Archive for maggio 2013

Festa della Repubblica, non delle Forze armate. Il 2 giugno dei pacifisti

30 maggio 2013

“Adista”
n. 20, 1 giugno 2013

Luca Kocci

Non c’è crisi economica, sociale o politica che tenga: la parata militare del 2 giugno per festeggiare la Repubblica si deve fare. Un po’ più in economia – qualche reparto militare in meno e senza ricevimento presidenziale con lauto banchetto riservato a diplomatici e rappresentanti delle istituzioni per «ragioni di sobrietà e di massima attenzione al momento di grave difficoltà che larghe fasce di popolazione attraversano», spiega Napolitano –, ma anche quest’anno saranno uomini e donne in divisa e in armi, sfilando lungo via dei Formi imperiali a Roma, a rappresentare simbolicamente la liberazione dalla dittatura fascista, la fine della monarchia sabauda e la nascita della Repubblica, con i referendum del 2 giugno 1946.

Il fronte dei contrari, però, nella “società civile”, si fa sempre più numeroso: sono oltre cento le associazioni del mondo pacifista, nonviolento, del servizio civile e impegnato nel sociale, fra cui molte di area cattolica – Acli, Associazione obiettori nonviolenti, Beati i costruttori di pace, Caritas, Coordinamento nazionale comunità di accoglienza, Commissione giustizia e pace degli Istituti missionari, Federazione Scs-Salesiani per il sociale, Mani tese, Pax Christi e molte altre – ad aver sottoscritto una lettera al presidente della Repubblica che comincia con le stesse parole del Disertore, la celebre canzone di Boris Vian: «Egregio presidente – si legge nel testo – nell’avvicinarsi della celebrazione della Festa della Repubblica, il prossimo 2 giugno ci permettiamo di scriverle ancora una volta per sollecitare e valorizzare un’altra forma di celebrazione, che non associ simbolicamente la nostra Repubblica alla sola forza militare». «Noi crediamo che celebrare la Festa della Repubblica – scrivono le associazioni – sia anche e soprattutto il valorizzare le tante storie di chi ogni giorno si impegna per il bene del nostro Paese, lavorando per la coesione sociale, costruendo storie di pace, di giustizia, di solidarietà. Una scelta che esprime la volontà e le energie che il nostro Paese è in grado di mettere in campo e che prende le mosse dalla nostra Carta Costituzionale, scritta subito dopo il flagello del secondo conflitto mondiale e proprio per questo tesa al ripudio della guerra stessa. La stessa Costituzione ci indica come fondamento della nostra Repubblica sia la forza del lavoro, e non delle armi. Un lavoro che in questa fase di crisi manca a molti nostri concittadini e concittadine e che quindi è ancora più da valorizzare e celebrare. Perché sul lavoro si fonda il nostro vivere comune».

Al centro dell’attenzione, allora, non devono esserci i militari, ma «i valori fondanti della nostra Repubblica, rappresentati da quelle categorie sociali (vere e proprie forze vive dell’Italia) che hanno davvero il pieno diritto di essere celebrate in occasione del 2 giugno: le forze del lavoro, i sindacati, i gruppi delle arti e dei mestieri, gli studenti, gli educatori, gli immigrati, i bambini con le madri e i padri, le ragazze e i ragazzi del servizio civile», gli unici, questi ultimi, a ricordare la possibilità della «difesa non armata della Patria». «Vogliamo festeggiare la festa della Repubblica – spiegano – per riaffermare che solo attraverso l’impegno di tanti si può costruire un Paese coeso e solidale, dove la pace è declinata nei tanti piccoli gesti di responsabilità, disponibilità, di dialogo, di ricerca delle ragioni dello stare insieme».

Dal canto loro, le associazioni annunciano che festeggeranno un 2 giugno che «ripudia la guerra» nei loro territori: «Apriremo le nostre porte nello spirito dell’articolo 11 della nostra Costituzione», perché il 2 giugno «non è la Festa delle Forze Armate ma di tutta la Repubblica», «mentre i giovani in servizio civile nazionale si recheranno nei Comuni colpiti dal terremoto emiliano del maggio 2012».

Don Puglisi, beato tra i fedeli. Folla per il martire antimafia

26 maggio 2013

“il manifesto”
26 maggio 2013

Luca Kocci

In mezzo alle centomila persone che ieri mattina affollavano il prato del Foro italico sul lungomare di Palermo per partecipare alla beatificazione di don Pino Puglisi «martire» di mafia c’era uno striscione che riportava una delle frasi che il parroco di Brancaccio era solito ripetere: «Se ognuno di noi fa qualcosa, allora si può fare molto». Associata ad un altro ricorrente invito del prete palermitano, quello a scegliere «da che parte stare» – fra la giustizia e la sopraffazione, fra il coraggio e l’omertà, fra la mafia e l’antimafia –, è la sintesi più efficace del ministero pastorale, ma anche civile, di don Puglisi. E la chiave per comprendere sia le ragioni che hanno spinto decine di migliaia di persone – gruppi organizzati come gli scout, semplici fedeli e cittadini, molti da fuori Sicilia – a partecipare alla cerimonia religiosa, sia l’apprezzamento che il prete palermitano raccoglie dai non credenti e da chi si colloca fuori del tempio.

«Don Pino Puglisi non fu mai prete per mestiere», ha detto nell’omelia l’arcivescovo di Palermo, il cardinal Paolo Romeo. Non quindi «un onesto burocrate del sacro che amministra i sacramenti, insegna un po’ di catechismo e soccorre qualche famiglia in difficoltà, ponendo ai parrocchiani meno interrogativi possibili», spiega Augusto Cavadi, studioso palermitano dei rapporti fra Chiesa e mafia. Ma un prete che si impegnava nel territorio e si preoccupava dei bisogni anche materiali dei suoi parrocchiani: allora le lotte per la costruzione delle fogne, di un presidio socio-sanitario e di una scuola media a Brancaccio, quartiere feudo dei fratelli Graviano – condannati come mandanti del omicidio – lasciato nel degrado per mantenere i suoi abitanti dipendenti dai favori e dal dominio mafioso; le marce antimafia, gli scontri con i democristiani locali, i legami spezzati con i padrini in prima fila nella processione di san Gaetano, il patrono della parrocchia.

Lo ricordano i cittadini di Brancaccio che ieri erano al Foro italico: «Avevo 15 anni quando l’ho conosciuto. Mi ha colpito la sua onestà limpida ma anche il silenzio assordante delle istituzioni quando denunciava i problemi del quartiere», racconta Mimmo De Lisi, oggi assistente sociale al centro Padre nostro di Palermo. Lo sottolinea il presidente del Senato Piero Grasso, all’epoca sostituto procuratore a Palermo: «Toglieva l’aria e il territorio ai mafiosi, accogliendo i ragazzi al centro Padre nostro, organizzando iniziative contro la mafia e la droga». E ancora l’arcivescovo Romeo: «Sottraeva alla mafia del quartiere consenso, manovalanza e controllo del territorio».

Suonano stonate le parole del cardinal Bagnasco, che però non era a Palermo ma a Genova, per i funerali di un altro prete di frontiera, don Andrea Gallo: «Don Puglisi è stato ucciso in odium fidei, per odio della fede, non per anti-mafia. Per questo motivo è stato dichiarato martire. Una lettura diversa, legata solo alla lotta alla mafia, è una lettura sociologica ed è gravemente riduttiva». Ma riduttive sembrano proprio le affermazioni del presidente della Cei, preoccupato di ricollocare entro il recinto del sacro la testimonianza e l’azione di Puglisi, indiscutibilmente animata dal Vangelo ma capace di uscire dalla sacrestia. E proprio per questo apprezzata dai cattolici e da tanti non credenti. Che ieri hanno applaudito quando è stato scoperto il ritratto del parroco di Brancaccio – al momento della proclamazione della beatificazione – ma anche quando i celebranti hanno ricordato i magistrati Livatino, Falcone e Borsellino, uccisi da Cosa nostra non in odium fidei ma in odium vitae.

Don Puglisi martire di mafia, un inedito per la Chiesa

25 maggio 2013

“il manifesto”
25 maggio 2013

Luca Kocci

È la prima volta che una vittima della mafia viene proclamata martire dalla Chiesa cattolica. Don Pino Puglisi, il parroco del quartiere palermitano Brancaccio ucciso il 15 settembre del 1993 dai killer dei fratelli Graviano viene beatificato oggi a Palermo, in una celebrazione presieduta dall’arcivescovo di Palermo, il card. Romeo, e dal suo predecessore, De Giorgi, uno dei tre “inquisitori” scelti a suo tempo da papa Ratzinger per indagare sul Vatileaks.

Al di là del trionfalismo che accompagnerà l’evento (previste 80mila persone), il percorso che ha portato alla beatificazione di Puglisi è stato accidentato, fino quasi ad arenarsi, come racconta anche il postulatore della causa, l’arcivescovo di Catanzaro Vincenzo Bertolone: vi erano «legittimi dubbi» sulla questione dell’assassinio in odium fidei (in odio alla fede), elemento ritenuto imprescindibile dalla Chiesa per poter parlare di martirio cristiano. I «dubbi» erano in realtà vere e proprie perplessità, se non resistenze, da parte curiale e vaticana, non tanto sulla beatificazione in sé quanto sull’opportunità di proclamare Puglisi «martire» di mafia. Perché la Chiesa cattolica deve fare i conti con almeno due profonde contraddizioni che hanno caratterizzato la storia del suo rapporto con Cosa nostra.

La prima è quella dei mafiosi che rivendicano pubblicamente la loro fede religiosa e la loro appartenenza alla Chiesa, spesso senza essere smentiti dai pastori, solitamente piuttosto disinvolti a consegnare o a negare patenti di cattolicità a seconda delle circostanze: dalla simbologia e dalla ritualità del codice mafioso mutuata dalla Chiesa, alle Bibbie trovate nelle case dei mafiosi, fino alla partecipazione dei boss in prima fila alle processioni religiose, utilizzate come occasioni per rafforzare il proprio consenso sociale e quindi il loro potere. La seconda è quella degli uomini di Chiesa che hanno intrattenuto relazioni ambigue, talvolta anche apertamente compiacenti, con i mafiosi: associare la «cosiddetta mafia» alla Chiesa «è una supposizione calunniosa messa in giro dai socialcomunisti» che, per interessi propri, «accusano la Democrazia cristiana di essere appoggiata dalla mafia», scriveva nel 1963 il cardinale di Palermo Ernesto Ruffini, respingendo così l’invito di Paolo VI a prendere iniziative contro la mafia. Meglio Cosa nostra del comunismo era l’idea di Ruffini, anche perché, pensava il cardinale, «trattasi di delinquenza comune e non di associazione a largo raggio».

Dagli anni ’90 le cose hanno iniziato lentamente a cambiare, a partire dall’anatema di papa Wojtyla nella Valle dei templi, nel ’93. E un documento della Cei sul sud d’Italia, del 2010, definisce la mafia struttura di peccato. Ma silenzi e omissioni restano. E soprattutto resta il dato di una teologia non del tutto evangelica, da cui, se invece lo fosse, i mafiosi si terrebbero a distanza: «Da una Chiesa povera e fraterna i mafiosi si autoescluderebbero da soli e anzi la considererebbero nemica», spiega al manifesto Augusto Cavadi, studioso dei rapporti fra Chiesa e mafia e autore, insieme ad altri, del recentissimo Beato fra i mafiosi. Don Puglisi: storia, metodo e teologia (Il Pozzo di Giacobbe). «Ora con questa beatificazione, la mafia non potrà più essere considerata dai cattolici un elemento del paesaggio con cui convivere ma un sistema di dominio ingiusto. Gerarchie e fedeli dovranno però uscire dalla stralunata equidistanza fra mafiosi (e amici dei mafiosi, politici in primis) e guardiani della legalità democratica, dovranno scegliere da che parte stare». E che questa nuova stagione non sia facile lo dimostrano alcune voci raccolte da Cavadi fra i preti: «Il parroco di Brancaccio era un santo e si poteva permettere certi gesti, noi siamo solo poveri preti comuni, da cui non si può pretendere il martirio. Ecco: se passa questa versione, la testimonianza di Puglisi resterà in una nicchia».

L’antimafia evangelica di don Puglisi. Un libro di mons. Bertolone

25 maggio 2013

“Adista”
n. 19, 25 maggio 2013

Luca Kocci

Don Puglisi era finito nella “tana del lupo”, il quartiere Brancaccio di Palermo controllato dai fratelli Graviano. Ma il lupo, cioè Cosa nostra, aveva una “serpe in seno”: un prete libero che quotidianamente, con la sua azione pastorale, contrastava il potere mafioso. L’omicidio, allora, diventa «necessario», perché il dominio della mafia non può tollerare oppositori. Soprattutto se fanno proseliti, animati solo dalla fede nella forza del Vangelo. È questo il senso del martirio in odium fidei di don Pino Puglisi (ucciso il 15 settembre 1993, beatificato come martire il prossimo 25 maggio), raccontato ora in un libro da p. Vincenzo Bertolone (arcivescovo di Catanzaro), il quale più di tutti ha seguito da vicino l’iter verso gli onori dell’altare del prete palermitano – di cui è stato postulatore –, che anni fa sembrava essersi arenato proprio perché si faticava a riconoscere in quell’assassinio il significato profondo del martirio cristiano (La sapienza del sorriso. Il martirio di don Giuseppe Puglisi, Edizioni Paoline, Milano, 2012, pp. 154, euro 13).
Leoluca Bagarella, uno dei vertici della “cupola” di Cosa nostra, criticava i Graviano perché nel loro territorio c’era un prete «che faceva questi discorsi, che faceva le manifestazioni contro la mafia, che prendeva questi bambini, cercando di dire loro “non mettetevi con i mafiosi”, e comunque operava per cercare di levare la gente dalle mani mafiose», ricorda il pentito Antonio Calvaruso, in una testimonianza riportata nel volume. «Per Bagarella questo era uno smacco nei confronti dei Graviano, che avevano un personaggio di questo (spessore) che continuava ad adoperarsi contro la mafia, e loro praticamente lo ignoravano. Quindi i Graviano furono pure costretti a dare una risposta anche al Bagarella, che loro non si sarebbero fatti mortificare da un prete». E così avverrà: prima minacce e intimidazioni – visto che la corruzione non aveva funzionato – ma, spiega Bertolone, «dal momento che tali minacce trovano in Puglisi una inattesa resistenza, i Graviano, carichi di odio e sentendosi umiliati da un prete che esercitava semplicemente il suo ministero sacerdotale, per difendere la propria reputazione mafiosa ne decretano la morte».
Ma perché uccidere un prete e perché proprio lui, si chiede Bertolone, che analizza la congiuntura particolare in cui si trovò don Puglisi quando venne trasferito a Brancaccio all’inizio degli anni ’90: la vicinanza di uno dei capi di Cosa nostra (appunto Bagarella), la visita in Sicilia di Giovanni Paolo II che nella valle dei templi di Agrigento aveva tuonato contro la mafia, la “primavera di Palermo”, senza dimenticare «la forte presa della testimonianza cristiana del parroco di San Gaetano, i primi frutti del suo lavoro, il fascino che la sua proposta cristiana esercita sui giovani e sui bambini». Uccidendo Puglisi, allora, «si vuole mettere a tacere un avversario e intimidire la Chiesa», soprattutto da parte di chi – i mafiosi – vive una «religiosità capovolta» e si nutre di una «sacralità atea», fatta di simboli e di un codice esteriormente religioso ma intimamente antievangelico. «Non possono non aver avvertito che la vita di don Pino spingeva in direzione esattamente opposta alla loro», spiega don Cosimo Scordato, che aggiunge: «L’uccisione di don Puglisi non può non essere considerata come un’azione compiuta in odium fidei, un odio dovuto alla rabbia di dover subire in un territorio (Brancaccio), da sempre feudo della mafia (i Graviano), il progressivo distacco dei suoi abitanti, specie i più giovani, dal credo della lupara al definitivo abbraccio della croce di Cristo redentore».
Non era un “professionista dell’antimafia” don Puglisi, ma un prete del Vangelo: «Desiderava condurre la sua comunità a una vita evangelica che fosse alternativa alla mentalità e agli interessi dominanti», spiega Bertolone, riportando stralci della sentenza di appello del processo contro gli assassini del parroco palermitano. «La lotta alla mafia, come cultura e prassi antievangelica, nasceva dal desiderio di chiarificazione e di purificazione del senso religioso del popolo, per approdare ad una comunità di fede di uomini liberi». Non ci può essere nessuna compatibilità fra fede cristiana e mafia.

Bergoglio versione austerity

24 maggio 2013

“il manifesto”
24 maggio 2013

Luca Kocci

Al primo incontro di papa Francesco con tutti i vescovi italiani, Bergoglio affida alla Conferenza episcopale anche un incarico “politico”: «Il dialogo con le istituzioni politiche, sociali e culturali compete ai vescovi, è cosa vostra», ha detto il pontefice rispondendo a braccio al saluto del cardinal Bagnasco. Aggiungendo poi: «Ed è  il compito vostro meno facile».

Poche parole che però sembrano indicare un ritorno alla tradizione delle relazioni fra Chiesa e politica in Italia: i rapporti con i partiti e con le istituzioni civili e politiche spettano principalmente alla Cei, e non alla Segreteria di Stato vaticana. Come invece è accaduto spesso nel recente passato, quando, dopo la fine del mandato di Ruini, il cardinal Bertone – per ora ancora al suo posto di segretario di Stato vaticano, ma destinato ad essere messo in pensione in tempi brevi, molto probabilmente entro la fine di quest’anno – aveva avocato a sé anche questo ambito, ridimensionando di fatto il ruolo della Cei.

A parte questo passaggio di natura esplicitamente politica, la “prima volta” di Bergoglio con i vescovi italiani riuniti fino ad oggi in assemblea generale è stata tutta ecclesiale. A cominciare dalla sede dell’incontro: la basilica di San Pietro dove i vescovi si sono recati per rinnovare la loro professione di fede davanti al papa, che ha ripreso alcuni dei temi già affrontati in questi mesi di pontificato, come il carrierismo e la struttura ecclesiastica. «La mancata vigilanza – ha detto Bergoglio – rende tiepido il pastore; lo rende distratto e insofferente, lo seduce con la prospettiva della carriera, la lusinga del denaro e i compromessi con lo spirito del mondo, lo impigrisce, trasformandolo in un funzionario, un chierico di stato preoccupato più di sé, dell’organizzazione e delle strutture, che del vero bene del popolo di Dio». Anche se, puntualizza il papa, la Chiesa resta «gerarchica» e «l’obbedienza» rimane indiscutibile.

C’è anche una indicazione operativa per la Cei: bisogna «ridurre il numero delle diocesi, ancora tanto pesanti». Attualmente in Italia sono 226, troppe per Bergoglio, soprattutto se confrontate quelle di altri Paesi come la Francia, dove ce ne sono 100, oppure la Spagna, che ne conta appena 70. «Non è facile – ha aggiunto il papa, evidentemente consapevole delle difficoltà e delle resistenze che potrebbe comportare un robusto dimagrimento della struttura – , ma c’è una commissione per questo» e il lavoro deve andare avanti. Si vedrà nei prossimi mesi cosa intenderanno fare i vescovi. E da Bergoglio arriva anche una conferma: il cardinale Agostino Vallini resterà ancora al suo posto di vicario per la diocesi di Roma, il cui governo pastorale formalmente spetta al papa, in quanto vescovo della città.

L’assemblea generale della Cei, cominciata lunedì scorso, si conclude oggi, quando verrà approvato il bilancio e si parlerà di otto per mille. I vescovi dovranno stabilire come spendere il miliardo abbondante di euro che incasseranno anche nel 2013. Nel 2012 l’introito toccò il record di 1.148 milioni di euro, e anche quest’anno le cifre dovrebbero mantenersi su questo ordine di grandezze. Per quanto riguarda la ripartizione, confermeranno le scelte degli ultimi anni: una piccola quota per gli «interventi caritativi» in Italia e all’estero (poco più del 20% del totale, ovvero circa 250 milioni di euro), mentre tutto il resto dei soldi verrà utilizzato per il sostentamento del clero – gli “stipendi” dei 38mila preti in servizio in Italia: nel 2012 quasi 364 milioni –, per le attività di culto e pastorale, per l’edilizia e per la costruzione di nuove chiese.

Ior. Transazioni sospette, il rapporto dell’Aif

24 maggio 2013

“il manifesto”
24 maggio 2013

Luca Kocci

Lo Ior viene utilizzato anche per operazioni di riciclaggio di danaro sporco. Non è una sorpresa – la banca vaticana ha una lunga tradizione di movimenti finanziari illeciti, si pensi solo a mons. Marcinkus o alle tangenti Enimont gestite dal faccendiere Bisignani –, ma la novità è che ora lo ammettono anche in Vaticano. L’Autorità di informazione finanziaria vaticana (Aif), competente per la vigilanza anti-riciclaggio sullo Stato pontificio, ha infatti appena presentato il suo primo rapporto dal quale emerge che nella seconda metà del 2012 si sono verificate almeno sei operazioni sospette. E in due casi si è trattato, molto probabilmente, di riciclaggio di soldi frutto di tangenti, tanto che gli  atti sono stati trasmessi al promotore di giustizia, ovvero il pubblico ministero di Oltretevere.
Un primo passo verso una trasparenza che tuttavia appare ancora molto lontana: non si conoscono gli attori delle operazioni sospette, né l’ammontare delle cifre. Né si conoscono i bilanci e si sa a chi appartengono realmente, al netto dei prestanome, tutti gli oltre 30mila conti aperti allo Ior, come dice lo stesso direttore dell’Aif, lo svizzero Bruelhart: «Il monitoraggio è in corso, nei prossimi mesi avremo i risultati». Anche per questo Moneyval, l’organismo di controllo antiriciclaggio del Consiglio d’Europa, ancora non ha inserito il Vaticano nella white list dei Paesi virtuosi: il giudizio definitivo arriverà entro l’anno.

Bilancio siciliano in salsa vaticana. Ma la Corte costituzionale potrebbe bloccare tutto

22 maggio 2013

“Adista”
n. 19, 25 maggio

Luca Kocci

La Regione Sicilia finanzia le università del Vaticano. C’è infatti anche la Pontificia facoltà teologica di Sicilia – istituita dalla Congregazione vaticana per l’educazione cattolica l’8 dicembre 1980 – fra gli enti beneficiari di contributi regionali, come risulta dal Bilancio di previsione per l’anno 2013 della Regione Sicilia (una sorta di legge finanziaria) approvata lo scorso 1 maggio dall’Assemblea regionale siciliana. Anche se la giunta guidata da Rosario Crocetta potrebbe essere costretta a ricominciare da capo: sul provvedimento pende infatti un ricorso alla Corte costituzionale presentato dal commissario dello Stato per la Regione siciliana, Carmelo Aronica, che ha impugnato alcune norme della legge, fra cui la Tabella H, il lungo elenco di enti, associazioni, centri studi, fondazioni e appunto facoltà pontificie e teologiche beneficiari dei contributi regionali.

Sono tre le università cattoliche che dovrebbero ricevere finanziamenti dalla Regione Sicilia: la Pontificia facoltà teologica di Sicilia (Palermo), per cui è previsto un contributo «quale concorso all’attività ordinaria» per 135mila euro; lo Studio teologico San Paolo di Catania (affiliato alla stessa Facoltà teologica dal 1990), al quale dovrebbero andare 97mila euro; e lo Studio teologico San Tommaso di Messina (aggregato all’Università pontificia salesiana di Roma), per cui sono stanziati 46mila euro, sempre come contributo «quale concorso all’attività ordinaria».

Fra i 137 beneficiari dei fondi regionali inseriti nella Tabella H, per una cifra totale di 25 milioni di euro, ci sono anche altri enti e associazioni cattoliche: la Fondazione Banco Alimentare, di area Comunione e Liberazione, con 425mila euro; il Centro studi don Calabria (233mila euro); il Movimento per la vita, con 120mila euro; l’Istituto per la dottrina e l’informazione social (Idis), con 31mila euro; il Centro studi sulle nuove religioni (Cesnur) di Massimo Introvigne, con 27mila euro; e poi una serie di altre piccole associazioni che tuttavia svolgono servizi di assistenza e promozione sociale nei confronti di alcune fasce deboli della popolazione, dai disabili ai detenuti ed ex detenuti.

Sull’interno provvedimento, però, pende la mannaia del ricorso alla Corte. «La norma dà adito a rilievi di carattere costituzionale perché l’Assemblea regionale interviene nuovamente con un provvedimento ad hoc destinato esclusivamente a determinate istituzioni, da anni fruitrici di provvidenze pubbliche senza ancorare la scelta operata a precisi e confacenti parametri di comparazione e valutazione», spiega il prefetto Carmelo Aronica. Senza contare che molte delle istituzioni beneficiarie «potrebbero essere già destinatarie di provvidenze erogate da altri soggetti pubblici. Quindi, aggiunge Aronica, «se non sono contestabili la valenza ed il rilievo, anche a livello ultra regionale, di talune associazioni e fondazioni destinatarie dei contributi, ciò che costituisce motivo di censura è l’omessa valutazione e comparazione delle loro situazioni con quelle delle altre istituzioni operanti in medesimi settori in Sicilia. Questo esame comparativo avrebbe potuto e dovuto essere effettuato mediante una esaustiva istruttoria amministrativa operata dalla competente commissione legislativa prima dell’adozione della legge». Cosa che invece non è stata fatta, presumibilmente perché molti dei deputati regionali che si sono battuti per l’inserimento in tabella di un ente piuttosto che un altro sono stati mossi da criteri di “amicizia”, o clientelari.

«Io la tabella H non l’ho votata – si difende Crocetta –, non l’abbiamo condivisa e non la vogliamo. Anche il mio partito non era convinto, ma a un certo punto è stato difficile dire di no, perchè all’interno ci sono enti e associazioni meritevoli, oltre a delle schifezze. Tuttavia all’ultimo minuto ci siamo riuniti, la maggioranza si stava convincendo a votare contro la tabella H ma il mio partito, il Pd, ha capito che a quel punto rischiava di far saltare l’intera manovra finanziaria, anche se il governo non è mai stato sotto ricatto. Allora li ho tranquillizzati, ero quasi convinto che il commissario dello Stato avrebbe impugnato la Tabella». E quindi, ora, si attende la risposta da Roma.

Bagnasco avverte: «Raduno di popolo contro la latitanza dello Stato»

21 maggio 2013

“il manifesto”
21 maggio 2013

Luca Kocci

Se molte famiglie non possono iscrivere i propri figli in una scuola cattolica, la colpa è della «latitanza dello Stato»: non le finanzia come dovrebbe, le rette sono troppo alte, e le famiglie, soprattutto in tempi di crisi, devono rinunciare e accontentarsi di una scuola statale.

Nella prolusione con cui ieri ha aperto i lavori dell’Assemblea generale dei vescovi, in corso a Roma fino a venerdì, il presidente della Cei, cardinal Bagnasco, è tornato con forza sul tema della scuola cattolica – lo aveva fatto già due settimane fa, rivendicando ulteriori stanziamenti e attaccando il referendum bolognese di domenica prossima contro i finanziamenti comunali alle scuole dell’infanzia paritarie – e ha chiesto ancora una volta che lo Stato aumenti le risorse economiche a favore degli istituti confessionali.

«Chiediamo che si riconosca concretamente il diritto dei genitori ad educare i figli secondo le proprie convinzioni», ovvero a mandarli in una scuola cattolica. «Sempre di più, invece – lamenta Bagnasco –, sono costretti a rinunciare sotto la pressione della crisi e la persistente latitanza dello Stato». Stavolta però la Chiesa italiana e le federazioni delle scuole cattoliche non si limiteranno alle dichiarazioni ma, ha lasciato intendere il presidente dei vescovi, scenderanno in piazza: nei prossimi mesi ci sarà «un raduno di popolo», cioè una grande manifestazione per chiedere maggiori finanziamenti per la scuola confessionale oppure, in alternativa, l’introduzione del “buono scuola”, come ha fatto per anni la Regione Lombardia governata dal ciellino Formigoni.

Da Bagnasco è arrivata anche la benedizione – sebbene meno solenne del previsto – al governo delle larghe intese Letta-Alfano, con la precisazione che ai vescovi «sta a cuore non una formula specifica, ma i principi». Occorre superare «il clima di ostinata contrapposizione» e mettersi al lavoro. «Pensare alla gente: questa è l’unica cosa seria», aggiunge. «Pensarci con grandissimo senso di responsabilità, senza populismi inconcludenti e dannosi», senza «perdere l’opportunità, né disperdere il duro cammino fatto dagli italiani. L’ora è talmente urgente che qualunque intoppo o impuntatura, da qualunque parte provenga, resteranno scritti nella storia». Il lavoro – per i giovani che non lo hanno e per gli adulti che lo hanno perso – è la prima delle emergenze a cui la politica deve far fronte. E poi il consueto elenco dei «principi non negoziabili»: la tutela della vita dal concepimento alla morte – Bagnasco ribadisce il sostegno della Cei all’iniziativa dei movimenti per la vita perché l’Europa riconosca lo «Statuto dell’embrione» – e la famiglia tradizionale formata da un uomo e una donna. «Demolirla è un crimine», puntualizza il cardinale, «non può essere umiliata e indebolita da rappresentazioni similari che in modo felpato costituiscono un vulnus progressivo alla sua specifica identità e che non sono necessarie per tutelare diritti individuali in larga misura già garantiti dall’ordinamento».

Una scuola per formare «cittadini sovrani». La XII marcia di Barbiana

20 maggio 2013

“Adista”
n. 19, 25 maggio 2013

Luca Kocci

In un migliaio o poco più – studenti, insegnanti, cittadini, rappresentanti delle istituzioni accompagnati dai gonfaloni degli enti locali – , alla spicciolata, lungo il sentiero in salita sulle pendici del Monte Giovi, domenica 19 maggio hanno marciato dal lago Viola di Vicchio fino a Barbiana – sede, dal 1954 al 1967 della scuola di don Lorenzo Milani per i piccoli e i giovani montanari e contadini del Mugello – per ribadire i principi e i valori costituzionali di una scuola pubblica, democratica, laica e attenta soprattutto agli ultimi per trasformarli – come hanno scritto don Milani e i “suoi” ragazzi in Lettera a una professoressa – in «cittadini sovrani».

«Ancora di nuovo, per la dodicesima volta, senza cedere a stanchezza e ad amarezza su, verso Barbiana,

per la scuola di tutti e di ciascuno», hanno salutato i partecipanti i promotori della marcia, ovvero gli amministratori locali dei “luoghi milaniani”: Roberto Izzo, sindaco di Vicchio, principale animatore della dodicesima edizione della Marcia, Alessio  Biagioli (sindaco di Calenzano), Giulio Mangani (sindaco di Montespertoli), Matteo Renzi (sindaco di Firenze), Giovanni Bettarini (presidente dell’Unione montana dei Comuni del Mugello), Andrea Barducci (presidente della Provincia di Firenze) ed Enrico Rossi (presidente della Regione Toscana).

Rimettere al centro la scuola pubblica italiana – «diventata l’ultima in Europa per investimenti pubblici» – le parole d’ordine e le richieste alla politica nazionale. Quella scuola «a cui ora, come non mai, è negato il ruolo che le è proprio di fulcro della crescita delle persone e della Nazione», spiegano partecipanti e promotori; quella scuola «di cui ormai si parla solo in termini economici: spesa e risparmio». Nonostante questo e le scelte politiche degli ultimi decenni «nutriamo ancora la speranza, e coltivarla è un imperativo morale per combattere alla radice la decadenza della nostra società».

Alcune riflessioni partono da Barbiana ed arrivano fino all’oggi: «I giovani che don Lorenzo Milani mandava all’estero per imparare la vita e le lingue e poi tornare a dare il loro contributo alla nostra Nazione, ora fuggono sempre più numerosi e solo all’estero trovano la realizzazione dei propri sogni e lì portano il loro contributo di intelligenza, di saperi e di saper fare». La conclusione – durante la quale vengono presentati e premiati i lavori realizzati dalle scuole di tutta Italia che hanno partecipato al concorso “La memoria genera speranza” – è all’insegna del continuare ad impegnarsi e a chiedere una scuola di qualità: «I valori di don Lorenzo Milani, la memoria della sua opera e del suo pensiero sono ancora attuali, ci scuotono e ci incitano a non arrendersi».

Omosessuali cattolici. Veglie nelle parrocchie contro i pregiudizi della Chiesa ufficiale

18 maggio 2013

“il manifesto”
18 maggio 2013

Luca Kocci

La Giornata mondiale contro l’omofobia è stata celebrata anche dai gruppi omosessuali cattolici di base: hanno ricordato le vittime durante decine di veglie e incontri che si sono svolti ieri sera in oltre 20 città italiane e hanno rilanciato la lotta contro le violenze e i pregiudizi presenti nella società e nella Chiesa.

La dottrina cattolica resta immutabile: nei confronti degli omosessuali predica accoglienza, ma considera gli atti omosessuali «intrinsecamente disordinati» e «contrari alla legge naturale» e, ovviamente, prescrive la «castità». Il secondo dei «principi non negoziabili» – il matrimonio tra uomo e donna, con la condanna di ogni altro tipo di unione, soprattutto fra persone dello stesso sesso – rimane intangibile. Eppure la Chiesa nel suo complesso, fatta non solo di gerarchie e catechismi ma anche di credenti di base e di prassi più fedeli al Vangelo che al magistero, si mostra meno monolitica di quello che appare. Prova ne è il fatto che buona parte degli appuntamenti di ieri (e dei giorni precedenti), spesso organizzati insieme a valdesi, battisti e altre Chiese riformate, si sono svolti all’interno di parrocchie, con la partecipazione e la benedizione di molti preti: a Milano nella chiesa dell’Incoronata, a Genova a San Benedetto al Porto con don Gallo, a Firenze nella parrocchia della Madonna della Tosse, a Roma a sant’Alessio all’Aventino, a Palermo nella parrocchia della Kalsa, e poi Torino, Padova, Bologna, Napoli, Messina, Catania e altre città.

Una situazione ben diversa rispetto a qualche anno fa – l’iniziativa delle veglie ha preso il via nel 2007 – quando le porte delle chiese rimanevano sbarrate e i vescovi lanciavano anatemi contro i peccatori e chi voleva accoglierli. «Spero che venga sempre più rispettata la dignità di ogni persona il cui valore è anteriore a qualunque orientamento personale e scelta di vita», dice da Palermo don Francesco Michele Stabile. E Gianni Geraci, portavoce dello storico gruppo milanese del Guado, a chi polemicamente chiede a che servono gli omosessuali risponde: «Ad aiutare le persone e le Chiese a scoprire il grande valore della diversità».