Archive for giugno 2013

Condanna a 6 mesi per il card. Sebastiani. Diffamò il magistrato che indagava su Radio Vaticana

30 giugno 2013

“Adista”
n. 24, 29 giugno 2013

Luca Kocci

La sentenza di condanna pronunciata dal Tribunale di Perugia lo scorso 18 giugno è piuttosto inusuale, perché il condannato è un cardinale di Santa romana Chiesa: Sergio Sebastiani. Il giudice monocratico del capoluogo umbro – che ha la competenza sulle inchieste che riguardano i magistrati romani anche se, come in questo caso, sono le parti lese –, Daniele Cenci, ha ritenuto l’82.enne cardinale colpevole di diffamazione nei confronti di Gianfranco Amendola, all’epoca procuratore aggiunto di Roma che stava conducendo un’inchiesta sulle onde elettromagnetiche inquinanti provocate dalla antenne di Radio Vaticana a Santa Maria di Galeria. E lo ha condannato a sei mesi di reclusione e al pagamento, come risarcimento danni, di una provvisionale di 25mila euro in favore dell’ex procuratore di Roma, ora alla guida della procura di Civitavecchia (il pubblico ministero aveva chiesto in realtà otto mesi di carcere e la parte civile aveva sollecitato un risarcimento di 300mila euro per danni morali e materiali e una provvisionale di almeno 50mila euro).

Nel settembre del 2007, mentre l’inchiesta su Radio Vaticana era nel vivo, il card. Sebastiani, all’epoca presidente della Prefettura degli Affari economici della Santa Sede (incarico che ha mantenuto dal 1997 al 2008), rilasciò un’intervista al quotidiano la Repubblica (5/9/07), esprimendo giudizi durissimi sul procuratore Amendola: quello dell’inquinamento elettromagnetico, disse allora Sebastiani, «è un falso problema, per di più portato avanti da un pretore d’assalto che si chiama Gianfranco Amendola per denigrare la Radio Vaticana». Amendola denunciò il cardinale per diffamazione, e la scorsa settimana è arrivata la sentenza di condanna. Secondo il giudice Cenci, che ha definito «sprezzanti» le parole dell’ex presidente della Prefettura vaticana degli Affari economici, quella di Sebastiani è stata una affermazione lesiva e offensiva della reputazione altrui. Nelle motivazioni del magistrato del tribunale di Perugia si legge che «sostenere, in termini netti, la falsità del problema relativo all’emissione da parte di Radio Vaticana delle onde elettromagnetiche pone l’affermazione stessa oltre i limiti della valutazione, facendola scadere nella manipolazione della realtà, strumentalmente tesa a denigrare l’operato del soggetto che di quella stessa vicenda giudiziaria si occupava. Che si tratti di un problema reale è dimostrato dalla denunce presentate dai cittadini delle zone interessate dalle emissioni elettromagnetiche, dalla risonanza anche mediatica avuta dalla vicenda oltre che dal fatto stesso che si siano svolti numerosi processi. Tutte circostanze, queste, che consentono di affermare con certezza che l’esistenza del problema “emissioni elettromagnetiche” non possa porsi in dubbio».

Quella dei problemi alla salute causati delle onde elettromagnetiche delle mega antenne di Radio Vaticana – fra gli abitanti di Cesano, a nord di Roma, è stato verificato soprattutto un aumento delle leucemie – è stata una vicenda processuale lunga e complessa, cominciata nel 2001 e conclusa solo nel febbraio del 2011 (v. Adista nn. 25 e 35/01, 1/05, 43/07, 41/08 e 19/11) quando la Corte di Cassazione ha confermato il diritto ai risarcimento per i cittadini che vivono sotto le antenne della radio del papa.

Ior, in manette monsignor 500 euro

29 giugno 2013

“il manifesto”
29 giugno 2013

Luca Kocci

Era soprannominato  “monsignor 500” perché nel portafoglio conservava sempre un fascio di banconote da 500 euro. E ieri “monsignor 500”, ovvero Nunzio Scarano, prelato della diocesi di Salerno che, prima di essere stato sospeso precauzionalmente qualche settimana fa, lavorava nel servizio di contabilità all’Apsa – l’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica, ovvero l’ente che gestisce i beni di proprietà della Santa sede, fra cui il vastissimo patrimonio immobiliare – è stato arrestato dalla Guardia di Finanza per ordine dei magistrati della Procura di Roma che da tre anni indagano anche su presunte violazioni della normativa antiriciclaggio da parte dello Ior. Insieme a lui sono finiti agli arresti il carabiniere Giovanni Maria Zito, ex funzionario dei servizi segreti dell’Aisi, e il broker finanziario Giovanni Carenzio, tutti e tre accomunati dall’affiliazione all’Ordine Costantiniano, un antico ordine equestre borbonico. Le accuse per gli indagati sono corruzione, truffa e calunnia.

L’inchiesta è piuttosto complessa e ancora da chiarire in tutti i suoi aspetti, anche se i contorni sembrano già piuttosto definiti. Al centro della vicenda ci sarebbero 20 milioni di euro riconducibili alla famiglia degli armatori napoletani D’Amico, e secondo gli inquirenti frutto di evasione fiscale, da far rientrare in Italia dalla Svizzera, dove erano custoditi da Carenzio. Mons. Scarano – che con i D’Amico aveva da anni relazioni di amicizia – avrebbe coinvolto nell’operazione Zito, il quale, in virtù del suo ruolo nell’Arma, avrebbe potuto facilmente aggirare i controlli doganali, come confermano anche alcune intercettazioni telefoniche. «Tu sai perfettamente che negli aeroporti ci sono i controlli di sicurezza no?», dice Zito a Scarano, aggiungendo: «Io ho la possibilità, organizzandomi adesso, di poter saltare quel tipo di trafila con molta tranquillità, di utilizzare un aeromobile privato e atterrare in un aeroporto militare! Ecco, questa procedura ci permette di fare quel passaggio in tempi rapidi e sicurissimi. Allora mi devi dire con esattezza se si deve fare o non si deve fare perché mi devo organizzare». Il monsignore, che sembra essere il regista dell’operazione, dà a Zito il via libera e gli promette un lauto compenso per il servizio. Poi però, racconta Nello Rossi, uno dei pm dell’inchiesta, fra Scarano, Zito e Carenzio nascono dei dissidi e il trasferimento dei contanti salta. Senza però che questo impedisca a Zito – che aveva già messo in moto le macchine – di pretendere la sua parcella: incassa 400mila euro e riceve un altro assegno da 200mila, che però Scarano blocca, con una falsa denuncia di smarrimento dell’assegno stesso.

Questi i fatti che ora i magistrati di Roma dovranno accertare. Intanto nell’ordinanza di custodia cautelare viene evidenziata la «spregiudicatezza» di Scarano, la «continua e reiterata disinvoltura nella gestione dei suoi affari» oltre alla sua «ampissima disponibilità economica». E infatti il monsignore, che è titolare di due conti correnti allo Ior – uno intestato a lui, l’altro denominato “fondo anziani” – è coinvolto, a Salerno, in un’altra indagine della magistratura: avrebbe ricevuto, da parte di 56 “donatori”, 56 assegni circolari di 10mila euro ciascuno; ma gli stessi donatori, al momento della consegna degli assegni, avrebbero ricevuto la stessa cifra in contanti da parte di Scarano. Il sospetto dei magistrati salernitani è una mega operazione di riciclaggio di denaro sporco coordinata dal monsignore. Per ironia della sorte, quando Scarano è a Roma alloggia nella Domus internationalis Paolo VI, diretta quel mons. Battista Ricca che due settimane fa Bergoglio ha nominato prelato dello Ior, con il compito di tenere d’occhio e riferirgli costantemente quello che succede nei corridoi e nelle stanze della banca vaticana: per saperne di più gli sarebbe bastato bussare alla porta del suo ospite salernitano.

«Scarano chiarirà tutto ai magistrati», puntualizzano gli avvocati del prelato. «La Santa sede – spiega il direttore della Sala stampa vaticana, padre Lombardi – non ha ancora ricevuto alcuna richiesta sulla questione dalle competenti autorità italiane, ma conferma la sua disponibilità a una piena collaborazione». E sia lo Ior sia l’Aif (l’Autorità di informazione finanziaria vaticana) annunciano un’inchiesta interna.

Un’altra tegola cade sulla testa di papa Bergoglio, a due giorni esatti dall’annuncio dell’istituzione di una Commissione speciale sullo Ior che – benché in questa vicenda finora sia coinvolto solo indirettamente – pare sempre più avvolto dalle nebbie e sempre meno riformabile.

Bergoglio nomina una commissione per raccogliere informazioni sullo Ior

27 giugno 2013

“il manifesto”
27 giugno 2013

Luca Kocci

Papa Francesco non si fida degli attuali vertici dello Ior. E così ha istituito una Commissione che raccolga «documenti», «dati» e «puntuali informazioni» sulle varie attività dell’Istituto per le opere di religione – in deroga anche al «segreto d’ufficio» e ad «altre restrizioni» – e lo aggiorni costantemente. L’annuncio è stato dato ieri dalla Sala stampa della Santa sede, ma la Commissione referente è in funzione già dal 24 giugno, quando Bergoglio l’ha creata con un “chirografo”, un atto redatto direttamente di suo pugno.

Si tratta del secondo intervento del papa sullo Ior in pochi giorni. Il 15 giugno, infatti, aveva nominato come prelato dell’Istituto un uomo a lui vicinissimo, mons. Battista Ricca (direttore della Casa Santa Marta, la residenza dove Bergoglio ha scelto di abitare), con il compito di svolgere la funzione di “ufficiale di collegamento” con le stanze del potere della banca vaticana. Ora con l’istituzione della Commissione referente, nonostante padre Lombardi, portavoce della Santa sede, respinga il termine «commissariamento», risulta ancora più evidente che Bergoglio voglia avere notizie e documenti di prima mano da “suoi” uomini. Tutte informazioni che gli torneranno utili in vista di una prossima annunciata riforma dello Ior – anche se più probabilmente si tratterà di un più modesto rimpasto –, ma che intanto consentiranno a Bergoglio di avere occhi ed orecchie nei corridoi e nelle stanze della banca vaticana. Tanto più che gli attuali dirigenti sono tutti espressione della vecchia gestione: il presidente Von Freyberg e il cardinal Bertone, presidente della Commissione cardinalizia di vigilanza, il primo nominato e il secondo riconfermato alla fine dello scorso febbraio, quando Ratzinger aveva già annunciato le sue dimissioni. Un modo per “legare le mani” al successore, chiunque fosse stato, mettendolo davanti al fatto compiuto.

I cinque commissari scelti da Bergoglio non sembrano però andare nella direzione di quella riforma radicale dello Ior che tanti si aspettano. Il presidente è l’ottantenne cardinale salesiano (come Bertone) Raffaele Farina, ex responsabile della biblioteca e dell’archivio segreto vaticano; coordinatore è lo spagnolo Juan Ignacio Arrieta, segretario del Pontificio consiglio per i testi legislativi, appartenente all’Opus Dei e per 15 anni preside della facoltà di Diritto canonico dell’università della Santa Croce, l’ateneo dell’Opus Dei; segretario è lo statunitense Bryan Wells, che lavora in segreteria di Stato ed è vicino alla potente lobby dei Cavalieri di Colombo, influenti nell’elezione di Bergoglio in conclave grazie al voto dei cardinali Usa e in corsa per accaparrarsi il prossimo presidente dello Ior, al posto di Von Freyberg (che appartiene ai Cavalieri di Malta); poi ci sono il cardinal Jean Louis Tauran (da sempre schierato su posizioni anti-bertoniane) e Mary Ann Glendon, ex ambasciatrice Usa presso la Santa Sede e presidente della Pontificia accademia delle Scienze sociali, di sicura fede repubblicana, paladina dei movimenti pro-life.

Figlio gay, il prete la caccia

23 giugno 2013

“il manifesto”
23 giugno 2013

Luca Kocci

Per suo figlio sarebbe stato meglio essere ladro piuttosto che omosessuale: è la risposta che, nei giorni scorsi, la mamma cattolica di un ragazzo gay ha ricevuto da parte di un prete palermitano.

La vicenda comincia lo scorso 17 maggio, Giornata mondiale contro l’omofobia. Gli omosessuali credenti promuovono incontri in tutta Italia. A Palermo il gruppo Ali d’Aquila – fra gli organizzatori del Pride con iniziative su fede e omosessualità – si incontra nella chiesa della Kalsa, al termine della veglia propone ai partecipanti di recarsi nelle proprie parrocchie e far inserire un pensiero o una preghiera contro l’omofobia nelle messe domenicali. La mamma ci prova, ma il suo parroco la respinge: ci sono le cresime, c’è troppa gente, non è il momento. Va in un’altra parrocchia: «L’omosessualità è opera del diavolo», le risponde il prete, «Gesù si è rivolto ai peccatori, ai ladri, alle prostitute, agli impostori, agli assassini, ma non agli omosessuali. Signora, secondo lei perché?». «Allora io ho il diavolo in casa? Eppure non mi sembrava», scrive la donna in una lettera aperta, resa nota dall’agenzia Adista. «La medicina non ha dato sino ad oggi nessuna risposta, quindi, cara signora, questa è la risposta», sentenzia il prete.

Otto per mille: referendum dei Radicali per eliminare il “trucco” delle quote non espresse

20 giugno 2013

“Adista”
n. 23, 22 giugno 2013

Luca Kocci

È uno degli aspetti più controversi e discutibili del sistema dell’8 per mille: il meccanismo in base al quale le quote “non espresse” – ovvero quelle che non vengono destinate esplicitamente, perché il contribuente non ha firmato per nessuna delle sei confessioni religiose che accedono ai fondi né per lo Stato – vengono ripartite proporzionalmente agli altri in base alle firme ottenute. Una procedura che premia i più forti che, incassando le quote non espresse, raddoppiano i loro introiti. I cittadini che decidono la destinazione dell’8 per mille sono infatti meno della metà dei contribuenti (circa il 45%). Tutti gli altri (il restante 55%) lasciano la casella in bianco ma la loro quota di 8 per mille – che viene comunque detratta – è ripartita proporzionalmente in base alle scelte di coloro che hanno firmato. In tal modo, per esempio, la Chiesa cattolica, nel 2013 ha ottenuto l’82,01% delle preferenze di coloro che hanno scelto una destinazione per l’8 per mille (sulla base delle dichiarazioni dei redditi del 2010) ed ha incassato non solo l’82,01% dell’8 per mille di chi ha scelto, ma anche l’82,01% dell’8 per mille di chi ha lasciato la casella in bianco, aumentando così l’introito di più del doppio di quanto avrebbe percepito sulla base solo delle scelte espresse (v. Adista Notizie n. 21/13). Lo stesso, ovviamente, vale anche per le altre confessioni (tranne la Chiesa Battista, che ha scelto di non partecipare alla ripartizione delle quote non espresse, e le Assemblee di Dio, che hanno deciso di devolvere allo Stato la quota non esplicitamente destinata che però gli sarebbe spettata), sebbene con percentuali notevolmente inferiori a quelle della Chiesa cattolica.Questo meccanismo potrebbe ora essere rivisto se avesse successo uno dei sei quesiti referendari promossi dai Radicali italiani che, lo scorso 7 giugno, hanno avviato la raccolta delle firme (ne servono 500mila da depositare in Cassazione entro settembre per poter celebrare il referendum). «Volete che sia abrogata la legge 20 maggio 1985, n. 222, limitatamente all’articolo 47, terzo comma, limitatamente al secondo periodo: “In caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse?”» recita il quesito referendario. «Vogliamo che la quota relativa alle scelte non espresse sull’8 per mille (attualmente più del 50% del totale, circa 600 milioni di euro l’anno) rimanga in capo al bilancio generale dello Stato», spiegano i Radicali, che dicono di voler «restituire l’effettiva libertà di scelta ai cittadini». Se il referendum fosse ammesso e poi ottenesse la maggioranza dei consensi, verrebbe abrogata la disposizione che prevede che anche la quota di chi non esprime alcuna indicazione sia ripartita tra le confessioni religiose. E tale quota resterebbe interamente allo Stato. «Non si arrecherebbe alcun danno alle attività caritatevoli (il principale argomento utilizzato dai vertici della Cei, principali beneficiari della ripartizione delle quote non espresse, ndr) – aggiungono i Radicali –, visto che il fondo 8 per mille si è moltiplicato per cinque negli ultimi 20 anni, arrivando alla cifra record di un miliardo l’anno».Quello sull’8 per mille fa parte di un pacchetto di sei referendum (“Cambiamo noi”) sui quali i Radicali hanno avviato la raccolta delle firme. Gli altri cinque riguardano temi sociali, civili e politici: divorzio breve, per eliminare l’obbligo dei tre anni di separazione obbligatoria prima di ottenere il divorzio; immigrazione (due quesiti), per abrogare il reato di clandestinità e per eliminare le norme che incidono sulla “clandestinizzazione” e precarizzazione dei lavoratori migranti; droghe, con l’eliminazione delle pene detentive in carcere per i reati di lieve entità, come la coltivazione domestica, il possesso e il trasporto di quantità medie, ecc.; finanziamento ai partiti, per abolire il finanziamento pubblico dei partiti e i rimborsi elettorali truffaldini. Oltre a questi, i Radicali italiani hanno anche depositato altri cinque quesiti referendari per una “giustizia giusta” riguardanti: la responsabilità civile dei magistrati, il rientro nelle funzioni proprie dei magistrati fuori ruolo, la separazione delle carriere dei magistrati, l’abuso della custodia cautelare, l’abolizione dell’ergastolo.

Bergoglio apre un occhio sullo Ior

16 giugno 2013

“il manifesto”
16 giugno 2013

Luca Kocci

Non è la riforma dello Ior che molti si aspettano, tuttavia ieri papa Francesco ha piazzato un uomo di sua fiducia nelle stanze del potere della banca vaticana, dando così un segnale evidente che non va tutto bene nell’Istituto per le opere di religione.

Bergoglio ha infatti approvato la nomina con «effetto immediato» – si tratta cioè di una scelta voluta esplicitamente dal papa – di mons. Battista Ricca come prelato dell’Istituto. Era una carica vacante da tre anni, che ora Francesco ha assegnato ad un suo uomo. Ricca infatti è il direttore della Casa Santa Marta, la residenza vaticana che Bergoglio ha scelto come sua abitazione, rinunciando a vivere nell’appartamento pontificio. Si tratta quindi della persona che in questi tre mesi è stato più vicino a papa Francesco e che ha saputo conquistare la sua fiducia. Da prelato dello Ior svolgerà la funzione di “ufficiale di collegamento” fra Bergoglio e tutto quello che accadrà nella banca vaticana: avrà infatti il ruolo di segretario degli incontri della Commissione cardinalizia di vigilanza dello Ior – presieduta da Bertone – e assisterà agli incontri del Consiglio di sovrintendenza, cioè il consiglio di amministrazione laico della banca, riferendo poi ogni cosa a Bergoglio.

La scelta del nuovo presidente, il tedesco Von Freyberg, e la riconferma di Bertone, entrambe effettuate a fine febbraio, con Ratzinger già dimissionario, avevano “legato le mani” a Bergoglio, messo davanti ad un fatto compiuto. Ora papa Francesco, con la nomina di un suo fedelissimo, evidentemente intende vederci più chiaro.

Don Puglisi beato e martire: non un santino, ma un testimone della forza sovversiva del Vangelo

12 giugno 2013

“Adista”
n. 22, 15 giugno 2013

Luca Kocci

Don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso dai killer di Cosa Nostra il 15 settembre 1993, è beato. È stato proclamato “martire” di mafia, durante una celebrazione – al Foro Italico, sul lungomare di Palermo, lo scorso 25 maggio – presieduta dall’arcivescovo di Palermo, il card. Paolo Romeo, e dal suo predecessore nel capoluogo siciliano, card. Salvatore De Giorgi, a cui hanno partecipato almeno 80mila persone.

È la prima volta che una vittima della mafia viene proclamata martire dalla Chiesa cattolica. Il percorso che ha portato alla beatificazione di Puglisi è stato accidentato, fino quasi ad arenarsi, come ha raccontato anche il postulatore della causa, l’arcivescovo di Catanzaro mons. Vincenzo Bertolone: vi erano «legittimi dubbi» – poi superati – sulla questione dell’assassinio in odium fidei (in odio alla fede), elemento ritenuto imprescindibile dalla Chiesa per poter parlare di martirio cristiano (v. Adista Notizie n. 27/12).

Del resto si trattava anche di fare i conti con alcune contraddizioni che hanno caratterizzato la storia delle relazioni, ormai secolari, fra Chiesa cattolica e mafia: quella dei mafiosi che rivendicano pubblicamente la loro fede religiosa e la loro appartenenza alla Chiesa (dalla simbologia del codice mafioso mutuata dalla ritualità cattolica, alle Bibbie trovate nelle case dei mafiosi, fino alla partecipazione dei boss in prima fila alle processioni religiose, utilizzate come occasioni per rafforzare il proprio consenso sociale e quindi il loro potere); e quella degli uomini di Chiesa che hanno intrattenuto relazioni ambigue con i mafiosi, come l’esemplare caso del cardinale di Palermo Ernesto Ruffini che nel 1963, all’indomani della strage di Ciaculli in cui vennero uccisi sette fra poliziotti e carabinbieri, respingendo l’invito di Paolo VI a prendere iniziative contro la mafia – come aveva fatto il pastore valdese Pietro Valdo Panascia – scrisse che associare la «cosiddetta mafia» alla Chiesa «è una supposizione calunniosa messa in giro dai socialcomunisti» che, per interessi propri, «accusano la Democrazia cristiana di essere appoggiata dalla mafia». Dagli anni ’90 le cose hanno iniziato lentamente a cambiare: nel 1993 ci fu l’anatema di papa Wojtyla nella Valle dei templi; e nel 2010 il documento della Cei sul sud d’Italia nel quale la la mafia è definita struttura di peccato.

Ma silenzi, omissioni e letture minimaliste restano. Come le parole dello stesso presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, che alla vigilia della beatificazione ha voluto precisare: «Don Puglisi è stato ucciso in odium fidei, per odio della fede, non per anti-mafia. Per questo motivo è stato dichiarato martire. Una lettura diversa, legata solo alla lotta alla mafia, è una lettura sociologica ed è gravemente riduttiva». Toni piuttosti diversi da quelli utilizzati da papa Francesco il quale, nell’Angelus del 26 maggio, all’indomani della beatificazione, pur non ripetendo il duro j’accuse di Giovanni Paolo II del ’93, si è nettamente differenziato da Bagnasco: «Ieri, a Palermo, è stato proclamato beato don Giuseppe Puglisi, sacerdote e martire, ucciso dalla mafia nel 1993. Don Puglisi è stato un sacerdote esemplare, dedito specialmente alla pastorale giovanile. Educando i ragazzi secondo il Vangelo li sottraeva alla malavita, e così questa ha cercato di sconfiggerlo uccidendolo. In realtà, però, è lui che ha vinto, con Cristo Risorto. Io penso a tanti dolori di uomini e donne, anche di bambini, che sono sfruttati da tante mafie, che li sfruttano facendo fare loro un lavoro che li rende schiavi, con la prostituzione, con tante pressioni sociali. Dietro a questi sfruttamenti, dietro a queste schiavitù, ci sono mafie. Preghiamo il Signore perché converta il cuore di queste persone. Non possono fare questo! Non possono fare di noi, fratelli, schiavi! Dobbiamo pregare il Signore! Preghiamo perché questi mafiosi e queste mafiose si convertano a Dio e lodiamo Dio per la luminosa testimonianza di don Giuseppe Puglisi, e facciamo tesoro del suo esempio!».

Della questione del martirio si è parlato all’Istituto Augustinianum di Roma lo scorso 31 maggio, durante un’iniziativa organizzata insieme a Libera, l’associazioni antimafia guidata da don Luigi Ciotti. E se Francesca Cocchini (docente di Storia del cristianesimo all’università La Sapienza di Roma) ha messo in collegamento l’assassinio del parroco palermitano con quello dei primi martiri cristiani – entrambi «testimoni fedeli di Cristo» –, il filosofo Augusto Cavadi (autore di diverse monografie sulle relazioni fra Chiesa e mafia) si è soffermato soprattutto sull’attualità e sul modello di Puglisi come prete e come cittadino. «Puglisi è stato un po’ come mons. Oscar Romero, il vescovo di San Salvador ucciso dai sicari della giunta militare nel 1980», spiega Cavadi. «Mandato a Brancaccio dal card. Pappalardo, vescovo di Palermo, per normalizzare e riportare all’ordine una parrocchia troppo progressista (era parroco don Rosario Giué, considerato un “prete rosso”), Puglisi, come Romero, quando ha visto la realtà di Brancaccio, ha capito che forse si potevano correggere le forme ma non la sostanza. “Sono un prete”, si è detto, “quindi faccio antimafia”, perché evangelizzazione e promozione umana (come il titolo del convegno della Cei del 1976, prima della svolta di Ruini e Wojtyla, n.d.r.) si intrecciano e si danno senso a vicenda. Puglisi ha capito che fare antimafia non era un optional a Brancaccio, anzi fare il prete ha comportato per lui fare antimafia come dovere del suo stesso ministero. Adesso, con la sua beatificazione, è evidente che per la Chiesa e i cattolici non è più possibile essere neutrali e i pastori devono difendere la dignità delle loro pecore». Ma Puglisi, secondo Cavadi, è un modello anche come cittadino. «Al di là della retorica di queste settimane in cui tutti confessano di essere stati dalla parte di Puglisi – si chiede Cavadi – mi domando se sarebbe stato ucciso se il suo “ordine”, ovvero la Chiesa e la Chiesa palermitana in generale, fosse stata da sempre concorde con le sue posizioni e i suoi comportamenti. Il medico Paolo Giaccone – ricorda Cavadi – è stato ucciso a Palermo nel 1982 perché aveva rifiutato di firmare una diagnosi falsa a beneficio di un mafioso, ma siccome da 150 anni i medici falsificavano diagnosi e certificati per far scarcerare i mafiosi, Giaccone venne ucciso perché costituiva un’eccezione. E così Libero Grassi, il commerciante che per primo si ribellò e denunciò in pizzo, era l’eccezione che andava eliminata. E questo vale anche per la Chiesa e i preti: se don Pino avesse fatto quello che tutti, o quasi, i preti facevano, da 150 anni, non sarebbe stato ucciso. “Se l’è cercata”, avrebbe Andreotti di lui, così come fece per Giorgio Ambrosoli. Quella di Puglisi allora è una testimonianza sovversiva che deve spingere Chiesa, istituzioni e cittadini a non girarsi dall’altra parte, a non accettare collusioni, omissioni e silenzi complici».

Don Marcello Cozzi, vicepresidente di Libera, riferisce quanto ha detto un pentito di mafia: «Non è che con la beatificazione di don Puglisi state mettendo a disposizione della mafia un altro santino da bruciare?». Affermazione paradossale – che fa riferimento al rito dell’affiliazione a Cosa Nostra, durante il quale viene bruciato un santino – ma non troppo distante dalla realtà. Per cui don Cozzi ammonisce: «Attenzione ai santini, attenzione a certi modelli di santità per cui alcune persone, con la beatificazione, vengono tolte dalla polvere della storia, innalzate in una nicchia in modo tale da sembrare distanti e quindi irraggiungibili. Puglisi adesso non deve diventare il “delegato” della Chiesa ad estirpare la mafia. I santi non sono delegati a risolvere i problemi, ma devono costituire un esempio per gli uomini e le donne all’insegna dell’evangelico “come ho fatto io fate anche voi”. Insomma ai santi va restituita la loro umanità per capire profondamente il messaggio che hanno lasciato, così come solo se viene restituita l’umanità a Gesù è possibile capire la forza sovversiva del Vangelo».

La chiesa di base attacca l’invadenza di «Avvenire»

7 giugno 2013

“il manifesto”
7 giugno 2013

Luca Kocci

Negli ultimi giorni di campagna elettorale in vista del ballottaggio per l’elezione del sindaco di Roma, la Cei – insieme alle associazioni collaterali – chiama, e Alemanno risponde, anzi si mette in piedi sull’attenti come un soldatino disciplinato di fronte agli ordini superiori. Ma i gruppi cattolici di base non ci stanno e denunciano sia «l’opportunismo» del sindaco uscente sia l’invadenza «clericale», amplificata dall’house organ dei vescovi, il quotidiano Avvenire.

La miccia l’aveva accesa domenica scorsa un cartello di associazioni cattoliche fedeli ai «principi non negoziabili», dal Forum delle associazioni familiari al Movimento per la vita, dall’Agesc (associazione genitori scuole cattoliche) alla Compagnia delle opere (braccio economico di Comunione e liberazione), da Alleanza cattolica di Alfredo Mantovano al Centro di orientamento politico del palazzinaro bianco – ma anche un po’ nero – Gaetano Rebecchini. Paginone di Avvenire che pubblica il “Manifesto per Roma” con le richieste ai candidati: sì al finanziamento alle scuole cattoliche, no ai registri per il testamento biologico e le unioni civili omosessuali. Sono temi «di assoluta rilevanza» sui quali «non si può tacere», affermano le associazioni che, forse pensando a Pio IX, chiariscono: «Roma è prima di tutto la sede del papato e ha un significato e un ruolo che va oltre quello di capitale d’Italia», chiunque sarà il sindaco «deve essere consapevole del peso del popolo cristiano».

«Alemanno ci sta, Marino lo snobba», rilancia due giorni dopo Avvenire, che pubblica l’adesione entusiasta di Alemanno al “Manifesto” e la presa di distanza, in nome del principio di laicità, di Marino, cattolico adulto molto vicino alle posizioni del card. Martini, con cui ha scritto anche un libro, affrontando con spirito libero molti temi etici, dal fine-vita agli embrioni, dai diritti civili all’omosessualità. Tanto è bastato al Pdl per tappezzare alcuni quartieri della città con manifesti inequivocabili: «Marino è contro la vita e la famiglia».

«L’opportunismo elettorale di Alemanno ha passato ogni limite ostentando, con la complicità di Avvenire, di condividere l’opinione di quei cattolici che sullo stesso giornale hanno lanciato l’ossequio ai cosiddetti valori non negoziabili come criterio valido per la scelta di un buon amministratore della città», replicano alcune riviste (l’agenzia Adista e il mensile Confronti) e gruppi cattolici di base, come la Comunità di base di San Paolo, il nodo romano di Noi Siamo Chiesa, gli omosessuali credenti di Nuova proposta, il Cipax. Contestiamo «la pretesa di alcuni clericali a proporsi come rappresentanti dei cattolici, la maggioranza dei quali non è disposta a scambiare con qualche bella dichiarazione, o magari con qualche sussidio in più agli asili confessionali, il diritto-dovere di valutare l’operato di Alemanno sulla base dei pessimi risultati dei 5 anni della sua amministrazione». Credevamo, aggiungono, «che i primi segni di papa Francesco avessero indicato che la cura degli interessi generali della società non deve in nessun caso essere barattata con il mercimonio di qualche favore offerto da politici inefficienti e corrotti». La «laicità delle istituzioni» va difesa proprio dai cattolici, che anzi devono «cessare di essere lo schermo dell’Italia corrotta».

Diocesi di Terni: il buco si allarga. E ci cade anche mons. Paglia

6 giugno 2013

“Adista”
n. 21, 8 giugno 2013

Luca Kocci

È superiore alle previsioni il buco di bilancio della diocesi di Terni provocato da una serie di operazioni immobiliari spericolate condotte da alcuni ex dipendenti laici della curia e dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero, ora indagati dalla magistratura: fino a poche settimane fa si parlava di un ammanco di 18-20 milioni di euro, ma ora l’amministratore apostolico della diocesi, mons. Ernesto Vecchi – inviato in sostituzione di mons. Vincenzo Paglia, vescovo di Terni per 12 anni, fino al giugno 2012, quando lasciò l’Umbria per il Vaticano, nominato da papa Ratzinger presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia – ha quantificato il deficit in 23 milioni di euro, ma, ha aggiunto si potrebbe arrivare anche a 25.
Una situazione grave, che mette a rischio diversi posti di lavoro dei dipendenti della diocesi e che sta creando sconcerto in molti cattolici ternani, sempre più critici nei confronti proprio dell’ex vescovo Paglia, ritenuto uno dei principali responsabili del crack, non tanto perché direttamente coinvolto – perlomeno fino ad ora –, ma per aver piazzato ai vertici degli uffici economici diocesani i presunti colpevoli della distrazione dei fondi e per aver autorizzato alcune operazioni senza il dovuto controllo (v. Adista Notizie nn. 8, 13 e 14/13).
Alcuni di loro hanno preso carta e penna e hanno scritto al segretario di Stato del Vaticano, card. Tarcisio Bertone, e al prefetto della Congregazione dei vescovi, card. Marc Ouellet, dicendosi addolorati e increduli per il «dramma che sta soffrendo la Chiesa locale». «Questa nostra – si legge nella lettera firmata da cinque cattolici ternani e resa nota dal quotidiano online Umbria24 – si pone agli antipodi del gossip, di distruttive chiacchiere che non aiuterebbero alcuno; non è una forma di disinformazione o di calunnia. Intende invece offrire elementi di incontrovertibile chiarezza sui quali si resta a disposizione per ulteriori eventuali chiarimenti, con specifiche richieste in merito a una questione gravissima ancora aperta». Al centro dello scandalo ci sarebbe mons. Paglia: «Leggiamo sulla stampa di “serate mondane”, di frequentazioni di ambienti di lusso, di continui viaggi in Italia e all’estero soltanto per andare a ritirare premi, con cene in ristoranti alla moda il cui conto basterebbe a una famiglia per un intero mese; sappiamo di clergyman di alta sartoria mentre leggiamo che papa Francesco andava in metro e si fece cucire dalla sorella il vestito da cardinale». Mons. Paglia, «anziché parlarci del cratere finanziario e, soprattutto, morale che ci consegna per i prossimi decenni, senza imbarazzo alcuno va in tv per offrirci consigli, ammonimenti, esortazioni, per discettare dei suoi libri». A Bertone e Oullet i firmatari della lettera fanno due richieste: che mons. Paglia sia invitato «ad astenersi da esposizioni mediatiche ed eventi pubblici di qualsiasi tipo fin quando questi non avrà formalizzato pubbliche spiegazioni e scuse al popolo di Dio della Chiesa diocesana di Terni, Narni, Amelia»; e che «si attui la cessione del quinto del suo stipendio, con la rinuncia di ogni suo bene terreno a mo’ di risarcimento simbolico in favore della diocesi di Terni».
Intanto si sta lavorando per tentare di mettere qualche toppa ai buchi nella casse diocesane, anche per salvare i posti di lavoro a rischio: alcuni immobili potrebbero essere trasferiti all’Apsa (o a qualche altro ente) in cambio di una cifra intorno ai 15 milioni di euro; e potrebbe anche arrivare un prestito straordinario dallo Ior.

Diminuisce l’otto per mille alla Chiesa cattolica. Ma Bagnasco minimizza

3 giugno 2013

“Adista” n. 21, 8 giugno 2013

Luca Kocci

Continua a diminuire la quota dell’8 per mille che i contribuenti italiani scelgono di destinare alla Chiesa cattolica. La flessione è minima, ma costante, ormai da diversi anni, come consta dai dati disponibili quest’anno relativi alle dichiarazioni dei redditi dell’anno 2010: la percentuale di coloro che hanno firmato per la Chiesa cattolica è stata pari all’82,01%, quasi 1 punto in meno rispetto all’anno precedente, quando la percentuale (sulla base delle dichiarazioni del 2009) era dell’82,92%, pari ad un calo delle entrare di 116 milioni di euro.
Il presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Angelo Bagnasco, minimizza: «Questo calo è frutto più di una diminuzione del reddito complessivo degli italiani che non di una scelta dei contribuenti. Infatti, il numero di coloro che hanno destinato l’8 per mille alla Chiesa cattolica è diminuito in maniera quasi impercettibile, dello “zero virgola”, mentre un identico leggero incremento è previsto già per il prossimo anno». Ma nell’arco di 6 anni il trend negativo risulta piuttosto netto: nel 2008, la percentuale di coloro che nel 2005 avevano firmato per destinare l’8 per mille alla Chiesa cattolica era risultata dell’89,92%, quasi 8 punti in più rispetto ad oggi. È bene ricordare che queste percentuali non sono assolute, ma si riferiscono solo a coloro che esprimono una preferenza di destinazione dell’8 per mille, ovvero meno la metà di tutti i contribuenti italiani: mediamente, a firmare per una delle confessioni religiose o per lo Stato sono il 45% dei contribuenti italiani; gli altri – ovvero il 55% – non scelgono, lasciano la casella in bianco, ma versano ugualmente l’8 per mille del loro Irpef, che viene attribuito in proporzione alle scelte espresse dagli altri. Quindi, per quanto riguarda il 2013, la Chiesa cattolica ha ottenuto l’82,01% delle preferenze di coloro che hanno scelto una destinazione per l’8 per mille – corrispondenti a meno del 40% del totale dei contribuenti del 2010 – ed ha incassato non solo l’82,01% dell’8 per mille di chi ha scelto, ma anche l’82,01% dell’8 per mille di chi ha lasciato la casella in bianco, aumentando così l’introito di più del doppio di quanto avrebbe percepito sulla base solo delle scelte espresse.
Nel corso dell’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana dello scorso 20-24 maggio (v. Adista Notizie n. 20/13), i vescovi hanno approvato la ripartizione delle somme incassate nel 2013 sui redditi del 2010, riconfermando sostanzialmente le scelte operate negli ultimi anni: una piccola quota per gli «interventi caritativi» in Italia e all’estero, tutto il resto per sostentamento del clero, attività di culto e pastorale, edilizia e costruzione di nuove chiese.
Alla Chiesa cattolica è andato complessivamente 1 miliardo e 32 milioni di euro (nel 2012 l’incasso raggiunse la cifra record di 1 miliardo e 148 milioni). Ad «esigenze di culto e pastorale» sono stati destinati oltre 420 milioni di euro (lo scorso anno erano quasi 480), ovvero il 40%, di cui 156 milioni alle diocesi per culto e pastorale, 183 per l’edilizia di culto (122,5 per le nuove chiese; 60,5 per la tutela dei beni culturali ecclesiastici), 26 milioni per la catechesi, 12 milioni per i tribunali ecclesiastici regionali e 43 milioni per non ben specificate «esigenze di rilievo nazionale». Il 37% dei fondi, pari a 382 milioni di euro, è destinato al sostentamento del clero (con un incremento di quasi 20 milioni rispetto al 2012, quando ne vennero destinati 363). Per gli interventi caritativi – protagonisti assoluti delle campagne pubblicitarie pro 8 per mille – rimangono 240 milioni di euro (il 23%), 15 in meno dello scorso anno, così suddivisi: 125 milioni alle diocesi, 85 per il Terzo mondo e 30 per esigenze di rilievo nazionale.