Archive for gennaio 2013

Andate e moltiplicatevi. L’utile diaspora dei candidati cattolici al Parlamento

30 gennaio 2013

“Adista”
n. 4, 2 febbraio 2013

Luca Kocci

Azione cattolica con il Partito democratico, Comunione e Liberazione con il Popolo della libertà, Comunità di sant’Egidio e “movimento di Todi” con Monti, associazioni e gruppi impegnati nel sociale con Sinistra ecologia e libertà di Vendola e con Rivoluzione civile di Ingroia: volendo schematizzare il posizionamento delle associazioni cattoliche sulla base delle candidature alle prossime elezioni politiche, lo schieramento è questo.

Il Consiglio nazionale dell’Azione cattolica ha emanato una nota all’insegna dell’equidistanza (“Abbiamo a cuore il futuro dell’Italia”) in cui si dà un colpo a destra, chiedendo il diritto di cittadinanza per gli stranieri che vivono in Italia, e uno a manca, rivendicando maggiori sostegni alla famiglia riconosciuta dalla Costituzione (ovvero uomo e donna uniti in matrimonio). Tuttavia la maggior parte degli ex dirigenti di Ac e Fuci è candidata nelle file del Pd: ci sono i nomi noti di Rosi Bindi, cha ha superato le “forche caudine” delle primarie, e Giorgio Tonini; un altro ex fucino, Giuseppe Lumia (in Parlamento, dove è stato anche presidente della Commissione antimafia nel 2000-2001, da cinque legislature con il Pds, i Ds e poi il Pd) ha scelto invece la lista di Rosario Crocetta, alleata del Pd, Il megafono – per evitare delle primarie “a rischio”, sostengono alcuni –, di cui è capolista in Sicilia; poi il gruppetto degli “ambrosiani”, Franco Monaco, Paolo Cova e Daniela Mazzucconi, tutti e tre candidati in Lombardia, sebbene quest’ultima in posizione di non facile eleggibilità; dall’Azione cattolica arrivano anche Francesco Russo (capolista in Friuli per il Senato) e soprattutto l’ex vicepresidente nazionale Ernesto Preziosi, uno candidati cattolici “illustri” annunciati urbi et orbi dallo stesso Bersani, insieme alla storica Emma Fattorini, al segretario del comitato organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici italiani Edoardo Patriarca (ex Agesci), a Flavia Nardelli, segretario generale dell’Istituto Sturzo, a Carlo Dell’Aringa, docente di Economia alla Cattolica di Milano, e a Giorgio Santini, dimessosi da vicesegretario aggiunto della Cisl (ma un altro cislino, dimissionario anche lui, il segretario confederale Gianni Baratta, corre con Monti). Ha scelto invece il listone di Mario Monti il ministro della Salute Renato Balduzzi, già presidente del Movimento ecclesiale di impegno culturale (Meic, ovvero i laureati di Azione cattolica) e per anni braccio destro di Rosi Bindi soprattutto quando era lei a guidare il dicastero della Sanità: una sorta di “divorzio” in casa Ac.

L’associazione storicamente “concorrente” dell’Azione cattolica, Comunione e liberazione, ha confermato sostanzialmente l’opzione preferenziale per il centro-destra berlusconiano. È vero che Mario Mauro, ex capogruppo Pdl al Parlamento europeo, ha fatto il salto ed è passato con Monti, ma il resto della pattuglia dei ciellini, a cominciare dal “celeste” Roberto Formigoni – numero due al Senato, in Lombardia, dopo Berlusconi – è rimasto fedele al Cavaliere: Maurizio Lupi, Raffaello Vignali (ex presidente della Compagnia delle opere, braccio economico di Cl), Gabriele Toccafondi e Renato Farina, alias “Betulla” quando collaborava con il Sismi, sono tutti candidati in buone posizioni – quindi con ottime probabilità di elezione – con il Pdl.

Con Monti e Montezemolo è finita invece buona parte degli animatori degli incontri di Todi (v. Adista nn. 51, 57, 71, 76, 78, 83 e 97/11; e Adista Notizie nn. 4, 5, 18, 34 e 39/12), vero preludio al governo del professore: il presidente delle Acli Andrea Olivero (ma il suo predecessore, Luigi Bobba, è nelle liste del Pd, così come il presidente delle Acli di Roma, Cristian Carrara, che è inserito nel “listino” di Nicola Zingaretti alle elezioni regionali per il Lazio), quello di Confcooperative (le coop “bianche”) Luigi Marino e di Confartigianato Giorgio Guerrini (candidato con l’Udc di Casini, alleato di Monti). Carlo Costalli, presidente del Movimento cristiano lavoratori, fra i portavoce di Todi, non è candidato ma ha collocato in lista alcuni dei suoi, fra cui Augusta Sorriso, dirigente della sezione dell’Mcl a New York e candidata nella circoscrizione Nord America (un’altra dirigente del Mcl, Teresa Restifa, è però nelle liste del Pdl, circoscrizione Australia). Anche il ministro per la Cooperazione Andrea Riccardi non si candida – pare che aspiri a fare il bis da ministro – ma piazza alcuni dei principali dirigenti della “sua” Comunità di sant’Egidio: il portavoce, Mario Marazziti, capolista alla Camera nel Lazio, e Mario Giro, mentre il fratello di quest’ultimo, Francesco, corre per il Pdl, di cui è stato responsabile dei rapporti con il mondo cattolico. Nella coalizione che fa capo a Monti ci sono poi una serie di personalità “pro life”, di sicuro gradimento Cei: l’opusdeista Paola Binetti (in lista con l’Udc), il presidente del comitato Scienza & vita Lucio Romano (associazione fondata nel 2005 per contrastare il referemdum popolare sulla legge 40 per la procreazione medicalmente assistita, v. Adista nn. 17, 37, 47, 48 e 49/05), il neurologo Gian Luigi Gigli – editorialista di Avvenire e medico di Eluana Englaro –, il presidente dell’associazione Famiglie numerose Mario Sberna, il focolarino Gennaro Iorio e Luca Marconi, di Rinnovamento nello Spirito.

Scelte divergenti per due esponenti dell’area tipicamente cattolico-democratica che fa riferimento alla rete “Costituzione Concilio Cittadinanza” (v. Adista n. 9/11): Michele Nicoletti, già presidente della Rosa bianca, è numero due in Trentino, alla Camera, nelle liste del Pd; invece Maria Rosa Biggi, del coordinamento di cattolici democratici di Agire politicamente – sempre piuttosto duro, come del resto l’intera rete C3dem, nei confronti del governo Monti (v. Adista Notizie nn. 43 e 45/12) – è numero due per il Senato, in Liguria, proprio per Scelta civica”, la lista del professore.

Hanno invece optato per le liste a sinistra del Pd i rappresentanti dell’associazionismo impegnato nel sociale: Giulio Marcon, portavoce della campagna Sbilanciamoci – rete di gruppi e associazioni molte delle quali di matrice cattolica come Pax Christi, Beati i costruttori di pace e Caritas,  – corre in Veneto per la Camera con Sinistra ecologia e libertà, subito dopo Vendola; invece Gabriella Stramaccioni, vicepresidente di Libera, il coordinamento antimafia fondato da don Luigi Ciotti, e il coordinatore della Tavola della pace, Flavio Lotti, sono in lista con Rivoluzione civile, entrambi al secondo posto in diverse regioni dopo in capolista Ingroia, quindi eletti sicuramente se il cartello elettorale guidato dall’ex magistrato della Procura di Palermo supererà il 4%.

È naufragata invece, sempre nelle liste di Rivoluzione civile, la candidatura di Sergio Tanzarella, docente di Storia della Chiesa alla Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale, per cui si era mobilitata una ampia area della Chiesa di base – fra gli altri don Vitaliano Della Sala, p. Fabrizio Valletti, suor Rita Giaretta – e dell’associazionismo impegnato del sociale, da Francesco Gesualdi del Centro nuovo modello di sviluppo a Umberto Santino del Centro di documentazione antimafia “Giuseppe Impastato” di Palermo (v. Adista Notizie n. 3/13). Alla fine hanno prevalso le logiche dei partiti, anche contro il parere dell’assemblea di “Cambiare si può” – uno dei due soggetti della società civile, insieme ad Alba (v. Adista Segni Nuovi n. 47/12), presenti nel cartello guidato da Ingroia: a Tanzarella è stato proposto il sesto posto – una posizione, quindi, di sicura ineleggibilità –, così sia lui sia Speranza per Caserta, il movimento civico di cui è espressione (v. Adista nn. 4, 21 e 28/10), hanno preferito declinare. «Le assemblee provinciali di “Cambiare si può” in tutta Italia hanno mostrato di essere state totalmente inutili, perché hanno proposto dei nomi che non sono stati di fatto accolti se non in posizioni di non eleggibilità», scrive Tanzarella in una lettera aperta agli attivisti di Speranza per Caserta. «I partiti hanno dimostrato ancora una volta di non essere emendabili e di raccogliere a loro interno il peggio della nostra società. Almeno per me vale quanto dissi per le elezioni del 2008: “dobbiamo cuocerci da soli il pane della democrazia”. Di fare il portatore di acqua per chi l’acqua la spreca non mi và». (luca kocci)

Bagnasco: gli elettori cattolici devono votare tanto e bene

29 gennaio 2013

“il manifesto”
29 gennaio 2013

Luca Kocci

A meno di un mese dalle elezioni, arriva il “programma” di Bagnasco per i partiti: i princìpi non negoziabili «della vita, della famiglia e della libertà», ovvero i «valori fondativi» e «irrinunciabili dell’umano», che devono precedere qualsiasi scelta di politica economica e sociale. «È necessario – ha detto ieri il presidente della Conferenza episcopale italiana aprendo a Roma il Consiglio permanente dei vescovi – che in un momento elettorale si certifichi dove essi trovano dimora». E che poi, nel segreto dell’urna, si agisca di conseguenza.

Il cardinale conferma e rafforza la strategia delle ultime settimane, leggermente corretta dopo le esternazioni un po’ troppo sbilanciate a favore di Monti, all’indomani dell’annuncio della sua «salita» in politica: nessuna chiara indicazione di voto («non è vero che a noi interessa far politica», puntualizza Bagnasco), ma il consueto elenco di «valori» da tradurre in scelte politiche: la vita «dal suo concepimento alla morte naturale, dunque la rinuncia all’eutanasia comunque si presenti; la libertà di coscienza e di educazione (ovvero i finanziamenti alle scuole cattoliche, n.d.r.), la famiglia basata sul vincolo del matrimonio tra l’uomo e la donna» e poi, a corollario, «la giustizia uguale per tutti, la pace» e il lavoro, soprattutto per i giovani. «Chiunque si rifà al bene comune immediato – aggiunge – non può non considerarli per ciò che sono, ossia valori non derogabili sul piano della civiltà politica, pena un arretramento antropologico e sociale»; e i cattolici sanno che non può esistere «compromesso o mediazione». Parole, quelle pronunciate da Bagnasco, che hanno due destinatari: gli elettori cattolici, affinché scelgano chi apparentemente privilegia questi valori – e una parte del Pd, oltre che Sel e Rivoluzione civile partono svantaggiati, per la loro maggiore attenzione a temi come le unioni civili o il testamento biologico – su cui non può esserci libertà di coscienza; ma anche i partiti, perché sappiano cosa devono fare per ottenere la non belligeranza da parte delle gerarchie ecclesiastiche. Sul tema dei matrimoni omosessuali il presidente della Cei si sofferma di più, facendo anche riferimento anche alla recente sentenza della Corte di Cassazione che ha affidato ad una donna che convive con la sua compagna il proprio figlio: la famiglia, baluardo contro la crisi economica e «istituto dotato di una sua naturalità per nulla convenzionale», non «può essere indebolita da ideologie antifamiliari o simil-familiari» che la «umilierebbero, alimentando il disorientamento educativo»; e la sentenza della Corte «non può certo mutare la domanda innata di ogni bambino di crescere con un papà e una mamma».

La «biopolitica» occupa quasi metà della prolusione di Bagnasco, che però affronta anche altre questioni, anch’esse legate alle prossime elezioni, a cui si deve partecipare. «La diserzione dalle urne è un segnale di cortissimo respiro», «non bisogna cedere alla delusione, tanto meno alla ritorsione», «partecipare è dovere irrevocabile», ammonisce il presidente dei vescovi, che pure anni fa, in occasione del referendum sulla legge 40 sulla procreazione assistita, invitarono i cattolici a non andare a votare: il relativismo tanto condannato alberga anche fra i vertici delle gerarchie cattoliche. Ma la politica deve cessare «di essere una via indecorosa per l’arricchimento personale», e il «malcostume della corruzione» deve terminare. Nell’ultimo anno è stata recuperata «affidabilità e autorevolezza, a prezzo anche di pesanti sacrifici non sempre proporzionatamente distribuiti»; ora bisogna «saldare in modo anche visibile la disponibilità della gente con il costume pubblico e politico», affinché «nessuno dei sacrifici compiuti vada deviato o perduto». Ed intervenire su alcuni buchi neri, come quello dell’evasione fiscale: finché non arriveranno risultati consistenti, «e queste entrate non serviranno per abbattere la tassazione generale, è difficile dar credito alle promesse», perché «il paese sano è stanco di populismi e reticenze di qualunque provenienza».

Pax Christi: «Votate chi si impegna per la pace e il disarmo».

21 gennaio 2013

“Adista”
n. 3, 26 gennaio 2013

Luca Kocci

Non fa dichiarazioni di voto per l’uno o per l’altro candidato ma mons. Giovanni Giudici, vescovo di Pavia e presidente nazionale di Pax Christi, rivolge a tutte le forze politiche in campo per le elezioni del prossimo febbraio un appello per la pace e il disarmo e, soprattutto, invita cittadine a cittadini ad utilizzare come criterio per il voto non le promesse di riduzione delle tasse o di cancellazione dell’Imu che vengono proclamate a destra e in parte anche a manca, bensì l’impegno dei partiti in direzione di una politica di pace, di ripudio della guerra e di riduzione delle spese per gli armamenti.

Siamo «convinti che la pace è un bene primario e supremo da invocare e per cui adoperarsi instancabilmente», scrive mons. Giudici, ricordando anche gli ormai prossimi cinquanta anni della Pacem in Terris di Giovani XXIII (aprile 1963-aprile 2013) «che definisce la guerra “alienum est a ratione” (cioè una follia)». Per questo il presidente di Pax Christi «chiede a tutti gli elettori che si apprestano a dare il loro voto per il rinnovo del Parlamento» di includere alcune «priorità su cui effettueranno la loro scelta». Innanzitutto «un chiaro impegno per la pace, la nonviolenza e il “ripudio della guerra”, come dichiara l’articolo 11 della nostra Costituzione». Quindi «la riduzione delle spese militari, a partire dalla sospensione del progetto dei cacciabombardieri F-35, strumenti di morte che sottraggono ingenti risorse (quasi 15 miliardi di euro) ad altri bisogni vitali della gente», perché – ricorda il vescovo – «le armi uccidono anche se non vengono usate!»; e «uno stop alla corsa al riarmo, in forte aumento nell’Unione Europea, e un No alla vendita di armi, aumentata del 18% nel 2012, e indirizzata specialmente a Paesi in guerra come quelli del Medio Oriente, nonostante la legge 185/90» che proibisce di vendere armi a Paesi in cui ci sono conflitti in corso. Infine «la cancellazione della riforma dello strumento militare italiano» – che contempla la riduzione dei soldati ma l’aumento e il miglioramento degli armamenti, con previsione di spesa: 230 miliardi di euro per i prossimi vent’anni – , approvata dal Parlamento poco prima del suo scioglimento ma ancora priva dei decreti attuativi, la cui emanazione toccherà al prossimo governo che uscirà dalle elezioni di febbraio (v. Adista Notizie n. 46/12).

«Come cittadini e come credenti – conclude l’appello del presidente di Pax Christi –, chiediamo ai candidati un esplicito impegno anche su queste scelte che sentiamo qualificanti per un programma che abbia davvero a cuore il bene comune, cioè la vita di tutti e di ciascuno».

Stop al “bancovat”: sulle norme antiriciclaggio la Banca d’Italia punisce il Vaticano

15 gennaio 2013

“Adista”
n. 2, 19 gennaio 2013

Luca Kocci

La gestione delle attività finanziarie e bancarie del Vaticano si conferma ambigua e poco trasparente: una zona grigia contigua a movimenti che potrebbero celare operazioni di riciclaggio. Perlomeno così è apparso alla Procura di Roma che ha chiesto alla Banca d’Italia di avviare un’ispezione Oltretevere da cui è scaturito un provvedimento clamoroso: lo stop ai pagamenti tramite bancomat e carte di credito all’interno delle mura vaticane. Palazzo Koch ha infatti imposto a Deutsche Bank Italia, che aveva la gestione dei Pos (le macchinette dove “strisciare” le carte), di interrompere il servizio a partire dallo scorso 1° gennaio e fino ad un tempo che per ora è indeterminato. E che comunque non sarà breve, tanto che in Vaticano stanno valutando la possibilità di stringere un accordo con una banca estera, svizzera o statunitense, non sottoposta alle leggi italiane.
Un ostacolo non piccolo per gli incassi dello Stato del papa: tutti i pagamenti, infatti, dall’inizio dell’anno nuovo possono essere effettuati solo in contanti, con assegni o con il bancomat rilasciato dallo Ior, la banca vaticana. Una limitazione che riguarda le migliaia di turisti che fanno la coda e sborsano 16 euro a testa per entrare nei Musei vaticani (che nel corso del 2011 hanno fruttato oltre 91 milioni di euro, v. Adista Notizie n. 28/12). Ma anche i numerosi clienti della farmacia interna, dove, con la ricetta, è possibile acquistare medicine estere introvabili in Italia; i 4.700 dipendenti della Santa Sede e del Governatorato che hanno accesso al supermercato interno che vende di tutto, compresi superalcolici e sigarette, a prezzi ribassati; i religiosi e i laici dipendenti degli enti ecclesiastici – non solo vaticani, ma anche italiani, dalle parrocchie alla Caritas – che possono fare rifornimento di carburante in due stazioni di servizio, una in Vaticano, l’altra nell’area extraterritoriale della basilica di San Giovanni in Laterano, dove la benzina costa 1,30 euro al litro.
«Un problema tecnico» che si risolverà in poco tempo, dal momento che l’accordo fra la Città del Vaticano e uno dei loro fornitori di servizio per l’utilizzo delle carte di credito e di pagamento elettronico era in via di scadenza», spiegava all’indomani dello stop alla Radio Vaticana il direttore della sala stampa, p. Federico Lombardi. Ma il problema non è «tecnico», bensì giuridico. La filiale italiana di Deutsche Bank (che è vigilata dalla Banca d’Italia) gestiva i Pos del papa senza alcuna autorizzazione, necessaria per operare in Stati extra-Unione Europea, come appunto il Vaticano. L’irregolarità viene scoperta nel 2010, durante l’ispezione all’interno delle mura vaticane disposta dalla Procura di Roma. Deutsche Bank Italia allora chiede formalmente l’autorizzazione che però via Nazionale le nega. Come l’avrebbe negata a qualsiasi altro istituto di credito sottoposto alla vigilanza italiana, fanno sapere da Palazzo Koch. Perché il problema si trova in Vaticano: Oltretevere non c’è una legislazione bancaria e finanziaria adeguata né un sistema di vigilanza, comprese le norme antiriciclaggio. Torna quindi al pettine il nodo della poca trasparenza del Vaticano in materia di transazioni finanziarie e movimenti bancari. Come peraltro aveva già rilevato, nello scorso mese di luglio, Moneyval, l’organismo del Consiglio d’Europa che valuta la conformità degli Stati alle norme internazionali antiriciclaggio, al cui giudizio il Vaticano aveva deciso di sottoporsi per poter essere inserito nella white list dei Paesi virtuosi: qualche parola di apprezzamento per quanto di positivo era stato fatto, poi però una sostanziale sospensione del giudizio. Il Vaticano venne infatti bocciato su 23 delle 45 raccomandazioni del Gafi (Gruppo d’azione finanziaria internazionale contro il riciclaggio): le misure predisposte furono ritenute «non conformi o parzialmente conformi» alle richieste, dalla verifica della clientela alla segnalazione delle operazioni sospette (v. Adista Notizie n. 29/12).
In quella circostanza, fra l’altro, il governo italiano proibì ai funzionari dell’Unità di informazione finanziaria (Uif) di Bankitalia di intervenire a Strasburgo di fronte a Moneyval, perché si sapeva che avrebbero espresso un giudizio molto critico nei confronti del Vaticano. In polemica con il diktat di Palazzo Chigi, allora, il direttore dell’Uif, Giovanni Castaldi (poi non riconfermato alla scadenza del suo mandato quinquennale, alla fine del 2012), ritirò la delegazione. E anche grazie al silenzio italiano, il Vaticano evitò una bocciatura più sonora.
Ma in tema di riciclaggio, senza dover risalire all’epoca di Marcinkus e Calvi, c’è un ulteriore precedente, piuttosto recente: nel settembre 2010 sempre la Procura di Roma, allertata dalla Banca d’Italia, aveva messo sotto sequestro 23 milioni di euro che lo Ior voleva trasferire dal Credito Artigiano – dove erano stati depositati – alla JP Morgan di Francoforte e alla Banca del Fucino, senza indicare, come previsto dalla legge, per conto di chi eseguiva l’operazione e la natura del movimento. Dopo un anno i soldi sono stati dissequestrati (JP Morgan però ha preferito chiudere il conto aperto presso lo Ior), ma i vertici dello Ior di allora, Ettore Gotti Tedeschi e Paolo Cipriani, sono ancora indagati per violazione delle norme antiriciclaggio (v. Adista n. 1/11). Nei mesi successivi è arrivato il licenziamento di Gotti Tedeschi e il “corvo”. Ed ora lo stop ai bancomat. Insomma, nonostante l’annunciata e pubblicizzata pulizia, la nebbia sulla finanza vaticana fatica a diradarsi.

Preti e suore in arancione. I cattolici che fanno il tifo per Rivoluzione civile

15 gennaio 2013

“il manifesto”
15 gennaio 2013

Luca Kocci

Negli ultimi giorni hanno fatto un mezzo passo indietro tattico, ma Vaticano e Cei tifano Monti. Qualche vescovo invece, di nascosto, sogna ancora Berlusconi. E Bersani, per non essere scavalcato al centro, ha annunciato urbi et orbi la candidatura di cattolici doc graditi alle gerarchie, come l’organizzatore delle Settimane sociali Edo Patriarca e il direttore dell’Istituto Toniolo (l’Università Cattolica) Ernesto Preziosi.

Ma c’è anche una parte del mondo cattolico, lontana dai palazzi del potere e impegnata nel sociale, che si schiera con Rivoluzione Civile di Ingroia. L’annuncio arriva dalla Campania, dove alcuni preti e religiose di base hanno sottoscritto un appello per Ingroia e in particolare per la candidatura alla camera dello storico casertano Sergio Tanzarella, docente alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale (retta dai gesuiti), autore di diverse monografie sulla storia del cattolicesimo, su don Milani, sulla pace e l’antimilitarismo, già deputato con i Progressisti fra il ’94 e il ‘96. Fra gli altri hanno firmato l’appello, diffuso dall’agenzia Adista, il parroco di Mercogliano (Av) don Vitaliano Della Sala, vicino ai movimenti no global; il prete anticamorra don Aniello Manganiello; il gesuita padre Fabrizio Valletti, direttore del Centro Hurtado di Scampia; suor Rita Giaretta, da 15 anni impegnata a Caserta per la liberazione delle donne costrette a prostituirsi dalle organizzazioni criminali e lo scorso anno protagonista di un duro attacco contro Berlusconi e i suoi comportamenti che «offendono e umiliano la donna». Una scelta, spiegano, per «riaccendere le speranze in molti cittadini delusi e sfiduciati» e per «rappresentare le esigenze di un Meridione abbandonato al clientelismo, alla camorra e alla rassegnazione».

«I bambini non sono merce»

13 gennaio 2013

“il manifesto”
13 gennaio 2013

Luca Kocci

Contro natura, disumana, contraria ad ogni evidenza antropologica. Sono gli aggettivi che le gerarchie ecclesiastiche e gli organi di stampa cattolici hanno usato per definire la sentenza della Corte di Cassazione che l’altro ieri ha confermato l’affidamento alla madre – ora legata sentimentalmente e convivente con un’altra donna – del figlio piccolo, negando che vivere all’interno di una coppia omosessuale sarebbe stato «dannoso» per «l’equilibrato sviluppo» del bambino.

L’affidamento e «l’adozione dei bambini da parte degli omosessuali porta il bambino ad essere una sorta di merce», ha detto ieri ai microfoni di Radio Vaticana mons. Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia e “padre spirituale” della Comunità di Sant’Egidio del ministro Riccardi, «il bambino deve nascere e crescere all’interno di quella che, da che mondo è mondo, è la via ordinaria, cioè con un padre e una madre». Talvolta questo contesto può frantumarsi, aggiunge il “ministro della famiglia” del Vaticano – che nella Curia romana è considerato un “progressista” –, ma «inficiare questo principio è pericolosissimo per il bambino e per l’intera società». «Suggerisco a mons. Paglia di leggersi un po’ di letteratura scientifica e di rendersi conto di persona di come crescono i bambini nelle famiglie gay», gli risponde l’ex presidente dell’Arcigay Aurelio Mancuso, fondatore della rete per i diritti civili Equality Italia.

«Sentenza pericolosa», titolava ieri Avvenire, affidando il commento al giurista Carlo Cardia, già paladino dell’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche, che parla di «essenziale diversità e complementarietà tra il padre e la madre» che introducono il bambino «nel più vasto orizzonte degli affetti, dei sentimenti, delle relazioni, dandogli sicurezza, solidità, capacità di realizzarsi pienamente». Invece la sentenza della Cassazione «considera il bambino come soggetto manipolabile, attraverso sperimentazioni che sono fuori della realtà naturale, biologica e psichica». Un bambino, prosegue, «privato artificiosamente della doppia genitorialità, vede venir meno la dimensione umana e affettiva necessaria per la crescita e il suo armonico sviluppo», si intravede «un profilo disumanizzante» che «comporta il declassamento dei suoi diritti». «Evidentemente Avvenire, pur di non dar ragione a due donne che vogliono educare in libertà il loro figlio, preferiva il genitore islamico che aveva abbandonato il bambino», commenta Franco Grillini.

Netta anche la condanna dell’Osservatore romano: riconosce che un bambino può crescere anche con uno o senza genitori, però aggiunge che non bisogna «creare queste situazioni soltanto perché in alcuni casi non si provocano danni». E comunque, scrive il quotidiano del papa, il nodo resta l’omosessualità: «L’umano è il maschile e il femminile», non possono negarlo nemmeno le coppie omosessuali, che però escludono dalla relazione questa polarità con una scelta «autoreferenziale». Per cui «la peculiarità della genitorialità come espressione del matrimonio eterosessuale deve essere ribadita»: «È dimensione costitutiva della condizione umana».

Schematico don Antonio Mazzi: «La Cassazione va contro natura». Mentre è articolato il ragionamento di Gianni Geraci, portavoce del Guado, uno dei primi gruppi italiani di omosessuali credenti: «Quello che è un valore, ovvero una famiglia con un padre e una madre, non può essere considerato l’unico valore, anche perché l’esperienza ci mostra che talvolta quel nucleo si rompe, o non si realizza, ma il bambino cresce ugualmente sereno», spiega al manifesto. «Piuttosto che condurre inutili e dannose battaglie ideologiche, bisogna pensare soprattutto al bene dei minori. Per questo è urgente una legge che consenta l’adozione anche da parte di un single. Sarà poi una sua scelta, e un suo diritto, decidere con chi educarlo». Don Franco Barbero, della comunità di base di Pinerolo, sul suo blog racconta la storia di Morena, «figlia felice di due lesbiche»: «È fidanzata. Una bella e gioiosa giovane donna. Quando la incontro, la vedo felice come una ragazza cresciuta in un contesto d’amore. Ha persino convertito dall’omofobia il suo fidanzato. È il più bel commento alla sentenza della Cassazione».

I vescovi sardi sulla crisi occupazionale dell’isola: la politica si impegni di più

10 gennaio 2013

“Adista”
n. 1, 12 gennaio 2013

Luca Kocci

Denunciano la «drammatica situazione sociale» dell’isola rispetto alla questione lavoro e sperano che presto «venga accesa qualche luce di speranza». Sono questi i contenuti principali del messaggio che i vescovi della Sardegna hanno voluto lanciare in occasione del Natale e dell’inizio del nuovo anno, anche per richiamare l’attenzione della politica sull’emergenza occupazionale che sta colpendo in maniera particolare l’area del Sulcis (Ca), dove alcune fra le principali aziende minerarie, da anni in profonda crisi, rischiano la chiusura definitiva: Eurallumina, Alcoa di Portovesme (la multinazionale Usa proprietaria ha annunciato la cessazione delle attività e il 27 dicembre è stato firmato un accordo per due anni di cassa integrazione per i 496 operai, non però per i 500 dell’indotto) e Rockwool di Iglesias, i cui dipendenti hanno passato la notte di Natale dentro la miniera di Monteponi, a Carbonia, dove si erano murati il 21 dicembre e dove sono rimasti fino alla mattina dell’ultimo dell’anno, quando hanno strappato un accordo, per ora solo verbale, per la ricollocazione degli operai in una società partecipata della Regione che dovrebbe occuparsi della bonifica dell’area mineraria del Sulcis. Intanto i figli dei lavoratori, che si sono ribattezzati “figli della crisi”, per sostenere la lotta dei padri hanno trascorso tutte le feste natalizie e l’ultimo dell’anno accampati sotto il palazzo del Consiglio regionale, a Cagliari, sui cui tavoli verranno affrontate tutte queste vertenze.

In questo contesto è arrivato il sostegno dei vescovi sardi: la mattina del giorno di Natale mons. Giovanni Paolo Zedda, vescovo di Iglesias, è andato ad incontrare gli operai della Rockwool all’entrata della miniera; e poi il messaggio dell’intera Conferenza episcopale sarda, per la verità non dai toni particolarmente incisivi, tuttavia di indubbio “peso”. «La società sarda attraversa un periodo di grave disoccupazione, con risvolti talvolta drammatici. Questo interpella fortemente, per i suoi effetti umani devastanti, anche la Chiesa… La disoccupazione coinvolge soprattutto i giovani, che in questa situazione senza sbocco vengono esposti alla tentazione dello scoraggiamento e del disimpegno», scrivono i vescovi riportando quanto dicevano nel lontano luglio 2001, durante il Concilio plenario sardo. «Sono trascorsi undici anni e il dramma è divenuto tragedia», scrivono oggi, gridando «ancora ad alta voce» e «auspicando che venga accesa qualche luce di speranza».

«La Costituzione italiana dice che la Repubblica è “fondata sul lavoro” e “tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni” (articoli 1 e 35). Ma il lavoro non c’è e si sta perdendo ogni giorno anche quello che c’è», proseguono i vescovi dell’isola. «Il Concilio Vaticano II ha affermato che il lavoro umano “è di valore superiore a tutti gli altri elementi della vita economica” ed è compito della comunità politica “garantire i mezzi sufficienti per permettere alla persona e alla famiglia una vita dignitosa sul piano materiale, sociale, culturale e spirituale” (Gaudium et spes, 67). E invece la mancanza del lavoro, la sua crescente precarietà e la sua insufficiente sicurezza, stanno generando la perdita della dignità, la fame, lo scoraggiamento», tanto che «la disperazione ha sprigionato la fantasia anche nella scelta delle modalità di manifestare la protesta e il disagio: sopra i tralicci, sopra le torri, nei pozzi del carbone».

I vescovi della Sardegna si associano alla Conferenza episcopale italiana che «ha evidenziato le gravissime conseguenze della mancanza del lavoro: fragilità sociale, futuro spezzato, sperpero antropologico» e invitano i cristiani a «combattere insieme a tutti gli uomini di buona volontà perché si affermi l’equità nella solidarietà». Ma è soprattutto «la comunità politica», aggiungono, a dover essere «più attenta al mondo dei poveri» e ad impegnarsi a fondo per «costruire per tutti il bene comune».

«Di nuovo la malattia del potere». La Chiesa di base critica l’appoggio ecclesiastico a Monti

7 gennaio 2013

“Adista”
n. 1, 12 gennaio 2013

Luca Kocci

Il più incisivo è stato don Franco Corbo, parroco di S.S. Anna e Gioacchino a Potenza, che in un commento sul blog di don Franco Barbero (donfrancobarbero.blogspot.it) ha sintetizzato: «Dopo le benedizioni a Berlusconi ora arrivano anche le benedizioni a Monti. Non si possono fare paragoni. Ma la malattia è sempre la stessa: il potere!».

Nel complesso, però, non sono state numerose le voci che, subito dopo le parole di sostegno a Monti da parte del Vaticano e della Cei (v. notizia precedente), si sono alzate dalla base cattolica per commentare, criticare o riflettere sull’appoggio piuttosto spinto delle gerarchie ecclesiastiche alla “salita il politica” del professore. «Sembra prevalere il disinteresse», nota Marcello Vigli, delle Comunità cristiane di base italiane.

Fra i pochi ad esprimersi è il movimento Noi Siamo Chiesa, con il suo coordinatore, Vittorio Bellavite. «Forse ci siamo troppo abituati agli interventi nella politica italiana della segreteria di Stato e della Presidenza della Cei», dice Bellavite. «Questa abitudine non può però farci stare sempre  zitti», per cui «ci permettiamo di obiettare». Quindi chiede: «Si può fare finta di niente? Si può in modo credibile cambiare cavallo senza adeguate spiegazioni, senza fare una radicale autocritica sull’appoggio garantito per troppi anni al centrodestra e a Berlusconi in particolare?». Le gerarchie ecclesiastiche, prosegue la nota di Noi Siamo Chiesa, «dovrebbero avere il mandato evangelico di invitare a un impegno civile positivo, alla solidarietà a favore degli ultimi, all’intervento a favore di una politica di disarmo e di pace, alla difesa della democrazia, alla tutela dei soggetti più deboli e di ogni forma di vita famigliare, alla difesa dei beni comuni. La gerarchia non ha però il mandato di sponsorizzare in campagna elettorale questo o quello, con l’obiettivo non dichiarato di intrecciare poi rapporti di scambio nel corso della legislatura. Questo tipo di interventismo episcopale è anche censurabile sotto il profilo degli stessi patti concordatari e delle reciproche “indipendenze “ e “sovranità” previste dalla Costituzione nei rapporti Stato-Chiesa cattolica». Insomma, sintetizza, «il Vaticano ha perso l’occasione di stare zitto». «Questo nuovo orientamento politico dei vertici ecclesiastici – spiega Bellavite –, per il momento e per il modo con cui è fatto, non pensiamo che possa essere molto credibile e quindi efficace sia nei confronti della vasta area dell’astensione dal voto e della protesta presente anche nel mondo cattolico, sia  nei confronti dell’orientamento di voto, sia nei confronti di un ipotetico rilancio di un partito unico dei cattolici. Ci sembra piuttosto esprimere, in uno scenario mutato e a prescindere dai valori evangelici, la volontà di riprendere la politica dei veti, delle “campagne”, della difesa e delle pretesa di privilegi che hanno caratterizzato la stagione del ruinismo». Pertanto, chiede Noi Siamo Chiesa, «ancora una volta ci troveremo di fronte a pastori il cui magistero sarà da disattendere per essere conseguenti con la nostra fede? Fino a quando?».

Sarebbe finalmente ora che «tanti cattolici, organizzati e non», «non solo non nascondessero il loro dissenso, se non condividono le iniziative delle gerarchie, ma lo traducessero in concreto costante impegno per privarle di quella sovranità che politici rigorosamente non credenti, atei dichiarati o comunque non cattolici, le hanno riconosciuto con il Concordato del 1984», scrive Marcello Vigli in un commento pubblicato su Italialaica. «A dar forza alle gerarchie ecclesiastiche infatti hanno contribuito e contribuiscono quei partiti che pur proclamandosi “laici”,  subiscono senza protestare interventi nella politica italiana della Segreteria di Stato e della Presidenza della Cei, riconoscono privilegi e concedono favori, e, peggio, subordinano la legittimazione di sacrosanti diritti alle rivendicazioni ecclesiastiche a difesa dei valori non negoziabili», nota l’esponente delle Comunità di base che, per continuare il suo ragionamento, utilizza una “Amaca” di Michele Serra uscita su Repubblica (29/12): «L’appoggio delle autorità ecclesiastiche all’ingresso in campo di Monti non merita troppe polemiche, scrive Michele Serra su la Repubblica, suffragando la sua tesi con il riconoscimento che da  tempo, l’opinione di pochi, anziani prelati non rappresenta neppure alla lontana la varietà di  opinioni, di culture e di esperienze sociali del mondo cattolico e che comunque la loro opinione, per la sua inamovibile faziosità, ha perso di  credibilità: la Cei “montiana”, fisicamente le stesse persone, è la stessa Cei che fu “berlusconiana”, e la distanza tra i due è così abissale da strappare un sorriso», scrive Vigli. «C’è da augurarsi che questa interpretazione non prevalga e che da parte delle forze democratiche che si oppongono a Monti si scelga la via della fermezza. Ci si augura che rilancino nei programmi elettorali, ma ancor più nella azione politica del futuro Parlamento,  l’impegno a restituire alla Repubblica la sua dignità di Stato sovrano, ai suoi cittadini la piena disponibilità del loro diritto a determinarne le leggi, riducendo progressivamente i danni prodotti dal fascismo con l’introduzione del regime concordatario, appena scalfiti dall’imprudente mano tesa di  togliattiana memoria, consolidati dalla prassi democristiana e resi permanenti dal cinico opportunismo craxiano. Determinante può diventare l’iniziativa dei cattolici che non vogliono ridursi ad essere di serie B nella Repubblica e nella Chiesa».

Don Andrea Gallo, della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova, constata «dolorosamente l’appoggio e l’elogio solenne del Vaticano e della Cei all’Agenda Monti», ovvero il programma politico dei banchieri e della finanza internazionale, scrive sul Manifesto (2/1). «Tutto il credito che può circondare l’operazione Monti, una volta stabilito che ad essa non compete il monopolio della qualità, non può abbagliare l’Osservatore Romano fino al punto da fargli ignorare che nella realtà italiana, ormai in modo stabile, una quota certamente maggioritaria dei cattolici praticanti orienta le proprie opzioni politiche a sinistra, e precisamente verso il Pd», scrive sull’Unità (28/12) l’ex presidente delle Acli Domenico Rosati. «Non ne segue, come è evidente, una richiesta di speciale considerazione, ma non ci sarebbe da stupirsi se il fatto non venisse ulteriormente rimosso», continua. «Meglio dunque tener conto dei fatti nel momento in cui se ne prende cognizione, magari analizzandoli nelle loro cause remote e prossime nonché nei valori che esprimono; e ciò non tanto per i fini della politica quanto per il bene del popolo di Dio. La prudenza, insomma, può suggerire i termini di sobrietà di un endorsment politico, non indurre ad alterare i termini della realtà». E Franco Monaco, senatore Pd e impegnato nell’associazione Città dell’Uomo, su Europa (29/12), parla di «nostalgie democristiane delle gerarchie romane» che sembrano voler «sospingere indietro le lancette dell’orologio, pur dentro coordinate decisamente diverse». Ma si chiede anche «se alla svolta liberale delle gerarchie romane corrisponda la disponibilità a silenziare l’enfasi tradizionale sui principi non negoziabili posta sulle cosiddette questioni eticamente sensibili, delle quali non c’è traccia nell’agenda Monti. Sia chiaro: è buona cosa che si acceda alla consapevolezza che l’ancoraggio ai principi etici non esonera dall’esercizio della mediazione politico-legislativa dentro società democratiche e segnate dal pluralismo delle concezioni etiche. Solo rammentiamo sommessamente quanto il riferimento ad esse sia stato opposto allo schieramento di centrosinistra, nel quale si ama discutere, e per converso addotto a giustificazione del sostegno a un centrodestra non meno dominato».

Papa senza credito

5 gennaio 2013

“il manifesto”
5 gennaio 2013

Luca Kocci

In Vaticano tutti i bancomat sono spenti dall’1 gennaio. Non per un improvviso black out, ma perché la Banca d’Italia ha imposto a Deutsche Bank Italia, che fino al 31 dicembre aveva la gestione dei Pos (le macchinette dove “strisciare” le carte), di interrompere il servizio.

Un ostacolo non piccolo per gli incassi dello Stato del papa: tutti i pagamenti, infatti, dall’inizio dell’anno nuovo possono essere effettuati solo in contanti, con assegni o con il bancomat rilasciato dallo Ior, la banca vaticana. Una limitazione che riguarda le migliaia di turisti che, soprattutto in questi giorni, fanno la coda e sborsano 16 euro a testa per entrare nei Musei vaticani (che nel corso del 2011 hanno fruttato oltre 91 milioni di euro). Ma anche i numerosi clienti della farmacia interna, dove, con la ricetta, è possibile acquistare medicine estere introvabili in Italia; i 4.700 dipendenti della Santa Sede e del Governatorato che hanno accesso al supermercato interno che vende di tutto, compresi superalcolici e sigarette, a prezzi ribassati; i religiosi e i laici dipendenti degli enti ecclesiastici – non solo vaticani ma anche italiani, dalle parrocchie alla Caritas –, che possono fare rifornimento di carburante in due stazioni di servizio, una in Vaticano, l’altra nell’area extraterritoriale della basilica di San Giovanni in Laterano, dove la benzina costa 1,30 euro.

«Un problema tecnico» che si risolverà in poco tempo, dal momento che l’accordo fra la Città del Vaticano e uno dei loro fornitori di servizio per l’utilizzo delle carte di credito e di pagamento elettronico era in via di scadenza», ha spiegato alla Radio Vaticana il direttore della sala stampa, p. Lombardi.

La soluzione potrebbe essere un accordo con una banca estera, svizzera o statunitense, non sottoposta alle leggi italiane. La faccenda, però, è più complessa. La filiale italiana di Deutsche Bank (vigilata dalla Banca d’Italia) gestiva i Pos del papa senza alcuna autorizzazione, necessaria per operare in Stati extra-Ue, come appunto il Vaticano. L’irregolarità viene scoperta nel 2010, durante un’ispezione all’interno delle mura vaticane. Deutsche Bank Italia allora chiede formalmente l’autorizzazione che però via Nazionale gli nega. Come l’avrebbe negata a qualsiasi altro istituto di credito sottoposto alla vigilanza italiana, fanno sapere da Palazzo Koch.

Il problema, quindi, è in Vaticano: Oltretevere non c’è una legislazione bancaria e finanziaria adeguata né un sistema di vigilanza, comprese le norme antiriciclaggio. Torna quindi al pettine il nodo della poca trasparenza del Vaticano in materia di transazioni finanziarie e movimenti bancari. Nonostante la Santa Sede minimizzi e tutti gli organi di stampa, anche in questi giorni, abbiano ricordato le parole di apprezzamento per quanto era stato fatto espresse nello scorso luglio da Moneyval (l’organismo del Consiglio d’Europa che valuta la conformità degli Stati alle norme internazionali antiriciclaggio), quel giudizio non fu affatto una “promozione”: il Vaticano venne bocciato su 23 delle 45 raccomandazioni del Gafi (Gruppo d’azione finanziaria internazionale contro il riciclaggio), ritenute «non conformi o parzialmente conformi» alle richieste, dalla verifica della clientela, alla segnalazione delle operazioni sospette. In quella circostanza, peraltro, il governo italiano proibì ai funzionari dell’Unità di informazione finanziaria (Uif) di Bankitalia di intervenire a Strasburgo di fronte a Moneyval, perché si sapeva che avrebbero espresso un giudizio ancora più critico nei confronti del Vaticano. In polemica con il diktat di Palazzo Chigi, allora, il direttore dell’Uif, ritirò la delegazione. Che ora Bankitalia si sia tolto qualche sassolino dalla scarpa?

Dom Pedro e i latifondisti

3 gennaio 2013

“il manifesto”
3 gennaio 2013

Luca Kocci

Per quasi un mese è stato tenuto nascosto in un luogo segreto, ospite di un amico e protetto dalla polizia. Alla vigilia di capodanno, però, lo scorso 29 dicembre, dom Pedro Casaldáliga, vescovo emerito di São Félix do Araguaia, in Brasile, ha potuto far ritorno nella sua casa e nella sua comunità, nel Mato Grosso, dove vive ininterrottamente dal 1968.

Era stato fatto allontanare all’inizio di dicembre, a causa delle minacce nei suoi confronti da parte dei latifondisti, a cui un’ordinanza della Corte suprema sta sottraendo migliaia di ettari di terra, occupati abusivamente da anni, per restituirli ai legittimi proprietari, gli indigeni del popolo Xavante, da sempre difesi e sostenuti da Casaldáliga. Nell’ultimo periodo le intimidazioni si erano fatte sempre più insistenti e pericolose: «Il vescovo non vedrà la fine della settimana» sarebbe stato detto durante una riunione dei fazendeiros. E così il governo federale ha preferito mettere al sicuro l’anziano religioso 85enne, sofferente di Parkinson, fino a quando la tensione non si sarebbe alleggerita.

I latifondisti accusano il vescovo di essere l’ “ispiratore” della sentenza della Corte e di avere la responsabilità della demarcazione della terra, situata tra i municipi di São Félix do Araguaia e Alto da Boa Vista, nel nord del Mato Grosso, che ora le autorità stanno riconsegnando agli indigeni. Dagli anni ‘60 – riferisce l’agenzia Adista, fra i pochissimi organi di informazione a diffondere la notizia in Italia –, con l’arrivo di imprese legate all’agrobusiness, gli indigeni xavantes sono stati cacciati dal loro territorio invaso dai latifondisti, i quali hanno anche spinto molti contadini ad occupare alcune aree, così da confondere le acque e camuffare i propri interessi, opponendo poveri ad altri poveri: gli xavantes contro i contadini ingannati e manipolati. Ma per entrambi Casaldáliga, che non è caduto nel tranello della “guerra fra poveri”, ha sempre chiesto l’assegnazione delle terre della riforma agraria. «Lo sgombero procede velocemente», ha dichiarato il vescovo al portale spagnolo Religión Digital appena rientrato a casa. «Tra tensioni e speranze, cerchiamo di rafforzare la comunione fra i popoli».

Intimidazioni e minacce non sono una novità per Casaldáliga che, catalano di nascita, da quando è arrivato in Brasile nel 1968 come missionario claretiano, è sulla lista nera della dittatura militare prima (1964-1984) e dei latifondisti poi: nell’ottobre del 1976, mentre in una caserma reclamava la liberazione di due contadine sospettate di collaborare con gli oppositori della giunta militare, un poliziotto gli sparò e uccise il gesuita João Bosco, che gli fece scudo con il suo corpo (pochi giorni dopo la caserma venne assaltata dai contadini che la distrussero, liberando le loro compagne); e nel 1993 Amnesty International denunciò che i latifondisti avevano assoldato un sicario per ammazzarlo, perché anche allora difendeva la terra dei xavantes.

Casaldáliga è da sempre sotto tiro – come già lo furono i “vescovi del popolo” Helder Câmara ed Oscar Romero, ucciso dai sicari del regime militare salvadoregno nel 1980 –, perché appena giunto nel Brasile dei generali appoggia e contribuisce alla neonata Teologia della liberazione (che volva incarnare il Vangelo nella concretezza delle condizioni di oppressione dei poveri dell’America latina, schiacciati dalle dittature e dal capitalismo) e, soprattutto, si schiera dalla parte dei contadini e degli indigeni, che sempre più spesso venivano cacciati dalle loro terre dalle grandi aziende agro-alimentari. Paolo VI, che aveva appena scritto la Populorum progressio – in cui è affermato anche il diritto dei popoli a ribellarsi anche con la forza contro un regime oppressore – lo indica come vescovo di São Félix do Araguaia. Casaldáliga è incerto, ha optato per i poveri, non per il palazzo, e così convoca la sua comunità, i religiosi ma anche i laici, e lascia che siano loro a decidere, in un irrituale processo di “democrazia partecipata”. Gli danno il permesso e nell’agosto del 1971 viene consacrato vescovo. Abbandona da subito i segni distintivi del potere episcopale: la mitria sarà un cappello di paglia dei contadini, il pastorale un bastone di legno dei Tapirapé, un gruppo indigeno del Mato Grosso, l’anello non d’oro ma di legno di tucum, usato dagli schiavi e nella teologia della liberazione simbolo dell’unione fra la Chiesa e i poveri. Rifiuta gli edifici curiali, sceglie gli oppressi e scrive la sua prima lettera pastorale, Una Chiesa dell’Amazzonia in conflitto con il latifondo e l’emarginazione sociale, una lucidissima analisi dei perversi meccanismi del capitalismo che lascerà un segno profondo nella Chiesa e nella società brasiliana, anticipando la creazione della Commissione pastorale della terra. Da quel momento Casaldáliga (e i suoi più stretti collaboratori) diventerà un “sorvegliato speciale” della dittatura e dei latifondisti, oggetto di intimidazioni, minacce e ordini di espulsione, restando sempre accanto ai poveri, mescolando Vangelo, passione per la giustizia e poesia, che componeva egli stesso. Testi di profonda religiosità e umanità: «Dio ci liberi dai laici con la tonaca nello spirito / Dio ci liberi dai sacerdoti senza Spirito Santo / Dio ci liberi dagli spiriti senza la carne della vita» (in Fuoco e cenere al vento). E di intenso amore rivoluzionario, come il Canto per la morte di Che Guevara: «Riposa in pace. E attendi, ormai al sicuro, / con il petto curato / dall’asma della stanchezza: / libero dall’odio lo sguardo agonizzante; / senza altre armi, amico, / che la nuda spada della tua morte. / Né i “buoni” – da un lato – / né i “cattivi” – dall’altro – / intenderanno il mio canto. /Diranno che sono solo un poeta. / Penseranno che è stato per moda. / Ricorderanno che sono un prete “nuovo”. / Per me è uguale! / Siamo amici / E parlo con te ora / attraverso la morte che ci unisce; / allungandoti un ramo di speranza, / tutto un bosco fiorito / di jacarandás perenni, /amato Che Guevara!».