Archive for aprile 2013

«Per una scuola smilitarizzata»

27 aprile 2013

“il manifesto”
27 aprile 2013

Luca Kocci

Una lavagna nera di ardesia – non le ipertecnologiche Lim multimediali della scuola 2.0 dei sogni del ministro Profumo – con la scritta «La scuola ripudia la guerra». È il logo della campagna “scuole smilitarizzate” lanciata ieri durante il congresso di Pax Christi, in corso a Roma fino a domani quando al termine di tre giorni di dibattito verrà eletto il nuovo consiglio nazionale del movimento.

Ormai da diversi anni le scuole italiane, soprattutto quelle superiori ma anche elementari e medie non rimangono indenni, sono diventate terra di conquista da parte delle forze armate a caccia di nuove leve per l’esercito professionale e campo di semina della cultura militarista, in palese violazione dell’articolo 11 della Costituzione («L’Italia ripudia la guerra») e delle Linee guida del ministro dell’Istruzione che invece parlano di «educazione alla pace» e di «nonviolenza». «La scuola italiana, attraverso molteplici iniziative inserite nei percorsi formativi, apre spesso le porte ad attività presentate come orientamento scolastico e gestite direttamente dalle forze armate», denuncia il collettivo giovani di Pax Christi, promotori della campagna. «È urgente riaffermare che la scuola deve educare studentesse e studenti alla nonviolenza e alla pace», mentre quando nelle aule «entrano le attività promozionali dell’esercito, della marina e dell’aeronautica si promuove un militarismo che educa all’arte della guerra piuttosto che alla formazione di cittadini che costruiscono la pace con mezzi di pace. È grave la contaminazione dell’attività didattica con la promozione di una cultura di guerra in cui il soldato è proposto come colui che diffonde la pace e sacrifica la sua vita, sorvolando sul fatto che lo fa armi in pugno, imparando ad eliminare l’altro» considerato come «nemico».

Le tappe dell’avanzata dei militari nelle scuole sono numerose. A livello nazionale – prima esistevano “solo” numerosi accordi territoriali fra uffici scolastici periferici, enti locali e distretti militari – ha cominciato il centrosinistra nel 2006, con il programma “La pace si fa a scuola” promosso dalla coppia di alfieri Fioroni (ministro dell’Istruzione) e Parisi (Difesa), che prevedeva la realizzazione di un forum online per mettere in contatto gli studenti con i militari italiani in “missione di pace” in Libano. Poi nella Lombardia formigoniana è arrivato il programma “Allenati per la vita”, brevi corsi di formazione, benedetti dai ministri dell’Istruzione Gelmini e della Difesa Russa, per insegnare la vita militare agli studenti delle superiori: docenti gli stessi militari, materie come armi e tiro, sopravvivenza in ambienti ostili, difesa nucleare, chimica e batteriologica, esame finale una gara tra «pattuglie di studenti». Sempre Gelmini nel 2009 firma un protocollo d’intesa con Finmeccanica perché le lezioni le tengano direttamente i tecnici della principale industria armiera italiana. «Cosa avranno insegnato agli studenti?», si chiede Antonio Lombardi, uno dei referenti della campagna: «Che la guerra è un affare». Ci sono anche le “visite guidate”: i bambini delle elementari di Pisa vanno in tour della caserme della Folgore e gli studenti delle superiori di Giugliano al centro radar della Nato di Licola, uno degli centri vitali delle guerre nel Mediterraneo. Fino all’invenzione ancora di La Russa, forse nostalgico dei campi hobbit, della mini-naja estiva per i giovani di 18-25 anni: tre settimane di vita ed esercitazioni militari, in omaggio la divisa e gli accessori per la guerra simulata.

«Proponiamo alle scuole non progetti aggiuntivi ma di inserire nella didattica degli approfondimenti sui temi della pace e della risoluzione nonviolenta dei conflitti», spiega Eleonora Gallo, del collettivo giovani di Pax Christi. Ma anche «di rinunciare ad esporre manifesti pubblicitari e ad ospitare e a partecipare ad attività delle forze armate finalizzate a propagandare l’arruolamento o a far sperimentare la vita militare agli studenti».

La sintesi sarà la sottoscrizione del “Manifesto della scuola smilitarizzata”, una sorta di “bollino arcobaleno”: «L’istituto si impegna a rafforzare il suo impegno nell’educazione alla pace e alla nonviolenza», si legge nel manifesto, ad «escludere dal proprio piano formativo le attività proposte dalle Forze armate» e a «non organizzare visite che comportino l’accesso degli alunni a caserme, poligoni di tiro, portaerei e ogni altra struttura riferibile all’attività di guerra, anche nei casi in cui questa attività venga presentata con l’ambigua espressione di missione di pace». Si comincia da subito in tre scuole pilota a Venezia, Caserta e Catania. Poi, a settembre, la campagna verrà estesa al resto d’Italia.

Censura e liberazione. Casa editrice di Cl respinge il saggio dello storico che critica Pio XII

26 aprile 2013

“Adista”
n. 16, 27 aprile 2013

Luca Kocci

Proibito avanzare dubbi sulla condotta di Pio XII nei confronti della Soluzione finale contro gli ebrei messa in atto dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. Chi lo fa, anche se si tratta di un autorevole studioso, viene censurato. È accaduto a Gabriele Nissim, saggista storico di origine ebraica, autore di numerosi volumi sui totalitarismi, presidente del comitato per la Foresta dei Giusti, associazione che ricerca in nel mondo i “giusti” di tutti i genocidi (www.gariwo.net).
Allo studioso, La Casa di Matriona (casa editrice dell’associazione Russia Cristiana) e Itaca edizioni (casa editrice espressione di Comunione e Liberazione) avevano chiesto di introdurre una riedizione del volume di Václav Havel Il potere dei senza potere. Nissim scrive una lunga prefazione, la consegna all’editore che però, dopo averla letta, chiede all’autore: «Bisogna cancellare quelle righe su Pio XII. Possono costituire un’offesa al papa ed urtare la sensibilità dei lettori». Nissim rifiuta il diktat: «Sono disposto a dialogare con tutti, Comunione e Liberazione inclusa, ma non sono disposto ad accettare nessun tipo di censura». Allora l’intera prefazione viene gettata nel cestino. Il volume uscirà senza il contributo di Nissim, sostituito da una prefazione di Marta Cartabia, docente di Diritto costituzionale all’Università di Milano-Bicocca e dal 2011 giudice costituzionale nominata da Giorgio Napolitano. La sintesi è facile: censura.
Ma cosa c’era scritto di così «offensivo» nella prefazione di Nissim? Nulla, se non qualche interrogativo sul comportamento di papa Pacelli – di cui Ratzinger, nel dicembre 2009, ha riconosciuto le «virtù eroiche», primo passo verso la beatificazione (v. Adista n. 1/10) – in merito allo sterminio degli ebrei (peraltro numerosi storici, come Giovanni Miccoli, ma anche diversi settori del mondo cattolico da anni rilevano e documentano i «silenzi» di Pio XII sulla Shoah: v. Adista nn. 52/96, 26/98, 77/99, 82/00, 54/02, 3 e 4/05, 71/08 e 17/10).
«Come comportarsi in una situazione senza speranza, dove il corso della storia è in mano a delle forze che calpestano i diritti umani e dove chi resiste non ha nessuna possibilità nel breve termine di vincere la battaglia e può solo registrare la sua impotenza?», chiede Nissim nella prefazione censurata, in cui parla dell’atteggiamento di Havel durante l’invasione sovietica di Praga nel 1968 («Havel scrisse una lettera a Dubček, chiedendogli di non rinunciare alla sua dignità morale e di non diventare lo strumento in mano ai russi per la normalizzazione del Paese»), dei gulag staliniani, dei lager nazisti, di Primo Levi, di Etty Hillesum e di Pio XII. E fa sua una riflessione dello storico della Shoah Yehuda Bauer su due questioni controverse della seconda guerra mondiale: il mancato bombardamento delle strutture che portavano ad Auschwitz da parte degli Alleati e la posizione di Pio XII rispetto alla sorte degli ebrei. Il bombardamento di Auschwitz molto probabilmente non avrebbe salvato gli ebrei ma «si sarebbe potuto lanciare un messaggio di solidarietà alle vittime», scrive: «È stato dunque prima di tutto un fallimento morale, più che un’opzione militare tecnicamente possibile e non portata a termine».
E un analogo ragionamento si può fare a proposito di papa Pacelli. «Una dichiarazione letta alla Radio Vaticana contro lo sterminio degli ebrei non avrebbe avuto nessun effetto pratico – scrive Nissim –. Chi avrebbe ascoltato quella radio, si chiede lo storico ceco-israeliano Bauer? “Un Ss tedesco, un ucraino, un lituano, un lettone, o un burocrate tedesco? Del resto, nel maggio del 1940, quando Pio XII fece una pubblica dichiarazione contro l’invasione nazista in Belgio ed in Olanda, nessuno reagì e vi pose attenzione. Se poi i vescovi avessero ripetuto il suo messaggio nelle cattedrali e i preti nelle chiese, la Ghestapo li avrebbe facilmente censurati. Forse qualche cosa poteva accadere, ma certamente non sarebbe servita per fermare l’Olocausto”. Una simile presa di posizione, dunque, non avrebbe avuto un grande effetto per la sorte degli ebrei, ma avrebbe lasciato comunque un segno morale di grande significato. Se si continua a porre questa domanda e non si trova ancora una risposta soddisfacente è perché si sente questa mancanza, non tanto per l’Italia, perché il clero cattolico in Italia si impegnò nella sua maggioranza per la salvezza degli ebrei, ma per quanto accadde nel resto del mondo. Può sembrare paradossale, ma la più inutile presa di posizione morale, dal punto di vista dei risultati effettivi, non serve soltanto alle vittime, che nella maggior parte dei casi non hanno nemmeno la possibilità di ascoltarla, ma alle generazioni successive che possono così continuare a credere nell’umanità. Di fronte alle macerie e all’orrore, sapendo che c’era qualcuno che aveva osato alzare la sua pur debole voce, ci si sente tutti molto meglio».
Parole giudicate «offensive» dalla casa editrice ciellina che quindi, in nome del valore della libertà proclamato da Havel, ha scelto la censura.

«Ior necessario fino a un certo punto». Ma la riforma?

25 aprile 2013

“il manifesto”
25 aprile 2013

Luca Kocci

Lo Ior? È necessario, ma «fino ad un certo punto». Lo ha detto ieri papa Francesco, nella breve omelia “a braccio” durante la messa che celebra tutte le mattine nella chiesetta interna alla Casa Santa Marta, la residenza dove ha scelto di abitare al posto dell’appartamento pontificio.

Nelle riunioni pre-conclave il cardinale africano John Onaiyekan si era spinto molto più in là: «Lo Ior non è essenziale al ministero del papa – aveva detto –, non credo che san Pietro avesse una banca. Lo Ior non è fondamentale, non è sacramentale, non è dogmatico». Tuttavia le parole di Bergoglio suonano ugualmente inusuali: «Quando la Chiesa vuole vantarsi della sua quantità, moltiplica gli uffici e diventa burocratica, perde la sua principale sostanza e corre il pericolo di trasformarsi in un’organizzazione», ha spiegato il papa. Certo, «ci sono quelli dello Ior… scusatemi…», ha aggiunto rivolgendosi direttamente ad alcuni dipendenti della banca vaticana che partecipavano alla messa, «tutto è necessario, gli uffici sono necessari, ma sono necessari fino ad un certo punto». Sono di «aiuto» alla Chiesa, «ma quando l’organizzazione prende il primo posto, l’amore viene giù e la Chiesa, poveretta, diventa una ong. E questa non è la strada».

Bergoglio non intende chiudere l’istituto di credito, questo è certo, nonostante la tendenza, piuttosto acritica, ad interpretare in chiave rivoluzionaria ogni parola del papa. Lo Ior resta indispensabile per l’esistenza stessa del Vaticano: lo scorso 12 aprile, durante la riunione della Commissione cardinalizia di vigilanza della banca, è stato deciso l’accantonamento «a sostegno del ministero apostolico» del papa di una cifra che dovrebbe aggirarsi – i bilanci della Santa sede verranno resi noti solo a luglio – intorno ai 50 milioni di euro. Una iniezione di liquidità vitale per le casse vaticane. Improbabile quindi che lo stato pontificio si voglia suicidare chiudendo lo Ior.

Più probabile invece che le parole di Bergoglio abbiano una doppia funzione: gettare acqua sul fuoco sulle notizie di stampa che nei giorni scorsi hanno ancora una volta reso pubblici i veleni che circolano nei corridoi della banca e anticipare una riforma che secondo molti comunque ci sarà, anche perché entro l’anno Moneyval, l’organismo di controllo antiriciclaggio del Consiglio d’Europa, procederà ad un nuovo esame per decidere se ammettere il Vaticano nella white list dei Paesi virtuosi.

Alla fine della scorsa settimana sono stati infatti resi noti alcuni stralci del memoriale segreto che l’ex presidente delle Ior Gotti Tedeschi aveva affidato a persone di sua fiducia perché lo diffondessero nel caso gli fosse capitato qualche «incidente»: un diario che delinea uno scontro interno al Vaticano che avrebbe avuto come principale protagonista il cardinal Bertone e i suoi uomini di fiducia, decisi ad esercitare un controllo assoluto sullo Ior, estromettendo lo stesso Gotti Tedeschi, che in effetti nel maggio 2012 viene liquidato bruscamente dalla presidenza della banca vaticana.

Insomma un clima e una situazione da “notte dei lunghi coltelli” che Bergoglio cerca di stemperare. Con le parole, per ora, in attesa di una riforma annunciata (anche il coordinatore del gruppo degli otto “saggi” appena nominati dal papa, il cardinal Maradiaga, ha detto che «lo Ior potrà essere riformato») ma non ancora avviata. Fatta eccezione per una misura da spending review: il taglio dell’indennità aggiuntiva di 2.100 euro al mese per i cinque cardinali della Commissione di vigilanza sullo Ior. Gli resterà “solo” l’assegno mensile di 5mila euro, che spetta a tutti i cardinali della Curia romana.

Don Tonino il pacifista

21 aprile 2013

“il manifesto”
21 aprile 2013

Luca Kocci

Nel dicembre del 1992 a Sarajevo, sotto assedio dal mese di aprile, cadono le bombe. Cinquecento pacifisti, il 7 dicembre, si imbarcano ad Ancona e, dopo un traversata burrascosa con mare forza 8, raggiungono Spalato e poi la capitale bosniaca, la sera dell’11 dicembre, per una marcia della pace attraverso la città promossa dai Beati i costruttori di pace. Ci sono militanti nonviolenti e dei partiti della sinistra, i sindaci, qualche parlamentare e diversi preti. C’è anche don Tonino Bello, vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi, che racconterà i momenti salienti di quell’esperienza anche sulle colonne del manifesto, con cui collaborava dal 1990. La marcia di Sarajevo sarà una delle sue ultime azioni: morirà pochi mesi dopo, il 20 aprile del 1993 – venti anni fa –, sconfitto da un tumore che lo affliggeva già da molti mesi. La strada per la pace è la «nonviolenza attiva, gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati», disse allora in un cinema di Sarajevo illuminato da fiaccole e candele perché mancava l’elettricità. Un discorso che ricorda molto bene ancora oggi Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, anche lui presente alla marcia. «Don Tonino prese la parola per dire che eravamo giunti fino lì per comunicare ai nostri fratelli che eravamo loro vicini e che il mondo non li aveva dimenticati – racconta Bettazzi –. In secondo luogo che eravamo giunti fin lì per richiamare le nostre responsabilità nel conflitto, nostre di europei e di italiani. In terzo luogo, per ribadire che in mezzo a quella violenza e a quella ferocia l’unica risposta possibile era quella della nonviolenza».

La pace, l’antimilitarismo, il disarmo, la giustizia sociale e la scelta di schierarsi accanto agli oppressi sono state le “stelle polari” del ministero e dell’azione pastorale e sociale di don Tonino Bello. Battaglie condotte con una radicalità che più volte lo ha fatto scontrare duramente con alcuni settori del mondo politico – sulle questioni della guerra, degli armamenti, dell’obiezione di coscienza al servizio militare, degli immigrati che all’inizio degli anni ’90 iniziavano ad arrivare sulle coste italiane e pugliesi in particolare – e delle gerarchie ecclesiastiche, che non condividevano le posizioni “estreme”, in realtà solo profondamente fedeli al Vangelo e al Concilio Vaticano II, del vescovo di Molfetta. Quando interviene alle assemblee della Cei, gli altri vescovi lo ascoltano con sorrisetti di compiacenza e mormorii di dissenso. Ma arrivano anche i richiami formali. «Mi dicono che sei stato rimproverato», gli scrive in una lettera padre David Turoldo, «a maggior ragione intervieni, intervieni sempre di più, e insieme di’ che sei stato richiamato, dillo pubblicamente, perché di questo hanno paura».

Salentino di Alessano (Lecce), dove nasce nel 1935, Tonino Bello viene ordinato prete nel 1957. Negli anni ‘60 accompagna spesso a Roma il suo vescovo, impegnato nei lavori del Concilio Vaticano II, partecipando con entusiasmo alle istanze di rinnovamento e di aggiornamento radicale della vita della Chiesa, poi ricondotte nei binari della tradizione nei decenni successivi, soprattutto da Wojtyla e Ratzinger. Diventa parroco, prima ad Ugento, poi a Tricase, dove il suo impegno comincia a delinearsi: fonda la Caritas, promuove l’Osservatorio sulle povertà, organizza incontri sul Concilio e sui temi della giustizia e della pace. Nel 1982 viene ordinato vescovo della diocesi di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi, il paese di Nichi Vendola, che sarà sempre molto vicino a Bello. «La bellezza e la scandalosità delle sue parole rispetto al perbenismo piccolo-borghese che impacchettava la vita del clero in un cattolicesimo pacificato, pronto a fare sconti soprattutto ai potenti, fu un’illuminazione», spiega Vendola in un’intervista alla Gazzetta del Mezzogiorno di venerdì. «Ci insegnò non a consolare gli afflitti, ma ad affliggere i consolati. Ci spiegò che i poveri non vanno aiutati con l’ottica neo-coloniale e che bisogna dividere con loro non solo il pane».

È la «Chiesa del grembiule», una delle immagini più efficaci coniate da don Tonino Bello, insieme a quella della «convivialità delle differenze». «L’accostamento della stola con il grembiule a qualcuno potrà apparire un sacrilegio», scriveva. «Eppure è l’unico paramento sacerdotale registrato nel Vangelo che, per la “messa solenne” celebrata da Gesù nella notte del giovedì santo, non parla né di casule né di amitti, né di stole né di piviali. Parla solo di questo panno rozzo che il maestro si cinse ai fianchi» per lavare i piedi ai discepoli. È la traduzione plastica della «Chiesa povera e dei poveri» sognata dal Concilio e da Giovanni XXIII e subito archiviata dai suoi successori.

Il vescovo di Molfetta sceglie la pace e il disarmo, diventa presto uno dei punti di riferimento del movimento pacifista italiano, sia della componente cattolica – nel 1985 viene nominato presidente di Pax Christi, al posto di Bettazzi, che ha concluso il suo mandato – che laica: interviene contro la militarizzazione della Puglia – dal mega poligono di tiro che avrebbe sottratto  migliaia di ettari di terra ai contadini e agli allevatori della Murgia barese, all’installazione degli F16 a Gioia del Colle, convincendo anche gli altri vescovi pugliesi a scrivere un documento contro i cacciabombardieri – e marcia a Comiso contro gli euromissili; attacca le politiche di riarmo del governo Craxi (incassando anche un severo richiamo da parte del presidente della Cei, il cardinal Poletti) e sostiene la campagna “Contro i mercanti di morte” che porterà all’approvazione nel 1990 della legge 185 che regola il commercio di armi; difende pubblicamente monsignor Bettazzi, oggetto di una dura campagna stampa del quotidiano Il Giornale diretto allora da Indro Montanelli che lo accusa di scarso senso dello Stato per aver sostenuto la campagna di obiezione di coscienza alle spese militari; nella sua diocesi accompagna le lotte dei cassintegrati, dei disoccupati e degli sfrattati, che spesso accoglie nel palazzo vescovile.

Nel 1991 è la guerra: l’Iraq di Saddam Hussein invade il Kuwait e gli Usa, insieme agli alleati occidentali, bombardano Baghdad, in diretta televisiva. Tonino Bello scrive ai parlamentari perché non approvino l’intervento armato e – come fece dieci anni prima monsignor Romero invitando i militari a disobbedire agli ordini ingiusti dei generali – paventa la possibilità di «dover esortare direttamente i soldati, nel caso deprecabile di guerra, a riconsiderare secondo la propria coscienza l’enorme gravità morale dell’uso delle armi». Ripeterà l’appello davanti alle telecamere di Samarcanda, la trasmissione televisiva di Michele Santoro, che lo invita a moderare i toni e a non incitare alla diserzione. Nei giorni successivi arrivano puntuali i rimproveri – ma anche gli attestati di solidarietà – da parte della gerarchia ecclesiastica militarista e dei politici patriottici. Ma tira dritto e anzi l’anno dopo polemizza con il presidente della Repubblica Cossiga che, il giorno prima di sciogliere il Parlamento, rinvia alle Camere la nuova legge sull’obiezione di coscienza (un nuovo testo verrà approvato solo nel 1998). Intanto in Puglia approdano le prime navi con migliaia di albanesi, che il governo rinchiude nello stato di Bari, e don Tonino è in prima linea, sui moli, ad organizzare l’accoglienza. Ma arriva anche il cancro, allo stomaco. Operazioni e terapie non riescono a vincere il male. C’è solo il tempo di andare a Sarajevo, sotto le bombe, e poi di morire.

Pax Christi, un congresso per cambiare marcia

21 aprile 2013

“il manifesto”
21 aprile 2013

Luca Kocci

Pax Christi si riunirà in Congresso a Roma il prossimo 26-28 aprile. All’ordine del giorno il futuro del movimento e l’elezione dei nuovi organi dirigenti.

«Occorre decidere se Pax Christi debba esistere o possa estinguersi lasciando fare agli eventi», è la domanda provocatoria del documento congressuale che verrà dibattuto in assemblea. «Dobbiamo continuare come ora con qualche miglioramento per resistere e sopravvivere o dobbiamo rinnovarci radicalmente?». Non è in discussione l’eutanasia della sezione italiana del movimento, nata nel 1954, ma un robusto cambio di marcia, per rilanciarlo nella sua doppia azione all’interno della Chiesa – dove la teologia della pace non è ancora patrimonio condiviso – e nei confronti di una società sempre più militarizzata, che continua ad investire in armamenti, come i cacciabombardieri F35.

Il Congresso eleggerà democraticamente anche il nuovo Consiglio nazionale, che poi al suo interno sceglierà i coordinatori territoriali, il vicepresidente e il coordinatore nazionale che succederà a don Nandino Capovilla, il cui mandato è in scadenza. Invece il presidente, attualmente è monsignor Giovanni Giudici, vescovo di Pavia, verrà nominato dalla Cei fra due anni, anche sulla base di una terna di nomi proposta dal Consiglio nazionale.

Aborto: a Monopoli il “cimitero degli embrioni” fa riesplodere le polemiche

19 aprile 2013

“Adista”
n. 15, 20 aprile 2013

Luca Kocci

Sarebbe dovuto essere il primo “cimitero degli embrioni”, e in effetti qualche «prodotto abortivo» con meno di 20 settimane è stato sepolto nell’apposita area del cimitero di Monopoli, fortemente voluta dal Movimento per la vita pugliese. Poi però è intervenuta la Direzione sanitaria dell’ospedale San Giacomo a riportare tutto nella legalità: ad essere seppelliti saranno solo i feti con più di 20 settimane, come prevedono le norme generali – al di sotto delle 20 settimane ci sono delle procedure piuttosto complesse da seguire, non è sufficiente il consenso informato richiesto al San Giacomo – e come già avviene in altri cimiteri italiani (v. Adista Notizie nn. 62/11 e 2/12).
La storia comincia nel maggio del 2012, quando Comune di Monopoli, Asl e Movimento per la vita firmano un protocollo d’intesa per istituire, all’interno del cimitero della città, uno spazio per la sepoltura dei feti, dopo l’autorizzazione concessa al Mpv dalla donna che ha abortito spontaneamente o che ha scelto l’interruzione di gravidanza, a cui viene chiesto di firmare una dichiarazione di consenso: «La sottoscritta, presa visione del protocollo di intesa, acconsente al “seppellimento” del proprio prodotto abortivo». Tutto procede tranquillamente, fino allo scorso 28 febbraio quando, complice una interpretazione estensiva del protocollo, nel cimitero, in una fossa comune con una stele commemorativa, vengono sepolti anche «prodotti abortivi» con meno di 20 settimane: due feti e tre sacche contenenti liquido amniotico ed embrioni, racchiusi in tre piccole urne bianche trasportate dall’ospedale San Giacomo al cimitero da qualche decina di volontari del Movimento, accompagnati anche da due preti che hanno celebrato una sorta di funerale. «Il nostro è un gesto di civiltà che vuole essere un segno per tutti coloro che trattano con superficialità il dono della vita», ha detto durante la cerimonia uno dei preti. La vicenda viene alla luce, la Asl e l’ospedale finiscono sul banco degli imputati, si diffonde la notizia della revoca del protocollo d’intesa e della pronta replica del Mpv fino a quando la direzione dal San Giacomo chiarisce: «La delibera è stata male interpretata dall’associazione», spiega il direttore sanitario Alessandro Sansonetti. «Si continuerà a fare come si è sempre fatto seppellendo solo i feti» e non i «prodotti abortivi» inferiori alle 20 settimane.
Vicenda di tutt’altro segno nella diocesi di Cremona dove il vescovo, mons. Dante Lafranconi, ha firmato un decreto per consentire ai preti della sua diocesi di assolvere le donne che, nelle due settimane dalla domenica della Palme (24 marzo) fino alla domenica In albis (7 aprile), hanno confessato una interruzione volontaria di gravidanza. «Il volto di Dio è quello di un padre misericordioso, che sempre ha pazienza», sono le parole pronunciate da papa Francesco durante l’Angelus dello scorso 17 marzo che aprono il decreto del vescovo di Cremona.« Avete pensato voi alla pazienza di Dio, la pazienza che lui ha con ciascuno di noi? Quella è la sua misericordia. Sempre ha pazienza, pazienza con noi, ci comprende, ci attende, non si stanca di perdonarci se sappiamo tornare a lui con il cuore contrito». Una decisione, quella di mons. Lafranconi, assolutamente controcorrente, che va in direzione diversa da quanto previsto dal Catechismo della Chiesa cattolica, dove è espressamente prevista la «scomunica» per chi deliberatamente sceglie l’aborto: «La Chiesa sanziona con una pena canonica di scomunica questo delitto contro la vita umana», si legge al numero 2272. Chissà se il decreto di mons. Lafranconi consentirà, all’interno della Chiesa, di riaprire il dibattito fra legge e misericordia?

Omosessualità e scoutismo: un percorso possibile

18 aprile 2013

“Adista”
n. 15, 20 aprile 2013

Luca Kocci

Una persona omosessuale può fare lo scout? E può essere un capo scout, educatore quindi di bambini e adolescenti? A partire da queste domande si è sviluppato il dialogo fra alcuni capi scout cattolici dell’Agesci e gli omosessuali credenti di Nuova Proposta, in un incontro organizzato a Roma, lo scorso 27 marzo, nella Chiesa valdese di piazza Cavour.
Un incontro, spiega Andrea Rubera, presidente di Nuova Proposta, nato anche in seguito al seminario promosso nel novembre 2011 da Proposta educativa, la rivista dell’Agesci sul tema “Omosessualità: nodi da sciogliere nelle comunità capi. L’educazione fra orientamento sessuale e identità di genere” (v. Adista Notizie n. 19/12). «Le posizioni espresse in quel contesto – aggiunge – ci avevano colpito per la loro durezza e chiusura. Poi abbiamo capito che non erano, e non sono, le posizioni dell’Agesci, ma solo di quei relatori. Per cui abbiamo pensato di avviare un dialogo con gli scout, di cui questo incontro può essere l’inizio, o anche la fine».
All’estero, soprattutto nel mondo anglosassone, l’argomento è molto dibattuto. Negli Stati Uniti i Boy Scouts of America escludono i gay dichiarati dai loro gruppi (v. Adista Notizie n. 29/12). In Gran Bretagna, invece, i documenti ufficiali degli scout spalancano le porte ai gay («va bene essere gay e scout», «va bene essere gay e capi scout», si legge), invitano i capi ad assumere un atteggiamento di «empatia e sensibilità» nei confronti delle ragazze e dei ragazzi che manifestano la loro omosessualità ed incoraggiano gli adolescenti a vivere con serenità e libertà il loro orientamento. In Italia, invece, se ne parla poco o niente, ma il tema è sensibile. «Ci sembra che si rischi di passare sotto silenzio un nodo importante», ovvero «quello delle ragazze e dei ragazzi che, mentre crescono in gruppi parrocchiali o scout, non sanno dare un nome ai sentimenti che iniziano a provare e non sempre trovano accoglienza nelle loro comunità», si legge nella lettera di invito di Nuova Proposta all’Agesci. «Parliamo quindi di giovani che, nel periodo adolescenziale e frequentando la comunità scout, si trovano ad affrontare con paura e solitudine estrema la scoperta di essere omosessuali e perciò diversi dalla maggior parte dei loro compagni. La nostra esperienza, anche personale, ci ha insegnato che i gruppi Agesci sono sempre stati un’eccezionale palestra di cittadinanza attiva, di rispetto per i percorsi e le scelte di ognuno, di accoglienza sincera e consapevole di ragazze e ragazzi considerati “diversi” per origine e nazionalità, per contesto familiare, per handicap fisico o mentale e, immaginiamo, per orientamento sessuale. Sappiamo, però, per il nostro vissuto, che “accoglienza” non è solo “accompagnare in silenzio”, ma anche e soprattutto dare “nome e cittadinanza” a ogni condizione umana per far sì che chi si trovi a vivere quella condizione, possa sentirsi realmente a casa propria e non “ospite tollerato”».
«Negli scout l’accoglienza è indiscriminata e verso tutti, quindi non serve aggiornare il Patto associativo e magari scrivere che bisogna accogliere anche i gay», dice un capo di un gruppo scout romano. Ma non sempre è così: «Non sono tornata nel mio gruppo scout dopo essermi scoperta omosessuale perché sapevo che avrei dovuto nascondermi, ma io non volevo mentire sul mio orientamento sessuale», replica una aderente a Nuova Proposta. «Perché infatti la questione non può essere limitata al non cacciare, si tratta invece di creare un contesto pienamente inclusivo, in cui è possibile manifestare in piena e totale libertà e serenità il proprio orientamento affettivo», aggiungono ancora da Nuova Proposta. «Ma il problema non è nei documenti o nella struttura, bensì nelle singole persone: alcune hanno la capacità di accogliere pienamente tutti e tutte, altre no», interviene un altro capo scout, a cui replica subito una sua compagna: «L’Agesci su queste tematiche è troppo pavida e troppo silente, l’omosessualità rimane un argomento tabù, perché è un argomento tabù per la Chiesa cattolica. Intanto però le persone ci sono, vivono e soffrono».
Potrebbe aiutare la singolare esperienza – per quanto informale e non ufficiale – di un gruppo scout torinese, che si è denominato Coming scout (il coming out è l’espressione usata per indicare la decisione di dichiarare apertamente il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere), nato proprio per aprire un dialogo, all’interno dell’Agesci, sulle tematiche dell’omosessualità. «Facciamo Coming scout anche a Roma», propone un capo scout, «poi magari ne nascerà uno anche in Campania, poi in Toscana e poi nel resto d’Italia, e così, dal basso, si potrà cercare di provocare cambiamenti anche nei livelli dirigenti nazionali dell’Agesci».
L’incontro si conclude, capi scout e omosessuali credenti si salutano, ma l’impressione è che un percorso sia stato avviato.

Il papa nomina i suoi «saggi», tutti esterni alla nomenklatura

14 aprile 2013

“il manifesto”
14 aprile 2013

Luca Kocci

Dopo i dieci saggi di Napolitano, arrivano gli otto di papa Francesco. Bergoglio li ha nominati ieri, ad un mese esatto dalla sua elezione: otto cardinali, più un vescovo come segretario (mons. Semeraro, di Albano), che avranno il compito di «consigliarlo nel governo della Chiesa universale» e di «studiare un progetto di revisione della Costituzione apostolica Pastor bonus», il documento promulgato da Wojtyla nel 1988 che regola la struttura e il funzionamento della Curia romana, ovvero il governo centrale della Chiesa cattolica.

I lavori non cominceranno domani («non c’è nessuna emergenza», puntualizza il direttore della sala stampa vaticana, padre Lombardi): «La prima riunione collettiva del gruppo è stata fissata per i giorni 1- 3 ottobre 2013», spiega la nota della Segreteria di Stato, tuttavia il papa «è sin d’ora in contatto con i cardinali». Quindi dietro le quinte ci si inizia a muovere. Frattanto Bergoglio «potrà definire meglio le sue idee sul governo e sulla Curia continuando ad incontrare i responsabili dei vari dicasteri», aggiunge Lombardi, che ci tiene a precisare: «Si tratta di un gruppo consultivo, senza alcun potere decisionale, quindi non c’è nessuna diminuzione delle responsabilità e delle competenze della Curia romana che resta pienamente in funzione».

Sarà. Tuttavia è un fatto che solo uno degli otto “saggi”, il cardinale Bertello (vicino al segretario di Stato Bertone), fa parte del governo centrale – è presidente del Governatorato dello Stato vaticano –, mentre gli altri sette sono vescovi residenziali che arrivano dai cinque continenti, a rappresentare quindi la Chiesa di tutto il mondo. Ma l’impressione è anche di una non piena fiducia nei cardinali attualmente in servizio in Curia, tanto più se effettivamente Bergoglio procederà ad una riforma del governo centrale romano. Ancora presto per affermarlo: la nomina del gruppo di lavoro può essere condizione necessaria, ma non sufficiente.

Sicuramente, come del resto viene rilevato nel comunicato della Segreteria di Stato, il papa dà seguito ad «un suggerimento emerso nel corso delle congregazioni generali» che hanno preceduto il Conclave. In quella sede, con cardinali divisi fra i curiali e i “riformatori”, da parte di molti arrivarono richieste di aggiornamenti e riforme della Curia romana, dilaniata dal Vatileaks e circondata dai “corvi”. «Moltissimi attendono una riforma della Curia e sono certo che ci sarà», disse il cardinale brasiliano Hummes, uno dei “grandi elettori” di Bergoglio.

Alcuni dei riformatori sono presenti nel gruppo dei saggi, come il cappuccino statunitense O’Malley, arcivescovo di Boston, diocesi che fu chiamato a ripulire dopo uno scandalo che coinvolse molti preti pedofili, insabbiato dal suo predecessore, il cardinale Law, ora a Roma, a Santa Maria Maggiore; o come il congolese Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo di Kinshasa, in prima fila nella ricerca di una soluzione pacifica nel conflitto dei Grandi Laghi, in passato co-presidente di Pax Christi International. Ma ci sono anche dei conservatori, come l’australiano Pell (arcivescovo di Sydney) o il tedesco Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco, autore di un libro intitolato Il Capitale, in cui però critica duramente le analisi del suo omonimo Karl. E poi il ratzingeriano arcivescovo di Bombay Gracias, quello emerito di Santiago del Cile Errázuriz Ossa e il controverso salesiano honduregno Maradiaga (arcivescovo di Tegucigalpa, coordinatore del gruppo), critico nei confronti del capitalismo selvaggio ma aperto sostenitore del colpo di stato in Honduras del 2009, quando il golpista Roberto Micheletti prese il potere sul presidente legittimo Manuel Zelaya.

Salutare questo atto di Bergoglio come un passaggio rivoluzionario – come qualcuno si è affettato a fare, sull’onda che interpreta in questa chiave qualsiasi parola e gesto del papa – è prematuro: di commissioni ce ne sono state diverse, alcune hanno prodotto dei risultati, altre sono state ignorate, altre ancora hanno fatto da paravento ad una sostanziale immobilità. Il gruppo nominato da Bergoglio è un ulteriore segnale di discontinuità, soprattutto rispetto alla Curia. Ma per i risultati bisognerà attendere.

Noi Siamo Chiesa: «Fiducia condizionata: cancellare tutte le interdizioni contro i teologi

14 aprile 2013

“il manifesto”
14 aprile 2013

Luca Kocci

Fiducia condizionata. È quella che manifesta a papa Bergoglio il movimento riformatore di base Noi siamo Chiesa, ad un mese dall’elezione al soglio pontificio.

«Il nome che si è scelto, i primi gesti compiuti e le parole pronunciate» sono segni «di speranza e di attesa fiduciosa», ben diversi da quelli che accompagnarono l’inizio del pontificato di Ratzinger, dice Noi Siamo Chiesa. Ma «sarà vera svolta? La aspettiamo, la speriamo e vogliamo contribuirvi», nonostante le ombre nel passato di Bergoglio. «Vogliamo guardare avanti», senza «sopravvalutare i segnali positivi» né «sottovalutare le resistenze che si opporranno al possibile nuovo corso da parte di quelle ben consolidate posizioni curiali, culturali ed economiche presenti nella Chiesa». Ma senza tacere «se questo nuovo corso non nascerà, andrà troppo a rilento o si insabbierà», avverte Noi Siamo Chiesa, che chiede subito un intervento, a “costo zero”: cancellare «tutte le interdizioni, proibizioni ed esclusioni che hanno colpito teologi e pastori che hanno cercato vie nuove per capire e proporre il Vangelo», in difformità dal pensiero unico dell’istituzione. Sarebbe «un evento di liberazione e di profonda riconciliazione intraecclesiale».

Nonviolenza e Chiesa dei poveri. Pax Christi si prepara al congresso

13 aprile 2013

“Adista”
n. 14, 13 aprile 2013

Luca Kocci

Limitarsi a sopravvivere o rinnovarsi completamente? È la provocatoria domanda che aprirà il prossimo Congresso di Pax Christi, in programma a Roma dal 25 al 28 aprile. Un Congresso nel quale verrà eletto il nuovo Consiglio nazionale, che al suo interno sceglierà il coordinatore che succederà a don Nandino Capovilla, i tre coordinatori territoriali (nord, centro e sud) e il vicepresidente (mentre il presidente, mons. Giovanni Giudici, verrà nominato dalla Conferenza episcopale fra due anni); ma soprattutto un Congresso che si preannuncia come un momento di svolta nella vita del movimento. Non perché si debba deliberare la fine di Pax Christi, ma perché è all’ordine del giorno un cambio di marcia. «Occorre decidere se Pax Christi debba esistere o possa estinguersi lasciando fare agli eventi – si legge nel documento congressuale. Stiamo concludendo il nostro cammino o siamo chiamati a rinascere per un nuovo inizio? Dobbiamo continuare come ora con qualche miglioramento per resistere e sopravvivere o dobbiamo rinnovarci radicalmente?».
Il rinnovamento e la ripartenza sono le direzioni auspicate dai documenti congressuali, che tracciano qualche strada possibile, anche sulla scia della testimonianza di don Tonino Bello, «maestro di nonviolenza» e «padre della Chiesa della pace», di cui il 20 aprile si ricorderanno i venti anni dalla morte. E su questo si confronteranno gli iscritti a Pax Christi. Il principale documento congressuale (“È l’ora della nonviolenza”), prima di soffermarsi sulla vita e sulle prospettive di Pax Christi, prende in esame la situazione socio-politica ed ecclesiale.

La scelta della nonviolenza
Al primo posto la nonviolenza che, si legge, «non è una teoria infallibile o un metodo univoco ma incarnazione quotidiana, sogno realistico. Per questo occorre sceglierla come bene supremo, attivarla, sperimentarla e pagarla a caro prezzo». Anche nelle situazioni in cui viene scartata a priori – come nelle guerre, dall’Afghanistan alla Libia –, liquidandola come «azzardo irresponsabile», «vaga aspirazione» oppure «scelta encomiabile ma solo personale».
Ma, puntualizza il documento di Pax Christi, «la nonviolenza va scelta, sperimentata e organizzata» perché «non è mai un lasciar fare, tanto meno un lasciar uccidere. È uno sguardo nuovo sui conflitti, un modo diverso di opporsi alla violenza o di ripristinare i diritti violati». Non solo quando ormai cadono le bombe, ma a tutti i livelli e in tutti gli aspetti della vita delle persone, a cominciare dal modello economico, per «superare la dittatura della finanza speculativa» – che «sta distruggendo il lavoro e il risparmio, le relazioni sociali e le condizioni di vita, i diritti e i progetti di milioni di persone», «annullando la politica ed eliminando la democrazia» – e il dogma del «libero mercato che si autoregola».
Si tratta allora di «favorire dinamiche di economia democratica, diffondere nuovi stili di vita improntati a sobrietà e scelte oculate di risparmio e di investimento appoggiando banche etiche e solidali, esperienze di microcredito o di finanza responsabile». «È urgente svegliarsi dal sonno neoliberista e leggere l’economia alla luce dell’uguaglianza e della fraternità, osservava mons. Mario Toso all’Assemblea nazionale di Pax Christi a Termoli nel 2012, sul tema del bene comune (v. Adista Segni Nuovi n. 19/12). La guerra finanziaria è più dannosa di quella degli eserciti. Questo capitalismo finanziario autoreferenziale e deregolato è “eversivo” verso imprese e comunità. Su questi temi c’è troppo silenzio nella Chiesa. È possibile che il mondo cattolico dorma sulla giustizia sociale?».
Pax Christi individua alcune proposte “politiche”, fondate su tre “beni comuni”: la legalità, la giustizia e il disarmo. «Occorre agire con determinazione contro la diffusa corruzione economico-politica (anche con una legislazione adeguata) e contro la criminalità che sta riciclando ovunque i suoi immensi guadagni (bisogna anche utilizzare i beni confiscati alle mafie); ridurre le colossali sperequazioni nella distribuzione del reddito e i privilegi di corporazioni potenti e di persone ricchissime in ambito pubblico e privato, industriale, finanziario, politico e militare; colpire l’evasione fiscale mirando, soprattutto, ai grandi patrimoni, alle rendite finanziarie, ai capitali all’estero, ai paradisi fiscali; tagliare realmente le spese militari senza artifici contabili volti a produrre e ad acquistare nuovi sistemi d’arma; bloccare il progetto degli F35; difendere la legge 185/90 che controlla il mercato delle armi».

La Chiesa, il Concilio, la pace
«Nell’esprimere la nostra laicità credente vogliamo contribuire al superamento dei mali nella Chiesa», come «arroganza, ipocrisia e settarismo», prosegue il documento di Pax Christi. «Ci tormentano i rapporti non trasparenti col potere economico, finanziario e immobiliare di alcuni settori ecclesiastici e di alcune corporazioni o associazioni di matrice religiosa». E «ci sembra urgente porre segni di sobria spiritualità indicati, ad esempio, da Paolo VI e dal Concilio in ordine all’apparato ecclesiastico. Per questo pensiamo decisivo rilanciare la tematica conciliare della povertà nella Chiesa, della sua libertà profetica, della sua credibilità evangelica. Il “Patto delle catacombe” del 1965 ipotizzava una Chiesa povera e sobria. C’è bisogno di una fase penitenziale attiva cosciente che il danno maggiore per la Chiesa viene spesso dal suo interno, da “ciò che inquina la fede e la vita cristiana dei suoi membri e delle sue comunità, intaccando l’integrità del Corpo mistico, indebolendo la sua capacità di profezia e di testimonianza, appannando la bellezza del suo volto” (Benedetto XVI, 29 giugno 2010)».
Nella comunità cristiana e nel tempo dell’Anno della Fede, Pax Christi intende impegnarsi soprattutto «a sviluppare le teologia e la pedagogia della nonviolenza», «non ancora fiorita in ambito ecclesiale», dove invece talvolta ha cittadinanza quella «retorica di guerra» diffusa anche fra i vertici ecclesiastici, per esempio «durante le omelie funerarie o commemorazioni» per il soldati italiani uccisi. «Vogliamo ribadire – prosegue il documento – che il miglior modo di onorare le vittime della violenza è quello di prevenire ulteriori lutti organizzando la pace con mezzi di pace. Sappiamo che il mestiere dei soldati è rischioso e pericoloso. Le loro scelte sono spesso necessitate da motivazioni economiche. Pensiamo che, tornati a casa, riflettendo sulla loro esperienza, possano svolgere un ruolo importante nell’ambito della pace. Ma definirli sempre “eroi della pace” o “profeti del bene comune” costituisce un’esagerazione non rispettosa della realtà e delle loro stesse fatiche, lontana dagli interessi presenti in molte operazioni militari e ignara dell’opera di tanti santi e martiri, volontari e missionari. Altrettanto negativa ci pare l’interpretazione nazionalista e militarista di uomini come Giovanni XXIII e Primo Mazzolari da parte dell’Ordinario militare, visti solo come “testimoni della fede nel mondo militare”. La corresponsabilità ecclesiale ci invita alla franchezza evangelica» (v. Adista Notizie nn. 41 e 44/12).

Pax Christi, che fare?
Il punto di partenza è la presa d’atto delle difficoltà che attraversano il movimento. «Siamo in pochi e abbiamo tante difficoltà, tipiche dei piccoli movimenti “ambiziosi” che tendono a frantumarsi e a indebolirsi dividendosi o disperdendosi. Più si è pochi più si tende a vedere il negativo, a drammatizzare, a sfogarsi, a “maledire” il mondo o la Chiesa, a polemizzare col vicino, a diventare prigionieri della carente visibilità. C’è chi pensa di avere la soluzione decisiva o infallibile. C’è chi si accontenta di una “profezia” isolata, gridata. Chi si compiace della marginalità con il rischio di giustificare un’identità esclusivista-escludente sempre “antagonista” e di alimentare, con la presunzione di innocenza, uno scarso impegno. Giocano tanti fattori: la complessità quasi paralizzante dei problemi, l’impazienza, l’attivismo dispersivo, il protagonismo individuale, forme di settarismo o di profetismo catastrofico». «Perché il calo di iscritti?», si chiede Pax Christi. «Stanchezza, sfiducia, età avanzata, sovrapposizione di incarichi (molti fanno parte di altre associazioni, coordinamenti o movimenti), paura di inquadrarsi o di appartenere, illusione telematica, abitudine a delegare, pressappochismo, “distrazione” (che porta a non curare Pax Christi come movimento, a non capire l’importanza dell’adesione anche formale con quote, abbonamenti, azioni)? In ogni caso, se è bene essere preoccupati, occorre non diventare “profeti di sventura”».
Allora il punto di partenza, anzi di ri-partenza, è «l’assunzione personale di responsabilità», «la disponibilità ad operare in prima persona», perché «siamo bravi a dichiarare, meno a proporre assumendoci compiti diretti». Tenendo conto che Pax Christi non è un movimento “virtuale” e “grillino”, ma reale e fatto di persone. «La comunicazione oggi è rapida e veloce», si legge nel documento. «Quella telematica, certo utilissima, può generare illusioni (di contare molto) o incomprensioni (tra noi). I mezzi espressivi non sono un ornamento o un accidente, ma fanno parte del contenuto, sono sostanza. È bene sempre comunicare, se si può, in campo aperto, faccia a faccia, volto a volto. È bene essere indignados ma in piedi, non solo cliccatori cinguettanti-twittatori spesso “indivanados”. In ogni caso, più che cultori del web, meglio essere cultori dei volti ri-volti o delle mani intrecciate, viandanti che hanno il piacere di incontrare persone e di collegare esperienze. Alcuni l’hanno definita cura della dimensione umana». E avendo ben presente che la discussione, compresa la diversità di opinioni, è un valore. «Non è necessario essere sempre d’accordo su tutto. Ma si può discutere “senza distruggerci a vicenda” (Galati 5,15) e senza pensare che un’altra scelta (comune) sia un attentato alla nostra libertà. Le differenze sono feconde se non diventano contrapposizioni pregiudiziali, se non si fanno processi alle intenzioni».
Rispetto all’organizzazione, ecco gli orientamenti proposti dal documento che verranno discussi al Congresso: costruire il movimento partendo dal proprio punto pace locale; selezionare le priorità operative comuni, dando al Consiglio nazionale e ai coordinamenti compiti di “direzione politica”; potenziare il mensile promosso da Pax Christi, Mosaico di pace; organizzare meno convegni tradizionali e più momenti di spiritualità ed iniziative “militanti” (raccolte firme, sit in, partecipazioni a manifestazioni…). E approfondire le macroaree tematiche di intervento: disarmo e smilitarizzazione; economia di giustizia; democrazia, diritti e stato di diritto; Chiesa, Chiese, profezia della pace; Pax Christi International. Il dibattito continuerà al Congresso