Archive for febbraio 2013

Il papa vola. Ultimo giorno da re

28 febbraio 2013

“il manifesto”
28 febbraio 2013

Luca Kocci

È l’ultimo giorno da papa regnante. Alle otto di questa sera Ratzinger concluderà il suo pontificato, cominciato il 19 aprile 2005, e diventerà “papa emerito” – questo l’appellativo scelto –, come gli ex presidenti della Repubblica e della Corte costituzionale e come i vescovi che a 75 anni vanno in pensione.

Ieri, in una piazza san Pietro affollata da 100mila persone secondo la questura e 150mila per la Santa sede, papa Ratzinger ha tenuto l’ultima udienza generale. Un commiato che al Comune di Roma, per l’organizzazione, è costato già 500mila euro, rivela Alemanno, poi ricevuto privatamente dal pontefice. E il sindaco, che ha già battuto cassa a Monti, prevede ulteriori costi: «In questa settimana contiamo di avere delle risposte dal governo sulla nostra richiesta di fondi in vista del conclave», perché non può gravare tutto «sulle nostre spalle», ovvero quelle dei cittadini romani.

Ratzinger ha salutato e ringraziato, richiesto e promesso preghiere, annunciato che comunque non si ritirerà a «vita privata» e fatto un rapido bilancio del pontificato, «che ha avuto momenti di gioia e di luce, ma anche momenti non facili», durante i quali «le acque erano agitate e il vento contrario». Non li elenca il papa questi momenti, ma sono noti: lo scandalo dei preti pedofili, lo Ior coinvolto in nuove inchieste su riciclaggio e conti sospetti, il Vatileaks, le tensioni con il mondo musulmano per alcune frasi ambigue sull’Islam e con gli ebrei per la revoca della scomunica ad un vescovo negazionista e per l’accelerazione al processo di beatificazione di Pio XII, il papa dei “silenzi” sulla Shoah. Ringrazia, Ratzinger, chi ha condiviso con lui «il peso del ministero petrino»: il «mio» segretario di Stato Bertone, «l’intera Curia romana» e «tutti coloro che prestano il loro servizio alla Santa sede». Ringraziamenti che arrivano dopo severi rimproveri, se non vere e proprie accuse, rivolte agli inquilini dei sacri palazzi, come quelle del mercoledì delle ceneri contro le «divisioni», gli «individualismi», gli «interessi personali» e le «rivalità» che «deturpano il volto» e il «corpo» della Chiesa». Ma si sa, l’ultimo giorno sono tutti più buoni. E parole di ringraziamento ci saranno anche questa mattina, nell’ultimo impegno in Vaticano di Benedetto XVI, quando saluterà i cardinali. Gli stessi che fra pochi giorni eleggeranno il suo successore, per cui l’incontro e le parole di oggi peseranno sul Conclave, una sorta di ultimo appello prima del voto.

L’ultimo ad essere congedato sarà Bertone, colui che più di tutti ha manovrato le leve del potere in questi anni (e che, secondo Panorama in edicola oggi, avrebbe anche fatto mettere «sotto osservazione» telefoni, e-mail e colloqui fra i cardinali di Curia). Poi Ratzinger salirà sull’elicottero che lo porterà a Castel Gandolfo, dove resterà per i prossimi due mesi, prima di far ritorno Oltretevere, dove abiterà a pochi passi dal suo successore, in una coabitazione tanto anomala quanto, a giudizio di molti, poco opportuna. Il viaggio Vatican-Castel Gandolfo sarà anche un ottimo affare. Il Centro televisivo vaticano – che riprende in esclusiva le immagini del papa e le vende alle emittenti di tutto il mondo – ha predisposto una copertura minuto per minuto da “sbarco sulla luna”: 4 regie mobili, 18 telecamere tra il cortile di san Damaso, l’eliporto in Vaticano e quello di Castel Gandolfo, più una camera “volante” che seguirà l’elicottero. Un «evento storico», spiega Dario Edoardo Viganò, direttore Ctv. E un notevole introito economico.

Dalle otto di sera la sede sarà vacante. Il vuoto di potere sarà gestito da Bertone (decade da segretario, ma resta camerlengo, colui che presiede la sede vacante) e da Sodano (decano del collegio cardinalizio) – che non hanno fama di essere propriamente amici fraterni –, e subito inizieranno le procedure per la successione: l’1 marzo Sodano convocherà le congregazioni generali dei cardinali (una sorta di consultazioni) che cominceranno a riunirsi il 4, quando decideranno anche la data di inizio del Conclave. Molto probabilmente sarà anticipato di qualche giorno (l’11?), come vorrebbero i cardinali di Curia, mentre molti che arrivano da fuori, soprattutto dall’estero, hanno meno fretta e vorrebbero confrontarsi più a lungo. Anche perché le congregazioni saranno l’unica occasione per tentare di sapere qualcosa sul Vatileaks. Ratzinger ha blindato la relazione sull’indagine interna, ma i tre cardinali che l’hanno redatta (ultraottantenni, quindi partecipano alle consultazioni ma non al Conclave) potrebbero dire qualcosa. Sarebbe stato più semplice e più trasparente rendere pubblica la relazione – come diversi cardinali chiedono –, ma Ratzinger è stato categorico: rimarrà segreta. Se la vedrà il prossimo papa.

Profondo rosso. A Terni mons. Paglia lascia un buco finanziario che allarma il Vaticano

27 febbraio 2013

“Adista”
n. 8, 2 marzo 2013

Luca Kocci

Diciotto milioni di euro, forse venti. A tanto ammonterebbe il buco nelle casse della diocesi di Terni lasciato in eredità al suo successore – che non è ancora stato nominato e che forse tarderà ad arrivare viste anche le dimissioni del papa – da mons. Vincenzo Paglia, vescovo della città umbra per 12 anni prima di trasferirsi in Vaticano, nel giugno 2012, perché nominato da Ratzinger presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia.
Oltretevere si sono preoccupati e così, ai primi di febbraio, hanno inviato a Terni un visitatore apostolico per fare chiarezza: il conservatore mons. Ernesto Vecchi, già vescovo ausiliare di Bologna (con il card. Biffi) e vicario generale della diocesi (con il card. Carlo Caffarra), in pensione per raggiunti limiti di età dal febbraio 2011 e ora richiamato in servizio. La nomina di un amministratore apostolico è il segnale evidente che c’è qualcosa che non va, come dimostrano altri casi, ad esempio quello recente della diocesi di Trapani, teatro dello scontro fra il vescovo mons. Francesco Micciché – rimosso – e l’economo, don Ninni Treppiedi, sospeso a divinis e indagato per una serie di reati, fra cui ricettazione e truffa (v. Adista nn. 48, 80/11, 12, 21 e 24/12).
La vicenda è esplosa qualche settimana fa, quando un gruppo di dipendenti della diocesi si è rivolto alla Cgil temendo per il posto di lavoro: gli era stato proposto di trasformare i contratti da tempo pieno a part-time, oppure di passare alle dipendenze di una cooperativa. Andando più a fondo è emersa una realtà dai contorni ancora incerti, ma decisamente gravi: una serie di società, per lo più immobiliari, tutte direttamente riconducibili alla Curia ternana, che avrebbero effettuato operazioni discutibili, se non spericolate – tanto che oltre a mons. Vecchi sta indagando anche la magistratura –, attingendo anche alle casse e al patrimonio immobiliare della diocesi, stimato prudenzialmente in un valore di 40 milioni di euro.
«Quasi un anno fa mons. Vincenzo Paglia, ancora pienamente in carica come vescovo, ebbe le prime avvisaglie del fatto che il muro si stesse sgretolando», spiega Marco Torricelli, coordinatore della redazione ternana del quotidiano online Umbria 24, che sta seguendo attentamente la vicenda. «Lo presero da parte, come si dice, e gli fecero presente che, forse, era il caso di fare chiarezza sullo strano intreccio di società e persone che facevano parte della stessa compagnia di giro e sulla situazione nella quale versava la diocesi. Lui annuì. Poi non successe praticamente nulla. Allora lo ripresero da parte e gli chiesero di intervenire. Lui ri-annuì. E, di nuovo, le cose continuarono come prima. A quel punto le informazioni presero un’altra strada e finirono, dritte dritte, in Vaticano. Il resto è storia da scrivere».

Dal papa Motu proprio accelerato

26 febbraio 2013

“il manifesto”
26 febbraio 2013

Luca Kocci

Il Vaticano accelera: Ratzinger ha firmato il Motu proprio che modifica le norme vigenti, quindi il Conclave potrà cominciare qualche giorno prima.

Si vuole fare presto. Sia perché non ci sono da celebrare i funerali del papa né c’è la necessità di attendere i novendiali, i canonici nove giorni di lutto per un pontefice che non è morto ma si è dimesso. Sia, soprattutto, per evitare che nelle tre settimane che ancora mancherebbero all’inizio del Conclave vengano alla luce nuove notizie di stampa che mettano ancora più in difficoltà il Vaticano. Oppure che si verifichino altre sorprese sgradite, come le dimissioni del cardinale scozzese Keith O’Brien, accusato da tre preti e da un ex prete di aver tenuto in passato «comportamenti inappropriati» nei loro confronti.

Per questo ieri papa Ratzinger ha emanato l’atteso (o invocato?) Motu proprio – una sorta di decreto speciale “di propria iniziativa” – che consentirà ai cardinali, se vogliono, di anticipare l’inizio del Conclave, senza attendere i 15 giorni previsti dalla nomativa vigente. E poche ore prima aveva confermato che la relazione top secret sul Vatileaks che i tre cardinali inquirenti gli avevano consegnato il 17 dicembre al termine di una indagine interna al sacri palazzi rimarrà segreta: non verrà rivelato nulla ai partecipanti al Conclave – nonostante più di qualcuno avesse esplicitamente chiesto di sapere –, toccherà al prossimo papa affrontare la questione ed eventualmente renderne noti i contenuti. Se si considera anche che sabato scorso il cardinal Bertone, con una nota fatta pubblicare dalla Segreteria di Stato vaticana – sostenuta anche dal direttore della Sala Stampa della Santa Sede, padre Lombardi –, aveva duramente attaccato i mezzi di informazione, accusandoli di diffondere, e talvolta di fabbricare, false notizie per influenzare il Conclave, il quadro risulta piuttosto chiaro: una corsa a chiudere il recinto, anche se buona parte dei buoi sembra essere già scappata.

Il Conclave, invece del 15-20 marzo, potrà cominciare un po’ prima, anche intorno al 10 marzo. Il Motu proprio di papa Ratzinger (“Normas nonnulas”) ha infatti modificato la norma che obbliga ad attendere 15 giorni dall’inizio della “sede vacante”: «Lascio al collegio dei cardinali la facoltà di anticipare l’inizio del Conclave», è scritto nel Motu proprio. La data, quindi, la stabiliranno i cardinali, che molto probabilmente saranno tutti a Roma già nella mattina del 28, quando Ratzinger si congederà da loro in un’ultima udienza prima di partire per Castel Gandolfo e di lasciare ufficialmente il pontificato.

Il Motu proprio ha anche ribadito alcuni aspetti procedurali particolarmente sensibili. La segretezza: i cardinali non dovranno avere contatti con persone estranee al collegio degli elettori, né comunicare nulla all’esterno, né registrare le sessioni nella Cappella sistina, pena la scomunica, che entra nel giuramento dei cardinali: «Una infrazione di esso – recita la formula – comporterà nei miei confronti la pena della scomunica latae sententiae». I “corvi” sono avvisati. E poi il diritto di voto inalienabile: «Nessun cardinale elettore potrà essere escluso dall’elezione sia attiva che passiva per nessun motivo o pretesto». Una evidente puntualizzazione per zittire le campagne internazionali di queste settimane che chiedono di escludere dal Conclave i cardinali coinvolti nello scandalo pedofilia. Confermato infine – ma non vi erano dubbi dal momento che era stata una norma introdotta dallo stesso Ratzinger – il quorum “bulgaro” per l’elezione del pontefice: «almeno» i due terzi dei votanti (quindi arrotondati in eccesso).

Contestualmente alla possibilità di procedere più velocemente verso il Conclave, Ratzinger ha anche posto una pietra tombale – perlomeno per le prossime settimane – sul Vatileaks. Ha incontrato i tre cardinali che hanno condotto l’indagine interna a partire dalle fughe di notizie e dei documenti dai sacri palazzi – l’opusdeista Julián Herranz, l’arcivescovo emerito di Palermo Salvatore De Giorgi e l’ex prefetto di Propaganda Fide Jozef Tomko – e gli ha ribadito la consegna del silenzio: «Il santo padre – fa sapere l’asciutta nota della sala stampa vaticana – ha deciso che gli atti dell’indagine, del cui contenuto solo sua santità è a conoscenza, rimangano a disposizione unicamente del nuovo pontefice». Vengono implicitamente bollate come falsità le indiscrezioni diffuse dalla stampa in questi giorni, che riferiscono di una Curia dilaniata da complotti, interessi personali e ricatti a sfondo sessuale. E si decide di lasciare la “patata bollente” nelle mani del prossimo papa.

Rinuncia Keith O’Brien, arcivescovo di Edimburgo

26 febbraio 2013

“il manifesto”
26 febbraio 2013

Luca Kocci

Le accuse che gli venivano mosse erano gravi e, soprattutto, provenivano dall’interno della stessa Chiesa cattolica, cioè da tre preti ed un ex prete: «comportamenti inappropriati», ovvero molestie sessuali, nei loro confronti. E così l’arcivescovo di Edimburgo, il cardinale scozzese Keith O’Brien, si è dimesso dalla guida della diocesi e contestualmente ha annunciato che non parteciperà al Conclave che dovrà eleggere il successore di papa Ratzinger, pur avendone diritto (come peraltro confermato dal Motu proprio di Benedetto XVI, secondo il quale «nessun cardinale elettore potrà essere escluso dall’elezione sia attiva che passiva per nessun motivo»).

Una rinuncia pesante: O’Brien, oltre ad essere uno dei cardinali elettori, è il presidente della Conferenza episcopale scozzese, quindi il prelato più alto in grado della Chiesa di Scozia. Fra l’altro con posizioni di assoluta intransigenza contro l’omosessualità e contro le unioni gay, «giudicate dannose per il benessere fisico, mentale e spirituale» della persona. L’abbandono sembra allora l’esito di una sorta di legge del contrappasso.

Formalmente si tratta di dimissioni per raggiunti limiti di età, obbligatorie al compimento dei 75 anni. In realtà O’Brien si è però dimesso per la questione delle accuse di molestie sessuali, perché compirà 75 anni solo il prossimo 17 marzo, e il Codice di diritto canonico è chiaro su questo punto: «Il vescovo diocesano che abbia compiuto i settantacinque anni di età è invitato a presentare la rinuncia all’ufficio al sommo pontefice, il quale provvederà, dopo aver valutato tutte le circostanze». Dimissioni anticipate quindi – sebbene di poche settimane –, rese note ieri ma accettate da Ratzinger già il 18 febbraio, contriamente alla prassi della Chiesa cattolica che invcece di solito prolunga di qualche mese, o di qualche anno, la permanenza nell’incarico. Inoltre rispetto alla rinuncia al Conclave, è lo stesso O’Brien a chiarire perché ha scelto di non venire in Vaticano: «Non voglio che l’attenzione dei media a Roma sia concentrata su di me», aggiungendo anche che «per eventuali errori, mi scuso con tutti coloro che ho offeso».

I quattro preti – uno dei quali ha spiegato di aver abbandonato il sacerdozio quando O’Brien venne nominato cardinale da papa Wojtyla, nel 2003, e di essersi poi sposato – avevano informato della vicenda il nunzio apostolico in Gran Bretagna, ma le accuse al cardinale scozzese, che si riferiscono ad episodi avvenuti a partire dagli anni ’80, sono finite sulla stampa inglese, Observer e Guardian, nei giorni scorsi. Si parla di avances e di «contatti inappropriati» cercati da O’Brien con quelli che allora erano seminaristi o giovani preti, subito dopo qualche bevuta in compagnia oppure dopo la preghiera della sera, sfruttando anche la sua posizione di superiorità gerarchica o di direttore spirituale di alcune delle sue presunte vittime. «Fra un prete e un suo superiore c’è un rapporto squilibrato», spiega uno dei preti accusatori, «bisogna obbedirgli, lui è il capo, esercita su di te un grande potere».

Quello di O’Brien non è il primo caso di un cardinale del Conclave coinvolto nello scandalo pedofilia. Fino ad ora ad aver fatto più rumore è quello di Roger Mahony, arcivescovo emerito di Los Angeles – la più grande diocesi statunistense, che ha guidato ininterrottamente dal 1985 el 2011 –, accusato di aver coperto oltre 120 casi di abusi sessuali sui minori compiuti dai preti della sua diocesi e per questo sospeso da ogni incarico pubblico. Ma anche altri, come l’irlandese Brady, lo statunitense Dolan e il belga Daneels, sono stati sfiorati dal sospetto di aver insabbiato dei casi di pedofilia. O’Brien però è il primo, e forse l’unico, che ha deciso di rinunciare al Conclave.

Anatema vaticano. Basta «maldicenze» sul Conclave

24 febbraio 2013

“il manifesto”
24 febbraio 2013

Luca Kocci

Il cardinal Bertone come Beppe Grillo, verrebbe da dire. Perché se il leader del Movimento 5 stelle alla chiusura della campagna elettorale in piazza san Giovanni ha vietato l’accesso al palco a buona parte dei giornalisti italiani, ieri la Segreteria di Stato vaticana ha emesso una dura nota contro la stampa, accusata di fabbricare e diffondere notizie false per influenzare il Conclave che dovrà eleggere il successore di papa Ratzinger. «Nel corso dei secoli i cardinali hanno dovuto far fronte a molteplici forme di pressione, esercitate sui singoli elettori e sullo stesso Collegio, che avevano come fine quello di condizionarne le decisioni, piegandole a logiche di tipo politico o mondano», si legge nel comunicato della Segreteria guidata da Bertone. «Se in passato sono state le cosiddette potenze, cioè gli Stati, a cercare di far valere il proprio condizionamento nell’elezione del papa, oggi si tenta di mettere in gioco il peso dell’opinione pubblica», moltiplicando «la diffusione di notizie spesso non verificate, o non verificabili, o addirittura false, anche con grave danno di persone e istituzioni».

A Bertone ha fatto eco anche il solitamente misurato padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana, che ai microfoni di Radio Vaticana ha denunciato il tentativo di «seminare confusione e gettare discredito sulla Chiesa e sul suo governo, ricorrendo a strumenti antichi, come la maldicenza, la disinformazione, talvolta la stessa calunnia, o esercitando pressioni inaccettabili per condizionare l’esercizio del dovere di voto» dei cardinali. «Chi ha in mente anzitutto denaro, sesso e potere, ed è abituato a leggere con questi metri le diverse realtà, non è capace di vedere altro neppure nella Chiesa», ha affondato Lombardi, rispedendo al mittente le critiche di queste settimane.

Facile individuare i bersagli contro cui si sono scagliati Bertone e Lombardi: lo scandalo della pedofilia e le pressioni perché non partecipino al Conclave alcuni cardinali sospettati di aver coperto i preti pedofili delle loro diocesi; le indiscrezioni sui contenti della relazione segreta consegnata a Ratzinger sul Vatileaks, da cui emergerebbe l’immagine di una Curia dilaniata da interessi personali e ricatti a sfondo sessuale; lo Ior, con le discusse nomine degli ultimi giorni – a cominciare da quella del presidente von Freyberg, azionista di un’azienda che fabbrica navi da guerra – e con una trasparenza ancora assente, nonostante le reiterate dichiarazioni di intenti; il ruolo dello stesso Bertone, protagonista diretto o indiretto delle nomine delle ultime ore, da quelle apparentemente a lui poco gradite – come la “promozione” di mons. Balestrero dalla Segreteria di Stato alla nunziatura in Colombia – a quelle a lui favorevoli nei settori della finanza (mons. Calcagno allo Ior) e della sanità (il card. Versaldi commissario dell’Idi, che a sua volta ha appena scelto come suo vice Giuseppe Profiti, manager di sicura fede bertoniana: preludio al rilancio del polo sanitario vaticano, invano perseguito da Bertone ai tempi del fallimento del San Raffaele di Milano, sfuggito al suo controllo anche per l’opposizione del card. Scola?). Più che di «falsificazioni» si tratta però di punti dolenti nel corpo della Chiesa, tanto più che spesso le critiche non arrivano da “nemici esterni” ma dal “fronte interno”: dal dossier di Famiglia Cristiana sul card. di Los Angeles Roger Mahony, responsabile di aver coperto molti casi di abusi sessuali nella sua diocesi e per questo sospeso da ogni incarico pubblico; all’attacco delle riviste missionarie (Nigrizia e Missioni Oggi) e di Pax Christi (Mosaico di pace) contro le nomine allo Ior e i rapporti del Vaticano con la “banca armata” Deutsche Bank.

Da parte sua ieri Ratzinger, terminati gli esercizi spirituali, ha incontrato per i saluti conclusivi il presidente della Repubblica Napolitano. E oggi, alle 12, è previsto il tradizionale Angelus in piazza san Pietro: l’ultimo del suo pontificato.

Nomine, incontri e Motu proprio. Gli ultimi atti del pastore tedesco

23 febbraio 2013

“il manifesto”
23 febbraio 2013

Luca Kocci

Termineranno questa mattina gli esercizi spirituali del papa e dei cardinali della Curia romana. Con essi finirà anche il breve periodo di silenzio di Ratzinger, che si appresta a trascorrere da papa gli ultimi giorni ad alto tasso di esposizione pubblica e mediatica. Già alle 11.30, in Vaticano, incontrerà il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Domenica ci sarà l’ultimo Angelus e mercoledì l’udienza generale, spostata appositamente in una piazza san Pietro che si preannuncia stracolma. Giovedì incontrerà tutti i cardinali presenti a Roma, in una sorta di estremo saluto pre-elettorale. In serata, poi, farà le valigie per Castel Gandolfo e la sede pontificia sarà formalmente «vacante».

In questi giorni potrebbero esserci anche due ulteriori atti, ufficialmente non programmati, ma ampiamente attesi. Un incontro con i tre cardinali della Commissione d’inchiesta – l’opusdeista Herranz, l’ex prefetto di Propaganda Fide Tomko e l’arcivescovo emerito di Palermo De Giorgi – che negli ultimi mesi hanno indagato sul Vatileaks e che hanno consegnato a Ratzinger una relazione segreta, oggetto delle indiscrezioni di Repubblica di questi giorni; secondo alcuni rumors il papa potrebbe autorizzarli a riferire agli altri cardinali i contenuti della relazione prima del Conclave, ma più probabilmente si limiterà a dare loro mandato di consegnare il dossier al suo successore. E poi dovrebbe arrivare il Motu proprio che consentirebbe ai cardinali – che dai primi di marzo inizieranno le consultazioni – di anticipare l’inizio del Conclave, senza dover attendere i canonici 15-20. «Il papa può modificare la legge del Conclave, prima della sede vacante. Questo rientra nel possibile, ma non è detto che lo faccia», ha spiegato ieri mons. Arrieta, segretario del Pontificio consiglio per i testi legislativi, nel quotidiano incontro con la stampa. Durante il quale si è cercato di mettere il silenziatore alle polemiche degli ultimi giorni sulla partecipazione al Conclave del card. Mahony, arcivescovo emerito di Los Angeles, responsabile di aver coperto oltre 120 casi di abusi sessuali sui minori compiuti dai preti della sua diocesi e per questo sospeso da ogni incarico pubblico; ma anche di altri cardinali indirettamente sfiorati dallo scandalo pedofilia, come l’irlandese Brady, lo statunitense Dolan e il belga Daneels. Nessuno può essere escluso dal Conclave – è stato ribadito –, anche un cardinale che avesse ricevuto una scomunica conserva il diritto di voto. Amen. Alla fine, quindi, l’unico a non partecipare potrebbe essere l’indonesiano Julius Riyadi Darmaatmadja, che ha chiesto di rinunciare per motivi di salute.

La giornata di ieri ha riservato anche un’infornata di nomine dell’ultimo minuto – vescovi e nunzi, per lo più in Africa –, fra cui quella pesante di mons. Ettore Balestrero, da sottosegretario ai rapporti con gli Stati a nunzio apostolico (cioè ambasciatore) in Colombia. Una nomina di difficile interpretazione, il cui significato potrà chiarirsi solo nei prossimi mesi. Formalmente si tratta di una promozione, ma talvolta vale la regola del promoveatur ut amoveatur. Balestrero infatti è una fidatissima longa manus di Bertone, che ultimamente si è interessato a questioni assai delicate, dallo Ior al dossier Moneyval, per l’ingresso – fino ad ora rifiutato – del Vaticano nella white list dei Paesi virtuosi in materia di normativa antiriciclaggio. Da Bogotà Balestrero, e quindi Bertone, avrà meno influenza ai piani alti dei sacri palazzi di quanta ne avrebbe avuta restando a Roma. Ma potrebbe trattarsi anche di un passaggio intermedio, preludio ad un suo ritorno Oltretevere con un nuovo incarico.

In ogni caso gli ultimi scampoli di pontificato hanno visto Bertone al centro di molti snodi: ha fallito la nomina di un suo uomo alla presidenza dello Ior, ma ha ottenuto per sé la conferma alla guida della Commissione cardinalizia di vigilanza della banca vaticana, dove ha piazzato anche un suo fedelissimo, Domenico Calcagno, al posto del suo avversario Attilio Nicora. E ha anche piazzato un altro dei suoi, il card. Giuseppe Versaldi, come commissario dell’Idi, l’ospedale di proprietà della Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione, i cui dipendenti da mesi sono in lotta per il loro posto di lavoro.

Via un Ratzinger per farne un altro

23 febbraio 2013

“il manifesto”
23 febbraio 2013

Luca Kocci

Atto «inusuale», ma definirlo «rivoluzionario» è «prematuro», perché secoli di assolutismo e centralismo romano, di sacralizzazione della figura del pontefice non si cancellano con una rinuncia. Ribalta l’apologetica su papa Ratzinger e sulle sue dimissioni Daniele Menozzi, docente di storia contemporanea alla Normale di Pisa e specialista del papato in età moderna e contemporanea, che fra le righe suggerisce anche un’altra ipotesi: che Ratzinger si sia dimesso anche per meglio orientare la nomina del suo successore.

Professor Menozzi, quali valutazioni è possibile fare sulla decisione di Ratzinger di lasciare il pontificato?

Mi pare che si possano formulare due ipotesi. O la rinuncia è motivata dalla constatazione che la linea di governo messa in opera in questi otto anni si è rivelata inadeguata ad affrontare e risolvere i problemi  della Chiesa odierna, e dunque Ratzinger ha ritenuto di passare la mano per giungere all’individuazione di un papa capace di esprimere una diversa prospettiva di azione. Oppure la rinuncia trova ragione nella convinzione che quella linea, di per sé valida, non può essere efficacemente realizzata da un papa anziano, debole e con forze calanti, sicché Ratzinger ha pensato che  occorra trovare un successore in grado di portarla a compimento con l’energia, la decisione e la determinazione – e forse anche la rigidità – giudicate necessarie. Personalmente ritengo che discorsi, modalità, tempi dell’atto compiuto da Benedetto XVI rendano più probabile questa seconda ipotesi.

E che sia stato schiacciato da quello stesso potere che si è andato concentrando nella persona del pontefice e nella Curia romana, un potere che fagocita se stesso?

Non credo che l’accentramento del potere di governo nelle mani del papa sia stato determinante nella rinuncia: non riesco a vedere un papa che, dotato di troppo potere, non è in grado di gestirlo. Mi pare piuttosto che Ratzinger si sia reso conto dell’impossibilità di governare la conflittualità interna alla Curia. È vero che scontri interni alla sede romana sono sempre esistiti nella storia del papato e che le dimensioni elefantiache assunte oggi dalla Curia li hanno ingigantiti. Mi pare tuttavia che la linea del papato li abbia esasperati, finendo per renderli ingovernabili. Un esempio è fornito dal tentativo di recuperare i tradizionalisti: è evidente che i suoi ripetuti fallimenti hanno indotto i settori curiali contrari all’accettazione delle condizioni via via poste dai lefebvriani per continuare il dialogo con Roma, a cercare posizioni di maggior potere da cui arginare la temuta deriva tradizionalista del pontificato. Ma più in generale con la sua azione di governo erede della tradizione intransigente ottocentesca – che prospetta una presenza direttiva della Chiesa su aspetti della vita collettiva che gli uomini si sentono invece in grado di autodeterminare –, Ratzinger ha accentuato le contraddizioni tra la comunità ecclesiale e  la società. E le varie fazioni presenti in Curia hanno potuto far leva su questo aspetto per “ideologizzare”, e dunque massimizzare, le loro istanze di potere, irrigidendo i conflitti, probabilmente fino ad un punto di non ritorno.

Nel tempo si è assistito ad una progressiva sacralizzazione del pontificato e dei pontefici: basti pensare al fatto che, in particolare durante i regni di Pio XII e Giovanni Paolo II, i papi hanno proceduto alla canonizzazione dei loro predecessori, quasi a voler santificare il ministero petrino e, di conseguenza, chi quel ministero ricopre ed esercita. Le dimissioni di Ratzinger potrebbero contribuire a interrompere questa tendenza?

Da un certo punto di vista la rinuncia rappresenta una normalizzazione del papato. I vescovi, a 75 anni, sono tenuti a rassegnare le dimissioni. Il papa è il vescovo di Roma. Pur con il privilegio di decidere da sé il momento in cui abbandonare il ministero, senza dovere quindi sottostare alle norme canoniche, anche il vescovo di Roma si allinea alla normativa prevista per l’episcopato universale, secondo cui ad un certo punto della vita occorre abbandonare le funzioni svolte. Naturalmente questo atto non vincola i successori, che saranno liberi di adeguarsi o meno al precedente. Ma tra  la rinuncia al governo della Chiesa universale, anche se dovesse diventare prassi futura del papato, e la desacralizzazione della figura del papa, che è stata profondamente introiettata nella mentalità cattolica durante gli ultimi due secoli, passa un abisso.

La sacralizzazione è ormai un dato immodificabile?

Immodificabile no, ma sicuramente non sono sufficienti le dimissioni di un papa ad interrompere ed infrangere questa tendenza. Il papa, nei primi secoli cristiani, era definito “successore di Pietro”, poi è diventato “vicario di Cristo” e infine, con una forte insistenza su questo punto nell’età della secolarizzazione, “vicario di Dio”. Si tratta di un meccanismo in atto da secoli, fortemente radicato nella mentalità cattolica, che difficilmente può essere smontato dalle dimissioni di un pontefice. Mi pare che occorra un tempo lungo e ulteriori gesti per desacralizzare  la figura papale.

Ma le dimissioni di Ratzinger sono davvero un evento rivoluzionario?

L’atto è senza dubbio inusuale rispetto ai collaudati meccanismi dell’istituzione ecclesiastica ed è reso ancora più clamoroso dalla differenza con la scelta di Giovanni Paolo II di rendere la sua malattia e la sua morte testimonianza del modello di vita cristiana da lui giudicato esemplare.

Al punto da far dimenticare tutta l’azione di governo di Ratzinger – per non parlare del ventennio abbondante in cui è stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede –, fortemente restauratrice, trasformandolo in un papa riformatore?

In questi giorni si è scatenata una massiccia apologetica, probabilmente motivata anche dall’intento di far dimenticare le concrete sconfitte che la linea di governo di Benedetto XVI ha incontrato nel misurarsi con quasi tutti i nodi della attuale situazione ecclesiale. Ma che la rinuncia al pontificato rappresenti un evento “rivoluzionario” potremo saperlo sono nei prossimi mesi, e forse già l’esito del Conclave ci aiuterà a capirlo.

E se le dimissioni, preso atto dell’incapacità di governare la Chiesa, non siano solo un modo per orientare in maniera decisiva il Conclave nella scelta del suo successore? Un po’ come gli imperatori romani che indicavano il loro “delfino” quando erano ancora in vita…

Dai discorsi che Benedetto XVI ha fatto dall’annuncio delle dimissioni fino all’inizio della “sede vacante” in effetti è possibile tracciare l’identikit del suo successore così come Ratzinger lo vorrebbe: relativamente giovane, dotato di energia, severità e capacità di governo per realizzare quello che da parte sua  non è riuscito a fare. Ed è inevitabile, nonostante le scontate dichiarazioni di non intromissione ed interferenza, che Ratzinger influirà su Conclave: ogni suo atto, ogni sua parola, ogni suo gesto hanno avuto ed avranno un peso. Anche la tempistica mi sembra per certi aspetti studiata: costringere i cardinali ad agire in fretta, perché è difficile arrivare a Pasqua senza che ci sia già il nuovo papa.

Nel Conclave esiste un “fronte progressista”?

Non credo. Ma se c’è, è debolissimo, perché si tratta di un Conclave interamente nominato, e “blindato”, da Wojtyla e da Ratzinger.

Quindi arriverà un nuovo papa conservatore?

Dipenderà dai cardinali riuniti in Conclave: se qualcuno avrà il coraggio di presentare le difficoltà che la riproposizione di una linea neo-intransigente ha incontrato, allora i giochi potrebbero riaprirsi. Credo che se nel Conclave si avvierà una discussione vera sul ruolo della Chiesa nella società contemporanea a partire dalla costatazione dei fallimenti del  progetto di neo-cristianità avanzato negli ultimi due decenni, allora potrà aprirsi qualche spiraglio e verificarsi qualche sorpresa.

 

[L’intervista integrale a Daniele Menozzi è contenuta nel fascicolo speciale su Ratzinger e il prossimo Conclave (Punto… E a capo?) realizzato dall’agenzia di informazioni Adista che uscirà il 25 febbraio. «La barca di Pietro, nave senza nocchiero in gran tempesta», si legge nell’introduzione. Un “nocchiero”, papa Ratzinger, che abbandona una nave schiantatasi contro gli scogli, senza però nessun capitano Gregorio De Falco – quello che si infuriò con il comandante della Costa Concordia, Francesco Schettino, durante il naufragio all’Isola del Giglio – ad intimargli di tornare a bordo. Nel fascicolo si ricostruiscono le tappe fondamentali del pontificato di papa Benedetto XVI, caratterizzato da scivoloni, arretramenti pre-conciliari e “corvi”, ma anche i suoi 25 anni trascorsi alla guida della Congregazione per la dottrina della fede, l’ex sant’Uffizio, da dove l’allora card. Ratzinger, braccio destro di Wojtyla, affossò la teologia della liberazione e tutte le voci autonome della Chiesa cattolica. E poi una serie di analisi fra gli altri di Marcelo Barros, Leonardo Boff, José Marìa Castillo, Ortensio da Spinetoli, Beniamin Forcano, Ivone Gebara, Mary Hunt, Felice Scalia e Andrés Torres Queiruga.]

Finanza opaca e armi, gli interessi inconfessabili

23 febbraio 2013

“il manifesto”
23 febbraio 2013

Luca Kocci

Vaticano, Ior, finanza opaca, poteri forti e ora anche armi e produzioni militari belliche. Un legame ed un intreccio di interessi che dimorano nei sacri palazzi di Oltretevere e che i direttori di tre riviste cattoliche – Nigrizia dei missionari comboniani, Missione Oggi dei missionari saveriani e Mosaico di pace, mensile promosso da Pax Christi, movimento per la pace il cui presidente è il vescovo di Pavia Giovanni Giudici – denunciano in maniera netta. Direttori che sono anche preti appartenenti a congregazioni religiose missionarie, particolarmente attive nei Paesi del sud del mondo ma anche nell’informazione e nelle iniziative per il disarmo, come la Campagna di pressione alle “banche armate”, che da più di dieci anni fa le pulci agli istituti di credito che sostengono l’export di armi italiane nel mondo: il saveriano Mario Menin (direttore di Missione Oggi) e i comboniani Efrem Tresoldi (direttore di Nigrizia) e Alex Zanotelli (direttore di Mosaico di pace), che già negli anni ’80, allora dalle pagine di Nigrizia, denunciò il commercio delle armi e gli interessi dell’Italia nelle guerre africane, attaccando frontalmente Spadolini, Craxi e Andreotti, che chiesero ed ottennero la sua testa.

«Ci ha stupito e ci rammarica la decisione di affidare la nuova presidenza dello Ior, la banca vaticana, all’avvocato Ernst von Freyberg, presidente della Voss Schiffswerft und Maschinenfabrik, una società di Amburgo attiva nella cantieristica navale civile e militare», dicono i tre religiosi, che rilevano anche la contraddittorietà della scelta del Vaticano: mettere a capo dello Ior il rappresentante di un’azienda produttrice di navi anche militari – come è stato costretto ad ammettere anche il direttore della Sala stampa della Santa sede, p. Federico Lombardi, spiegando che la società fa parte di un «consorzio che sta costruendo quattro fregate per la Marina militare tedesca» – ci «appare lontana da quanto affermato da Benedetto XVI nel suo primo messaggio per la Giornata mondiale della pace, nel 2006, in cui evidenziava “con rammarico i dati di un aumento preoccupante delle spese militari e del sempre prospero commercio delle armi, mentre ristagna nella palude di una quasi generale indifferenza il processo politico e giuridico messo in atto dalla Comunità internazionale per rinsaldare il cammino del disarmo”».

Non c’è solo la questione della presidenza dello Ior, ma anche il problema Deutsche Bank Italia, che fino allo scorso 31 dicembre aveva la gestione di tutti i Pos presenti in Vaticano, poi sospesa dalla Banca d’Italia per mancanza di autorizzazione e soprattutto perché Oltretevere – fece sapere Palazzo Koch – non c’è una legislazione bancaria e finanziaria adeguata né un sistema di vigilanza, comprese le norme antiriciclaggio (Deutsche è stata poi repentitamente sostituita da una banca svizzera, extra Ue, quindi non sottoposta alla vigilanza di Bankitalia). «Ci auguriamo – proseguono i tre direttori – che la Santa Sede decida di interrompere ogni legame con la Deutsche Bank Italia», che è «l’istituto di credito che più di ogni altro ha offerto servizi alle industrie militari italiane per esportazioni di armamenti incassandone cospicui compensi di intermediazione». Operazioni che, solo negli ultimi cinque anni, hanno raggiunto la cifra di 3 miliardi di euro, che fanno di Deutsche Bank la banca “più armata” d’Italia. Difficile però, anzi impossibile, che questi legami siano sciolti, dal momento che il vicepresidente del Consiglio di sovrintendenza dello Ior (una sorta di Consiglio di amministrazione laico), appena riconfermato dal Vaticano, è il tedesco Ronaldo Hermann Schimtz, che proviene proprio da Deutsche Bank.

Oltre alle nomine “ambigue”, notano Zanotelli, Tresoldi e Menin, c’è anche una questione di opportunità: la nomina del nuovo presidente dello Ior all’indomani dell’annuncio delle dimissioni da parte di Ratzinger «ci appare come una pesante ipoteca per il suo successore». Così come la conferma degli altri quattro membri del Consiglio di sovrintendenza della banca (oltre a Schimtz, lo statunitense Anderson, lo spagnolo Soto Serrano e l’italiano Marocco), ci sembra «inopportuna per favorire quel rinnovamento dell’Istituto per le opere di religione tanto auspicato da ampi settori del mondo cattolico e non solo».

I Casalesi attaccano la memoria di don Diana. Il vescovo di Aversa la difende

21 febbraio 2013

“Adista”
n. 7, 23 febbraio 2013

Luca Kocci

Non c’è pace per don Giuseppe Diana, il parroco di Casal di Principe (Ce) ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994 per il suo impegno contro la criminalità organizzata, per la legalità e la giustizia (v. Adista n. 28/94).

Lo scorso 4 febbraio, durante l’udienza del processo contro il deputato del PdL Nicola Cosentino (non ricandidato, fra le polemiche, alle prossime elezioni politiche) accusato di concorso esterno in associazione camorristica, il pentito del clan dei casalesi, Carmine Schiavone, ha parlato dei suoi rapporti con il parroco, tirandolo in ballo per presunti favori al clan. «Fu la mia azienda a fornire il cemento per costruire la cappella della chiesa di don Diana», ha detto Schiavone. «Lui parlava sempre contro i camorristi, e io gli dicevo di stare attento. Il clan non lo toccava perché sapeva che era un mio lontano parente». Il pentito ha parlato anche di un appoggio di don Diana per Cosentino: «Don Peppe portava parecchi voti, se non si fosse interessato sarebbero arrivate meno preferenze». In cambio di materiali e lavori edili nella sua parrocchia don Diana avrebbe quindi dato sostegno al clan: questa la ricostruzione di Schiavone, sempre smentiti dai fatti e dalle indagini.

Immediata la reazione della diocesi di Aversa, quella di don Diana: «La Chiesa di Aversa – scrive in una nota il vescovo Angelo Spinillo, che è anche uno dei vicepresidente della Conferenza episcopale italiana – esprime il proprio dolore nel vedere che, mediante affermazioni che hanno solo il sapore di una diffamazione, si vuole rinnovare il tentativo di infangare la memoria di don Peppino Diana. In questa azione appare, piuttosto, il tentare di incrinare la forza dei tanti che grazie al suo esempio sentono di potersi impegnare per costruire un mondo più giusto e rispettoso della vita di ogni uomo». Prosegue il vescovo: «Le affermazioni fatte risuonare nell’aula del tribunale colpiscono anche per essere prodotte tanto improvvisamente e senza che mai vi sia stato alcun segno di sospetto su un operato che risulta, invece, essere tanto lontano dal pensare e dall’agire di don Peppino Diana». Far cadere l’ombra del sospetto, scrive ancora Spinillo «sull’azione di un uomo che non potrà replicare a difesa della propria onestà è un agire vile che offende l’uomo, il sacerdote, la Chiesa e la comunità civile».

I familiari del prete hanno già dato mandato al loro avvocato di avviare tutte le iniziative giudiziarie a tutela del loro congiunto. Intanto a difendere don Diana interviene anche don Maurizio Patriciello, il parroco “anti-monnezza” di Caivano (Na) che pochi mesi fa fu protagonista di un duro scontro con il prefetto di Napoli sulla questione dei rifiuti smaltiti illegalmente e poi dati alle fiamme nella cosiddetta “terra dei fuochi”, fra Napoli e Caserta (v. Adista Notizie nn. 42 e 43/12): «Fango. Lanciato per insozzare la memoria di don Peppino Diana e disorientare quelli che credono in lui, nell’impegno della Chiesa aversana e nella giustizia», scrive don Patriciello in un commento su Avvenire (6/2). «Calunnie. Calunnie, però, che se insozzano i colpevoli fanno beati i giusti. E il caro don Diana è tra questi».

Non è la prima volta che la memoria di don Diana viene attaccata. Subito dopo il suo omicidio, sulla stampa locale partì una campagna diffamatoria nei suoi confronti: «Don Diana a letto con due donne», «Don Diana era un camorrista», titolavano allora il Corriere di Caserta e altri giornali locali, imboccati dai professionisti della disinformazione. L’intento era chiaro: infangare il suo nome, distruggerne l’immagine per demolire quell’azione di risveglio delle coscienze che stava producendo importanti risultati. E nell’estate del 2009 Gaetano Pecorella, avvocato difensore di colui che verrà condannato come il mandante dell’omicidio di don Diana, Nunzio De Falco, in un’intervista dichiarò che i moventi indicati per l’assassinio del prete sarebbero «i più diversi. Nel processo qualcuno ha parlato di una vendetta per gelosia, altri hanno riferito che sarebbe stato ucciso perché si volevano deviare le indagini che erano in corso su un altro gruppo criminale. E altri hanno riferito anche il fatto che conservasse le armi del clan. Nessuno ha mai detto perché è avvenuto questo omicidio».

Sul fronte opposto, amici, compagni e confratelli di don Diana, come il vescovo emerito di Caserta Raffaele Nogaro (v. Adista n. 25/10), chiedono che anche per il parroco di Casal di Principe, come avvenuto per don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia a Palermo nel settembre del 1993, venga aperto il processo di beatificazione che lo riconosca come martire, «ucciso a causa del proprio impegno per la giustizia – si legge nel testo di una lettera promossa dallo storico della Facoltà teologica dell’Italia meridionale Sergio Tanzarella indirizzata al vescovo Spinillo (v. Adista n. 35/11) – impegno assunto con retta coscienza, in perfetta ispirazione al Vangelo, nella fedeltà alla Chiesa e al mandato affidatogli dal vescovo».

«Fuori dal Conclave», il caso Mahony agita l’elezione

19 febbraio 2013

“il manifesto”
19 febbraio 2013

Luca Kocci

«Cardinal Mahony: Stay home!», resta a casa! Non potrebbe essere più esplicito l’invito che l’organizzazione cattolica Usa Catholics United rivolge al card. Roger Mahony, arcivescovo emerito di Los Angeles – la più grande diocesi statunistense, che ha guidato ininterrottamente dal 1985 el 2011 –, accusato di aver coperto oltre 120 casi di abusi sessuali sui minori compiuti dai preti della sua diocesi e in procinto di partire per Roma, dove parteciperà al Conclave per l’elezione del successore di papa Ratzinger. «Il vostro coinvolgimento nello scandalo degli abusi sessuali dovrebbe suggerirvi di non partecipare al Conclave», si legge nella petizione online dell’associazione che ha raccolto migliaia di adesioni anche fuori dagli Usa.

La petizione arriva a pochi giorni di distanza dalla misura che l’attuale arcivescovo di Los Angeles, mons. José Gomez, ha preso nei confronti del suo predecessore (e del vescovo ausiliare, mons. Curry), il 31 gennaio, privandolo di tutti i suoi incarichi e facendo pubblicare sul sito internet dell’arcidiocesi 12mila pagine di documenti su come Mahony abbia gestito, e coperto, i casi dei preti accusati di pedofilia dalla metà degli anni ‘80. «Leggere questi documenti è stata per me un’esperienza brutale e dolorosa», ha scritto Gomez. «Il comportamento in essi descritto è terribilmente triste e maligno. Non c’è modo di scusare né di spiegare quanto fu fatto a quei bambini. Continueremo – promette – a denunciare alle autorità di polizia qualunque credibile informazione su ulteriori abusi e a rimuovere dal ministero tutti coloro che saranno credibilmente accusati». Fra pochi giorni, il 23 febbraio, Mahony dovrà deporre in tribunale su uno dei presunti casi insabbiati, nonostante i tentativi di chiudere la faccenda con un accordo economico milionario (come hanno fatto altre diocesi Usa).

Le parole di Gomez, nonostante la pubblicizzata azione di “pulizia” che la Chiesa avrebbe avviato contro i preti pedofili in tutto il mondo, hanno diviso cattolici e gerarchie ecclesiastiche. In tanti, per lo più dalla base, chiedono che Mahony sia punito severamente e che gli venga impedito di votare al Conclave. Altri però si schierano dalla sua parte: diversi cardinali e vescovi avrebbero fatto giungere il loro disappunto fino a Ratzinger, colpevole di non aver difeso Mahony e di aver consentito a Gomez di rimproverarlo pubblicamente. Addirittura, secondo alcuni osservatori, Ratzinger avrebbe deciso di dimettersi anche sull’onda di queste polemiche. In ogni caso, nei giorni successivi, Gomez ha gettato acqua sul fuoco, precisando che Mahony rimane vescovo e che, pur privato di incarichi pubblici, conserva tutti i diritti di «celebrare i sacramenti e svolgere attività pastolare, senza restrizioni». E quindi anche di eleggere il nuovo papa.

Ieri Famiglia Cristiana ha rilanciato il caso, pubblicando sul suo sito internet un’ampia documentazione sulla questione e promuovendo un sondaggio fra i lettori: «Mahony, sì o no al conclave?». Nulla però sembra scalfire il cardinale statunitense, che sul suo blog annuncia di aver già preparato le valigie per Roma. Dove peraltro si troverà in compagnia: non parteciperà al Conclave perché ha compiuto 80 anni e quindi ha perso il diritto di voto, ma prenderà parte alle congregazioni generali – le consultazioni prima delle elezioni aperte anche ai cardinali non elettori – il card. Bernard Law, arcivescovo di Boston dal 1984 al 2002, costretto a dimettersi e ad ammettere di aver coperto oltre 100 preti pedofili della sua diocesi. Law non avrà nemmeno bisogno di fare le valigie: si trova già a Roma dove, fino al novembre 2011, è stato arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore.