Archive for marzo 2013

Salesiani-Gerini: nuovo capitolo sull’eredità contesa. Lo scriverà Bertone?

31 marzo 2013

“Adista”
n. 13, 6 aprile 2013

Luca Kocci

Pasqua in Procura per il card. Tarcisio Bertone che, passata la Settimana santa in Vaticano, potrebbe recarsi dai magistrati per fornire la sua versione nella vicenda che vede contrapposti la Congregazione salesiana – a cui il segretario di Stato appartiene – e gli eredi del marchese Alessandro Gerini, senatore democristiano e palazzinaro romano degli anni ‘50-‘70 che alla sua morte, nel 1990, lasciò ad una Fondazione vicina ai salesiani una eredità milionaria. «Un lascito irregolare», sostengono i nipoti di Gerini, i quali nel 2007 raggiunsero un accordo con i salesiani che sembrava convenire ad entrambi. «Non un accordo, ma una truffa», ci ripensarono qualche anno dopo i salesiani, a cui però il tribunale non dà credito: «Tutto regolare», asseriscono i giudici. Ma i salesiani non ci stanno e chiamano un testimone d’eccezione, il card. Bertone, ancora per poco segretario di Stato vaticano: sarebbe egli stesso ad essere stato truffato, e i magistrati potrebbero sentirlo nei prossimi giorni.
La vicenda comincia nel 1990, quando il marchese Gerini muore senza figli e lascia parte consistente del suo patrimonio in eredità alla fondazione “Istituto marchesi Teresa, Gerino e Lippo Gerini”, un ente ecclesiastico fondato nel 1963 e nel cui Consiglio di amministrazione siede l’economo generale dei salesiani, con i quali il marchese aveva un saldissimo legame affettivo ed affaristico: un valore oggi stimato in quasi 660 milioni di euro in beni mobili e immobili, soprattutto terreni e fabbricati a Roma e nelle immediate vicinanze. Ma i nipoti di Gerini ritengono che nel lascito patrimoniale ci siano delle irregolarità e così, con la mediazione del faccendiere siriano Carlo Moisé Silvera, fanno causa alla Fondazione. La questione è opaca, tanto che uno degli avvocati che allora curava gli interessi dei salesiani, Alberto Pappalardo, suggerisce loro di raggiungere un accordo con i Gerini, per evitare che vengano alla luce attività finanziarie poco trasparenti della Fondazione. L’accordo fra le parti – Moisé Silvera e l’allora economo generale dei salesiani, don Giovanni Mazzali – viene concluso nel giugno 2007, con un arbitrato gestito dall’avvocato milanese Renato Zanfagna: il finanziere accetta il 15% del patrimonio Gerini lasciato alla Fondazione (ovvero 99 milioni), rinunciando a qualsiasi pretesa sul resto delle proprietà del costruttore defunto (v. Adista n. 30/10).
Passa del tempo e i salesiani – che si sono fatti garanti della Fondazione – non pagano, anche perché il nuovo avvocato della Congregazione, Michele Gentiloni Silveri, scopre un “dettaglio” che fino allora era stato taciuto dai precedenti mediatori: alla Fondazione e ai salesiani non era stato detto che la Corte di Cassazione, con una sentenza dell’1 marzo 2007 – quindi precedente alla firma dell’accordo –, aveva estromesso dall’asse ereditario i nipoti di Gerini. I magistrati avviano l’indagine, Silvera fa ricorso per il mancato pagamento sulla base di quanto pattuito e, alla fine, gli viene data ragione, ottenendo così il sequestro di beni dei salesiani per 130 milioni di euro (dal momento che è possibile bloccare fino al 50% in più della somma pretesa dal creditore). Controricorso dei salesiani, supportato anche da una lettera ai giudici del card. Bertone in cui dice di essersi speso per una «composizione pacifica ed equa» fra Fondazione Gerini ed eredi Gerini, ma di essere stato truffato: il valore del patrimonio sarebbe stato «gonfiato  a dismisura per aumentare la somma destinata a Silvera». Il 27 novembre 2012 arriva la decisione del giudice che archivia l’istanza dei salesiani: nessuna truffa, anzi «emerge una gestione concordata degli interessi in campo, alla quale si perviene dopo una transazione voluta dalle parti, certamente in grado di valutare gli operatori cui si affidavano e la portata nonché la convenienza dell’accordo» (v.  Adista Notizie n. 44/12). L’accordo conveniva ad entrambi – è la conclusione dei giudici – e, in ogni caso, i salesiani lo hanno sottoscritto.
La questione sembra chiusa, ma negli ultimi giorni si arricchisce di un nuovo capitolo, perché i salesiani chiedono al tribunale di riaprire il fascicolo. La gendarmeria vaticana – la quale, su richiesta di Bertone che andava a caccia di “corvi”, durante il Vatileaks aveva iniziato a spiare e a controllare prelati e utenze telefoniche – asserisce di aver individuato un religioso che avrebbe fatto da intermediario fra i Gerini, l’economo dei salesiani e Bertone, convincendo quest’ultimo ad intervenire, nel 2007, per chiudere la questione.
La situazione resta complessa e tutt’altro che chiara. Resta il dato di fatto che l’accordo inizialmente sottoscritto dal salesiani – e la questione fondamentale è proprio questa: perché lo hanno firmato se il lascito era pienamente regolare? – è stato poi rinnegato dagli stessi. In ogni caso sembra che ora si sia arrivati al redde rationem: dopo che i magistrati avranno ascoltato Bertone, la vicenda potrebbe riaprirsi; in caso contrario ai salesiani non resterà che sborsare i 99 milioni di euro pattuiti.

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Diocesi di Terni: un buco grande quanto un castello

30 marzo 2013

“Adista”
n. 13, 6 aprile 2013

Luca Kocci

Comincia ad assumere contorni più chiari la vicenda relativa al buco milionario nelle casse della diocesi di Terni: la Procura sta indagando per i reati di truffa e bancarotta ed ha appena emesso sette avvisi di garanzia, due dei quali indirizzati a due dipendenti della curia ternana, Luca Galletti (ex presidente dell’Istituto per il sostentamento del clero e attualmente direttore dell’ufficio tecnico dell’Economato, nonché componente del Consiglio affari economici della diocesi) e Paolo Zappelli (direttore dell’ufficio amministrativo dell’Economato e anch’egli componente del Consiglio affari economici della diocesi). Tanto che il visitatore apostolico della diocesi, mons. Ernesto Vecchi – inviato dal Vaticano a Terni all’inizio di febbraio, dopo che mons. Vincenzo Paglia, alla guida della diocesi per 12 anni, ha lasciato il capoluogo umbro nel giugno 2012, quando Ratzinger lo ha chiamato in Vaticano alla guida del Pontificio Consiglio per la Famiglia –, alla fine della messa della domenica delle Palme ha ammesso: «I debiti ci sono e bisognerà cercare di risolvere i problemi insieme. Servono preghiere per l’acciaieria (che attraversa una forte crisi occupazionale, ndr) e per la Curia».
Il caso è esploso a gennaio, quando un gruppo di dipendenti della diocesi si è rivolto alla Cgil temendo per il proprio posto di lavoro, dal momento che era stato proposto loro di trasformare i contratti a tempo pieno in part-time, oppure di passare alle dipendenze di una cooperativa. La ragione: la necessità di risparmiare dopo la scoperta di un ammanco nel bilancio della diocesi di 18-20 milioni di euro, causato da diverse operazioni immobiliari “spericolate” effettuate da alcune società riconducibili alla Curia ternana (v. Adista Notizie n. 8/13) e sulle quali i magistrati stanno effettuando accertamenti.
Come per esempio quella del castello di San Girolamo, raccontata da Marco Torricelli, coordinatore della redazione ternana del quotidiano online Umbria24, che da mesi sta seguendo la vicenda. Il Comune di Narni, proprietario della struttura vende il castello per un milione e 760mila euro. Ad acquistarlo, alla fine del 2011, dopo un complicato ed articolato passaggio di quote fra soggetti diversi, sono la Società iniziative immobiliari (Sim) – di cui sono soci Galletti e Zappelli, molto vicini a mons. Paglia – che ha versato 700mila euro, e l’Istituto diocesano per il sostentamento del clero (1 milione e 60mila euro).
Gli Istituti diocesani, articolazioni periferiche dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero (nato nel 1985 a seguito della revisione del Concordato del 1984 per occuparsi della gestione dei fondi derivanti dall’otto per mille), sono proprietari ed amministratori di tutti i benefici ecclesiastici – cioè i beni mobili ed immobili della diocesi – e hanno personalità giuridica autonoma, non dipendono cioè dal vescovo diocesano che deve essere interpellato solo per i movimenti superiori ai 250mila euro. Mentre, ed è il caso del castello di San Girolamo, per beni che superano il valore di 1 milione di euro, devono avere «il preventivo parere della Conferenza episcopale italiana» e «l’autorizzazione» della Santa Sede. Quindi tutti erano al corrente: l’allora vescovo della diocesi, mons. Paglia, ma anche la Conferenza episcopale e il Vaticano.
Poco dopo aver perfezionato l’acquisto, lo stesso Istituto si sfila dall’affare – una clausola del contratto lo prevedeva – e cede la sua quota alla Sim di Galletti e Zappelli, che però non paga un centesimo e coinvolge la diocesi di Terni (che versa 900mila euro) e l’Ente seminario vescovile di Narni (160mila euro). Alla fine del domino, l’immobile sarebbe dovuto finire in un nuovo contenitore societario, “Il Castello di Narnia” – in cui la Sim avrebbe avuto un ruolo di primo piano –, ed essere trasformato in un albergo di lusso. Un intreccio in cui non è ancora del tutto chiaro se la diocesi e i suoi enti siano stati usati come copertura e come cassa da cui attingere da parte delle società di Galletti e Zappelli, oppure se siano anche loro attori protagonisti della vicenda. «Tutto si è svolto in maniera regolare, è stato fatto in accordo con i Consigli di amministrazione e l’Istituto per il sostentamento del clero», spiega mons. Paglia; che però non convince la Procura: le indagini vanno avanti, anzi i magistrati hanno messo sotto la lente di ingrandimento anche altre operazioni immobiliari poco chiare.

Papa Bergoglio va in galera

29 marzo 2013

“il manifesto”
29 marzo 2013

Luca Kocci

Papa Bergoglio continua ad infrangere le regole, non scritte ma consolidate da tempo, del pontificato. Ieri, “giovedì santo” – per la liturgia cattolica, il giorno dell’ultima cena di Gesù con gli apostoli, che dà inizio al triduo pasquale –, ha annullato la tradizionale messa nella basilica di San Giovanni e l’ha celebrata nella piccola chiesa del carcere minorile di Casal del marmo, insieme ai 46 reclusi (35 maschi e 11 femmine, 8 italiani e 38 stranieri) del penitenziario romano, dove erano andati pure i suoi due predecessori, Wojtyla nell’Epifania del 1980 e Ratzinger nel 2007.

Durante la messa si è svolto il consueto rito della “lavanda dei piedi”, e Bergoglio li ha lavati a 12 detenuti fra cui – questo il secondo gesto di rottura – due ragazze, una italiana e cattolica, l’altra serba e musulmana. «Abbiamo proposto una presenza femminile e in Vaticano, dopo qualche resistenza, hanno accettato», spiega il cappellano di Casal del marmo, padre Gaetano Greco. Anche i tradizionalisti ci sono rimasti male, ed è facile comprendere perché: l’unica argomentazione a sostegno del sacerdozio maschile è che gli apostoli erano tutti e solo uomini, lavare i piedi alle ragazze significa ammettere invece che potevano esserci anche delle donne. Questo non consente di affermare che Bergoglio voglia aprire all’ordinazione presbiterale delle donne – del resto gli atti “rivoluzionari” del nuovo papa per ora hanno toccato solo aspetti simbolici, non sostanziali: per quelli, ammesso che ci saranno, toccherà aspettare ancora –, tuttavia i conservatori non hanno apprezzato.

«La lavanda dei piedi significa che dobbiamo aiutarci l’uno con l’altro», ha detto Bergoglio nella brevissima omelia a braccio. E dopo la messa, durante i saluti e gli scambi dei doni – uova e colombe per i giovani detenuti, un crocifisso e un inginocchiatoio di legno realizzati nel laboratorio di falegnameria del carcere –, ha ripetuto quello che già aveva detto domenica a San Pietro: «Non lasciatevi rubare la speranza». Mentre la ministra Severino, anche lei presente, interpretando liberamente le parole del papa alla messa di inizio pontificato (dobbiamo essere «custodi dell’ambiente e dell’altro»), ha preferito fare l’elogio della prigione come «luogo di custodia» per tornare poi «guariti» nella società.

In mattinata, invece, tradizione rispettata, con la messa “crismale” – in cui vengono benedetti gli oli che serviranno per le celebrazioni di tutto l’anno – in San Pietro e l’invito di Bergoglio ai preti ad «uscire da sé» e «raggiungere le periferie», per non trasformarsi in «gestori» e burocrati del sacro.

Intanto il papa ha nominato il suo successore alla guida dell’arcidiocesi di Buenos Aires: mons. Mario Aurelio Poli, già ausiliare di Bergoglio nella capitale argentina dal 2002 al 2008, quindi un suo fedelissimo. E ha riconosciuto 62 nuovi martiri, presto beatificati: 61 «vittime dei comunisti» (in Spagna, Italia, Ungheria e Romania) e un prete italiano morto nel lager di Dachau.

Parroco di Gela “sconfessa” Rosario Crocetta

26 marzo 2013

“Adista”

n. 12, 30 marzo 2013

Luca Kocci

È quasi una scomunica quella che don Luigi Petralia, parroco della chiesa di Santa Lucia a Gela, ha inflitto a Rosario Crocetta, presidente della Regione Sicilia nonché suo “figlio spirituale”.
Pietra dello scandalo sono state le dichiarazioni di Crocetta, cattolico ed omosessuale dichiarato, lo scorso 13 marzo, alle “Invasioni barbariche”, la trasmissione in onda su La7 condotta da Daria Bignardi. «Non credo che Dio si preoccupi se ci abbracciamo con una persona piuttosto che con un’altra», ha detto Crocetta, secondo il quale sarebbe assurdo che Dio creasse gli esseri umani «a sua immagine e somiglianza», donasse loro la sessualità e poi gliela negasse. «Anche questo supplizio a cui sono sottoposti i preti, a cui si nega il diritto e la possibilità dell’amore fisico mi sembra assurdo», ha aggiunto il presidente della Regione Sicilia. «Noi dovremmo cominciare a parlare di una Chiesa in cui possa diventare papa una donna, i preti possano sposarsi e celebrare i matrimoni gay. Dobbiamo pensare ad una Chiesa che sia espressione dell’umanità, perché io mi rifiuto di pensare che ci si possa avvicinare al sacro negando l’essere umano». «Ma il suo confessore sa che lei pensa queste cose? E la assolve?», chiede Daria Bignardi. E Crocetta: «Certo che lo sa. E perché non mi dovrebbe assolvere? I preti hanno assolto i mafiosi, non vedo perché non potrebbero assolvere una persona che candidamente ammette di non considerare un peccato l’amore donato da Dio. E io considero persino la mia omosessualità un dono di Dio, non una colpa».
Sono «assolutamente in disaccordo con le sue affermazioni sulla Chiesa», replica il parroco, nonché confessore di Crocetta, in una lettera aperta indirizzata al presidente della Regione Sicilia. Si tratta di «uscite fuori luogo, caro presidente Crocetta», prosegue la lettera di don Petralia, che «mi sono sinceramente nuove, ripeto, completamente nuove. Mi dispiace, ma sono affermazioni da showman piuttosto che da politico o da cristiano-politico». Inoltre, aggiunge il parroco, si tratta di questioni «non negoziabili», su cui non ci può essere dibattito: «Sono temi molto seri e già risolti all’interno della Chiesa cattolica, la quale – scrive il parroco di Gela, città di cui Crocetta è stato sindaco dal 2002 al 2009, con un forte impegno antimafia – non attende soluzioni dall’onorevole Crocetta, non essendo egli né biblista, né teologo, né per altro titolo competente in queste questioni».
Mi pare «irrituale e persino offensivo che un parroco entri in questo modo nella libertà di pensiero di una persona», prova a replicare Crocetta. Quella di don Petralia, prosegue il presidente della Regione Sicilia, «mi sembra una specie di bolla contro Lutero». Ma il parroco di Gela non vuole sentire ragioni: «Con queste affermazioni, il governatore Crocetta si è posto fuori dalla Chiesa cattolica», ha puntualizzato don Petralia alla stampa. «Potrà essere perdonato in confessione e rientrarvi solo se dimostrerà non solo a parole, ma nei fatti di essersi sinceramente pentito di quello che ha detto». Amen.

Un pontificato in duplex

24 marzo 2013

“il manifesto”
24 marzo 2013

Luca Kocci

Joseph Ratzinger, il papa emerito, aspetta a bordo pista dell’eliporto della villa pontificia di Castel Gandolfo. Dall’elicottero dell’Aeronautica militare scende Jorge Mario Bergoglio, il papa regnante. I due si salutano con un abbraccio. È cominciato così l’incontro dei due papi che ieri, dopo le dimissioni di Ratzinger e l’elezione di Bergoglio, hanno trascorso due ore e mezza insieme. In attesa, fra un paio di mesi, di iniziare la loro coabitazione in Vaticano, dove il papa tedesco tornerà non appena saranno conclusi i lavori di ristrutturazione nell’ex convento di clausura che lo accoglierà nei prossimi anni.

Un incontro storico quello di ieri. L’ultima volta in cui ci sono stati due papi, anzi tre, risale ai tempi del “grande scisma” della Chiesa d’Occidente, fra la fine del ‘300 e l’inizio del ‘400. E prima di loro, alla fine del ‘200, la convivenza fra Bonifacio VIII e Celestino V fu tutt’altro che pacifica: papa Caetani, per paura che Pietro da Morrone si rimangiasse le dimissioni dal soglio pontificio, lo fece rinchiudere nella rocca di Fumone, in Ciociaria.

Ratzinger e Bergoglio hanno pregato insieme, uno accanto all’altro sullo stesso inginocchiatoio, e hanno pranzato, in compagnia di mons. Gaenswein, segretario di Ratzinger ma anche prefetto della casa pontificia – cioè “amministratore di condominio” dell’appartamento di Bergoglio –, e di mons. Xuereb, secondo segretario di Ratzinger, “prestato” al suo successore in questi giorni di pontificato. Prima c’è stato anche un colloquio riservato fra i due papi, durato 45 minuti, quindi non meramente formale, durante il quale avranno sicuramente affrontato anche alcuni temi caldi, come il Vatileaks, una questione che inevitabilmente li lega in maniera pressoché esclusiva: Ratzinger ha infatti blindato la relazione segreta dei tre cardinali Herranz, Tomko e De Giorgi – non se ne è saputo nulla nemmeno durante il pre-conclave, nonostante ai tre fosse stata allentata la consegna del silenzio –, disponendo che fosse consegnata al suo successore. Si pensava anche che i due papi si confrontassero sul memoriale che Ratzinger aveva lasciato a Bergoglio, ma padre Lombardi ha negato perentoriamente: «Non esiste e non è mai esistito un simile documento», ha detto il portavoce della Santa sede, smentendo contemporaneamente mons. Loris Capovilla (storico segretario di papa Roncalli) che aveva parlato del dossier, il quotidiano della Cei Avvenire, che aveva pubblicato le dichiarazioni di Capovilla, e il giornalista Marco Roncalli (nipote di Giovanni XXIII) che aveva realizzato l’intervista. In ogni caso durante il colloquio, le cui prime battute sono state trasmesse in mondovisione dal Centro televisivo vaticano, in bella mostra sul tavolino che separava i due papi compariva una cassetta di documenti e una busta chiusa che Bergoglio ha poi portato con sé. Indicazioni utili per il nuovo papa che dopo Pasqua comincerà a mettere mano alla riorganizzazione della Curia e dei dicasteri vaticani

Intanto in questi giorni Bergoglio ha avviato un giro di consultazioni informali, con una serie di colloqui con alcuni porporati, per lo più latinoamericani, fra cui senz’altro il francescano brasiliano Claudio Hummes, il cardinale che, come ha raccontato lo stesso Bergoglio, gli fu vicino in conclave facendogli venire in mente il nome Francesco, profondo conoscitore dei sacri palazzi, dal momento che dal 2006 al 2010 è stato prefetto della Congregazione per il clero.

Oggi cominciano la “settimana santa” e le celebrazioni pasquali, con la messa della domenica della palme e l’Angelus in piazza san Pietro. E oggi è anche l’anniversario dell’assassinio di mons. Romero, ucciso dai sicari della giunta militare salvadoregna il 24 marzo 1980. Sono in tanti ad aspettare che Bergoglio non solo lo ricordi ma sblocchi anche il processo di beatificazione, fermo dal 1997 per le resistenze dell’episcopato conservatore e per la freddezza dimostrata da Wojtyla e Ratzinger. Lo chiede anche il Nobel per la pace Adolfo Perez Esquivel, che a proposito del ruolo di Bergoglio negli anni della dittatura argentina, in un’intervista che uscirà sul numero di aprile del mensile Confronti, ha chiarito la sua posizione: «Bergoglio non è stato un complice della dittatura», però «non ebbe il coraggio, come lo ebbero altri sacerdoti, religiosi, religiose e anche vescovi, di porsi alla guida di coloro che lottavano per i diritti umani». Un giudizio simile a quello del gesuita (come Bergoglio) spagnolo, naturalizzato salvadoregno, Jon Sobrino, che nel 1989 sfuggì fortunosamente ad un attentato in cui vennero uccisi sei suoi compagni gesuiti (e due donne) all’università di San Salvador: «Non è corretto parlare di complicità, tuttavia Bergoglio si è sempre tenuto lontano dalla Chiesa popolare impegnata contro la dittatura».

Il «relativismo» di Francesco

23 marzo 2013

“il manifesto”
23 marzo 2013

Luca Kocci

Due papi seduti alla stessa tavola. Pranzeranno insieme oggi il pontefice regnante, Bergoglio, che a mezzogiorno decollerà dal Vaticano in elicottero per Castel Gandolfo, e quello emerito, Ratzinger, che nel paese dei Colli albani risiede dalla sera del 28 febbraio, quando ha lasciato il pontificato.

Un incontro riservato, che sarà guidato da mons. Georg Gaenswein, segretario di Ratzinger ma anche Prefetto della casa pontificia, quindi fino ad ora il più stretto collaboratore di Bergoglio. Un evento inedito nella storia del papato moderno – l’ultima compresenza di due pontefici risale al medioevo – e una sorta di passaggio di consegne fra quelli che furono i principali “rivali” anche nel conclave del 2005 quando Ratzinger fu eletto dopo un testa a testa proprio con Bergoglio. I due papi parleranno anche delle questioni scottanti che hanno investito la Curia romana, a cominciare dal Vatileaks. La relazione segreta redatta dai tre cardinali incaricati da Ratzinger – l’opusdeista Herranz, De Giorgi e Tomko – al termine di un’inchiesta interna ai sacri palazzi è stata consegnata a Bergoglio che finalmente l’ha letta ed oggi potrà confrontarsi con il suo predecessore. Ma c’è anche un altro dossier, preparato dallo stesso Ratzinger: «Benedetto XVI ha lasciato sulla scrivania del suo successore qualcosa come trecento pagine scritte personalmente da lui», ha rivelato pochi giorni fa ad Avvenire mons. Loris Capovilla, storico segretario di papa Roncalli. Nelle stanze della villa pontificia di Castel Gandolfo, quindi, risuoneranno argomenti che, indipendentemente da come li utilizzerà, saranno sicuramente utili a Bergoglio, il quale nelle prossime settimane comincerà a mettere mano alla riorganizzazione della Curia e dei dicasteri vaticani.

Ieri papa Francesco ha ricevuto in udienza i rappresentanti del corpo diplomatico accreditato presso la Santa sede, ai quali ha rivolto un discorso con alcuni contenuti tipicamente ratzingeriani, quasi un viatico per l’incontro di oggi. Bergoglio ha parlato della «povertà spirituale dei nostri giorni, che riguarda gravemente anche i Paesi considerati più ricchi». È quella che «il mio predecessore», prosegue, chiamava «dittatura del relativismo, che lascia ognuno come misura di se stesso e mette in pericolo la convivenza tra gli uomini». Dopo molte parole e gesti di “rottura”, è la prima volta che Bergoglio si colloca in netta, e dichiarata, continuità con il suo predecessore e con la tradizione degli ultimi anni: sia per aver riproposto il tema del «relativismo» – il peccato più grave delle società contemporanee secondo Ratzinger e Wojtyla –, sia per aver colto l’occasione dell’udienza agli ambasciatori per richiamare gli Stati all’attenzione ai valori cattolici (sebbene i discorsi di Ratzinger avessero toni e argomenti da crociata in difesa dei «principi non negoziabili»). Ma papa Francesco è tornato anche sui temi dei primi scampoli di pontificato: l’attenzione ai poveri e agli emarginati «per edificare società più umane e più giuste», la «pace», il «rispetto per tutto il creato» e la custodia dell’ambiente che troppo spesso «sfruttiamo avidamente», il «dialogo fra le varie religioni» (e in particolare l’Islam) e con «i non credenti, affinché non prevalgano mai le differenze che separano e feriscono ma, pur nella diversità, vinca il desiderio di costruire legami veri di amicizia tra tutti i popoli».

Intanto torna alla ribalta lo Ior. Un’inchiesta dell’Espresso di ieri rivela che a fine febbraio la Guardia di Finanza ha fermato all’aeroporto di Ciampino mons. Roberto Lucchini, stretto collaboratore del segretario di Stato Bertone, e l’avvocato Michele Briamonte, partner dello studio torinese Grande Stevens, consigliere di amministrazione del Monte dei Paschi di Siena – e nell’inchiesta Mps è comparso anche lo Ior – e consulente della banca vaticana. I due si sarebbero opposti alla perquisizione dei bagagli esibendo passaporti vaticani, una versione però smentita da Briamonte. E dal Vaticano filtra la notizia secondo cui lo Ior verrebbe presto posto sotto il controllo della Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano, il dicastero che insieme al Governatorato amministra lo Stato vaticano. Un’operazione trasparenza secondo alcuni. Ma il presidente di entrambi gli organismi è un fedelissimo di Bertone, il card. Giuseppe Bertello, che il segretario di Stato volle fortemente su quelle poltrone, per cui il trasferimento potrebbe configurare un maggiore controllo, sebbene indiretto, di Bertone, ormai prossimo a lasciare l’incarico. Di sicuro lo Ior sarà una delle prime patate bollenti che Bergoglio dovrà maneggiare, mentre ancora risuonano le parole pronunciare dal cardinale africano John Onaiyekan prima del conclave: «Non credo che san Pietro avesse una banca».

Una Chiesa povera, collegiale ed evangelica. Le proposte della rete dei Viandanti

22 marzo 2013

“Adista”
n. 11, 23 marzo 2013

Luca Kocci

Centralità del Vangelo più che del magistero, Chiesa povera e dei poveri, sinodalità, corresponsabilità, sacerdozio comune, valorizzazione del ruolo delle donne: sono i punti fondamentali della “agenda” per la Chiesa di domani messi a punto collettivamente dai Viandanti (una rete di gruppi cattolici di cui fanno parte, fra gli altri, il Chicco di Senape di Torino, Fine Settimana di Verbania, Galilei di Padova, l’Altrapagina di Città di Castello, Oggi la Parola, Lettera alla Chiesa fiorentina e i periodici Esodo e Il Gallo) e sviluppati nella “Lettera alla Chiesa che è in Italia”, presentata il 16 marzo scorso, in un incontro pubblico al Centro San Fedele di Milano a cui hanno partecipato, fra gli altri, il presidente dei Viandanti Franco Ferrari, la teologa Marinella Perroni, don Giovanni Nicolini e Giancarla Codrignani (il testo integrale della lettera si trova sul sito dell’associazione: www.viandanti.org).
Prendiamo la parola in quanto «battezzati», scrivono i Viandanti, ringraziando tutti quei cristiani che, nel corso del cammino della Chiesa hanno dimostrato di «non annacquare la buona notizia del Vangelo» e si sono impegnati per «edificare una Chiesa più libera, più misericordiosa, più semplice, più audace, più aperta, più fraterna, più evangelica e conciliare». E proprio il Concilio è la stella polare che guida la riflessione della rete di base dei cattolici: «Sentiamo di non poter tacere di fronte ad alcune sfide che il nostro tempo pone alla fede cristiana, perché riteniamo che non siano adeguatamente affrontate dall’annuncio e dalla pastorale così come oggi sono tendenzialmente impostate», scrivono, evidenziando la diffusione, all’interno della comunità dei credenti, «di situazioni di disagio di fronte alla difficoltà della gerarchia di rispondere secondo lo spirito del Vangelo ai “segni dei tempi” e di realizzare, con un positivo confronto tra pastori e fedeli, atteggiamenti e pratiche di ascolto, sinodalità e corresponsabilità come frutto e sviluppo del Concilio Vaticano II».

Segni dei tempi e sogno di una Chiesa povera
E sono tre i “segni dei tempi” – espressione conciliare della Gaudium et spes – da discernere e a cui rispondere. Il primo, «dire Dio», ovvero la «necessità del ritorno ai temi essenziali del Vangelo e, insieme, coscienza della complessità culturale e delle sfide reali che ciò comporta». Sarebbe bello, scrivono, che nell’Anno della fede, «l’attenzione si rivolgesse più direttamente, alla Parola del Vangelo piuttosto che al Catechismo della Chiesa Cattolica».
E poi il nuovo «contesto multiculturale nel quale viviamo». «L’accoglienza – si legge nella Lettera dei Viandanti – non può essere stemperata in nome della difesa di presunte identità cristiane; posizioni esplicitamente razziste da parte di movimenti e partiti non devono trovare silenziosi i pastori, né per conservare la contiguità con il potere, né per timore di perdere appoggi».
Infine «l’emergere della presenza globale dei poveri». «Siamo chiamati – scrivono i Viandanti – a pronunciare parole evangeliche per un superamento di una crisi che non è la fine del mondo, ma di un modello di mondo. È una crisi non solo economico-finanziaria, ma anche culturale ed etica, una crisi di sistema e non solo congiunturale, che necessita per il suo superamento non di semplici aggiustamenti, ma di cambiamenti radicali e alternativi, sia sul piano delle strutture sia su quello degli stili di vita». Si tratta allora di «recuperare la via non solo pastorale, indicata dal Concilio, di una Chiesa povera e dei poveri che guarda e valuta la realtà a partire dalla prospettiva dei poveri: una Chiesa che vive la povertà e la sobrietà non come optional, ma come scelta indilazionabile e costitutiva. È un potente segno evangelico una Chiesa che dismette, a tutti i livelli, ogni vestigia di potere e opulenza, per una testimonianza amorevole di servizio e di sobria economia».

Confronto, sinodalità, corresponsabilità
L’aggiornamento radicale della struttura ecclesiastica e della ecclesiologia, in linea con le istanze emerse durante il Concilio Vaticano II, è il cuore della “Lettera alla Chiesa che è in Italia”. «Riteniamo necessario nella Chiesa – scrivono – il confronto libero tra le diversità esistenti: la libertà di pensiero deve essere accettata senza emarginazioni, avendo presente che l’obbedienza, in certi casi, non è una virtù. Nella Chiesa locale vorremmo che il ministero della sintesi e della guida da parte del vescovo non prescindesse dall’ascolto delle diverse esperienze. Pensiamo che la libertà di espressione, di ricerca teologica e la presenza di un’opinione pubblica nella Chiesa non solo non comprometterebbero, ma anzi darebbero maggior forza e visibilità alla specifica missione del magistero dei vescovi».
Il nodo, secondo i Viandanti, è la progressiva verticalizzazione della struttura ecclesiastica, da arginare non con “rivoluzioni copernicane” ma con la riscoperta del «sacerdozio comune». «Il problema più grave che stiamo vivendo nella vita ecclesiale – scrivono – è la frattura tra “sacerdozio ministeriale” e “sacerdozio comune” e la ri-gerarchizzazione autoritaria del loro rapporto. Il conseguente rischio, pur non sempre immediatamente percepibile, è l’inefficacia del “sacerdozio comune” che ha, tra i suoi esiti visibili, anche la perdurante flessione delle vocazioni al sacerdozio ministeriale». Si tratta allora di «costruire una Chiesa che coincida effettivamente con il Popolo di Dio, secondo le indicazioni conciliari», a partire per esempio dalla «purificazione del linguaggio» – evitando l’uso del termine «sacerdoti» per indicare i soli presbiteri –, fino a «ripensare profondamente le modalità tradizionali della formazione dei presbiteri, superando la “separatezza” rispetto al Popolo di Dio e alla storia dell’uomo».
La verticalizzazione della struttura ecclesiastica rende «evanescente» la comunità cristiana, che «non ha alcun ruolo, non ha alcuna autonomia decisionale» e inevitabilmente «si riduce ad essere un’esecutrice, più o meno fedele, di ordini e di prescrizioni che piovono dall’alto». In questo contesto non c’è spazio per «una vera corresponsabilità laicale, anzi si favorisce un’immagine della Chiesa in competizione più che in dialogo col mondo, chiusa in se stessa più che aperta ai “segni dei tempi”; col pericolo di un neo-trionfalismo liturgico», reso ancora più evidente «dal ritorno, legittimato ufficialmente, a ritualità preconciliari».
Si tratta allora di «praticare il coraggio della franchezza e la pazienza della sinodalità, in modo che tutti (laici, presbiteri, religiosi, vescovi) si aiutino a vicenda nel riscoprire e rendere operanti le funzioni che competono a ciascuno, soprattutto in vista di mettere comunitariamente a fuoco le modalità del necessario aggiornamento», perché «in una Chiesa sinodale tutte le voci devono, non solo essere ascoltate, ma essere considerate e coinvolte nell’assunzione delle decisioni».

Una diversa prassi pastorale
Anche nella prassi pastorale, scrivono i Viandanti, è urgente una «conversione», nella direzione indicata dal Concilio: «Da una Chiesa centrata su se stessa a una Chiesa centrata sul servizio del Regno dato ai poveri; dalla preminente sacramentalizzazione al primato dell’evangelizzazione; dal clericalismo alla corresponsabilità di tutti i battezzati; dall’improvvisazione individualistica ad una pastorale progettuale, organica e contestualizzata; dall’attivismo alla sapienza della croce come misura della propria efficacia/efficienza».
Si tratta di passare «da una prassi pastorale pensata per istruire, per insegnare verità (da apprendere), per illustrare precetti e norme (da eseguire fedelmente) ad una prassi che pone al proprio centro la formazione di coscienze mature, di persone capaci di assumersi le proprie responsabilità, di camminare insieme agli altri con le proprie gambe e di ragionare con la propria testa, di operare scelte di fondo umanizzanti e liberanti». E in questa diversa prassi pastorale, scrivono i Viandanti – che tuttavia in questo passaggio sembrano far prevalere qualche timidezza, forse per la delicatezza del tema – «potrà trovare la giusta collocazione anche l’attenzione a tutte le realtà di solito percepite come diverse», come per esempio «quella delle persone omosessuali».
In ogni caso «la prospettiva di sinodalità permanente si configura come lo strumento più idoneo per avviarsi verso quella ecclesiologia di comunione, comunque sempre da conquistare e confermare: una sinodalità capace di coinvolgere tutti i membri del Popolo di Dio. La valorizzazione del “ministero laicale” è la condizione principale, per camminare verso una tale Chiesa sinodale». E anche «l’assunzione piena del regime di laicità che le società attuali pongono alla base della propria costituzione. Una laicità che non esclude e non emargina le realtà che rimandano ad esperienze religiose. Una laicità che chiede alla Chiesa di dismettere le forme attuali di presenza nello spazio pubblico che non ne rispettano lo spirito (come l’insegnamento confessionale della religione cattolica nello Stato di tutti).

Le donne nella Chiesa
Presente, ma un po’ debole – perlomeno rispetto ad istanze più radicali che si levano da altri settore del mondo cattolico di base – il tema del ruolo delle donne nella Chiesa.
La liberazione evangelica, scrivono i Viandanti, deve fare riconsiderare «una prassi lunga di svalutazione delle donne, di esclusione dallo spazio dei ministeri ordinati, di privazione del diritto a parlare con autorità», una «prassi che si vuole fondata sull’esplicita volontà di Gesù e su una millenaria Tradizione. Senza pretese di sostituirci al Magistero, ci chiediamo solo, nella semplicità ma anche nell’autenticità della nostra autocoscienza credente, se era così la prassi di Gesù verso le donne, quale appare dai Vangeli». Un tema sensibile, spesso percepito, «in tanta parte del clero», con «un certo fastidio» e ritenuto «marginale», mentre «ha una sua evidente centralità e profonde implicazioni per l’esegesi, per la comprensione della dottrina e, soprattutto, per le relazioni stesse dentro il tessuto ecclesiale». Del resto, si legge nella Lettera alla Chiesa, anche su questo argomento, nel post Concilio sono emerse importanti indicazioni: «L’immagine materna e paterna di Dio», «la novità dirompente del comportamento di Gesù nei confronti delle donne», «la “parzialità” dei generi sessuali per cui uomo e donna insieme sono l’immagine di Dio», «la possibilità di “letture di genere” che gettano nuova luce interpretativa su molte pagine della Bibbia» e «l’esistenza del diaconato femminile in alcune delle prime comunità».
Si tratta allora di avere «uno “sguardo” nuovo che vede l’obsolescenza anti-evangelica di una struttura piramidale clericale, che sembra tendere all’autoconservazione e che non sembra disposta a promuovere un ministero presbiterale più vicino alle comunità, camminando con tutti i battezzati su un piano di uguale dignità, accogliendone realmente il sacerdozio comune, su cui s’innestano i diversi ruoli del servizio alla comunità, adeguati ai tempi e ai carismi delle persone». È necessario allora, scrivono i Viandanti – le cui proposte restano però sottintese, perlomeno su questo aspetto –, «un percorso di riconciliazione che, partendo da un ripensamento critico del passato, dal riconoscimento degli errori commessi nei confronti delle donne, possa arrivare alla consapevolezza di una necessaria conversione e a una richiesta di perdono».

L’agenda per la Chiesa di domani
La sintesi in sette punti, una sorta di agenda per la Chiesa di domani: «Dialogo con il mondo», con la «piena assunzione dei problemi che assillano l’uomo contemporaneo (ingiustizie, violenze, corruzione, emergenze etiche e sociali), nella consapevolezza che la Chiesa manifesta l’amore per l’intera famiglia umana, senza contrapporsi ad essa»; «unità della Chiesa», con la «ripresa decisa del cammino ecumenico, che appare stanco, se non fermo»; «rilancio convinto della riforma liturgica conciliare, senza confusioni nostalgiche e ritualismi»; «centralità ecclesiale dell’eucaristia e riconsiderazione di discipline rigoristiche», come per esempio quelle per «i divorziati risposati e le coppie di fatto»; «Chiesa sinodale», con la «reale attuazione, nello spirito e nelle forme istituzionali, dell’ecclesiologia di comunione del Concilio, mettendo in evidenza la comune dignità e responsabilità di tutti i cristiani fondata sul battesimo»; sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune», aprendo una riflessione franca «sul ruolo dei presbiteri, sulla loro formazione e sulla permanenza della loro disciplina celibataria» e sul ruolo della donna, valorizzando «la ministerialità femminile» e considerando la possibilità «di restaurare il diaconato femminile»; «Chiesa povera e dei poveri», ripensando in profondità «ciò che la fedeltà al Vangelo oggi chiede per ciò che attiene l’uso e la gestione dei beni, l’opzione preferenziale dei poveri e della liberazione evangelica, il rapporto con il potere e con la dimensione della laicità dello Stato».

Il potere secondo Francesco

20 marzo 2013

“il manifesto”
20 marzo 2013

Luca Kocci

Fra i cori da stadio dei papaboys e i silenzi di chi era in piazza per pregare, è cominciato solennemente il pontificato di papa Francesco, al secolo Jorge Mario Bergoglio. Alla messa di «inizio del ministero petrino», celebrata ieri in piazza San Pietro, c’erano 150-200mila persone (e 40mila erano in Plaza de Mayo, a Buenos Aires, salutati “in diretta” da Bergoglio via telefono). Un numero assai inferiore a quello profetizzato dal sindaco di Roma Alemanno (“oltre 1 milione»), comunque una grande folla – in Vaticano le ultime adunate di queste dimensioni risalgono a Wojtyla – che fin dalle prime ore del mattino ha preso d’assalto bus e metropolitane e ha invaso via della Conciliazione e Borgo Pio, tentando di entrare in piazza o di trovare posto davanti ad uno dei 5 maxischermi allestiti per l’occasione.

Sul sagrato di San Pietro, oltre ai cardinali che la scorsa settimana hanno eletto Bergoglio al soglio pontificio, c’erano 132 delegazioni di Paesi esteri – sovrani regnanti, capi di Stato e di governo, ministri – e rappresentanti di organizzazioni internazionali, Chiese cristiane (in tutto 33, questa mattina saranno ricevuti dal papa) e altre religioni, fra cui ebrei, musulmani, buddisti e sikh. C’era anche il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I. Un evento storico perché, se è vero che altri incontri ci sono stati sia a Roma che a Istanbul, è la prima volta che il patriarca partecipa alla messa di inizio pontificato. Un “disgelo” favorito anche dalla scelta di Bergoglio di presentarsi, fin dal primo momento, come «vescovo di Roma» e non come «sommo pontefice romano», rimuovendo almeno verbalmente uno degli ostacoli al cammino ecumenico. Fra i pochissimi ospiti espressamente invitati da Bergoglio anche Sergio Sanchez, rappresentante dei cartoneros di Buenos Aires, che battono le strade alla ricerca di cartoni e altro materiale da riciclo.

Alle 9, quando papa Bergoglio attraversa piazza San Pietro a bordo della papamobile – facendo anche lui le soste mediatiche introdotte da Wojtyla per baciare i bambini e salutare un giovane disabile –, il “tifo” si scatena. Comincia la celebrazione e l’atmosfera torna più sobria. Prima c’è la sosta in basilica, presso il sepolcro di Pietro sotto l’altare maggiore, insieme ai patriarchi delle Chiese orientali. Poi, in piazza, la consegna dei simboli papali: il pallio, la striscia di lana con le croci rosse, simbolo evangelico della pecora portata sulle spalle dal “buon pastore”; e l’anello del pescatore, d’argento non d’oro, con l’immagine dell’apostolo Pietro che impugna le chiavi. Quindi la messa, tradizionale, anche se i paramenti indossati da Bergoglio sono estremamente semplici (si racconta che la sera dell’elezione, quando il cerimoniere Guido Marini, un tradizionalista cresciuto alla scuola del cardinale genovese ultraconservatore Giuseppe Siri, porse a Bergoglio la mozzetta rossa e la croce d’oro, il neo-papa gli rispose: «Questa la mette lei»): canti in gregoriano, Vangelo in greco (ma in passato si leggeva anche in latino), preghiere in latino. Solo l’omelia in italiano: «Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà», ha detto Bergoglio, di essere «custodi della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo». E poi, sul ministero del «nuovo vescovo di Roma», che comporta anche un «potere»: il «vero potere è il servizio», per «accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli», «chi ha fame, sete, chi è straniero, nudo, malato, in carcere».

Al termine, in basilica, i saluti alle delegazioni estere. Per l’Italia c’è Napolitano, Monti e anche la neopresidente di Montecitorio Laura Boldrini, che già spera che il papa «voglia presto venire alla Camera». C’è la presidente del Brasile Dilma Rousseff, che questa mattina, a sorpresa, sarà ricevuta in udienza privata. E c’è anche il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, accusato di gravi violazioni dei diritti umani nel suo Paese: parla, mentre Bergoglio ascolta, in silenzio. Dopo poco gli addetti al cerimoniale lo sollecitano a velocizzare i saluti. L’imbarazzo è evidente.

Di fuori, in piazza, ricompare l’istrionico cardinale americano Timothy Dolan,  uno dei sostenitori di Bergoglio in conclave: «Sto cercando i bignè di san Giuseppe», chiede ai cronisti. La messa è finita.

Vaticano città aperta

19 marzo 2013

“il manifesto”
19 marzo 2013

Luca Kocci

Inizia oggi, con una messa solenne in piazza san Pietro, il pontificato di Jorge Mario Bergoglio, 266mo vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica. Annunciata un’invasione di fedeli, come non si vedeva dai tempi di Wojtyla: oltre un milione, azzardano il sindaco Alemanno e il prefetto Pecoraro, più realisticamente la Questura ne prevede 200mila.

In Vaticano sono attese più di 130 delegazioni di Paesi esteri, di organismi internazionali, di Chiese cristiane – fra cui il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I – e di altre religioni: sovrani, come Alberto II e la regina Paola del Belgio; capi di Stato e di governo, dalla brasiliana Dilma Rousseff al cileno Pinera, dal vicepresidente Usa Biden alla cancelliera tedesca Merkel; autorità europee come il presidente della Commissione europea Barroso. Ha fatto sapere che ci sarà anche il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, accusato di gravi violazioni dei diritti umani nel suo Paese e per questo persona “non gradita” negli Usa e nella Ue. Già nel 2005 eluse i divieti di transito in Italia per partecipare ai funerali di Wojtyla, grazie ad una speciale deroga per “motivi religiosi”. Del resto, ha chiarito il direttore della sala stampa vaticana padre Lombardi, «la Santa sede informa che c’è la messa di inizio pontificato e non fa inviti specifici». Quindi nemmeno pone divieti. Tuttavia Lombardi precisa che «il papa non distribuirà la comunione», ci penseranno 500 fra preti e diaconi sparsi nella piazza. Una precauzione, forse, per evitare situazioni imbarazzanti: oltre al dittatore Mugabe, nelle delegazioni internazionali ci saranno anche diversi separati e divorziati risposati, nei confronti dei quali la dottrina cattolica è molto rigida. Nutrita anche la pattuglia italiana che sarà composta da 16 persone, fra cui Napolitano, Monti e i neo-presidenti diu Camera e Senato Boldrini e Grasso.

Ci sarà anche la presidente dell’Argentina Cristina Kirchner, che ieri è stata ricevuta in udienza privata in Vaticano da Bergoglio. Un incontro cordiale ma ad alta tensione, visti i rapporti difficili fra l’ex arcivescovo di Buenos Aires – e presidente della Conferenza episcopale argentina dal 2005 al 2011 – e la famiglia presidenziale. «Bergoglio è il vero capo dell’opposizione nel Paese», diceva del papa il marito di Cristina, Nestor Kirchner, alla presidenza della Repubblica dal 2003 al 2007, prima di lasciare la poltrona alla moglie. La quale, dal canto suo, si è scontrata duramente con Bergoglio soprattutto in occasione dell’approvazione della legge per le unioni omosessuali, che l’arcivescovo definì frutto della «invidia del demonio». «Ho trovato il papa sereno, ma anche preoccupato per il nuovo compito da affrontare e perché sa di dover cambiare molte cose», ha detto al termine dell’incontro Cristina Kirchner, che ha anche chiesto a Bergoglio di «intercedere tra Argentina e Gran Bretagna per agevolare il dialogo sulle isole Falkland-Malvinas».

E a proposito delle «molte cose da cambiare», prima della presidente argentina, papa Francesco ha incontrato il cardinal Bertone, il segretario di Stato nominato da Ratzinger, che ormai sta iniziando a preparare le valigie. Formalmente, ma era un atto dovuto, è stato confermato al suo posto «donec aliter provideatur» (fino a che non si provveda altrimenti) – e con lui tutti gli altri capi dicastero –, come recita lo scarno comunicato della Santa sede diffuso pochi giorni fa. Ma di fatto è in partenza: «Il santo padre desidera riservarsi un certo tempo per la riflessione, la preghiera e il dialogo, prima di qualunque nomina o conferma definitiva», aggiunge la nota. Una precisazione inusuale e diametralmente opposta a quanto avvenne nel 2005, quando si insediò Ratzinger che immediatamente confermò sia il segretario di Stato Sodano, sia i sostituti per gli Affari generali e per i Rapporti con gli Stati (i ministri degli Interni e degli Esteri), lasciandoli al loro posto per 1-2 anni.

Ad attendere la partenza di Bertone è anche Pietro Orlandi, fratello di Emanuela Orlandi, che domenica mattina, al termine della messa celebrata da Bergoglio nella parrocchia di Sant’Anna in Vaticano, ha potuto scambiare qualche parola con il nuovo papa, dopo anni in cui un rigido “cordone sanitario” lo aveva tenuto a distanza di sicurezza. «Abbiamo consegnato a Bertone una petizione con 140mila firme perché fosse aperta un’inchiesta interna al Vaticano sulla scomparsa di Emanuela e non abbiamo avuto nessuna risposta». Con un nuovo segretario di Stato, si augura Orlandi, il muro del silenzio potrebbe cadere.

Il rottamatore di Dio

17 marzo 2013

“il manifesto”
17 marzo 2013

Luca Kocci

Quello di questa mattina, con l’Angelus in piazza san Pietro, sarà il primo vero bagno di folla di papa Bergoglio. In attesa di martedì quando, con la messa di inizio pontificato, è atteso a Roma un milioni di persone, con oltre 100 capi di Stato e di governo.

Intanto, nelle occasioni pubbliche di questi giorni, Bergoglio si conferma papa mediatico e innovatore, perlomeno nei gesti e nelle parole. «Un rottamatore che sta smontando pezzo dopo pezzo il cerimoniale moderno dei pontefici», dice lo storico Alberto Melloni. Ieri, per esempio, alla fine dell’udienza ai 5mila giornalisti che hanno seguito il conclave, il papa ha eliminato la benedizione solenne, che Ratzinger faceva spesso in latino. «Dato che molti di voi non appartengono alla Chiesa e non sono credenti – ha detto in spagnolo –, imparto la benedizione, in silenzio, rispettando la coscienza di ciascuno».

Bergoglio ha anche svelato come sono andate le cose per la scelta del nome Francesco. Appena superato il quorum del 77 voti, il suo vicino di posto in conclave, il francescano brasiliano Hummes, gli ha detto «non dimenticare i poveri». Subito, spiega Bergoglio, «ho pensato a Francesco d’Assisi, l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato, e in questo momento noi non abbiamo una buona relazione con il creato». E ha confessato anche il suo desiderio di «una Chiesa povera e per i poveri». Un’affermazione decisamente in controtendenza rispetto al trionfalismo trasmesso dagli ultimi due pontificati di Wojtyla e Ratzinger. Che tuttavia, facendo un po’ di esegesi, rivela una visione diversa da quella conciliare: papa Roncalli parlò di «Chiesa dei poveri», quella di Bergoglio è una Chiesa «per i poveri», in cui quindi la componente paternalistica e caritatevole sembra prevalere rispetto a quella di liberazione.

Arrivano anche i primi atti di governo del nuovo papa, con la conferma, scontata, dei capi dei dicasteri curiali e vaticani «donec aliter provideatur», cioè fino a che non si provveda altrimenti. Tuttavia, nel comunicato della sala stampa, c’è una precisazione non scontata: «Il santo padre desidera riservarsi un certo tempo per la riflessione, la preghiera e il dialogo, prima di qualunque nomina o conferma definitiva». Non andò così con Ratzinger il quale, due giorni dopo la sua elezione a papa, confermò come segretario di Stato il cardinal Sodano, citandolo espressamente, e lasciandolo al suo posto per oltre un anno, fino al raggiungimento dell’età pensionabile. E così fece con molti altri, a partire dai due sostituti della Segreteria di Stato, per gli Affari generali e per i Rapporti con gli Stati (i ministri degli Interni e degli Esteri). Sembrerebbe invece che Bergoglio – perlomeno a questo fa pensare l’inciso del comunicato ufficiale – voglia prendersi ancora qualche settimana di tempo per poi procedere ad un ricambio robusto e generalizzato dei vertici della curia e del governatorato, cominciando proprio dalla Segreteria di Stato di Bertone. Saranno proprio queste nomine a rivelare se veramente quello di Bergoglio sarà un pontificato di rottura e quale direzione potrà prendere, al di là dei gesti e delle parole apparentemente “rivoluzionarie” di questi giorni.

Domani ci sarà la prima udienza del papa con un capo di Stato: la presidente argentina Cristina Kirchner. E fra i due i rapporti sono tutt’altro che pacifici: Bergoglio, da presidente della Conferenza episcopale argentina (fino al 2011) e da vescovo di Buenos Aires, non è mai stato un suo sostenitore.