Papa senza credito

“il manifesto”
5 gennaio 2013

Luca Kocci

In Vaticano tutti i bancomat sono spenti dall’1 gennaio. Non per un improvviso black out, ma perché la Banca d’Italia ha imposto a Deutsche Bank Italia, che fino al 31 dicembre aveva la gestione dei Pos (le macchinette dove “strisciare” le carte), di interrompere il servizio.

Un ostacolo non piccolo per gli incassi dello Stato del papa: tutti i pagamenti, infatti, dall’inizio dell’anno nuovo possono essere effettuati solo in contanti, con assegni o con il bancomat rilasciato dallo Ior, la banca vaticana. Una limitazione che riguarda le migliaia di turisti che, soprattutto in questi giorni, fanno la coda e sborsano 16 euro a testa per entrare nei Musei vaticani (che nel corso del 2011 hanno fruttato oltre 91 milioni di euro). Ma anche i numerosi clienti della farmacia interna, dove, con la ricetta, è possibile acquistare medicine estere introvabili in Italia; i 4.700 dipendenti della Santa Sede e del Governatorato che hanno accesso al supermercato interno che vende di tutto, compresi superalcolici e sigarette, a prezzi ribassati; i religiosi e i laici dipendenti degli enti ecclesiastici – non solo vaticani ma anche italiani, dalle parrocchie alla Caritas –, che possono fare rifornimento di carburante in due stazioni di servizio, una in Vaticano, l’altra nell’area extraterritoriale della basilica di San Giovanni in Laterano, dove la benzina costa 1,30 euro.

«Un problema tecnico» che si risolverà in poco tempo, dal momento che l’accordo fra la Città del Vaticano e uno dei loro fornitori di servizio per l’utilizzo delle carte di credito e di pagamento elettronico era in via di scadenza», ha spiegato alla Radio Vaticana il direttore della sala stampa, p. Lombardi.

La soluzione potrebbe essere un accordo con una banca estera, svizzera o statunitense, non sottoposta alle leggi italiane. La faccenda, però, è più complessa. La filiale italiana di Deutsche Bank (vigilata dalla Banca d’Italia) gestiva i Pos del papa senza alcuna autorizzazione, necessaria per operare in Stati extra-Ue, come appunto il Vaticano. L’irregolarità viene scoperta nel 2010, durante un’ispezione all’interno delle mura vaticane. Deutsche Bank Italia allora chiede formalmente l’autorizzazione che però via Nazionale gli nega. Come l’avrebbe negata a qualsiasi altro istituto di credito sottoposto alla vigilanza italiana, fanno sapere da Palazzo Koch.

Il problema, quindi, è in Vaticano: Oltretevere non c’è una legislazione bancaria e finanziaria adeguata né un sistema di vigilanza, comprese le norme antiriciclaggio. Torna quindi al pettine il nodo della poca trasparenza del Vaticano in materia di transazioni finanziarie e movimenti bancari. Nonostante la Santa Sede minimizzi e tutti gli organi di stampa, anche in questi giorni, abbiano ricordato le parole di apprezzamento per quanto era stato fatto espresse nello scorso luglio da Moneyval (l’organismo del Consiglio d’Europa che valuta la conformità degli Stati alle norme internazionali antiriciclaggio), quel giudizio non fu affatto una “promozione”: il Vaticano venne bocciato su 23 delle 45 raccomandazioni del Gafi (Gruppo d’azione finanziaria internazionale contro il riciclaggio), ritenute «non conformi o parzialmente conformi» alle richieste, dalla verifica della clientela, alla segnalazione delle operazioni sospette. In quella circostanza, peraltro, il governo italiano proibì ai funzionari dell’Unità di informazione finanziaria (Uif) di Bankitalia di intervenire a Strasburgo di fronte a Moneyval, perché si sapeva che avrebbero espresso un giudizio ancora più critico nei confronti del Vaticano. In polemica con il diktat di Palazzo Chigi, allora, il direttore dell’Uif, ritirò la delegazione. Che ora Bankitalia si sia tolto qualche sassolino dalla scarpa?

Annunci

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: