall’Austria dove oltre 300 parroci hanno firmato un “Appello alla disobbedienza” subito sottolineato in rosso dal papa, si sono diffusi in tutta Europa ma assai poco in Italia – è quello di una Chiesa «dal volto evangelicamente più umano», che riprenda in mano i fili spezzati del Concilio Vaticano II: il dialogo con le altre religioni, le altre Chiese e le altre culture, l’impegno «a ritrovare una comunione reale con i divorziati e risposati» e «a valutare presenza e partecipazione nella comunità ecclesiale di omosessuali, eterosessuali, transessuali», la capacità «di interrogarsi responsabilmente sul sacerdozio alle donne, sul celibato dei preti, sull’ordinazione di uomini sposati».

Ed è l’idea stessa dei «princìpi non negoziabili», sempre più spesso usati dalle gerarchie ecclesiastiche sul terreno politico per dividere i “buoni” (centro e destra) dai “cattivi” (sinistra) o per spingere i “cattivi” ad essere un po’ più buoni allentando i cordoni della borsa – vedi i finanziamenti alla scuola paritaria – o rafforzando certi privilegi, ad essere abbattuta dagli 11 preti autori della lettera. La Chiesa, scrivono, non deve considerare nessun valore «non negoziabile», ma deve reputare «fondamentale ascoltare, e quindi dialogare, con le persone sulle loro storie di vita; l’esperienza di una Chiesa povera e abitata dai poveri,  liberata dall’abbraccio mortale con il potere economico, politico, militare, mediatico. Di una simile Chiesa c’è bisogno in ogni momento della storia». E adesso, perlomeno nella sua struttura istituzionale, sembra totalmente assente.

Condono tombale dell’Imu, Vaticano «soddisfatto»

20 dicembre 2012

“il manifesto”
20 dicembre 2012

Luca Kocci

Uno dei primi ad applaudire la decisione della Commissione europea sulla questione Imu-Chiesa – via libera alla nuova normativa italiana e condono tombale sulle tasse ingiustamente non pagate dagli enti ecclesiastici dal 2006 al 2011 ma ormai definitivamente irrecuperabili – è stato ovviamente il cardinal Bagnasco: «Non è un privilegio particolare» ma «un atto di giustizia e di equità» che «accogliamo con molta soddisfazione».

Soddisfazione per vedere chiusa una vicenda che si trascina da anni – da quando i Radicali, a cui sostanzialmente l’Europa ha dato ragione nel merito dicendo che la legislazione italiana era «incompatibile con le regole Ue», denunciarono l’Italia all’Europa per gli aiuti di Stato alla Chiesa –, e soprattutto perché si rafforza il favore, e le speranze, con cui il presidente della Cei e la parte maggioritaria delle gerarchie ecclesiastiche e del mondo cattolico istituzionale vedono una discesa in campo di Monti alle prossime elezioni.

Caduto Berlusconi, scaricato dai vescovi dopo anni di sostegno cieco ed incondizionato, la Cei si è messa subito al lavoro per incoraggiare la costruzione di un centro(-destra) senza il Cavaliere, animando gli incontri di Todi, a cui partecipavano alcune fra le più importanti associazioni cattoliche attive nel sociale (dalle Acli alla ciellina Compagnia delle Opere, alla Cisl) e diversi ministri del governo “tecnico”, a cominciare dal leader della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi.

Con Monti il feeling c’è stato fin da subito. Bagnasco non ha perso occasione, soprattutto durante le assemblee delle Cei alla presenza di tutti i vescovi, di lodare l’operato del governo. E Monti – e con lui tutto il suo governo ad alta densità cattolica, dal ministro della Salute Balduzzi (Azione cattolica) a quello della Cultura Ornaghi (Università Cattolica), oltre a Riccardi – non ha mancato di corrispondere con una serie di provvedimenti: il ricorso contro la sentenza della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo che ha bocciato la legge 40 sulla fecondazione assistita, l’ulteriore finanziamento (223 milioni) alle scuole paritarie per lo più dell’infanzia e la nuova normativa sull’Imu che, sebbene il via libera dell’Ue, secondo il Consiglio di Stato contiene ancora molti elementi di ambiguità.

I timori della Cei in vista delle elezioni sono chiari: il rischio di una vittoria del centro-sinistra, con Bersani alleato di Vendola. E allora l’insistenza martellante sui «valori non negoziabili» (tutela della vita dal concepimento alla morte naturale – no aborto e no testamento biologico –, famiglia fondata sul matrimonio fra uomo e donna – no coppie di fatto e no unioni gay –, scuola cattolica) per mettere i paletti a sinistra, e pressing su Monti, mandando avanti le associazioni e i “laici”: Riccardi e Andrea Olivero, presidente delle Acli, che proprio ieri, come largamente atteso, si è dimesso dall’associazione (la cui base è da mesi in rivolta contro il collateralismo montiano di Olivero), annunciando di assumersi «il rischio di un impegno diretto in politica». Sarà candidato nella lista di Montezemolo, e la Cei, che ha mobilitato anche il quotidiano Avvenire, spera che ci sia anche Monti, come peraltro fatto intendere ieri da Casini, Montezemolo e Riccardi (che invece ha annunciato che non si candiderà) al termine di un incontro con il premier. E comunque, per percorrere tutte le strade, nei giorni scorsi il cardinal Ruini, predecessore di Bagnasco alla guida della Cei, ha incontrato Alfano.

Ostili rimangono solo i cattolici di base e la galassia dei cattolici democratici riuniti nella rete Costituzione Concilio Cittadinanza che bocciano senza appello il progetto Cei-Monti-Montezemolo-Riccardi: è un’operazione «gradita ai poteri forti dell’economia e della società».

I cappellani militari strappino le stellette dalle loro talari. Il “sogno” di Pax Christi

18 dicembre 2012

“Adista”
n. 46, 22 dicembre 2012

Luca Kocci

«Sogno che un giorno lei e tutti i cappellani militari strapperete le stellette dalle vostre talari, ma resterete nelle caserme, sulle navi militari, nelle zone di guerra, in mezzo alle soldatesse ed ai soldati per incoraggiarli a spezzare i loro fucili d’assalto e aiutarli a rifiutarsi di imparare a combattere». È l’auspicio che Antonio Lombardi, referente del Punto pace di Napoli di Pax Christi, ha espresso in una lettera aperta all’ordinario militare per l’Italia, mons. Vincenzo Pelvi, scritta subito dopo essere venuto a conoscenza della pubblicazione del volume Il Cuore delle Missioni di Pace, uscito a novembre insieme a Famiglia Cristiana e accompagnato da un testo introduttivo dello stesso arcivescovo castrense in cui si esaltano la funzione delle missioni militari cosiddette di pace e il ruolo dei soldati che vi partecipano (v. Adista Notizie n. 44/12), ultimo atto dell’intenso attivismo dell’Ordinariato negli ultimi mesi (v. Adista n. 80/11 e Adista Notizie nn. 23, 29 e 30/12).

«È per tutti motivo di grande gioia l’impegno in favore dei popoli kosovaro, libanese, afgano da te profondamente consolati e concretamente aiutati», scriveva mons. Pelvi. «Non trovo gioia – replica Lombardi – nel fatto che ci siano stati italiani, armati di tutto punto, partiti per la guerra (ancorché ribattezzata “missione di pace”) e la prego con cortesia di non farsi interprete dei miei sentimenti per esprimere gratitudine a queste persone: non ho alcun motivo di ringraziarle». «Anzi, leggere che i soldati abbiano “profondamente consolato e concretamente aiutato” quei popoli, mi riempie di tristezza perché mi appare come la beffa che segue al danno. Quanto alla “vocazione” che lei discerne nella scelta militare, cioè “imparare a vivere per una ragione che è più potente della vita stessa”, su questo in qualche modo concordo: è vero che i militari hanno ragioni più potenti della vita, infatti impegnano la loro addestrandosi a sopprimerla».

Prosegue la lettera aperta del militante di Pax Christi: «Lo “smisurato anelito di fraternità e di libertà” che le appare testimoniato da chi partecipa ad azioni di guerra, io lo riscontro molto più in coloro che, sono parole del Concilio Vaticano II, “rinunciando alla violenza nella rivendicazione dei loro diritti, ricorrono a quei mezzi di difesa che sono, del resto, alla portata anche dei più deboli” (Gaudium et Spes, 78)», come ad esempio la «difesa civile nonviolenta», contemplata anche dalla legge istitutiva del servizio civile, ma per la cui attuazione lo Stato non investe «nemmeno una briciola delle ingenti risorse destinate alle Forze armate di cui lei fa parte» (l’ordinario militare al momento della nomina assume i gradi di generale di corpo d’armata e quindi viene pienamente inserito anche economicamente nella struttura militare, ndr). «Perché – chiede Lombardi – la Chiesa italiana non cessa di entrare organicamente nell’organizzazione militare e non offre, invece, il contributo che le è proprio per valorizzare la difesa nonviolenta? Almeno per dare concretezza a quell’anelito conciliare a cinquanta anni dalla sua apertura! Del resto, per prestare assistenza spirituale alle nostre sorelle e ai nostri fratelli con le stellette, non è indispensabile né opportuno che sacerdoti e vescovi le indossino». «Io ho un sogno», conclude la lettera aperta a mons. Pelvi: che «strapperete le stellette dalle vostre talari» ed insegnerete ai soldati a «spezzare i loro fucili» e a «a rifiutarsi di imparare a combattere».

Benedetto XVI: «Matrimoni gay ferita per la pace»

15 dicembre 2012

“il manifesto”
15 dicembre 2012

Luca Kocci

Si apre la campagna elettorale e, puntuale, arriva l’intervento del Vaticano a chiarire da che parte stare, ribadendo i «principi non negoziabili» a cui i politici devono attenersi. Non si tratta di un’esternazione mirata: quelle del papa sono le parole del tradizionale messaggio urbi et orbi per la giornata mondiale della pace dell’1 gennaio, «quasi una piccola enciclica» sottolinea l’editoriale dell’Osservatore Romano. Tuttavia la lettura politica è inevitabile, anche perché è sollecitata direttamente dai due prelati che ieri in Vaticano lo hanno presentato alla stampa.

«Beati gli operatori di pace» è il titolo del messaggio. E subito, dopo un brevissimo cenno «ai focolai di tensione e di contrapposizione causati da crescenti diseguaglianze fra ricchi e poveri» provocate «anche da un capitalismo finanziario sregolato», viene chiarito che «operatori di pace sono coloro che amano, difendono e promuovono la vita nella sua integralità». Segue il consueto elenco: no all’aborto e all’eutanasia, sì al matrimonio fra uomo e donna, no a coppie di fatto e coppie gay, sì alla scuola cattolica. Con un’aggiunta pesante: la negazione di questi principi costituisce «una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace».

«Coloro che non apprezzano a sufficienza il valore della vita umana e, per conseguenza, sostengono per esempio la liberalizzazione dell’aborto, forse non si rendono conto che in tal modo propongono l’inseguimento di una pace illusoria», scrive Benedetto XVI, che chiede: «Come si può pensare di realizzare la pace, lo sviluppo integrale dei popoli o la stessa salvaguardia dell’ambiente, senza che sia tutelato il diritto alla vita dei più deboli, a cominciare dai nascituri?». Non è giusto «codificare in maniera subdola falsi diritti o arbitrii, che, basati su una visione riduttiva e relativistica dell’essere umano e sull’abile utilizzo di espressioni ambigue, volte a favorire un preteso diritto all’aborto e all’eutanasia, minacciano il diritto fondamentale alla vita». Per cui è necessario che «gli ordinamenti giuridici» riconoscano «l’obiezione di coscienza nei confronti di leggi e misure governative che attentano contro la dignità umana, come l’aborto e l’eutanasia».

Il secondo capitolo riguarda la famiglia: «La struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione». Le coppie gay non vengono nominate, ma il papa si riferisce a loro. A tal proposito desta una inquietudine apprendere – lo ha segnalato Il Fatto Quotidiano – che il 13 dicembre Benedetto XVI ha ricevuto in Vaticano Rebecca Kadaga, presidente del Parlamento ugandese, dove è in corso di approvazione una legge che prevede la pena di morte per il reato di omosessualità: in questo caso sulla difesa della vita si può chiudere un occhio.

Infine, fra le righe, la scuola cattolica: «Bisogna tutelare – scrive il papa – il diritto dei genitori e il loro ruolo primario nell’educazione dei figli, in primo luogo nell’ambito morale e religioso». C’è anche dell’altro: il «diritto al lavoro» e la ricerca di «un nuovo modello di sviluppo». Ma quasi scompaiono in mezzo all’elenco dei «valori non negoziabili».

Che i destinatari privilegiati delle avvertenze papali siano i politici – non solo italiani, data l’universalità del messaggio e visto che da qualche settimana per esempio di matrimoni gay si parla molto negli Usa (quattro Stati li hanno approvati con un referendum lo stesso giorno della rielezione di Obama) e in Francia, dove il Parlamento presto si esprimerà a breve – lo chiarisce mons. Mario Toso, segretario del Pontificio consiglio Giustizia e Pace, presentando il messaggio: «Le comunità politiche sono chiamate a riconoscere, tutelare, promuovere tali diritti e doveri»; quelle che, «mediante ad esempio la liberalizzazione dell’aborto, attentano alla vita dei più deboli» e quindi «non appaiono dotate di una salda tenuta morale». Quasi una scomunica. Del resto, da anni, la strategia appare la stessa: le gerarchie ecclesiastiche non fanno più esplicita professione di fede per un’unica forza politica, ma usano i «principi non negoziabili» come paletti per delimitare il campo in maniera invalicabile.

Rebecca Kadaga: pena di morte per i gay. Il papa la incontra e la benedice

15 dicembre 2012

“il manifesto”
15 dicembre 2012

Luca Kocci

Un’udienza “fantasma” quella che papa Benedetto XVI ha concesso mercoledì scorso alla speaker del Parlamento ugandese Rebecca Kadaga. La sala stampa vaticana, solitamente piuttosto precisa, infatti, non ne dà notizia: la nota diramata il 13 dicembre riferisce che «il santo padre Benedetto XVI ha ricevuto questa mattina in udienza gli ambasciatori di Guinea, Saint Vincent e Grenadine, Niger, Zambia, Thailandia, Sri Lanka e Canada» (oltre al prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, mons. Müller, e a Carl Anderson, cavaliere di Colombo, uno dei registi della cacciata di Ettore Gotti Tedeschi dalla presidenza dello Ior), ma della signora Kadaga non c’è traccia.

Eppure l’incontro c’è stato, e anche la «benedizione», come annuncia con grande enfasi in sito internet istituzionale del Parlamento dell’Uganda («Speaker Kadaga receives blessings from the Pope at Vatican mass»), che pubblica anche una foto dei due che si stringono le mani.

Dimenticanza voluta, probabilmente. Kadaga è una delle principali sponsor della legge che prevede la pena di morte per il reato di «omosessualità aggravata», ovvero se è coinvolto un minore, un sieropositivo, un portatore di handicap o un recidivo: questa legge sarà il «mio regalo di Natale» agli ugandesi, aveva detto. Pubblicizzare l’incontro alla vigilia della pubblicazione messaggio in cui il papa condanna l’omosessualità e difende la vita dal concepimento alla morte naturale evidentemente non sembrava opportuno.